«La Poesia è Scienza, la Scienza è Poesia»

«Darkness cannot drive out darkness; only light can do that. Hate cannot drive out hate; only love can do that.» (Martin Luther King)

«Não sou nada. / Nunca sarei nada. / Não posso querer ser nada./ À parte isso, tenho em mim todos los sonhos do mundo» (Álvaro De Campo)

«A good poem is a contribution to reality. The world is never the same once a good poem has been added to it. A good poem helps to change the shape of the universe, helps to extend everyone's knowledge of himself and the world around him.» (Dylan Thomas)

«Ciò che premeva e che imparavo, è che in ogni caso non ci potesse mai essere poesia senza miracolo.» (Giuseppe Ungaretti)

sabato 14 luglio 2018

Sullo sfondo, il mare



Amiche care, amici,

dopo una interruzione di un paio di settimane, dovuta a un sovraccarico di lavoro, riprendo questo nostro appuntamento settimanale con una lirica a quartine libere che scrissi diversi mesi fa, a Milano, presa dalla ricorrente nostalgia che ho sempre provato al ricordo dell'angolo di mare sulla cui riva nacqui e crebbi per tutti gli anni della mia infanzia e della mia prima adolescenza.

Nulla ancora faceva presentire la orribile deriva sociale e politica in cui oggi ci troviamo, il mio era solo un richiamare sommessamente il senso profondo per me delle mie origini marinare, seppure in fondo a quella angusta appendice d'acqua salmastra che è l'alto Adriatico.
Eppure, inconsapevolmente, coglievo nel segno, poiché ciò che sentivo più caratterizzante della mia (e nostra, in quanto Italiani) origine marinara era proprio ciò che oggi troviamo più negato, messo in discussione, perfino dileggiato: cioè il fatto che istintivamente il mare ci dà un'apertura mentale, una predisposizione al viaggio, alla fuga, all'emigrazione, e, per simmetria, all'accoglienza, alla capacità di incontrare e mescolare etnie, provenienze, religioni tale da pervadere tutta la nostra cultura.
Purtroppo, ora la situazione è talmente degradata che ho dovuto assistere, proprio nella mia città d'origine, al prevalere di forze assolutamente estranee, anzi, apertamente ostili ai caratteri che più grande hanno fatto nei decenni, nei secoli, la mia città: un "melting pot"  culturale, etnico, religioso molto, molto prima che ciò divenisse un carattere dell'Europa dei Popoli (contrapposta a quella, di tristissima memoria, delle Nazioni). A Trieste ha vissuto per decenni, e secoli, una miriade di genti di ogni provenienza, non senza conflitti ovviamente, ma anche nel caso di questi conflitti, a volle sanguinosi, si trattava di tensioni più importate dall'esterno che proprie della cultura autoctona.
Su queste basi multiculturali, multietniche e plurilinguistiche ha trovato un humus fertilissimo una delle letteratura più vive e variegate del Novecento, come tutti sappiamo.
Ebbene, questa città, proprio la "mia" amata Trieste, la Trieste di Saba, Svevo, Joyce, Giotti, Tomizza, Magris, ha espresso alle ultime elezioni una "maggioranza" del tutto allineata e omologata con quella del resto del Paese, e questo mi ha lasciata senza parole, incredula, sconvolta.

Ebbene, questi versi, che ho lasciato tali quali li avevo scritti nella prima stesura - salvo pochi aggiustamenti metrici e rimici, - mi appaiono ora più che mai in tema, purtroppo. Ci sono al potere personaggi che pretendono di rappresentarci, oggi, mentre si adoperano per chiudere porti, respingere genti, seminare odio e intolleranza. Ebbene, questi personaggi non ci rappresentano affatto, sono lontanissimi, anzi antitetici a ciò che, per nascita, per istinto, per cultura, noi gente di mare siamo sempre stati.
Noi incontriamo, accogliamo, ci affidiamo, sogniamo, partiamo, viaggiamo.
Lo abbiamo sempre fatto.
E sempre lo faremo.

Perché QUESTO è il carattere di una Città, e di un Paese come il nostro, proteso come un pontile in mezzo al mediterraneo; questo, non altro.
Personaggi come quelli cui accenno sopra non solo non ci rappresentano, ma sono anzi come un virus, un'infezione maligna, di cui ci dobbiamo liberare, al più presto, prima che sia troppo tardi.

Amiche dilette, amici, con amore, sempre!

M.P.






Sullo sfondo, il mare

Qui posso solo avere memoria
del mio specchio di mare
del suo tiepido odore, come quello
primordiale del seno di mamma.

Della sua voce, tenera e ostile,
a volte infuriata - ci pare -
per le nostre vane vite sprecate,
e invece è solo il vento

che gli dà tormento.
Memoria del suo respiro,
che sa d'immenso, e quand'è in pace
si compiace – della nostra letizia,

della nostra voglia di andare
lontano, nel mondo, lungo rotte
che ci sono nuove, per genti nuove
da incontrare, da affrontare, forse da amare.

Manca, qui, lontano dal mio mare,
la gran distanza, il senso del profondo,
la libertà di partire, in ogni momento
per un ignoto mondo, e poi la luce:

la stupefacente luce delle onde,
abbacinante, ammaliante.
A volte troppo chiara e innocente
per poter essere umanamente accolta.

Noi, che al mare affidiamo la nostra
memoria, la nostra storia,
che da sempre accogliamo i naviganti
nei nostri porti, da sempre sogniamo

di perderci all'orizzonte.



Marianna Piani
Milano, 20 Ottobre 2017


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sabato 23 giugno 2018

La sposa d'Irlanda




Amiche care, amici,
diversi mesi fa scrissi questa "poesia nuziale", dedicata alla mia compagna, e allora non immaginavo come tutto ciò sarebbe stato presto vero, un sogno a un passo da essere realizzato.
E non sapevo, anche se lo sognavo, che avrei lasciato il mio Paese per stabilirmi in questo - che mi sembrava ancora lontanissimo - accanto a chi riamato mi ama.
Mille cose mi legavano al mio (ahimè, disgraziato) Paese, e muovermi, emigrare, mi sembrava una impresa azzardata e difficilissima. E lo era.
Eppure, quando è forte la volontà, la necessità, ogni ostacolo viene superato.
Perfino portare qui i miei adorati gattini, che certo non volevo lasciare per nessun motivo; vi assicuro che non è stato il più semplice dei problemi che ho dovuto affrontare. Poverini, loro poi si sono dovuti sopportare quattordici ore chiusi in una gabbietta, proprio loro che sono stati allevati liberi e senza costrizioni. Ma ora. dimenticata la paura e la sofferenza, sono anch'essi felici, come noi.


Ora stiamo finendo di metter su casa, che non chiamiamo nido, direi piuttosto "tana": due gattoni e due… gattine…

Vi voglio bene, amiche dilette e amici miei, con tutto il mio amore…

M.P.






La sposa d'Irlanda


Ti chiamerò mia sposa, un bel giorno.
Quando le nubi dell'Irlanda, tutte
allineate e docili di sguardi
ci faranno da corteo, noi due,
tu ed io, entrambe in veste bianco-crema
sulla nostra Toyota in carta bianca
e zucchero filato.

Ti chiamerò mia sposa, tu che fosti
la mia amante per questi lunghi mesi
di lontananza, ti chiamerò sposa
e lo sarai, stretta al mio fianco,
per una volta doma, una puledra
che scalpita ma resta, resta solo
perché ella mi ama.

Sarai mia sposa, quel giorno, donna,
mentre le campane delle chiese,
senza sapere, squilleranno a festa
per noi due che siamo come sorelle
nel pensiero e nei sogni più proibiti.
Ti prenderò per mano, son piccina,
spalancherò la casa del mio cuore.

E sarà per sempre, almeno quel giorno:
ti prenderò così, al volo, farfalla,
ti morderò le labbra di corallo,
come a te piace sopra ogni cosa,
e poi annegherò nel mare inquieto
del tuo piacere, assaporerò

il dolce gusto del nostro abbandono.


Marianna Piani
Milano, 22 Settembre 2017



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domenica 17 giugno 2018

Il senso del suo dolore



Amiche care, amici,

questi versi furono originati dal dolore, e davvero non mi sento di commentarli.
Posso solo dire che, a distanza di quasi un anno quei momenti sono ancora incisi nella mia anima, e ancora fanno male.
Ad affrontare il dolore, alla fine di tutto, poco importa chi ci circonda, siamo sempre soli.
Ci dà una specie di sollievo solo una strana, invincibile speranza. Che non ci lascia mai, contro ogni logica: la vita.

Vi lascio alla lettura, come sempre, da sempre, con amore

M.P.


Il senso del suo dolore


M'accostai all'amica e al suo dolore:
con estrema circospezione
e tutta la dolcezza che tenevo in cuore.

Era il dolore d'un distacco
da tempo atteso, nemmeno più temuto:
tra i molteplici dolori della vita
il più finale e acuto.

Lei sedeva su una seggiola di paglia,
muta, sopraffatta dai suoi pensieri,
ignara tutta della mia esistenza.

Io m'accoccolai ai suoi piedi,
come mille volte da bimba feci,
le mie ginocchia nude, piano,
toccarono le sue.

Un breve brivido ci prese
a quel contatto lieve,
lei levò il suo sguardo al mio - breve.

Fummo così vicine in quell'istante
come da tanto non accadeva,
la mia pelle contro la sua,
le chiare sue pupille nelle mie nere.

Eppure mai mi sentii da lei distante
come allora: era il dolore, poiché
nulla quanto il dolore esclude.

Nulla allontana chi si ama
quanto il suo male.
Chi soffre è solo, completamente,
nulla può che disperare.

. . .

 

Serrai piano le sue mani nelle mie:
per la prima volta vidi i suoi occhi
fieri sciogliersi in un quieto pianto.

Volevo dirle tanto, e forse
anche lei sperava, ma intanto
ci sopraffece la stanchezza
e una immensa mutua tenerezza.

Nulla potevo ormai fare, tranne
farle sentire la mia presenza:
e ciò solo feci. Questo soltanto.

Sentii il suo affanno farsi lieve.
Le sue mani si sciolsero con dolcezza
dalle mie, senza un fremito, come neve
al sole, senza incertezza.

Il dolore unisce
e nell'unir consola solo
chi ne conosce la vera essenza.



Marianna Piani
Milano, 26 Agosto 2016



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sabato 9 giugno 2018

Quell'ora




Amiche care, amici,

ripenso oggi a quei giorni, e quelle notti, di solitudine densa, quasi palpabile, ora che sono scivolate spero ormai per sempre nel passato, e di cui i versi che oggi vi propongo sono la traccia. Un tema a me caro, ci ritorno spesso.

Innamorarsi di una persona che non può starci vicina quanto vorremmo è davvero una specie di supplizio, anche se d'altra parte ricordo vivamente l'intensità quasi parossistica del desiderio vissuto in quei giorni, acceso e in un certo senso alimentato in parte proprio da quelle assenze e da quelle distanze. Quasi a compensazione di ciò che perdiamo, passiamo dei momenti indimenticabili quando finalmente la persona ritorna dal viaggio, dall'assenza più o meno lunga, e seppur per poco ci è accanto.
Ora finalmente la sua presenza sta diventando una tenera, calda, costante sicurezza, e l'amore per noi due ha iniziato la quieta fase della consuetudine, dell'intimo reciproco abbandono. "L'amore che strappa i capelli" - per citare Fabrizio De Andrè - non è ancora finito, per fortuna, si esprime a momenti ancora con tutta la sua intensa sensualità. Ma ora la nostra storia, dal tumulto iniziale si è evoluta in una per noi nuova, dolcissima vita coniugale.
Sarà come nelle fiabe un "e così vissero felici e contente"?

Amiche dilette, amici, grazie di cuore per la vostra amicizia e la lettura che mi concedete.
Con amore


M.P.




Quell'ora


È quasi l'ora.
Ogni giorno, alla fine del suo tempo
giunge quest'ora,
calda, se ci accoglie amica,
gelida quando la solitudine assale.

È l'ora in cui la stanchezza prevale,
il sonno tarda a trovarci,
la solitudine, nella lontananza,
è intollerabile, e non sa perdonare.
Affondiamo tra coltri indifferenti.

Le dita affondano con brama
vorace nel guanciale:
è la brama della sua essenza,
mai così intensa com'è ora ch'è assente.
Speriamo ancora nel nostro sogno.

È un rinnovato gesto di fede
questo che ci accompagna ogni notte
al sonno. Fede di ritrovare
dopo l'oblio di questa morte apparente
la vita ancora, nuovamente.

Sul guanciale permane
un profumo ben noto:
quello dell'amante lontana
che non s'è ancora dissolto.
"Tu sei con me, lo sei sempre" - ci diciamo

e ci addormentiamo, finalmente.


Marianna Piani
Milano, 14 Ottobre 2017

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domenica 3 giugno 2018

Su di te


Amiche care, amici,

in questi giorni - per me pieni di felicità per l'amore che sto vivendo, e contemporaneamente di angoscia per le ombre cupe che hanno avvolto - mai così nella Storia, dopo la Liberazione - il mio Paese d'origine, mi capita di chiedermi, con tristezza, se ha senso per me ancora scrivere (non dico leggere, quello è inevitabile se voglio vivere, dato che "fatta fui non per viver come i bruti" al governo) Poesia. Se per me sia ancora possibile, o piuttosto necessario, come un tempo, scrivere poesia.
Non sono mai stata capace di trasfondere in versi i miei sentimenti più strettamente politici e ideali, lo considero un mio limite, poiché per altro ammiro i Grandi - e Grandissimi - che hanno saputo farlo, da Dante a Pasolini.
La poesia, lo scrivere poesia, per me è sempre stato un flusso spontaneo, che direttamente viene dal cuore, come una sorgente di montagna, scaturisce libera come acqua pura, in certo senso incontaminata, direttamente dall'anima. Il mio impegno politico e morale rimane affidato al mio vivere mondano, anche se ovviamente anch'esso è legato al mio sentire profondo, alla mia educazione, alla mia sensibilità.
Inoltre per me l'indignazione suscita invettiva, e non trovo il modo di esprimerla compiutamente in versi, anche se gli esempi stessi che ho citato ("Ahi Pisa, vituperio delle genti…") stanno a dimostrare che la Grande Poesia anche di questo è fatta. Ma appunto ci vuole una GRANDE poesia, e mai come in questi casi mi rendo conto quanto la mia, quand'anche riesco a raggiungerla, sia una poesia esile, minore, minima…
Tuttavia, di fronte all'imbarbarimento, al dilagare dell'inciviltà e dell'incultura, incarnata così bene dai nostri attuali "eletti dal popolo", ogni attività che investa e promuova sulla bellezza, sulla semplice e pura bellezza, è in sé eversiva, rivoluzionaria.
I proiettili che si conficcarono nel petto di Garc
ía Lorca, poeta puro e innocente quanti altri mai, strappando all'umanità il bene inestimabile di anni e anni di futura meravigliosa produzione poetica, stanno a dimostrare proprio questo, quanto anche chi lotta semplicemente per creare qualcosa di bello e condividerlo con il mondo è sostanzialmente rivoluzionario. E tale è considerato dai potenti, dagli autocrati, dalle cricche totalitarie di ogni segno e colore, di tutti i tempi.

Per cui, alla fine, mi rispondo sì, Marianna, proprio adesso, più che mai, non solo puoi ma DEVI continuare il tuo lavoro, che sia nell'artigianato umile e quotidiano del disegno per bambini, o nell'espressione libera da dilettante della scrittura. Per quel che vale, anche pochissimo, vale, almeno come rivendicazione di una inviolabile libertà della bellezza e della cultura.

Per questo scelgo, un po' polemicamente, di pubblicare proprio oggi dei versi che erano destinati a rimanere privati, versi che parlano esplicitamente e senza veli di pudore del mio intendere, sognare, e fare l'amore, un amore che, per alcuni dei tetri figuri che ora occupano i palazzi, è talmente "scandaloso" da negarne addirittura esistenza.
No, l'amore è amore, qualunque cosa i grigi infelici tutori di una "morale pubblica" inesistente, di una concezione reazionarie e retriva ormai negata e superata perfino dalla religione ufficiale, possano pensare o dire…

Vi lascio alla lettura, amiche dilette e amici, ora più che mai, con amore.

M.P.





Su di te


Su di te mi adagio - piano.
Sotto di me tutto il tuo mondo
di valli, e piane, e dolci prati
e imprevedibili dirupi:

Il tuo corpo, abbandonato,
privo ormai d'ogni volere
o resistenza ai miei amplessi
e ai miei baci, bianco e puro

come un campo tutto innevato
splendente al sole e pronto
a fondersi al calore atteso e reclamato
liberando un tripudio di corolle

lampeggianti ed ebbre di profumi.
Io che in te vedo la primavera
che s'affaccia all'estate più matura,
quella delle frutta e del grano biondo,

temo quasi di turbare
questo tuo sereno aprirti
al desiderio e alla natura
con l'innocenza d'una bimba pura.

Ora che mi abbasso, poco a poco
per averti più vicina, per sentire
la brezza inquieta del tuo respiro,
il mio seno preme il tuo, piano,

il tuo ventre, con un sussulto lieve
si assoggetta al mio, i tuoi fianchi
stretti fra le mie gambe, rassegnati
come quelli di una puledra doma.

Solo allora, con titubanza estrema,
le mie labbra raggiungono le tue
e con le tue si fondono
in un liquido sogno
di impetuose scintillanti gioie.


Mariana Piani
Milano, 18 Agosto 2017


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sabato 26 maggio 2018

Fine della memoria


Amiche care, amici
non commenterò questa riflessione, cadenzata in distici brevi, voglio lasciare che dica ciò che sa dire senza mediazione, senza prefazione.
Posso solo dire che parla dell'epoca che stiamo vivendo, un'epoca in cui, con l'esplosione della supernova digitale, e con la crisi irrefrenabile di ogni altro sistema di comunicazione e sapere, sembriamo condannati a un definitivo presente, precluso al futuro, e sempre più sterilizzato, privo di ogni deposito stabile di saggezza, di conoscenza, e quindi di memoria.
La perdita definitiva e irrecuperabile della memoria potrebbe essere la più grande catastrofe di sempre per il genere umano, e ne vediamo già molti inquietanti segnali.

Vi lascio dunque alla lettura, amiche dilette e amici, come sempre, con amore
Grazie per essere qui con me, in queste pagine


M.P.






Fine della memoria


Un tempo fu il pensiero
e la carne e il sangue dell'uomo.

E prima ancora lo spirito fu  -
il dio umano e sovrumano

e la terra - e il fuoco - e il calore -
e il male oscuro - senza perdono

e il vento dell'eterno mistero
celato o rivelato - nella parola.

Poi fu la macchina - il ferro -
il meccanismo - la caldaia - la turbina,

e con questo venne dunque la forza -
dalla diga giù fino alla valle.

Come in un ferale abbraccio -
una luce tale da svanire le stelle.

Infine venne l'archetipo minimo - quello
dell'uno e del nulla - della nulla sostanza

deflorata in una nuvola rara
immensa - di apparenza onnipotente.

Ha più senso la parola - o un cluster
di pulviscolo atomico in viaggio

verso un infinito tanto folgorante
quanto destinato all'oblio?

Di quest'epoca qualcuno dirà
dopo millenni che non saranno di storia

che fu l'epoca questa
della fine della memoria.



Marianna Piani
Milano, 12 Ottobre 2017

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sabato 19 maggio 2018

Lontananze



Amiche care, amici,

ora mi sembra un tempo lontano ere geologiche, ma nemmeno un anno fa ancora vivevo questo amore a distanza, lei mi raggiungeva a Milano di quando in quando - e più di rado perché lavoro e portafoglio non me lo consentiva più di tanto, ero io a raggiungere lei.
Era un amore esaltante, con questi continui distacchi e ricongiungimenti, era come innamorarsi di nuovo daccapo ogni volta.

Ma le lontananze, e le solitudini, proprio io che non ho mai per fortuna nella mia vita sofferto di solitudine, si facevano via via più pesanti da sopportare.
Avevamo questo progetto di iniziare una convivenza vera e piena - io da parte mia anche un progetto di matrimonio che pian piano sono riuscita a condividere con lei che, essendo assai più giovane di me, si mostrava un poco riluttante - ma non sapevamo se questo si sarebbe concretizzato in Italia o in Irlanda.
Personalmente non avevo dubbi sulla scelta, fin dall'inizio, ma lei era (ed è) innamorata dell'Italia, come lo sono gli stranieri che dell'Italia sanno solo il tantissimo bello che il nostro Paese può offrire e trascurano o non sanno il troppo pessimo. Ma poi la situazione da noi si è fatta sempre più irrespirabile, perfino pericolosa per coppie "diverse" come noi, e la decisione è stata presa: sono emigrata io, tanto io dell'Irlanda me ne innamorai durante un viaggio di tre anni fa, prima ancora di incontrare lei e di innamorarmi follemente anche di una irlandese dal pelo rosso e occhi verdi, come nel più puro stereotipo.

Inoltre potevamo sempre tornare come turiste in Italia, che è probabilmente (costi e organizzazione a parte) il modo migliore di "vivere" il nostro Paese - "bello e impossibile" - considerando che io ovviamente, essendo indigena, posso evitare comunque tutte le trappole micidiali tese ai danni dei turisti - e delle turiste ancor di più - straniere.

A quel tempo comunque la solitudine si faceva rabbiosa, intollerabile, ogni volta che la mia amata chiudeva la porta dietro di sé, e sentivo i suoi passi frettolosi scendere le scale e il taxi allontanarsi nella nebbia come in un dramma sentimentale in Bianco e Nero (l'ho accompagnata in aeroporto solo una volta, poi non l'ho fatto più, perché detesto piangere in pubblico).

Mi accorgo adesso di averne scritte molte di poesiole, di volta in volta dolci o disperate, su questa tematica, e mi viene anche la tentazione di raccoglierle tutte in un libretto apposta, che potrei intitolare proprio col titolo di questa cosetta che pubblico oggi: "Lontananze".
Chissà…

Per ora vi lascio alla lettura, amiche dilette e amici, con amore, come sempre, più che mai anzi.
Una vecchia canzone (Modugno) faceva (cito a memoria): "La lontananza sai, è come il vento / Spegne i fuochi piccoli, ma / accende quelli grandi".
Fuoco grande il nostro, un vero incendio!
Auguro di cuore un amore così a tutte/i voi!


M.P.





Lontananze


Ho cercato il tuo nome nel mio nome,
ho cercato il tuo volto
il fuoco dei capelli
i prati e le radure
dei tuoi occhi, ho cercato.

Ho cercato a lungo, ho cercato
nella tua assenza,
ho cercato in me la tua essenza,
la tua vera presenza
pur nell'acre assurda distanza.

Ho cercato le tue mani
riposare ancora sopra il mio seno,
e l'ebbrezza del tuo respiro
mentre le gambe tue - infinite -
si legavano alle mie, avventizie

come radici: ho cercato dentro me
tutto di te, come un riarso altopiano
del Carso cerca assetato nel precipizio
di segrete, e strapiombi, e anfratti
l'acqua pura del fiume sepolto.

È saggio, questo amore?
Oppure è folle, vivere così
di te -  lontano da te -
con te dentro, incisa nel cuore
esposta come una ferita?

«Io non sono te»: è un'illusione
questo confondersi estremo
nella segreta angoscia degli amplessi
rubati al tempo nostro, breve,
troppo breve per non essere vissuto.

Eppure, ora, ora che sei lontana,
ora più che mai sento quanto oro
vero vi è nel dorato frumento
della tua amicizia che, nuda al sole,
nel calore, si è fatta infine amore.



Marianna Piani
Milano, 9 Ottobre 2016


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