«La Poesia è Scienza, la Scienza è Poesia»

«Darkness cannot drive out darkness; only light can do that. Hate cannot drive out hate; only love can do that.» (Martin Luther King)

«Não sou nada. / Nunca sarei nada. / Não posso querer ser nada./ À parte isso, tenho em mim todos los sonhos do mundo» (Álvaro De Campo)

«A good poem is a contribution to reality. The world is never the same once a good poem has been added to it. A good poem helps to change the shape of the universe, helps to extend everyone's knowledge of himself and the world around him.» (Dylan Thomas)

«Ciò che premeva e che imparavo, è che in ogni caso non ci potesse mai essere poesia senza miracolo.» (Giuseppe Ungaretti)

domenica 23 luglio 2017

Graffiti urbani - 2


Amiche care, amici,

seconda stazione di questa mia breve raccolta, dedicata alla mia piccola "migrazione" personale, dalla città nativa, stretta tra il mare generoso e pieno di promesse e una terra aspra, dirupata e angusta, ma ricca di pensiero e ricordi - e la "grande città", che prometteva sogni e speranze, e illusioni.

Ecco, partivo non disperata o priva di tutto, come le persone che in questi anni lasciano le loro terre spinte da fame, paura, violenza, abbandono, ma ricca, ricca non di danaro - che non avevo davvero un quattrino - ma di privilegi, il più importante dei quali era, come è tuttt'ora, di essere libera.

E di essere donna.

Essere donna, ed essere libera, di spirito e di mente, è, credetemi, il privilegio più grande che mi è stato dato, senz'altro merito che quello di esserci nata.

Amiche dilette, emici, vi lascio alla lettura, scusandomi per la minore frequenza delle mie pubblicazioni in questo periodo, dovuta non come potrebbe sembrare a vacanza, ma, al contrario, a impegni di lavoro troppo pressanti.


Con amore, come sempre

M.P.




2
Privilegi


La mia giovinezza è stata libera
di legami, di padroni, di tiranni
sia pur mentali, di ingiustificate
discipline e di liberalismi
troppo scontati: libera mente in
libero spirito in libero corpo.

Nascere donna ho sempre creduto,
anche nei momenti più tetri, anche
quando piansi, anche quando disperai,
e quando fui abbandonata, anche
quando mi sentii violata: che fosse
un privilegio, e la miglior fortuna.

Ho avuto salute e bellezza, e forza
da vincere montagne, da amare
chiunque m'amasse, giovani bruni
dai ricci ribelli, o ragazze in fiore -
rosse chiome come corolle, occhi
celesti da confondere di baci.

Ho amato queste pietre e questi muri
della mia terra, madre, gelosa,
aspra terra consumata dal mare
e al mare avvinghiata, per non franare
dalle dirupate creste di calcare
bianco eroso e corrotto dalle alghe.

E in quegli anni infuocati ho potuto
segnare la carta a quadri grandi
dei miei quaderni mai smessi
di voci e di suoni che avevo nel cuore,

e urgevano d'essere dette
per rimanere, sì, per rimanere...



Marianna Piani
Trieste, 11 Marzo 2017
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domenica 16 luglio 2017

Graffiti urbani - 1



Amiche care, amici,

ero giovane, disorientata e sola quando giunsi dalla mia Trieste, quasi in fuga, nella Grande Città, questa Milano che ancora accoglie e trattiene la mia vita, il mio lavoro, i miei affanni, le mie illusioni, i miei amori.


Sono passati molti anni da allora, anni in cui ho girovagato ancora molto, soggiornando e frequentando per periodi più o meno lunghi città che ho tutte in modo diverso ma fortemente amato (Monaco, sopra tutte, e poi Parigi, ovviamente, e Dublino, Copenhagen, Berlino, Bilbao, Seattle, L.A.) ma questo è rimasto il porto di partenza e ritorno, la mia casetta, i miei libri, il mio tavolo da lavoro, il mio giaciglio.
Sono passati molti anni, ma non ho mai dimenticato quel primo arrivo, in treno, con poche cose, proprio come un'esule (e forse questo è uno dei motivi per cui non posso non solidarizzare e comprendere le genti che arrivano qui da noi da lontano, migranti o rifugiati o disperati, per inseguire una illusione o fuggire un incubo), con l'unico pensiero di abbandonare un cumulo di ricordi, belli e dolorosi, per affrontare la vita cercando di mettere a frutto il mio assai modesto ma unico talento. Qui a Milano c'erano le Opportunità, pensavo, e forse non avevo torto. A quel tempo era ancora relativamente facile per una ragazza, sia pure appunto di talento certo non eccelso ma con grande capacità di lavoro, di inserirsi in una "macchina produttiva" (agenzie pubblicitarie, editori, case di produzione video, ecc.) ancora viva e fin troppo opulenta. Oggi tutto questo mondo è in gran parte finito, morto, e un azzardo come il mio sarebbe del tutto irrealizzabile.

Ecco, in questa breve collana che inizio oggi a pubblicare, dieci componimenti tutti diversi formalmente tra loro, in gran parte in versi liberi e sciolti, ho raccolto una serie di impressioni, tutte legate a quella mia piccola personale migrazione, certo non drammatica e atroce come quelle cui assistiamo in questi anni, ma comunque densa di implicazioni profonde, di profondi rivolgimenti della mia vita. Se fossi rimasta nella mia (amata e rimpianta) città, ora io non sarei quella che sono, sarei un'altra persona, e certo se ora incontrassi per caso quella me stessa di certo non la riconoscerei.
Sono tutti componimenti legati da un filo sottile, come fotografie sparse uscite da una scatola dimenticata in fondo a un cassetto, impressioni, pensieri, raccolti e annotati senza un ordine preciso.

Per questa sua casualità e libertà istantanea, e le stesure a tinte primarie, ho intitolato la raccolta "Graffiti Urbani".

Amiche dilette, amici, vi lascio alla lettura, se vorrete, con amore.

M.P.







Graffiti urbani



1

Questa città s'apre al viaggiatore
come una pietraia, grigia, color
calce, ceneri e liquami, e un'aria
di vapore fosco, una cataratta

spaccata: nulla d'umano l'accoglie
di là dalla lastra del finestrino,
scomparto dodici, classe seconda,
non fumatori, macchie sul sedile.

Fili e metalli intrecciano una tela
di legami ai pensieri, mentre il treno
sobbalza sugli scambi e si fa strada
tra le pensiline irte di figure disperse.

Giungervi è disumano, rimanere
anzichè fuggire è imperdonabile,
ritornarvi non costretti è del tutto
insano: eppure fu che vi rimasi.


Marianna Piani
Milano, Marzo 2017
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domenica 9 luglio 2017

La finestra



Amiche care, amici,
lo sprazzo di un ricordo, un viaggio, una stanza, la città dove ero nata, il tramonto che si fa sera, poi presto la notte, pensieri dolci, poi oscuri, poi ancora dolci, timori confusi dal sonno, e infine il richiamo alla vita, e il sogno che vi si confonde.

Per voi, amiche dilette e amici, che mi leggete con fiducia, con tutto il mio amore

M.P.





La finestra


Oggi dalla finestra
della mia casa natale ho guardato
il sole morire in un tripudio furente
di rovente rubino aranciato.

Tu giacevi dormiente,
stremata dal viaggio, sopra il mio letto;
potevo sentire il tuo fiato
lento e quieto e appena un poco affannato.

Intanto che l'astro incandescente
s'immergeva sfrigolando nel mare,
strisce di nubi a pennellate dense
assediavano un cielo impaziente.

Io mi perdevo a indovinare
i tuoi pensieri, celati nel fondo
di occhi chiusi da palpebre abbassate
come sipari tra te e il resto del mondo.

Ma in fondo, riflettevo, in quel momento
tu non pensavi a me, non mi sognavi
come io invece sognavo di te, vegliando,
e trepidavo ch'eri via da me.

E forse, che strano, ora ero anch'io
perduta nel mare della mia infanzia,
ora che anche il sole di questa stanza
mi abbandonava e andava a morire.

Breve fu il tempo trascorso
prima che tu ti destassi un momento
e mi chiamassi: "vieni - qui da me"
interrompendo il mio viaggio a ritroso.

La stanza, che per un momento
fu vuota di noi, d'incanto
s'empì del nostro fulgore,
del nostro mutuo calore.

Alla finestra, il sole era ormai spento.




Marianna Piani
Milano, Febbraio 2017

martedì 4 luglio 2017

Odio cieco


Amiche care, amici,

quando accadono certe cose, quando inaspettatamente la violenza e l'odio ci trovano sulla loro strada e si abbattono all'improvviso su di noi, non si ha tempo di avere paura, nemmeno di reagire, solo di lasciare che la vita abbia il suo corso e che quegli istanti si marchino a fuoco nella nostra memoria e nella nostra anima.
Anche una violenza fortunatamente senza conseguenze, come questa che traggo dal profondo della mia storia di donna, repentina e subito finita, lascia tracce indelebili, e ci lascia diverse da come eravamo prima che accadesse.
Sta solo a noi, in questo noi donne siamo sempre lasciate del tutto sole, sta solo a noi e alla nostra forza d'animo - quando non ci sono ovviamente altre risultanze, anche fisiche, più gravi - di attraversare questa esperienza e di riuscire a mutarla in una crescita, di consapevolezza, di orgoglio, di volontà.

La violenza contro le donne ha questo di inconfondibile: non avviene mai e non si esaurisce mai nell'istante, nell'atto. Coinvolge l'intero nostro essere, la nostra dignità, e le nostre emozioni.

Un abbraccio, amiche dilette e amici, con amore.

M.P.





Odio cieco


      Uomo che d'odio ti accechi,
tu che quel lontano mattino
mi aggredisti alle spalle
con un duro spintone, e poi
mi abbattesti con un ceffone
che mi fischiò nelle orecchie
per ore, e sibilasti lesbica,
lercia puttana di merda!

      Tu che ti credi potente
e non sei che il niente d'un niente!
Tu che mi fissasti torvo
senza emozione da occhi
vuoti come già morti,
tu che sei morto nel cuore
prima che in corpo: tu mi rivelasti,
proprio tu, la chiave del mio riscatto.



Marianna Piani
Milano, 19 Febbraio 2017
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mercoledì 28 giugno 2017

L'imbarco


Amiche care, amici,

l'eterna metafora del viaggio - e per me in particolare, per origine e cultura atavica, del viaggio per mare, dove gli orizzonti si saldano al cielo, il futuro al passato, le correnti che ci trascinano a ciò che ci spinge ad andare, la memoria alla speranza, e la disperazione alle illusioni.
Ma ciò che mi affascina e atterrisce di più non è tanto il viaggio in sé,: quanto è il momento della partenza. Il momento in cui ormai tutto è deciso, e tagliamo gli ormeggi che ancora ci legano a terraferma, alle nostre radici e alla nostra storia.
Questo è il momento più desiderato e più temuto, il più intenso e vissuto.
Ogni partenza è un po' come una morte, si dice, ed è vero. Perché non vi può essere rinascita senza prima morire almeno una volta. Perché soltanto da questo morire e rinascere possiamo essere artefici del nostro destino.

Per voi, amiche dilette e amici, con amore.

M.P.




 

L'imbarco


Quando fu l'ora d'imbarco sentii
un'alta voce chiamare il mio nome,
da un navigante - il mozzo alla fune,
o forse il capitano: com'è strano,

mi dissi, come poteva costui
sapere il mio nome? Ma nel contempo
un immenso gabbiano sfiorò il ponte
di prora, indifferente a ogni umano.

Strillarono ragazze intimorite
da tribordo, e il nobile animale
mosse lento l'ali e impennò il suo volo
con un sussiego da ultimo sovrano.

Io non temevo alcuna bestia, e meno
che mai i gabbiani cui invidiavo il volo
libero, senza meta e scopo alcuno,
e tutto l'oceano ch'è nei loro occhi.

In quel momento udii l'imbarcazione
che sciabordava ansiosa lungo il molo
mentre sfilava cauta dagli ormeggi
e un urlìo di sirena empiva il porto.

Lo scafo ondeggiò con lenta indolenza,
come un cetaceo destato dal sonno,
appoggiò a dritta, e prese la sua via,
senza fretta, come fosse un destino.

Io guardavo oltre il vetro imperlato
di gocce frante da prora, i motori
parevano il lungo cupo grugnito
di qualche bizzarro mostro marino.

Il mio fiato s'addensava sul vetro
mentre pensavo alle tante partenze,
alle tante mete che mai raggiunsi,
ai tanti, troppi subìti naufragi.

Anche gli occhi si velarono mentre
la mente era percorsa dai rimpianti
abbandonati ormai in terraferma,
e io mi chiesi quando questo viaggio,

questo nebbioso viaggio senza meta,
avrebbe avuto mai fine.



Marianna Piani
Milano, 16 Febbraio 2017

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mercoledì 21 giugno 2017

Più della mia vita




Amiche care, amici,

la persona che amo - come affermo qui "più della mia stessa vita" - è spesso lontana, per lavoro, per il corso della vita di due anime che si sono scelte pur vivendo in due paesi lontani tra loro. Per questo spesso la solitudine, intesa come mancanza, bisogno fisico della sue presenza, del contatto del suo corpo, della sua voce che mi racconta di sé mentre stiamo abbracciate, a lungo, prima di assopirci assieme, è sovente la mia compagna, al posto suo.
In realtà non temo la solitudine in sé, ma l'amore trasforma l'assenza in un dolore acuto, un senso di soffocamento, di bisogno d'ossigeno.
Devo dire che non ho mai condiviso la mia passione di scrittura con lei, non so nemmeno esattamente perché, forse perché temo che si annoi, dato che più volte mi ha espresso il suo scarso interesse in generale per la poesia. Probabilmente la sua Musa, la Musica, è gelosa e non la lascia frequentare volentieri le altre sue colleghe, la vuole per sé in esclusiva. Ad ogni modo, non le ho mai inviato, mostrato o letto i miei testi.
Questo che segue avrebbe dovuto essere una eccezione: lo avevo stilato di getto, anzi quasi d'impeto, in una notte in cui la sua mancanza era divenuta insostenibile. Avevo sognato di lei e con il realismo sconcertante che hanno certi sogni legati ai nostri più vivi desideri, e mi ero svegliata agitata e fremente.
Stavo per copiare il testo e inviarlo via mail, ma poi, aocnra una volta, qualcosa mi trattenne, e non lo feci.
Le telefonai, invece, anche se era piena notte…

Vi lascio alla lettura, amiche dilette, amici, come di consueto, anzi, di più, con amore.
M.P.

(PS: Ora lei è qui, rimarrà tutta la settimana con me, è l'alba e dorme serena nella stanza accanto; è bellissima. Non sa che sto scrivendo di lei...)




Più della mia vita


Le stelle han fatto corona
alla mia fronte, mentre
il cielo sgombro attorno a me
s'apriva in un abbraccio.

Vagavo — sola — nella piazza
vuota; in fondo, oltre i ritti
piloni delle bandiere, spogli,
mormorava un mare amaro.

Alito di brezza empiva salmastra
una vela che tardava alla deriva,
e quel mare conteneva in sé
già la notte e il suo lamento.

Io in quel momento
respiravo unicamente
perché dovevo, e intanto
ti pensavo a me accanto, così

pur se non c'eri ti vedevo
al fianco del mio riflesso
nelle onde tremule
che abbracciavano la sponda.

Mi dicevo che non t'avrei
mai lasciata, ora che t'avevo,
sebbene ecco che tu non eri
allora che nei miei pensieri.

I miei pensieri seguivano verso
occidente il corso delle correnti
e gl'impetuosi venti che spingevano
alla deriva la mia mente scossa

come un natante erratico divelto
del suo timone. Vanamente
il suo nocchiero interrogava l'ago
dello strumento e gli astri muti.

Per l'intera vita, e oltre ancora
t'avrei cercata, fuori ogni rotta,
poiché tu eri, e sei, e sarai colei
che amo più della mia vita.



Marianna Piani
Trieste, Milano, 30 Gennaio 2017
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sabato 17 giugno 2017

Vetrine




Kees Van Dongen





Amiche care, amici,

Mi permettete un piccolo autoritratto?
Con un po' di civetteria, come s'addice a una signora.
E con la leggerezza di una canzonetta, in versi sciolti.

Eccolo dunque, per voi, con amore

M.P.




Vetrine


Rammento quando passando lanciavo
uno sguardo fugace alle vetrine,
o uno più prolungato allo specchio
del guardaroba prima di uscire
per aggiustare l'orlo della gonna,
o l'onda dei capelli studiatamente
sciolti sulle spalle, il nero sul bianco.

A volte allora mi sentivo a disagio,
e distoglievo subito lo sguardo
come se quel corpo minuto di donna
non mi appartenesse affatto. A volte
sentivo invece in me fiorire tutta
la giovane bellezza; e in quell'incertezza
tra la luce e l'ombra - io soggiornavo.

Mi atterriva quasi la perfezione
del seno piccino, che palpitava
candore da sotto la seta bianca,
l'innocenza delle mie spalle nude,
la molle curva dei fianchi che
inequivocabilmente diceva
tutto il mio essere femmina al mondo.




Marianna Piani
Milano, Gennaio 2017
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