«La Poesia è Scienza, la Scienza è Poesia»

«Beauty is truth. truth beauty,- that is all
Ye know on earth, and all ye need to know.» (John Keats)

«Darkness cannot drive out darkness; only light can do that. Hate cannot drive out hate; only love can do that.» (Martin Luther King)

«Não sou nada. / Nunca sarei nada. / Não posso querer ser nada./ À parte isso, tenho em mim todos los sonhos do mundo» (Álvaro De Campo)

«A good poem is a contribution to reality. The world is never the same once a good poem has been added to it. A good poem helps to change the shape of the universe, helps to extend everyone's knowledge of himself and the world around him.» (Dylan Thomas)

«Ciò che premeva e che imparavo, è che in ogni caso non ci potesse mai essere poesia senza miracolo.» (Giuseppe Ungaretti)

sabato 1 dicembre 2018

L'arma




Amiche care, amici,

consentitemi una riflessione un po' lontana dalla leggerezza cui ho sempre cercato di improntare queste pagine.
In questo spazio che mi sono ritagliato, un po' appartato, sebbene aperto a chiunque abbia voglia di avventurarsi, ho sempre cercato la ricreazione, l'affidarmi al senso della bellezza per ritrovare me stessa, e per comunicare le mie emozioni. Anche le più segrete.
Purtroppo, di fronte al quotidiano disfacimento cui dobbiamo assistere in questo sfortunato periodo, alla progressiva, apparentemente inarrestabile negazione di molti di quei diritti, di quelle conquiste di civiltà, libertà e umanità che pensavamo ormai acquisite, e al rigurgito sempre più rumoroso e tracotante di ideologie, tentazioni, comportamenti che credevamo ormai condannati, giustiziati, sepolti e per sempre rigettati dalla Storia, di fronte a tutto questo devo confessare che faccio sempre più fatica a rifugiarmi nella consuetudine quieta e serena della pratica della scrittura. In particolare della lirica, il mio campo d'azione preferito, per definizione il luogo dell’intimo, del personale, del sentimento e dell’emozione.
Del resto è stato detto che, dopo Auschwitz, non più è possibile la Poesia.
Direi, peggio ancora, se è così, allora dopo la negazione dello stesso Auschwitz, cui ci tocca assistere in questi tristi giorni, che senso può davvero più avere la Poesia?

In realtà la scrittura non è e non può essere un rifugio, o una consolazione. La poesia, poi, se cede alla tentazione del distacco, dell’astrazione formale, del monologo masturbatorio, perde totalmente di significato, perde la sua stessa ragione d’essere.
Di tutto questo mi rendo conto, e questo rappresenta per me oggi un motivo di crisi profonda: sento di potere, anzi di dover lottare, sento che la tentazione di ritirarmi nelle mie angustie, di chiudermi in una biblioteca come in un bunker blindato da muri di carta e di cultura (la stessa cultura che ora viene offesa, negata e dileggiata da un sedicente “nuovo” che pretende di imperare indisturbato) equivarrebbe a una resa. Sarebbe più che una rinuncia, sarebbe una morte anticipata.

In passato abbiamo avuto esempi sommi di artisti e scrittori che hanno saputo incidere profondamente nella realtà, nella lotta, con gli strumenti della loro arte e della loro scrittura. La loro memoria e il loro esempio sono scolpiti nel nostro, nel mio cuore.
Io però non ho questo privilegio, non dispongo di questo dono, sono solo una piccola dilettante, come ho sempre sostenuto – e rivendicato –, e dentro questo limite mi dibatto. Nella angusta prigione del “diletto”, e nella mia impotenza, esplode, lacerante, credetemi, tutta la mia crisi.
Ho sempre scritto – e letto - per necessità, ma si tratta di una necessità personale, privata. La necessità di non smarrirmi nel dolore, nella solitudine, nella follia. Ma la scrittura di uno scrittore, di un poeta degno di tale definizione, deve essere necessaria agli altri, ai lettori, al mondo. Qui sta il confine, ciò che separa il diletto (privato) dal valore (pubblico), dell’arte in generale, e della poesia in special modo, per quanto labile e ardua è nel suo caso la via all’eccellenza.
Ho sempre considerato la Poesia come “strumento di conoscenza”, ma non si dà conoscenza se non si è in grado di affrontare la criticità della propria condizione umana. E allora la tentazione più forte è quella di abbandonare il campo, rinchiudersi nel silenzio, dedicarsi alla lotta solo come conflitto fisico, materiale. Smettere quindi, semplicemente, di scrivere (o dipingere, o comporre).

Tuttavia, nel pieno di questa crisi, anzi, direi proprio per questa crisi, sento, continuo a sentire, con maggiore fatica, con maggiore dolore, ma anche con maggiore impellenza che mai, la necessità di continuare a scrivere.
In fondo, voglio credere, anche questa, prendere la Parola, è una forma di resistenza.
E di certo è una forma di libertà, da esercitare in faccia a qualsiasi regime o tentazione liberticida.

Con amore

M.P.






L'arma


Un pensiero mi tormenta, mentre scrivo:
nulla può, come insinua, anzi grida
quel poeta grande nel suo naufragio
di parole e vita, nulla può nel mondano
mondo, la poesia.

E dunque, per che motivo al mondo
io persisto e ancora scrivo?

In questo mondo in carne e muco e sangue
risorgono spettri infami, digrignano
sentenze che credevamo ormai sepolte
nelle discariche della Storia.

Posso credere che pochi versi
disposti in armonia o dissonanza
possano non dico opporsi
ma anche solo temperare questo male?

Sento l'impellenza d'imbracciare un'arma,
se la frana non si ferma,
ma questa certo non sarà di versi
strofe o canti. Sarà di ferro o pietra.

Dunque, torna il tormento del pensiero
come una spina sottopelle:
perché, comunque sia, disperata,
perdio perché persisto, e ancora scrivo?


Marianna Piani
Febbraio 2018


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mercoledì 28 novembre 2018

Della Bellezza


Amiche care, amici,

pubblico questo breve frammento di dialogo sulla bellezza e il suo senso profondo, e lo dedico a Rosanna Marani, poetessa, donna e amica, che la bellezza ben conosce e incarna, e con cui su questi concetti ebbi a ragionare.

E a tutte, tutti voi, naturalmente.
Con amore
M.P.






Della Bellezza


Amica mia, in questo concordammo:
Etica è la nostra incoercibile tensione
alla verità, e alla conoscenza
che ne deriva.

Estetica è la nostra mai finita
ricerca della segreta forma,
dell'ordine affatto pacificato
di ogni particella nell'universo.

Amica mia, la bellezza è la nostra
unica Vestale. Null'altro vale.




Marianna Piani
Milano, Gennaio 2018
(Per R.M.)




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sabato 24 novembre 2018

Cinque pezzi facili - 5 Giga e Finale



Amiche care, amici,
concludo con questo brano questa breve raccolta a tema musicale, e la concludo con una danza d’amore, naturalmente, perché il fine di ogni musica è la danza, quello di ogni danza è l’amore…

Anche su questo testo ho lavorato molto, poiché anche qui, come in tutta la raccolta, volevo trovare un ritmo, un metro rigoroso, classico, ma nello stesso tempo sciolto, leggero, come si conviene a un ritmo di danza. Spero si esserci riuscita, o almeno di essermici avvicinata…

Prossimamente pubblicherò qui la raccolta completa, per chi volesse, senza interruzioni, poiché ogni raccolta in versi acquista il suo senso vero. alla fine, solo nella sua interezza.

Vi abbraccio, come sempre, con amore:
grazie, grazie per essere qui, con me!

M.P.





5

Giga e finale



E fu quindi tutto un sogno,
non più d’un sogno, poco meno
d'un (cattivo) pensiero, questo istante
che per un istante ci parve
di folle felicità, di abbandono
al gioco, al corpo, ai nostri dolci umori.

Anche tu fosti solo l'ombra vaga
d'un sogno, dunque? Non fosti altro che
fugace riflesso dentro lo specchio,
dove ti riconobbi essere me,
ovvero talmente parte di me
da non potermi riconoscere altra

da te. Poiché - credi - l'atto d'amare
è confusione; è penetrare il tempio;
è farsi esplorare fino al deliquio,
fino alla cripta più oscura del corpo
e dell'anima, quale cosa essa anima
sia; traversare il mare di te.

Infine, tu fosti un sogno, non più,
un sogno che svapora con i primi
lumi dell’alba. Ma io in te credetti
tutta, poiché nulla meno del sogno
è illusione, nulla gli è più reale,
nulla più vero di questo mio amore

puro, e di carne e di sangue, per te.





Marianna Piani
Milano, 26 Gennaio 2018
Kilkenny, 24 Novembre 2018


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domenica 18 novembre 2018

Cinque pezzi facili - 4 Minuetto I e II




Amiche care, amici,
quarto appuntamento con questa raccolta ai confini tra musica e parola.
Pubblico in grande ritardo perché, su questo “movimento” ho dovuto lavorare moltissimo, la prima stesura non mi soddisfaceva, e nemmeno le diverse revisioni successive. Ho dovuto impegnarmi in una vera e propria riscrittura per trovare un equilibrio vicino a quello che cercavo.
Il ritmo del minuetto mi ispirava ovviamente un tono leggero, ma i due movimenti, collegati tra loro come in una suite classica, volevo fossero speculari, uguali e contrari: da una parte l’incoscienza e la folle bellezza dell’età giovanile – che ho ormai perduto da anni, ma che ricordo bene – ; dall’altra la disperazione del confronto con un mondo che pare drammaticamente privo di futuro.

Spero di esserci riuscita, almeno in parte. E naturalmente pubblico i due "minuetti" assieme, poiché sono strettamente legati l'uno all'altro, e non solo formalmente.
Vi lascio, come sempre, se lo vorrete, alla lettura.
Con amore

M.P.




4

Minuetto I 

Le ragazze, in Caminadella
s'incrociano a coppie, a gruppi,
a sciami, ronzando come sbuffi
di vespe in ozio d'estate, pronte
a pungere con la loro bellezza
l'incauto, l'importuno, o il malcapitato. 
  
Son pronte – si credono – alla vita,
non recedono di fronte al tempo
infinito dei loro anni immortali,
avanzano spavalde, baciate
da un sole prodigo d'oro e fortuna
sui lunghi, sciolti, sontuosi capelli –

e sulle labbra, fiere e coscienti
dell'incanto della loro incontentabile
sensualità. Sfarfallano le vesti,
le braccia nude, le gambe allegre,
nulla le fermerà ora, né mai,
nel loro sboccio famelico al mondo.




Minuetto II 

Quelle fanciulle - meno di me
han oltre vent'anni - comunicano,
dialogano a minimi messaggi,
battute di cuore senza spessore,
quasi-versi di una nuova
prosodia a stringhe di micro-lessemi.

(Il segreto del loro linguaggio
è celato a chiunque non sia parte
del loro esclusivo villaggio, eppure
non vi è mai stato prima d'ora
un tale mercato di disperata,
cieca, efferata comunicazione.)

Vero è che, nella loro avvenenza,
inebriate, si beano come narcisi
alla fonte, non le soddisfa più
lo specchio, opaco lacerto
d'un passato mai tenuto per vero:
abbandonano il loro simulacro

alla deriva, mutando la loro
bellezza in uno spreco mondano,
che si annichila nel lampo
della loro perpetua giovinezza.
Ormai, pur risplendendo, disperano,
ignare, del loro già spento domani.


Marianna Piani
Milano, Gennaio 2018



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mercoledì 7 novembre 2018

Cinque pezzi facili - 3 Sarabanda


Amiche care, amici, terzo “pezzo facile” di questa breve raccolta.

Qui mi perdo, in una sera di ordinaria follia metropolitana, tra le vie del centro, in mezzo a una folla impegnata in chissà cosa, chissà perché, diretta chissà dove, chissà con chi.
Sì, soffro di una forma (moderata, almeno credo) di agorafobia: non riesco a tollerare gli affollamenti, mi sento soffocare, mi metto a sudare copiosamente e sento un impulso irrefrenabile a fuggire. Un sintomo d’ansia che si aggrava puntualmente, nel quadro della mia vecchia sindrome bipolare (ultimamente un poco regredita, per fortuna), quando entro in fase depressiva, fino a diventare a volte davvero intollerabile, incontrollabile…

Qui lo sfondo è la Milano affollata e convulsa che ho abbandonato ormai da otto mesi, senza grande nostalgia devo dire, almeno per questo aspetto.

Vi lascio alla lettura, se vorrete.

Con amore
M.P.






Cinque pezzi facili 



3
Sarabanda


Genti, forse perdute, o disperate,
forse al contrario felici, chissà,
si lasciano vivere nel mondo;
e io, sì, son con loro, come loro,
più di loro, perché non so sottrarmi,
mai sottrarmi, alla mia disperazione.

Come loro, nel mondo, nelle vie
di Milano, Via Torino, il Castello,
il Corso, come loro vanamente
mi lascio vivere, per quest'illudermi
di non morire: giorno dopo giorno,
tra squillanti vetrine, invece muoio.

Persone sfollano e s'affollano,
sotto i portici e fino in Piazza, io
soffro d'agorafobia, poiché
raggelata sudo, mentre m’accalco.
Fuggire, fuggire da questo mondo
affollato di troppe solitudini!


Marianna Piani
Milano, 19 Gennaio 2018


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sabato 3 novembre 2018

Cinque pezzi facili - 2 Corrente



Amiche care, amici,
pubblico il secondo componimento di questa collana, come promesso.
Non vorrei commentare queste piccole liriche singolarmente, anche perché, proprio come in una suite musicale, ciascuna prende senso dall’accostamento con tutte le altre.
Il tema comune, naturalmente, è l’amore; e i ritmi, le armonie e le immagini che esso evoca e da cui è evocato, in un gioco senza sosta di rimandi, di palleggi e rimpalli, come un gioco, e come in una (immaginaria, ma non troppo) struttura polifonica. Ho scelto per questa raccolta un linguaggio volutamente distaccato dal tempo reale, "attuale", poiché desideravo che il "tempo" fosse tutto interno alle parole stesse.

Grazie di cuore se vorrete seguirmi in questo piccolo viaggio in versi...

Con amore
M.P.




Cinque pezzi facili 


2
Corrente



Tu sai dare nomi ai fiori:
questo è il giglio, questo il rododendro.
Questo il glicine che inebria
mille ditteri imprudenti, questo accanto
è l'oleandro, fiero e severo, e questa
è la magnolia, opulenta bianca sposa
con la sua veste di miele odorosa.

Così le rose, nelle aiuole,
si radunano in cespiti sereni,
alternando colori vivi
ai profumi più inattesi, e tu,
tu le chiami rose con affetto
disarmato, le rose in amore
del tuo giardino, da te le più amate.

Solo tu sai dare nomi propri
ai fiori, e ai colori, e ai suoni
immaginosi che originano
da quei colori, e ai pensieri
che da quei suoni s’involano al cielo:
io, ignara, so nominare solo
erba, albero, siepe, fiore, spina.

Tu ridi, intenerita, e mi fai dono
d'una coroncina di giovanissime
margherite di prato.



Marianna Piani
Milano, 18 Gennaio 2018




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mercoledì 31 ottobre 2018

Cinque pezzi facili - 1 Allemanda



Amiche care, amici,

torno alla mia scrittura preferita, la poesia d’amore, con una piccola raccolta di brevi componimenti a sestine di ispirazione – molto liberamente – musicale.
Si tratta di cinque liriche che ho pensato di raccogliere sotto il nome di “Cinque pezzi facili”, e cui ho dato – un poco arbitrariamente – la struttura di una Suite musicale.
In particolare, per il valore affettivo e di memoria che ha per me, mi riferisco alla Suite Francese No. 1 (BWV812) di Johann Sebastian Bach, che fu uno dei pezzi preferiti dalla mia mamma, che vi si avventurava periodicamente nei suoi studi quotidiani al pianoforte.

Non vi sono motivi diversi da questo in questa digressione, se non la necessità di dare, appunto, una struttura unitaria a questi cinque “pezzi”, nati tutti uno di seguito all’altro e da un unico stato affettivo.
Tuttavia ciascun componimento in qualche modo rispecchia, nel ritmo formale e nel contenuto emotivo, il particolare andamento ritmico, melodico e polifonico di ciascuna di queste cinque danze barocche, ma si tratta più di una risonanza mnemonica, di un substrato tonale, che di una vera e propria intelaiatura formale.
Una specie di “filo d’Arianna”, diciamo così, che mi ha aiutato a percorrere un territorio fortemente emotivo, senza perdermici.

Come di consueto in questi casi, pubblicherò qui questi titoli uno alla volta, e solo alla fine li ripubblicherò tutti assieme come raccolta, così avrò il tempo e la concentrazione necessaria per rivedere e sistemare i testi uno a uno, man mano che li andrò a pubblicare,

Vi lascio alla lettura, se vorrete, con amore.

M.P.



Cinque pezzi facili

1
Allemanda


L'anfora, elegante accenno
al femmineo sesso, reca sottili
aurei fregi sul margine slabbrato,
astratti segni di sapiente intensa
vocazione all'arte adornano
di foglie e fusti leggendari
l'effimero universo in terra cotta.

Intanto, nello spazio senza spazio
del ventre intatto dell'oggetto
figure leggiadre di danzatrici
muovono l'ampio peplo virginale
rivelando le lunghe gambe, perfette,
in slanci mirabili sospesi
tra morte e vita; tra pace e affanno;

tra l'effimera vitalità del volto
e la perpetua verità del corpo.
Ciò che si perpetua ben oltre il tempo,
oltre i millenni, è la bizzarra traccia
d'uno stilo sull'argilla. La figura
da sempre esiste nel nostro sguardo
solo. Finché viviamo, essa è viva.



Marianna Piani
Milano, Gennaio 2018



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