«La Poesia è Scienza, la Scienza è Poesia»

«Darkness cannot drive out darkness; only light can do that. Hate cannot drive out hate; only love can do that.» (Martin Luther King)

«Não sou nada. / Nunca sarei nada. / Não posso querer ser nada./ À parte isso, tenho em mim todos los sonhos do mundo» (Álvaro De Campo)

«A good poem is a contribution to reality. The world is never the same once a good poem has been added to it. A good poem helps to change the shape of the universe, helps to extend everyone's knowledge of himself and the world around him.» (Dylan Thomas)

«Ciò che premeva e che imparavo, è che in ogni caso non ci potesse mai essere poesia senza miracolo.» (Giuseppe Ungaretti)

sabato 30 luglio 2016

La donna di sole



Amiche care, amici,

pubblico oggi per voi un componimento (in versi, naturalmente) di carattere narrativo, un "genere" che amo molto, anche se devo confessare più a scriverne che a leggerne.
Come lettrice prediligo la poesia lirica e breve, di rado mi avventuro in testi dichiaratamente narrativi o di lungo respiro, contraddicendo così in modo piuttosto esilarante la mia predilezione invece a scrivere testi mediamente lunghi, e con una tendenza irresistibile al descrittivo/figurativo e, appena mi si presenta l'occasione, al narrativo.
Probabilmente in ciò vi è la tendenza ad ammirare ciò che per noi è più difficile da raggiungere, mentre nel momento in cui ci si esprime si tende ad indulgere a ciò che per noi è relativamente più "facile" e spontaneo.
Ad ogni modo, spero che non condividerete del tutto questi miei gusti da lettrice pigra e impaziente, e che possiate apprezzare anche questa mia cosetta, che dedicai tempo fa a una meravigliosa amica, ispirazione e modello ideale (e inconsapevole) per il ritratto qui abbozzato in controluce.


Amiche dilette, amici, grazie sempre per la vostra preziosa presenza, e per il vostro apprezzamento.
Con amore.

M.P.





La donna di sole


Dio mio non ho mai visto
un sole così - disse il ragazzo
appena affacciato al parapetto
del poggio sopra la baia,
quel mattino intriso di sottile
timore, e inquietudine vaga.

Le nubi notturne svanivano
come sogni, o tormenti,
e la luce, squillante e novella
come una pazza fanciulla,
erompeva nel mondo sopito
inondando le cose di vita.

La donna che indugiava
da sola nel prato, laggiù,
irradiava la medesima luce,
dalle braccia di giada,
dai fiammanti capelli ramati,
dalla candida veste leggera.

Era come se per un prodigio
tutto il calore, tutta la luce
di quell'aureo sole mattutino
si fosse mutata in visione,
si fosse incarnata in quella creatura
e ora splendesse gloriosa nel prato.

Nelle braccia teneramente
disposte incrociate sul grembo
vi era la impareggiabile grazia
del più femminile incanto,
nel libro aperto tra le sue mani
tutto lo stupore d'un verde pensiero.

Il mare, acquietato nella baia,
luccicava d'una gioia crescente,
il suo profumo di alga, di salso
e di avventura giungeva nel soffio
augurale d'un giocoso maestrale
e si fermava a turbinare

tra i capelli di lei, avvolgendole

il petto ansioso e le gambe
vogliose di fuga, di sogno,
di estate, di spuma, di ardore.
Dio mio, non ho mai veduto -
disse il ragazzo - una donna così!

E fu così che se ne innamorò
da quell'istante, e fu per sempre.



Marianna Piani
Milano, 23 Dicembre 2015
(A M.R.)
.

mercoledì 27 luglio 2016

Terra


Amiche care, amici,

Avevo intitolato in origine questa composizione "Sterile Terra", ma al rileggerla ora mi sembrava troppo esplicito il riferimento alla mia condizione personale di donna, appunto, sterile. In realtà non volevo questa volta affrontare quest'argomento su un piano personale, quanto piuttosto dare il senso del dramma di "ogni" sterilità, reale, biologica o traslata, incarnando il simbolo della fertilità per antonomasia, la terra, intesa come terreno, argilla, humus, non in senso geografico. Terra che può inaridirsi e morire, come il ventre di una madre, come l'espressione di un'idea.
Ecco perché ho preferito alla fine intitolarla semplicemente "Terra".
Più che la sterilità in sé, ho voluto ritrarre il suo effetto, il processo dell'accoglimento prima e poi della morte del seme, che può divenire un embrione, un'idea, un pensiero, un qualcosa che contiene in sé il futuro.
La morte del seme, la sterilità quindi come condizione esistenziale - della terra, della mente, della donna - è la negazione del futuro.

Amiche dilette, amici, grazie come sempre per essere qui con me.
Con amore.

M.P.





Terra


La terra, arida e secca
raccoglie in sé il seme
con immensa dolcezza,
lo avvolge teneramente
nella sua polvere bianca
impalpabile come un talco,
lo bacia con la sua ghiaia
più fina
come la levatrice il bambino,
lo riscalda, tra le sue coltri
d'argilla spaccata dai raggi
d'un sole vitale,
ma che qui vitale non è.

Lo sente, dentro sé frattanto
ineluttabilmente morire,
asciugare, rinsecchire,
finché
non rimane che un piccolo
vuoto astuccio di paglia,
finché il vento viene
e lo spazza via per sempre.

Disperata è la terra
inaridita:
la vita le fugge.
Cade una goccia di pioggia,
solleva un piccolo anello
di cenere bianca.

La terra, sterile, invoca.
Il cielo, impotente, piange.



Trieste, 6 Dicembre 2015
Marianna Piani
.

sabato 23 luglio 2016

Il presente


Amiche care, amici,

questo è il racconto - e il ricordo indelebile - di un'avventura: il viaggio, la motocicletta, la libertà, la bellezza, la femminilità, la passione. Gli ingredienti di un sogno cui è per me mpossibile credere, e ancor più resistere.


Ci ritorno spesso, con la mente e con il cuore, e con la scrittura che ne scaturisce spontanea e inevitabile, poiché anche se una coincidenza astrale così irresistibile ed assoluta può capitare forse una volta sola nella vita, possiamo ritrovarla intatta nella nostra memoria, nei nostri sogni, e riviverla mille volte, nella nostra immaginazione.
L'importante è averla vissuta, l'importante è, al momento in cui si è presentata, non averla sfuggita, non avervi rinunciato, per timore, per convenienza, per senso di colpa, per abitudine, per pigrizia, per timidezza.


La malinconia, la nostalgia di un dolce, meraviglioso ricordo sono buone compagne di viaggio, che potranno accompagnarci per sempre, nel nostro itinerario, quale sia.
Il rimpianto per una rinuncia giustificata solo da ragioni di viltà è un pessimo, ingombrante, invadente passeggero, che può renderci spiacevole tutto il percorso che ci rimane ancora da compiere.

Vi lascio alla lettura, dilette amiche e amici, come sempre, apertamente e liberamente, con amore.

M.P.




Il presente


Non ho più indugiato:
sono balzata sulla sella
le ho stretto le braccia ai fianchi,
aderendo il petto
alla sua schiena bella
e diritta, e franca,
e in uno scalpitìo fremente
di valvole e di camme
(un suono pieno, tondo,
armonico come quello
d'un antico organo di chiesa)
con la spinta in progressione
dei centoquindici cavalli
che ci rendeva lievi e fragili
come farfalle,
siamo precipitate sulla strada
come giù dall'orlo di un abisso.

Lei portava la sua fiera
con destrezza, imperio e grazia,
e forse anche per questo io sentivo
di volerla in modo folle,
sconfinato, certamente allora
assai più della mia vita:
quei centotrenta sul quadrante,
su quella strada ignota,
deserta e protetta solo
da una lieve stola di foschia,
appena alla soglia dell'aurora,
non erano un cimento,
non erano neanche una follia:
era inutile ogni ragione,
superfluo ogni coraggio,
bastava lasciarsi andare
senza pensare ad altro
che a quel preciso
fuggitivo istante,
proprio come quando s'ama
non conta quel ch'è stato,
o che sarà domani,
conta solo ciò che siamo,
e soffriamo proprio ora, adesso.
Conta solo ciò ch'è presente,
fosse effimero o immanente.

* * *

Quando fummo giunte
non so nemmeno dove,
e non rammento come,
dopo due o tre ore
o forse più di corsa
vertiginosa e senza sosta,
con nelle orecchie
e nelle ginocchia ancora
la vibrazione incessante
del trecilindri di alluminio,
quasi senza fiato, d'improvviso,
fummo al letto mio,
che ci attendeva già da tempo

immemorabile,
e in un momento,
quasi per lo slancio stesso
di quel viaggio, senza sforzo,
grevi e lievi come due frecce
scagliate dal vigoroso strappo
di un preciso arco,
senza dire una parola
o emettere un sospiro solo
ci gettammo tra le braccia
una dell'altra.

E consumammo così assieme
il nostro mirabile presente.



Marianna Piani
Milano, 12-24 Novembre 2015

mercoledì 20 luglio 2016

L'ordine naturale



Amiche care, amici,

mi chiedo a volte, come chiunque, quale è per me "l'ordine naturale": ciò che è giusto e sano nella mia vita, ciò per cui sarei nata, e invece, a mezza strada mi fu negato?
Quella che è una serena normalità, la quiete dolce di una famiglia, dei figli, un lavoro tranquillo, un quotidiano applicarsi alla vita come fanno mille e mille persone attorno a me?
Generata da una frase della mia compagna, una sera che discutavamo del nostro futuro, è una composizione a limite della confessione, questa, narrativa e discorsiva. Ho scelto una struttura metrica quasi completamente aperta e libera, vagamente di canzone, e un verso piano, dialogico, quasi da lessico quotidiano, perché ciò che per me contava qui era la sincerità della parola. Nient'altro.


Amiche dilette, amici, grazie di cuore, come sempre, per la vostra presenza, che mi consola e incoraggia.
Con amore
 

M.P.





L'ordine naturale


Dimmelo tu, qual è
l'ordine naturale delle cose:
una certa giovinezza, una casa
non lussuosa, che sia bella,
un lavoro di qualche soddisfazione,
un uomo buono, davvero innamorato
accanto, bimbi sani da allevare,
non ricchezza, ma qualche agiatezza
e tempo per poterne godere,
che so, viaggiare, andare a sciare,
coltivare una passione con il cuore,
o un proprio giardino fiorito di rose.

Dimmelo tu, perché
tutto questo dalla vita m'è stato
a un tratto del tutto negato?
Pure la ebbi una famiglia, una casa,
dolci anni in cui nulla sapevo
di felicità o disperazione, perché
la felicità umile e quieta
era data, era scontata.
Poi, un Destino alacre
e troppo geloso, oppure -
per chi ha fede - un Dio acre
e tignoso, ecco, molto mi ha tolto.

Fui fortunata a nascere donna,
nome che ha in sè la radice
del dono, e insieme, la maestà
del dominare: domina, donna,
donare vita, dominare bellezza.
E la bellezza mi fu sì concessa,
ma non così il dono di dare vita.
Dimmelo tu, dunque, a che pro
esibire bellezza se questo dio
ironico, beffardo non mi concesse
di donare vita al mondo,
se non su qualche foglio?

Scombinati brogliacci surrogati di vita,
nient'altro, e io, lacerto di donna
inetta a ciò cui ogni femmina
degna è chiamata, inetta
al mio unico ruolo in natura.
Pateticamente mi consolo
partorendo con travaglio parole:
qualche flebile ombra di grazia...
Ora, se puoi, dimmelo tu,
amata mia cara, dimmi dunque: quale
sarebbe per me ciò che tu chiami
"l'ordine naturale delle cose"?

E dimmi ancora,
se non fosse per questo tormento
li avrei mai fabbricati
questi miei effimeri fiori di carta velina?
Non sarebbe stato cento, mille volte
preferibile un giorno, un solo minuto
autentico e vero contro le mille e mille
parole tracciate su queste pagine
lise, destinate soltanto al vento?
Un singolo giorno sospeso sopra il vuoto,
è il "corso naturale delle cose"?
Ma tu infine - amor mio -

saresti allora rimasta, con me?



Marianna Piani
5 Novembre 2015
.

sabato 16 luglio 2016

A un Dio ignoto


Amiche care, amici,

mi sono assentata qualche giorno, e non ho onorato l'appuntamento di Mercoledì.
Me ne scuso. Non si è trattata di una vacanza, ma di un breve ricovero, dei miei consueti. Mi hanno rimesso "in bolla", almeno spero, ancora per un pochino... E quindi eccomi qui, di nuovo con voi, in questa estate assolata e terribile.

La barbarie spinge sempre più efferatamente, e ci stringe d'assedio, ma io non la temo, nossignori, poichè so che l'unica efficace resistenza ad essa è proprio non farsi preda della paura, e mantenere vivo e saldo il proprio spirito nella libertà, nella cultura, nell'arte, nell'amore, tutto ciò che i tristi barbari, i fanatici, più odiano e temono.

Già in altre occasioni ho voluto rimarcare la vicinanza, non solo concettuale e storica, ma anche e soprattutto spirituale, tra Poesia e Preghiera, laddove per "Preghiera" intendo non tanto, né necessariamente, un discorso rivolto a una trascendenza, a una entità superiore, a una divinità, ma più in generale una riflessione sulla propria immensa solitudine esistenziale.

In questa composizione la definizione di "Preghiera" è ancora più esplicita e "in chiaro", anche formalmente, e anche manifestando - fin dal titolo - la pretesa di rivolgersi a una divinità e in quell'atto stesso, dubitarne l'esistenza. O meglio, negandone la riconoscenza. Fino a una chiusa che si confessa un anelito a una sua presenza salvifica, quale sia.

Per voi, amiche dilette e amici, con amore

M.P.




A un Dio ignoto


Grazie Signore, benché chi tu sia
o cosa, o se tu sia, io non sappia.
Grazie, grazie dall'atterrito cuore
per questa vita che mi hai donato.

Grazie per la mia mamma,
dalla sua Fede ingenua, irrituale,
saldamente priva di esibizione
io trassi questo assurdo dubbio:

se non vi sia infine poi qualcosa
che in qualche modo sia in ascolto
dei nostri respiri, delle parole,
dei pensieri nostri mondati dal dolore.

Grazie per avermi dato un padre
da cui appresi quel suo culto eretico
della Bellezza, e che mi lasciò l'altro
fondamentale atroce dubbio: siamo soli?

Soli con la nostra sola Fede,
la conoscenza del male e dell'inganno
e l'inalienabile dignità del dolore?
Nulla e nessuno ci ascolta o crede,

le nostre parole riverberano nel vuoto
lasciando dietro sé giusto solo
una lieve distonia nel suono, e il vuoto
rimane soltanto vuoto.


È forse questo xolo l'Assoluto?


*  *  *



Dio, tu che non sei, tu che non ascolti,
grazie per esserti fermato accanto a me
per un istante, e in quell'istante

aver stretto la mia mano nelle tue.

A questo punto non importa nulla
che tu sia reale oppure il delirio
della solitudine che mi annulla,
importa solo che tu sia,

e così sia.




Marianna Piani
Milano, 12 Novembre 2015
.

sabato 9 luglio 2016

Il soldato alla malga


Amiche care, amici,

Ritorno a una composizione apertamente narrativa, un'ecloga immaginaria sul sentimento di chi ha molto vissuto e lottato, e giunge a chiedersi del perché di tutto questo percorso, di dove lo ha condotto, e pensa giunto il tempo di chiudersi in un sogno di pace, finalmente, a contemplare l'unica manifestazione degna di fede, la bellezza naturale.
Con qualche rimpianto, ma non disperato, sul tempo e le occasioni perdute frattanto.

Tutto questo l'ho veduto un giorno, casualmente, dentro lo sguardo d'un uomo, un anziano ormai incapace di deambulare e costretto su una sedia a rotelle in una casa di riposo, ma ancora fiero e luminoso, segno dell'accumulo di una vita piena e "importante". In quello sguardo ho letto l'abbandono, la distanza ormai definitiva da tutto ciò che è mondano, il ritirarsi in una dimensione propria, riservata, serena; e un solo, amaro, rimpianto…

Amiche dilette e amici, vi lascio alla lettura, se lo vorrete.
Con amore.

M.P.



Il soldato alla malga


Il vecchio soldato, veterano
di mille campagne, è seduto
al colmo del prato, un alto pasturo
accanto alla malga, una valletta
stretta tra le rocce orlate
dalle ghiaie immacolate; più sotto
s'inerpicano le ripide erte
coperte da macchie intricate
di mughi e gli ultimi abeti.

Più in basso ancora,
la piccola valle: piccola,
ma vasta abbastanza da rallentare
il fluire del torrente in un
groviglio di rivoli pigri, e canali,
e piccoli invasi, popolati
di tritoni e girini, indisturbati.
In fondo, su di un alto declivio
per dominare da lì ogni cosa,
una baita di legno scuro
con i balconi rosso fuoco,
e rosso mattone i gerani
ammassati come fiammate
dalle balaustrate.

Il soldato ha abbandonato
da tempo ogni arma,
e ogni armatura, da tempo
è stanco, stremato
da mille battaglie per
quell'inutile guerra,
che non gli appartiene,
né come uomo, né per la sua terra.
Ma d'altro canto, egli ora crede
inutile qualsiasi guerra,
e ogni battaglia un massacro,
un olocausto d'uomini e di terre
nel nome d'un incomprensibile nulla.

Non c'è uomo, né dio, né terra
che valga il tempo, il sacro tempo
e la vita di qualsiasi uomo,
ed egli ora sa d'aver bruciato
il suo tempo e tutta la vita
come un cerino che arde un istante
e non illumina neanche.
Oh fosse stata una donna
ad accendergli il cuore,
allora sì, allora sì
per tutti gli dei, per tutte le terre,
avrebbe valso lottare:
lottare, foss'anche morire,
per un minuto di gioia perfetta,
per un istante di vita serena.

Ma la donna, lui preso
da quelle sue sterili guerre,
da quelle marce estenuanti
per mete che parevano salde
e invece rinviavano solo
ad altre irraggiungibili mete,
da quelle oziose strategie
contro un nemico
che non si sapeva neppure dov'era,
e da fatiche, da veglie, da guadi
da dolorose ferite,
da una fede svilita in servitù...
La donna, per lui, mai venne,
mai attese.

Che poteva fare un soldato
ora, del suo coraggio,
ora, che era tempo di pace?
Se non tentare quest'ultimo viaggio
in cerca d'una smarrita
dignità, e salire
a quell'ultimo alpeggio
accanto alla malga nota all'infanzia,
dov'era rimasta impigliata
la nebbia della sua innocenza?
Salire, senza più fretta,
e sedere sull'orlo del poggio
che domina la valle e il torrente
a fumare adagio lasciando
che gli occhi si empiano di lacrime
amare, senza curarsi se siano più
di fumo, di gioia oppure rimpianto.

E attendere lì immoto,
come un tempo un agguato,
che giunga la notte spietata
finalmente a spegnere il giorno.


Marianna Piani
Milano, 25 Ottobre 2015
.

mercoledì 6 luglio 2016

Dolce fine dell'infanzia


Amiche care, amici.

È il secondo componimento in breve tempo che si riferisce esplicitamente, citandolo in apertura, a Eugenio Montale, ammirato Maestro, che era oggetto da parte mia - nel periodo in cui scrivevo questi appunti - di una approfondita ed estesa rilettura.
Ma la citazione è solo un "punto di partenza" del mio discorso, e non ha alcuna intenzione di rispecchiare o riprodurre lo stile di quel grande Autore. Era come accendere una luce in cima a una torre per illuminare le mie parole con il suo puro splendore.

Amiche dilette, amici, vi lascio alla lettura di questi ricordi.
Con amore.

M.P.



Dolce fine dell'infanzia


"Volava la bella età come i barchetti sul filo
del mare a vele colme."
(Eugenio Montale)



I fili lunghi ed esili dell'erba
e gli steli fragili e tenaci
delle gramigne, io li affrontavo
ancora faccia a faccia

quando mi avventuravo
nel cuore del prato
correndo a perdifiato
dietro ai miei anni verdi.

E su me torreggiavano solenni
i pini, e gli arbusti impenitenti,
e perfino le grandi antiche felci
che s'affollavano nelle radure.

Intanto, sul mio petto
un paio minuscoli seni
non più grandi di due mezze conchiglie
premevano contro la camiciola di seta

urgendo di sbocciare
per conquistare quell'ambìto oggetto
che agognavo e temevo e ammiravo:
il mio primo reggipetto.

In quei giorni dell'estate
mentre le tempeste si susseguivano
sul mare e sulle alture
alternandosi con i più assurdi

accecanti sereni, io notavo
degli sguardi nuovi dai miei compagni
di gioco e d'avventura, come se
non più avessi parte nel loro mondo:

i tempi delle fughe e delle lotte
scorticandosi assieme nella ghiaia
finivano ora assieme
al mio fiorire di minuscola donna.

Con un disagio strano
scoprivo piano piano
in quegli sguardi nascere il sospetto
e nutrirsi già il tradimento.

Eppure nel contempo, chiaro
percepivo quello che non sapevo
fosse il primo seme d'ammirazione
la prima alba del desiderio.



Marianna Piani
Nebbiuno, 24 Ottobre 2015

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sabato 2 luglio 2016

Posso dire grazie...


Amiche care, amici,

soltanto la fede, una qualche fede, può rendere il senso della nostra vita, ci può spingere a proseguire il nostro cammino, può dare una ragione, una direzione al nostro viaggio.
Vi è chi ha fede nel trascendente, in un ente che ci guida e ci protegge.
Chi invece ha fede in un ideale terreno, in un pensiero in grado di ordinare e motivare il senso della Storia.
Io non trovo una sponda salda in questo. La mia fede è piuttosto in qualcosa che pervade da sempre la mia vita, che ha sempre guidato le mie scelte e motivato il superamento della mia disperazione di fondo.

È fede nella bellezza. Bellezza dell'Uomo, del suo cuore e della sua mente.
La bellezza del creato, la sua perfetta geometria, la sua inevitabilità.
Da questa bellezza scaturisce l'amore. Dall'amore, la vita.

La mia fede è amore per la vita. Semplicemente.

Grazie a voi, amiche dilette e amici, per la vostra presenza su queste mie paginette.
Con amore, come sempre, più che mai

M.P.






Posso dire grazie...


a questo cielo terso di fine Autunno,
a queste liquide serate, così chiare,
che mi lasciano ancora l'agio di
passeggiare lungo il viale indossando
una camicia rossa e gonna nera
sotto un candido soprabito aperto.

Posso dire grazie alla bellezza
non squillante, ma neppur dimessa
che mi accompagna come una fidata
amica, e che vedo occhieggiare
di quando in quando a tratti e lampi
nei riflessi sulle lastre delle vetrine.

Vorrei dire grazie a questa presenza
silenziosa a me accanto, che mi conforta
con il suo bene fervido e paziente,
tenendomi per mano come si fa
con una bimba ancora piccolina,
incredula di ricevere un tale amore,

dopo tanto attendere disperato.
Posso dire grazie a questa tinta
che si spande all'orizzonte come
un sangue cupo che si rapprende
sulla sponda del mio giorno, qui dove
risacca il mare nero della notte.

Così non sarò più sola, allora, forse,
se mi lascerò andare, se chiuderò
gli occhi fiduciosa pur esitante
per accogliere sulle mie labbra
il tocco delle sue, lieve e denso
come un vino nuovo, inebriante.

Posso dire grazie, un grazie immenso,
a questa dolce fede che mi sostiene.



Marianna Piani
Milano, Nebbiuno 23 Ottobre 2015
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