«La Poesia è Scienza, la Scienza è Poesia»

«Darkness cannot drive out darkness; only light can do that. Hate cannot drive out hate; only love can do that.» (Martin Luther King)

«Não sou nada. / Nunca sarei nada. / Não posso querer ser nada./ À parte isso, tenho em mim todos los sonhos do mundo» (Álvaro De Campo)

«A good poem is a contribution to reality. The world is never the same once a good poem has been added to it. A good poem helps to change the shape of the universe, helps to extend everyone's knowledge of himself and the world around him.» (Dylan Thomas)

«Ciò che premeva e che imparavo, è che in ogni caso non ci potesse mai essere poesia senza miracolo.» (Giuseppe Ungaretti)

sabato 14 aprile 2018

Cucciola di donna



Amiche care, amici,

permettetemi di pubblicare questa piccola "canzone" dedicata alla mia fiamma, scritta diversi mesi fa, quando eravamo ancora lontane dal concretizzare il nostro sogno.
È un rapporto strano il nostro, fisicamente così diverse, quasi opposte quanto a gusti e stile, lei sempre casual, studiatamente trasandata, con quelle tenute un poco eccentriche, da musicista, da artista bohémien, io con i miei vestitini italiani, le mie scarpe coi tacchi, proprio io che ho sempre cordialmente detestato lo "stile boho"…
E con uno strano incrocio di ruoli, lei sensibilmente più grande di me, sebbene abbia dodici anni meno, mi segue come una paperella segue la mamma, d'istinto attratta dal mio spirito materno, me nello stesso tempo, giustamente, spinta a ribellarvisi. Io, piccola e (apparentemente) fragile tendo d'istinto a difenderla, a proteggerla, poi celo l'ansia perché so che l'irriterebbe.
Eppure, ne sono certa, queste differenze sono ciò che in ogni coppia felice salda l'unione.
Perché poi, miracolosamente, nell'intimo dell'unione d'amore ogni differenza, ogni contrasto di luce e ombra, si annulla, e assieme, solo quando siamo assieme, per incanto troviamo un perfetto equilibrio.

Amiche dilette, amici, vi lascio alla lettura, se lo vorrete, con amore

M.P.





Cucciola di donna


Son piccina, è vero.
E tu sei alta:
mi sopravanzi quasi
d'una testa intera. Eppure
sono io che di te
mi predo cura, sono io
che ti proteggo, quasi
come una mamma, dici,
e un poco sbuffi,
con quel certo accento
d'impazienza.

Amarti, cara fiamma,
è anche questo,
guardarti andare via
celando il pianto
perché tu non veda,
trasalire al tuo passo
sulle scale, tremare
al pensarti via da me
ad affrontare il crudo mondo
senza la mia difesa,
star con te
per quanto tu sia lontana.

Le tue mani sono grandi,
mani grandi, dico sempre,
da musicista;
le mie, minute –
tu mi dici, da bambina
imbronciata –
sono armate e pronte
al graffio e al morso
perché nessuno al mondo
ti ferisca.

Fragile la mia cura,
eppure è salda e forte,
quanto sei forte e salda tu
da femmina spavalda,
come alta alzi fiera
la fiamma della tua chioma
mentre lasci
che il mondo tuo t'applauda;
intanto attendo il tuo ritorno
con l'ansia stretta in gola
e l'orgoglio di chi ammira e ama
la sua cucciola gloriosa.
 


Marianna Piani
Milano, 28 Agosto 2017

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domenica 8 aprile 2018

In mezzo al prato


Amiche care, amici,

un paesaggio con figura...
Il paesaggio: il prato davanti a casa, al mio amatissimo buen retiro, al Lago Maggiore.
Il tempo: la fine della scorsa estate, quando tanti sogni erano ancora da venire, e parevano davvero troppo, troppo lontani da realizzarsi.
La figura: me stessa, la sognatrice…

Con amore, sempre!

M.P.







In mezzo al prato

Cosa c'è di più scontato, di più
banale di quest'immagine di prato,
di questo tenero paesaggio
che s'affaccia alla mia finestra,
qui, al mio lago argentato?

Laggiù, un ciuffo d'alberi ribelli
come la capigliatura d'un ragazzo
un poco tormentato
sporgono al limite del poggio, sotto
siepi folte a non finire
e quella timida foresta
che s'affronta ai primi tetti del villaggio.

Quassù, spira una brezza lieve
fresca di profumo di betulla,
recando con sé il mormorio un po' cupo
dell'autostrada che scorre a valle
come un fiume artefatto, di metallo:
da qui tutto pare incongruo,
estraneo alla natura di questo luogo.

Oltre il margine delle chiome altere
dei lecci centenari sulle rive
appare la luce intensa e tremula
dell'acqua nel bacino, che mi abbaglia:
pare tanto lontano
quell'autunno un po' schivo
che non si fa vedere ancora.

Ma domani la tempesta
che s'annuncia dal vibrare
ansioso delle foglie, e dai voli
folli delle folaghe a pelo d'acqua,
caccerà la lunga estate come se
non ci fosse mai stata.

Me che importa questo ora?
Il sole è così sincero, piano cala
come un velario rosso sulla valle;
il mio sguardo assieme a lui risale
il prato, non più fiorito -
ma ancora illeso, teneramente.

Scendo, nel giardino, per sposarmi
con gli steli e l'erbe smeraldo, indosso
una veste bianca, che mi piace
perché mi dà pace,
la gonna ampia cattura il vento
e si compiace,
il bustino è stretto al petto
e mi disegna bella
forse più di quanto sono.
Ma l'illusione così mi appaga,
e dunque mi consola.

Lascio le scarpine basse
poco fuori l'uscio
della mia piccola prigione e reggia
e m'inoltro nel giardino
scalza tra la gramigna, come dice
usino far le fate.

E dentro l'erba fresca infine seggo,
dipingendo attorno a me un grande cerchio
con la gonna, le braccia nude in grembo;
e se sopra me mi sporgo vedo
come io appaia uno strano fiore alieno
atterrato su quel terreno, proprio
in mezzo - in mezzo al prato.



Marianna Piani
Nebbiuno, 8 Settembre 2017

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lunedì 2 aprile 2018

Prima Primavera



Amiche care, amici,

una donna in amore, quale sono io ora, dimentica, trascura, abbandona tutto, ogni cosa, si lascia andare in un vortice di sensi e azioni attorno al solo centro gravitazionale della sua vita, in quel momento, il suo amore.
Così è anche per ciò che di più essenziale vi è al mondo, per me, la poesia, e anche per questo incontro periodico qui, con voi, che avete la pazienza e la bontà di soffermarvi su queste pagine a leggere i miei pensieri, e che ho trascurato, colpevolmente.
Perdonatemi.
So che mi perdonerete, per la mia sincerità.

Ma essere innamorate è anche rompere gli schemi, è una rivoluzione della propria vita, una rivolta alle convenzioni e alle abitudini, è un rinnovamento, una rinascita; e così anche qui, oggi, questo per voi voglio fare.
Non pubblico mai - come sapete - un solo verso prima che sia passato del tempo, anche molto tempo, prima di aver avuto il modo e la lucidità di riprenderlo, rielaborarlo, se necessario anche stravolgerlo del tutto. E mai pubblico ciò che ho appena scritto, magari di getto, mai alla prima stesura.
E non pubblico quasi mai versi così direttamente occasionali, come questa cosetta che esplicitamente intitolo alla Primavera che inizia appunto in questi giorni, clamorosa e luminosa come non mai.
Ecco. Oggi faccio eccezione. Cento eccezioni. Lo voglio fare, perché mi sento felice, così come sento felici questi ultimi versi, non sento nemmeno la necessità di rileggerli, perché parlano semplicemente di sensazioni che ho provato, che sto provando, perché sono nudi e sinceri, e veri, e parlano di me e di colei che amo, direttamente, senza "letteratura" o orpelli di stile. E l'amore che provo è tutto ciò che ho da dire, e da condividere con voi, amiche dilette, amici cari. Forse me ne pentirò… No non me ne pentirò: dell'amore non ci si pente, mai.

Perciò, per tutto ciò, ecco una poesia d'occasione, dedicata a colei che amo, a lei che, cattiva! non legge mai le mie poesiole…

Con amore

M.P.





Prima Primavera


Spalanco l'uscio di casa,
esco, quasi irrompo nel porticato:
il rigoglio precoce delle foglie
d'edera a cornice m'accoglie
come una sovrana salvatrice
del suo caro regno, e intanto
in disparte so che sta mia moglie
e m'osserva con la sua dolce
indulgenza amorosa, silenziosa.

È già tempo di gambe nude
e calze a sopire nel cassetto,
di vesti lievi che rivelano
più di quanto vogliano coprire,
del sentire la carezza delle gonne
che accolgono nell'intimo la brezza
eccitante e satura di voluttà
della natura che sospira di bellezza -
é tempo di obliare ogni volontà.

E così sia: per questo giaccio
abbandonata sul vimini a guardare
il cielo, che si svela azzurro
come un vaso di porcellana,
di quel blu banale, da dipinto
dozzinale da mercatino turco,
eppure così sereno da comunicare
serenità e quasi oblio del mio male
d'anima, che oramai è nel passato.

Sento intanto il verde del suo sguardo
indugiare tra i miei capelli sciolti,
e sulla fronte appianata (finalmente),
e poi discendere con grazia
e perfetta innocenza alle mie labbra
ancora umide di baci, e fermarsi
come in rapita contemplazione
sul balcone del mio seno, laddove
sotto palpita più tenero il mio cuore.

Darei un battito di quel cuore,
un intero battito per sapere
ciò che pensa ora la mia compagna:
forse è tanto immersa nella bellezza
di questo istante rubato al tempo eterno,
da non vedermi neanche... Oppure, oppure
vede di me ciò che di lei io vedo,
una fiamma che arde come vessillo

al nostro primo primaverile amore.


Marianna Piani
Ovunque con te, 01 Aprile 2018

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domenica 25 marzo 2018

«Pretty You»



Amiche care, amici,

ragionavo proprio ieri con una amica sul concetto di "felicità", la condizione umana più fragile e relativa.
Indubbiamente in questi giorni, personalmente, intimamente, io sono felice: ho realizzato un sogno che ,ai tempi in cui scrivevo la lirica che oggi vi regalo, sembrava lontano, irraggiungibile, quasi irreale.
Questa decisione presa e realizzata non senza difficoltà e paure, ha rinfocolato il mio amore come una folata di vento su un falò, sollevando scintille a coprire per numero e luminosità le più luminose stelle.

E con l'amore, con le sue ansie, con le sue attese, giunge quella che noi umani usiamo chiamare "felicità".
Eppure questo è un periodo triste, intorno a me, una situazione in cui ho capito di quanto sia difficile vedere non dico realizzati, ma almeno non minacciati i propri ideali, le proprie convinzioni più alte, le più care tra le proprie certezze. E ho realizzato di quanto l'essere umano possa, e voglia essere egoista, assetato di potere, razzista, chiuso a riccio nel proprio orticello striminzito con l'illusione che tutto ciò possa continuare per lui, al diavolo tutti gli altri, tutti. E di quanto la paura domini questo nostro universo, generando odio, risentimento, anche violenza. Che delusione, per una Umanista quale mi pregio di essere, "scoprire" l'esistenza di questa maggioranza rumorosa, tutta attorno a noi.

Per carità, lo sconforto, razionalmente, non ci deve far vedere ciò che (ancora…) non c'è. Siamo, grazie al Cielo, ancora lontani da una tragedia concreta e reale (anche se per alcune minoranze ciò potrebbe non essere del tutto vero) che possa paragonarsi a quelle maggiori della Storia: Il totalitarismo serpeggia pericolosamente nel nostro privilegiato occidente, preceduto come sempre nella Storia da un apparentemente più "inoffensivo" populismo, ma abbiamo ancora strumenti, creati in decenni di Democrazia Reale e di Lotte, che ci consentono di tenere a bada la belva, se lo vogliamo, anche se con fatica ed esponendosi a qualche rischio. E sappiamo che quanto più saremo disposti ad esporci in prima persona, e a correre questi rischi (come ha fatto quella coraggiosa ragazza che ha rifiutato di servire un potente perché dichiaratamente razzista, rimettendoci il lavoro, per me un simbolo di questi tempi, una Rosa Parks in sedicesimo), tanto più difficile sarà per i nemici della Democrazia e della Tolleranza "vincere" davvero.

Dico questo perché, personalmente ho vissuto, sto vivendo questo periodo in uno stato di angoscia, di tristezza, di delusione che contrasta drammaticamente con la felicità presente in questo stesso momento nella mia vita personale.
Come è possibile che convivano due sentimenti così opposti, la gioia esaltante di mettere su casa con chi amo, e la tristezza infinita per una situazione, da noi in Italia, ma non solo da noi purtroppo, di marea montante di odio, razzismo, xenofobia e, ciò mi riguarda anche privatamente, omofobia?
Ebbene, non è possibile, nel senso che le due cose non devono affatto "convivere", perché ciò che alla fine deve prevalere è il senso di ciò che noi siamo, le nostre certezze, le nostre convinzioni, e, naturalmente, il nostro amore.
Se c'è una lezione che Etty Hillesum, con il suo straordinario emozionantissimo Diario, ci ha lasciato è proprio questa: non c'è tragedia, orrore della Storia che possa scalfire la nostra profonda reale interna felicità, che proviene dalla certezza e dalla bellezza dei nostri Ideali, e dall'amore che sappiamo di poter esprimere con la nostra vita. La profonda, invincibile Umanità che si trova nelle righe di questa giovane donna, che rimane sé stessa, con la sua intima felicità di esistere, anche a contatto, fino ad esserne travolta, della peggiore tragedia dell'Umanità, questa è una testimonianza che deve rimanere un esempio per tutte, tutti noi.

I nostri "mostri" - per fortuna - sono ancora poco più che dei buffoni, e la loro "granitica coerenza" si sfalda già ora solo per la smania di accarezzare la ampolla tossica del Potere. Possiamo e DOBBIAMO combatterli, rallentandoli, fermandoli (ricordando che anche Mussolini e Hitler parevano dei "buffoni" all'inizio, così come oggi ci appaiono personaggi molto pericolosi come trump o kim) prima che possano crescere tanto da provocare danni davvero irreparabili.
No, personalmente non lascerò che l'amarezza del momento incida in alcun modo sulla mia felicità privata, personale. L'amore, che è il sentimento che in questo momento prevale su tutto nella mia anima, è superiore a qualsiasi malvagità. E promuove un ottimismo di fondo in ogni mia azione...

Vi lascio alla lettura, amiche dilette, amici, di questa lirica, che racconta, tenta di raccontare come è avvenuto, inatteso, improvviso, imprevedibile - e travolgente - il mio primo incontro con l'amore della mia vita. A volte la vita cambia in un istante, in un "colpo di fulmine", generato magari da una piccola, breve frase, come quella del titolo…

Con amore, più che mai, carissime, carissimi!

M.P.






«Pretty You»


Mi dicesti così, innocente e piana
come solo tu sai fare:
"sei bella". You're so pretty.
E io non seppi che crollare ai tuoi piedi
e innamorarmi alla follia di te.

Proprio tu, che la bellezza,
quella umana e quella degli dei,
tratti da pari a pari, proprio tu,
che incedi e ti concedi da regina,
giocavi coi miei capelli e l'impazzivi.

Proprio tu che hai il fuoco
in cuore e fiamme in luogo di capelli
e i prati delle tue terre proiettati
nelle pupille, tu con il tuo volto
candido costellato di scintille:

tu mi dicesti bella, nel tuo accento
morbido e suadente, e una luce
di desiderio già sulle tue labbra
vivido e perverso, come il riflesso
viola del tuo colpevole rossetto.

Dall'ammirarti a amarti allora fu
questione d'un istante.
E quando fosti nuda nel mio letto
e io fui totalmente soggiogata
dalla tua essenza, solo allora seppi.

Seppi, oppure m'illusi, e dissi:
il nostro amore è un amore bambino,
lo nutriremo, lo cresceremo insieme,
tu ed io, fino a che
riluceranno le nostre stelle in cielo.


Marianna Piani
Milano, 20 Agosto 2017


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mercoledì 21 marzo 2018

Sono figlia



Amiche care, amici,

non commenterò troppo a lungo questa breve lirica, che è una confessione di felicità e di ardore, nonostante la melanconia sembra pervaderla. Vi lascio volentieri alla sua lettura...

Solo alcune riflessioni a margine, oggi, rpimo giorno di Primavera...

Per tutte e tutti l'accettazione di sé stesse/i è solo l'arrivo, mai raggiunto, di un lungo, faticoso percorso.
Per una persona omosessuale, ve lo posso assicurare, vi è una componente di sofferenza e di intensità maggiore, per lo scontro continuo con morali e convenzioni che si sente in qualche modo di infrangere, per sensi di colpa tormentosi e che paiono infiniti.
Eppure raggiungere l'amore, in qualunque forma sia, è l'unica cosa che ci può dare il senso di questo nostro cammino.
Amare una persona, rispecchiarsi in essa, è l'unico modo che abbiamo per avvicinarci alla meta del proprio completamento.
Rimane sempre una parte di accettazione del sé che rimarrà perennemente critica, problematica, ma ritrovare nello sguardo di un'altra persona il proprio volto, oddìo, aiuta, aiuta molto: a pensare che in fondo, nella nostra fragile umanità, contiamo qualcosa per qualcuno, esattamente come costei, o costui conta per noi.

Sporadicamente ho partecipato a qualche "Gay Pride", e mi piace questo senso di "orgoglio" conclamato, perché occorre gridarlo al mondo, senza vergogna, contro quanto ancora rimane (e non è poi molto, per fortuna, almeno da noi in Europa) di oscurantismo, chiusura, pregiudizio, paura (sì, molti, Dio solo sa perché, hanno paura di noi!), fino all'odio che arma mani di fanatici e squilibrati.
Ma non è tanto l'orgoglio il sentimento che io sento di professare.
È piuttosto la serenità, pur nell'inquietudine, di essere me stessa.

Essere nata omosessuale, ora, dopo un lungo, sofferto percorso, lo considero un dono, non una privazione, o tanto meno una deviazione: un dono perché mi ha dato modo di vivere la mia vita più intensamente, di confrontarmi con il mondo da una posizione di fragilità e debolezza, di non dare mai nulla per scontato o acquisito. E tutto questo ha certamente contribuito a esaltare la mia sensibilità.
È più facile, quasi naturale, per persone sottoposte a discriminazione, sia pur blanda come nel mio caso, costrette a lottare - anche con sé stesse - per affermare la propria individualità, il proprio diritto alla felicità, giorno per giorno, è più facile, credo, anche se certo non automatico, comprendere e solidarizzare con le parti più deboli, esposte, della nostra spietata società, i poveri, gli immigrati, i clandestini, tutti i deboli e i diversi, di ogni fede, sesso o colore.
Forse devo proprio a questa mia sensibilità, più acuta e scoperta, quanto di bello e di buono io cerco di essere proprio nei confronti del mondo, in una visione di tolleranza, accoglienza, condivisione.
Di questa sensibilità sì, amiche dilette e amici - e non dell'essere omosessuale per la cui cosa non ho alcun merito o demerito - sono "proud", orgogliosa!

Con amore

M.P.







Sono figlia


Sono figlia del mio stesso sogno
che contempla la mia fuga, il viaggio
verso un vasto mondo, oltre la distesa
delle onde ostili e infide.

Sono gemella del mio anelito
di ghermire e donare il godimento
del corpo e l'anima nella bellezza
aperta del mio stesso stupendo sesso.

Sono immagine del mio immaginare
la ribollente vita contro l'immota
morte, che non demorde, triste segno
sopra muri a calce secca.

Sono il volto del mio tempo consumato
che mi sfuma dentro come una fiamma
che non trova più alimento
né ragione di avvampare, eppure avvampa.

Sono il vento che mi colse dalla culla
e mi rapì con sé fino in vetta, dove
potei abbracciare i destini della gente
e quello mio, differente.


Marianna Piani
Milano, 12 Agosto 2017

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sabato 17 marzo 2018

Audace



Amiche care, amici,

questa lirica racconta di un viaggio, l'unico finora in cui ho potuto presentare la mia città alla mia fidanzata, lei Irlandese, della terra di Joyce, era curiosa ed eccitata. Mi disse tra l'altro che voleva assolutamente provare questo famoso vento, la bora, di cui aveva sentito parlare, ed ebbe fortuna, perché, anche se un poco fuori stagione, e pur essendo più rara che in passato, furono proprio giorni di bora, anche se moderata.

La condussi a fare forse l'esperienza più "triestina" che si possa immaginare: risalire, in piena bora, fino in cima al grande molo che fronteggia la piazza del Municipio - Piazza dell'Unità - e si spinge per oltre duecento metri nel golfo, in direzione del (lontano, sullo sfondo) Castello di Miramare. Il molo ha il nome di "Audace" in ricordo del cacciatorpediniere Audace che vi attraccò nel 1918 segnando la fine del I° conflitto mondiale e la definitiva annessione della Città al territorio Italiano. Per la Storia…

È una esperienza davvero speciale, il molo è molto largo e sicuro, ma la bora, quando soffia con acceso vigore come in quei giorni, spazza il mare e inonda di schiuma e salsedine l'intera superficie. Questo, più il lastrico a grandi pietre rettangolari in granito, molto irregolari, che rendono faticosa e precaria la camminata con i tacchi (del resto sempre sconsigliati in quella città così mossa e irregolare, ma io su questo sono una testarda), più la spinta vigorosa del vento - credetemi, molto vigorosa, e per di più a folate imprevedibili e improvvise - danno la sensazione di essere a bordo di una nave, in navigazione a un'andatura da macchine a tutta in pieno mare. Credo che questa esperienza sia unica, unica di questa città, che per tanti versi mi somiglia, o magari sono io che, nonostante tanta assenza fin dai miei vent'anni, continuo a somigliarle.

Per gli innamorati - o le innamorate - poi è quasi d'obbligo, raggiunta la cima del molo, accanto alla grossa bitta con la rosa dei venti che segna la ideale "prua" di questa ideale imbarcazione di pietra, emulare la scena del Titanic con un lungo, appassionato, profondo bacio, con i capelli che sferzano i visi infiammati dal desiderio, dalla salsedine e dal sole, e le vesti piene di vento e di mare, che giunge fino nei più intimi e segreti recessi dell'anima e del corpo…
Audace è il nostro amore; audace - sempre - è l'amore…


Per voi, amiche dilette e amici, con infinito amore!

M.P.






Audace


Vieni, vienimi accanto, non temere,
qui con me sull'orlo ultimo del molo,
guarda, guarda questo mare audace
che si stringe a noi tutto intorno.

Questo mare che si spinge oltre il mondo
e l'immaginazione, guarda e ascolta
quando rumoreggia contro gli scogli
o canta melodie esotiche e ci incanta.

Ascolta e non temere il solenne
folle infuriare del vento
che ci investe alle spalle, solleva
le vesti con brividi di malizia

scoprendoci le gambe al sole
che tramonta sul limite finale
del cielo estivo che ci appartiene
come si appartengono i nostri cuori.

Tu, che non sei nata su queste spiagge,
non sei avvezza alla nostra allegra
impudicizia, cerchi di fermare
la gonna che impazza sulle tue cosce

mirabili e fiere; io lascio che gonfi
come una vela la sottana bianca,
come fa ogni ragazza di questi luoghi,
per l'emozione di sentire il vento

e lo sguardo ammirato della gente
accarezzare la mia pelle nuda.
Anche il tuo sguardo su me si posa
sorpreso e pieno di domande mute.

Nulla, credimi, può darmi incanto -
e turbamento - più di quel tuo verde
innocente sguardo su me confuso
per un istante che voglio eterno.

Vieni accanto a me, non temere,
appoggia il capo sulla spalla mia,
lascia che i tuoi capelli e i miei avventati
si fondano in un groviglio di colori

nero e rosso, porpora e carbone.
Guarda questo mare che ci attende:
affidiamoci alla sua forza
per la costa opposta, anneghiamo

nei nostri magici pensieri: siamo
solo frammenti sparsi, nell'assenza,
nella nostra attesa d'un infinito
che ci prenda.



Marianna Piani
Milano, 16 Agosto 2017

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martedì 13 marzo 2018

Ferrovia costiera




Amiche care, amici,

questa poesiola la scrissi pensando a quando per la prima volta lasciai la mia città natale, con l'intenzione di non ritornarvi per lungo tempo, forse mai più.

La lasciai dunque senza rimpianti: ero rimasta sola, e me ne partii quasi con rabbia, come se volessi dare alla città la colpa di ciò che mi era accaduto. Anche mia sorella, Paola, partì, si separò da me senza voltarsi indietro, forse lei in qualche modo incolpava me di ciò che era accaduto; allora non lo sapevo, ma non l'avrei più rivista.

Me ne partii dunque senza rimpianti, tuttavia qualcosa dentro di me si spezzava, e provavo un sordo senso d'angoscia, ma non per tutto ciò che mi era accaduto e che mi aveva infine spinto a partire, ma proprio per tutto ciò che, assieme ai miei anni più felici, lasciavo alle mie spalle. A partire dal paesaggio, lo splendido, inconfondibile ("aspro e vorace" per dirlo con le parole di Umberto Saba) paesaggio triestino e del suo ampio e quieto golfo.

Come sa chi ha avuto modo di visitare questa città (oltre ovviamente a chi vi abita o vi ha abitato), il tratto ferroviario che la unisce al resto dell'Italia - e del mondo, direi - percorre la stretta striscia di terra che, chiusa tra le alture carsiche e il mare, porta fino a Monfalcone, dove il paesaggio sfocia allargandosi nella parte più orientale della pianura veneta. Appena partiti e per almeno una ventina di minuti il convoglio procede a velocità molto moderata, per via delle molte curve che seguono il contorno orografico della costa, tra macchie mediterranee di pini marittimi e arbusti, brevi gallerie e molte aperture panoramiche sul golfo, un centinaio di metri più sotto. Queste sono le ultime immagini che il viaggiatore registra della città che sta lasciando, le ultime immagini che porta con sé nel suo ricordo.

E ora, a distanza di tanti (tropi) anni da quella prima partenza "definitiva" (anche se in seguito sono tornata a Trieste molte volte, pur tutte di breve o brevissimo periodo) il ricordo pian piano sfuma ineluttabilmente nella nostalgia.

Grazie sempre, amiche dilette e amici, per essere con me in questi miei percorsi sentimentali e personalissimi.

Con amore (tanto)
M.P.







Ferrovia costiera


Il pensiero, il ricordo, il sogno a volte,
ricorre a quel mare che da molti anni
ho lasciato - senza rimpianto.

L'ultima curva della ferrovia,
tra i roccioni spaccati e i fitti rovi,
apre dall'alto al golfo come d'incanto.

A quell'ora lo scintillìo del sole
sull'onde è intollerabile per quanto
è intenso, ma dura appena un istante.

Subito il convoglio s'infila - cambiando
di tono il canto - in una galleria,
tetra come il timore di morire.

Quanto fu acuto allora il mio sentire,
in quel preciso istante, da fuggitiva,
che non avrei rivisto più quel mare

come sua figlia, come sua sposa,
come sua amante.



Marianna Piani
Milano, 9 Agosto 2017

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