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sabato 4 marzo 2017
Il minimo e l'immenso
Amiche care, amici,
mi ha sempre affascinato come l'immensamente piccolo contiene l'immensamente grande, un mistero cosmico, un segno inequivocabile dell'ordine finale - e del disordine entropico - del Creato.
Il nostro ruolo in tutto questo è del tutto trascurabile, eppure ne è l'essenza. Ciò che rende significato a questo immenso sforzo generativo, questa energia che si esprime a partire da un unico catastrofico boato e che ha come destino l'annichilimento in un simmetrico immenso boato finale, è la nostra capacità di ragionare su di esso; che, alla fine, è la capacità di questo stesso Universo ad avere coscienza di sé.
Questo è un gioco di specchi tra noi e la realtà oggettiva che rende il nostro organismo biologico parte essenziale ed evoluzione finale di questo super-organismo che è l'Ordine Naturale delle Cose.
Gli antichi, e chi ha fede, chiamano questa entità onnicomprensiva e onnipresente Dio.
Gli scienziati ancora stanno lavorando per esprimerla in un'equazione che ne spieghi le leggi empiriche, e le derive teoriche, e sicuramente sono destinati a non finire mai questa speculazione. Poiché se il carattere meno comprensibile dell'Universo è la sua infinitezza, quello dell'uomo rimane la sua misteriosa ineluttabile finitezza. Paradossalmente tra queste due dimensioni incommensurabili esiste un'unica finestra di contatto, che è la nostra morte biologica. Quando le particelle organizzate che costituiscono la nostra esistenza e la nostra coscienza si disintegrano per tornare a far parte della natura prima e ultima del Cosmo.
Per me, che rifletto sulla mia infinita insignificanza, e scrivo per trovare un senso ad essa, tutto l'immenso della vita si concentra e risolve come il nucleo di una stella nell'unico punto focale, da cui tutta la luce scaturisce e illumina il mio universo.
Che è, amiche dilette e amici, infine, e all'inizio di tutto, l'amore.
M.P.
Il minimo e l'immenso
Raccontami l'immenso.
Ovvero, ciò che illumina il poeta?
Ovvero, l'oscurità che sommerge
le galassie, il riverbero di fondo
onnipresente
del primigenio schianto?
Oppure: il mare; ciò che il mare
era per me bambina quando
seduta al termine del molo
le gambe ciondoloni,
inconsapevolmente naufragavo
nell'incommensurabile distanza?
O ancora è quella montagna, e sopra
il cielo come una lastra di creato
che blocca vista e fiato, qua e adesso;
o invece non è neppure un luogo,
è un pervàdere nell'aria...
Oppure, il voler bene
mio a te, tanto grande
da non vederne inizio, o fine,
o il mezzo, soltanto l'ombra
della sua presenza su di me,
che si espande all'infinito
fino a comprendere l'universo.
Ma l'immenso è altro.
È una corolla, ad esempio,
che s'apre e diffonde
il suo profumo nell'aria
sapida della sera, inquieta
come la tua mano che la raccoglie
dalla mia, e la porta
alle labbra, con ardore.
Ecco: è in questo gesto, senza peccato,
nel tuo fervore così innocente,
è in tutto questo, caro amore mio,
è in questo, il mio, il tuo, il nostro immenso.
Marianna Piani
Milano, 3 Giugno 2016
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Semplicemente stupenda.
RispondiEliminaGrazie Alda, mi emoziona e commuove ricevere un commento così semplice e diretto, mi riempie di gioia sfiorare le corde di certe sensibilità...
RispondiEliminaGrazie di cuore.
Un abbraccio
Marianna