«La Poesia è Scienza, la Scienza è Poesia»

«Darkness cannot drive out darkness; only light can do that. Hate cannot drive out hate; only love can do that.» (Martin Luther King)

«Não sou nada. / Nunca sarei nada. / Não posso querer ser nada./ À parte isso, tenho em mim todos los sonhos do mundo» (Álvaro De Campo)

«A good poem is a contribution to reality. The world is never the same once a good poem has been added to it. A good poem helps to change the shape of the universe, helps to extend everyone's knowledge of himself and the world around him.» (Dylan Thomas)

«Ciò che premeva e che imparavo, è che in ogni caso non ci potesse mai essere poesia senza miracolo.» (Giuseppe Ungaretti)

domenica 29 settembre 2013

"Vorrei tingermi i capelli di rosso"


Amiche dilette, amici gentili,
rientro da un'altra delle mie forzate assenze, e voglio riprendere fiato, assieme a voi, carissime, con una lirica lieve, aperta, sorridente, priva di cupezze (troppe ne ho subite e sopportate, questi giorni), che mi faccia pensare alla vita, a tutto ciò di cui ora posso riappropriarmi e cui posso riprendere ad aspirare.
È una cosetta che scrissi di getto, qualche tempo fa, in un momento di gaiezza, pensando a un amore, e pensando a come io fossi diversa da ciò che avrei voluto essere. Eppure non insoddisfatta di me, della mia bellezza, della mia strana e intricata intelligenza: semplicemente, volevo esprimere ciò che di frequente si prova in amore, lo strano desiderio di confondersi con l'oggetto del proprio amore, di somigliargli, di essere il suo specchio, in qualche modo, di essere parte di esso, annullarsi per un attimo in esso e nella dolce ebbrezza che si prova nel sentircelo non accanto, ma addosso, non pelle a pelle pelle, o nel cuore, ma nell'intero nostro corpo, capello per capello, vena per vena, nervo per nervo. Sentirsene invase.
Io sono certa che ognuna di voi, specialmente voi ragazze, donne sensitive, amiche, ha provato o sta provando questa prodigiosa condizione di abbandono dal sé... per amore dell'altro, uomo o donna che sia.
Credo che sia questa la massima sensualità possibile in ogni vero e profondo rapporto d'amore, quando giunge al suo apice, al di là già dello stesso rapporto fisico. L'intesa perfetta.
Può capitare per pochi istanti, oppure durare, evolvendo, per anni, per una vita intera. O perfino oltre. È sempre comunque ciò per cui alla fin fine vale la pena vivere.


Che ne dite, amiche carissime, e amici? Condivido questi pensieri, come sempre, con voi, con amore.

M.P.






"Vorrei tingermi i capelli di rosso"


 

Vorrei tingermi i capelli di rosso
rosso vivo, rosso magenta, rosso cuore,
rosso che sia di accesa passione
come quello di una giovane fiamma.

I miei capelli sono un fiume di chiome
nero corvino e un filo solitario d'argento,
sono la promessa di un cielo notturno,
sono l'esondare di cupi grevi pensieri.

Vorrei avere le pupille illuminate di verde foresta
chiare del dolce stormire di quiete betulle,
profumate di quel fresco verde-mela
che m'ha donato per sempre l'adorata Michela.

I miei occhi invece sono scuri come pozzi

in cui la luce solare non penetra, ma giace,
sono neri vulcani di lava senza pace
ceneri combuste, agonizzanti lapilli di brace.

Vorrei le gambe così lunghe, flessuose, snelle
come esili giunchi, in cima agli arditi tacchi,
come quelle della fiera, inarrivabile cerva
che ho incrociato ieri in Corso Monforte.

Le mie sono brevi, e forti, diritte ma sode
gambe di mula, o giovenca, che sanno scalciare
e ferire se occorre, gambe ostinate, orgogliose,
tenaci, mai stanche, gambe salde di donna sincera.

Vorrei possedere le sue mani bianche
in forma di corolle di giglio, morbide
come zampe di gatta, le unghie scarlatte
che mi hanno carezzato e graffiato la pelle.

Ho mani grandi, invece, capaci
di raccogliere l'acqua dai torrenti
e di contenere in una sola carezza
il volto intero intimidito di una ragazza.

Vorrei avere la pelle color ambrascura
e la peluria dorata come il miele,
come la dolce curva della scollatura
che le scopre il solco fiorente del seno.

La mia pelle è candida invece, bianca di neve,
cerulea al diafano chiarore lunare e ricerca
ogni notte con caparbia passione, o illusione,
il tepore e il dolore sottile d'un singolo abbraccio.

Vorrei dipingermi le labbra del rosso velluto
delle rose fiorite nel patio, e sfiorare le sue guance
per poterle soltanto parlare, e dire, e dire
ciò che il mio amore ancora non mi vuol dire.

Questo alla fine farò, poiché ciò che vorrei
è che chi mi ama amasse in me la donna
che si trasfigura, che muta, che desidera tanto,
che respira l'essenza di essere viva, soltanto

una bella creatura.



Marianna Piani
(per l'indimenticata Michela)
Milano, 16 Giugno 2013

mercoledì 18 settembre 2013

Elegia Amara


Amiche care, amici,
la fine di un amore... che altro c'è da dire? A chi non è capitato? Chi non ha pensato che il suo fosse un amore speciale, destinato a rimanere eterno, intangibile, e poi invece, stupefatto, ha scoperto che così non era, né poteva mai essere?… Mi è accaduto prima dell'estate, per poche settimane mi sono illusa di aver trovato la persona che avrei desiderato stesse accanto a me per sempre. Per poche settimane l'amore è esploso, formidabile, totalizzante, febbrile, avvolgendomi di un senso di vertigine inquieta, e di piacere intenso. Mi sentivo come una funambola a cento metri di altezza, sopra un filo di seta sottile, inebriata dall'illusione di volare sopra il mondo.
Poi, come spesso accade - e a me accade, poiché io m'innamoro sempre irrimediabilmente di personalità creative, ribelli, piratesche, indipendenti, libere, sfolgoranti d'intelligenza, fuggitive nell'anima - la cosa finì con una partenza improvvisa senza spiegazioni e un pianto a dirotto, e qualche stoviglia e suppellettile fracassati contro i muri.
Poiché poi io scrivo, per vizio o per necessità o per disperazione, non saprei dire, ho chiuso questa storia e la mia disillusione nell'astuccio del mio quaderno, dove ora rimarrà per sempre.
Le persone si allontanano, fuggono, svaniscono, mutano di cuore e di aspetto. L'amore, comunque finisca, quello rimane per sempre impigliato alle nostre vite.


M.P.





Elegia Amara

 

Cara, verde amica dai capelli d'alga,
ondina o sirena che sfidi per me le onde,
e sfidi gli sguardi acuti dei gabbiani.

Cara generosa femmina dal petto audace
e gli audaci passi in fronte al mondo,
tu che guardi oltre le inattese svolte

dei tuoi pensieri. Tu che mi afferrasti
le mani, entrambe, e mi guardasti diritta
negli occhi dagli occhi tuoi ametista.

Tu mi afferrasti così il cuore e stringendo
tentasti di calmarne il palpitare ansioso
come fa una bimba col suo cucciolo coniglio.

Tu fosti in un istante Luna e Sole
nel mio cielo ingombro di tempeste
e fermasti in quell'istante finanche il vento.

Tu mi parlasti piano, dolcemente
soffiando nelle mie orecchie parole folli
che la mia follia sapevano come lusingare.

Tu mi rubasti il corpo e la mente
in un solo lungo circolare amplesso
e dominasti per tutta la mia persona:

io, la donna che non ebbe mai padroni,
mi feci serva alle tue sapienti mani
cui abbandonai ogni dignità e femmineo orgoglio.


Quando sentii le tue ginocchia premere le mie
e i tuoi piedi tra i miei due cercar rifugio
compresi senza dubbi d'essere perduta.


E quando la punta del tuo seno toccò il mio
come in un caldo toccante bacio, in un lampo
seppi che la mia libertà gelosa era finita.

Dio, credetti allora d'esserti per sempre sposa,
di poter da allora guardare ai tuoi occhi chiari
così come l'albatro scruta l'immenso mare:

spazio aperto dove volare, e poi se mai morire,
teneri orizzonti senza più confini da violare,
dolcissimi soli e amorose stelle cui narrare

tutti i desideri e gli abbandoni. E invece
tutto fu risolto in un momento, nel tempo
d'un battito delle tue palpebre nomadi sfuggenti.

La gioia che dà l'amore per amore è immensa,
infinito il rimpianto al precoce suo tramonto.
Credetti che s'annullasse per noi il vorace tempo.

Invece tu, verde amica dai capelli d'alga,
come uscisti dalle onde così alle onde sei tornata
abbandonando la tua sirena sulla spiaggia desolata.

Credetti che l'amore tra sirene fosse eterno,
tanto è infinito il piacere che loro sopravviene:
è fallace invece, come ogni altro amore al mondo.

E più ancora amaro e perenne ne è il rimpianto.



Marianna Piani
Milano, 16 Giugno 2013

domenica 15 settembre 2013

Reflets dans l'eau


Amiche dilette e amici,
come molte di voi sanno (del resto basta dare un'occhiata alla mia autopresentazione qui) io personalmente "nasco" - e sono - una "artigiana dell'immagine", e tale è il mio mestiere, ciò che mi dà da vivere. Lo scrivere è per me un qualcosa di totalmente personale, così connaturato in me che non mi pongo nemmeno il problema di dove venga mai la necessità - o l'abilità - di farlo.
Tuttavia, di certo il "mestiere" mi ha educata ad osservare il mondo, e a riceverne impressioni di volumi, geometrie, forme, luci, ombre, e colori, per renderle filtrate dalla mia sensibilità. Per questo mi piace di quando in quando abbandonarmi alla mia facoltà istintiva di visione, e tentare di tradurla in parole. Di fatto un'operazione disperata, questa, e lo so bene: l'immagine, per sua natura, è SEMPRE intraducibile.
Eppure vi sono opere straordinarie di alcuni grandi autori che riescono felicemente nell'intento, e sembrano dimostrare il contrario.
Ecco perché, dietro lo spunto di un'amica che stimo moltissimo, ho scritto questi versi, che mi sono scaturiti come un "paesaggio pittorico", pensando al lavoro di quel musicista sublime, da me molto amato, che fu Claude Debussy.
È un'altro genere di traduzione, la sua, forse perfino più ardita, quella di rendere le immagini in musica. Si tratta di un azzardo, poiché l'immagine è sempre "istantanea", puntillistica, nella sua rappresentazione poetica (sì, anche nel cinema, in quanto "fotografia in movimento"!), mentre la musica è profondamente diacronica, nel senso che acquista la sua bellezza e ogni senso solo nello svolgersi e cadenzarsi del tempo. Esattamente così come la poesia, detta o scritta che sia.  Nulla a che vedere con il "poema sinfonico" come genere, per intenderci. Si tratta, nel caso di Debussy, di vera e propria pittura sonora.
I versi che seguono sono dunque un piccolo ritratto "dal vero" dei miei paesaggi più amati, una piccola operazione impressionistica, mediata dal ricordo delle note scintillanti di questo musicista, così come a volte le eseguiva al pianoforte la mia mamma. Non si tratta di un ritratto diretto, ma di un gioco di suggestioni: la parola che rimanda alla musica che rimanda all'immagine. E il percorso inverso.
Così le mie parole qui, sono sì descrittive, ma provano a trasmettere l'emozione dell'immagine evocandola in un punviscolo di frammenti, di vibrazioni, e non di emulare la fredda obiettività della luce; di essere un'eco, non uno specchio.
Ecco quindi, la dedico all'amica cara che me l'ha ispirata, e a voi tutte amiche, e amici. Con amore.

M.P.




Reflets dans l'eau
(En écoutant «Images» de Claude Debussy)

 


ora!" pare dire l'airone
alla nidiata, e spicca il volo
dal canneto. Il frullo delle ali
carezza sotto di lei le acque
con un brivido frettoloso
e si perde nell'grigioazzurro.

Il sole cala pigro all'orizzonte
dietro una trina di nubi bianche,
raggi stanchi di sorreggere
l'intero giorno trapassano la trama,
e baluginano come stelle
cavalcando minuscole onde.

Il campanile pungente come un ago,
e la torre tozza, come un dente
dalla gengiva molle della rocca
sporge capovolta evanescente
nelle acque, e si stira nel torpore
di una sera di solitaria attesa.

Le nubi si rimescolano
alle nubi contro un fondo
di ceruleo cielo come tinte
in un secchio di vernice - improvvisa
la libellula sfreccia senza suono
lasciando la sua immagine dietro sé

per un istante nell'aria impressa.
Le fronde dei platani
e dei salici adoranti si piegano
a cercare spazio sulle scoscese
rive, e sfrondano le foglie
balenando sopra il lago raggrinzito.

Una vettura passa, a fari accesi:
come un sogno passa,
di viaggio e di resa. Un passante solitario
getta un'ombra incerta
che si sfalda in cento pezze
di straccio grigio sulla bigia acqua, forse

è un suo dolore che vi si diffonde.
Proprio a pelo d'acqua
distante - scivola lentissimo
un natante. La scia di poppa,
argentata, come di lumaca,
si scioglie nel tempo dell'attesa.

Più lontana ancora, l'Isola
e la sua villa di marmi e foglie
di smeraldo, tremola come una scintilla
nell'atmosfera ferma della sera.
Una folaga con la sua compagna
traversano lo specchio sospese

nel nulla, come virgolette in una frase.
Accosto i miei piedi al bordo
osservo il mio delizioso smalto
verde acqua, mentre l'acqua -
oh, lei si ritira leggermente,
timorosa d'essere sopraffatta.

A lungo ronza nella memoria
uno sciame di note come api, guizza
sui tasti di sasso e ametista
come un banco di avannotti
e si specchia evasivo e baluginante
increspando la mente e il lago...

Intanto, sotto me, tra le onde trattenute dalle dita,
appare il mio viso chiaro e le chiome
aggrappate al capo e ai pensieri
come funi alle bitte d'una cala.
La mia figura si profila, e si frammenta
subito in mille tessere scintillanti.

I frammenti e le note ricomporranno
così il mosaico dell'intero lago.
Il mio corpo polverizzato infine
dal deflagrare del mio dolore
incarnerà il paesaggio stesso:
per questa notte almeno.



Marianna Piani
Arona/Stresa 9 Giugno 2013
per Rosamaria, che l'ha ispirata
evocando le luccicanti note di Debussy


sabato 14 settembre 2013

Sabrina dei Pini


Amiche dilette, amici cari,
spesso mi capita di sentire l'impulso di dedicare i miei versi a una persona in particolare: per me è un modo per gettare un ponte tra me e la mia ispirazione. La persona, che immagino in ascolto, è come un catalizzatore del mio pensiero, reagisce con esso, e produce ispirazione, e, spero, bellezza.
Per me la poesia è sempre un dialogo, mai un monologo. Io sento di dovermi sempre rivolgere a qualcuno, devo immaginare sempre qualcuno che mi ascolta, altrimenti non riuscirei a scrivere una sola parola. Per questo, scegliere una persona speciale, per la quale nutro un sentimento di particolare simpatia, oppure ammirazione, oppure stima, oppure tutte queste cose assieme, mi dà la viva sensazione di rivolgermi non ad un "pubblico" astratto di lettrici o lettori, ma proprio ad una persona reale, che attivamente mi ascolta, e segue i miei pensieri.
Per me la Poesia ha senso - come l'amore, come ogni forma d'arte, come ogni forma di comunicazione - solo quando è dialogo, è feedback, è partita doppia tra due persone, io che scrivo, tu che leggi, e poi magari (come accade a volte qui) tu che scrivi ed io che leggo… La Poesia prende senso solo ed esclusivamente nell'anima del lettore, solo nella sua mente questa collana di lettere e parole e frasi e versi prendono l'aspetto di visioni, di sogni, di emozioni, di armonie, di melodie.

La composizione che segue appartiene proprio a questo genere di "dediche dirette", tanto che ho voluto citare il nome della dedicataria già in chiaro nel titolo. Sabrina è una ragazza dolcissima e sensibilissima, che segue da tempo i miei interventi poetici, le composizioni che pubblico e traduco qui e altrove. E come molte delle amiche più care, non ha alcuna "velleità" di scrittura: lei è la "lettrice" perfetta, quel genere di donna che io adoro, capace di gioire della bellezza di un fiore o di un verso spontaneamente, sinceramente, senza intellettualismi, senza ambizioni letterarie in proprio. Adoro lei e tutte le amiche come lei, poiché sono loro principalmente le persone per le quali scrivo. Io stessa non ho ambizioni letterarie di alcun tipo, sono una donna esattamente come loro, e rispondo esclusivamente al bisogno di comunicare la mia emozione.

In questo senso, la piccola lirica che segue, come quasi tutte le mie "dediche", non vuole essere un "ritratto" fisico o anche spirituale della persona, ma un gioco di rimandi d'immagine, di suggestioni, di complicità, al solo scopo di condividere emozioni…
In questo caso, ad esempio, "Sabrina dei Pini" nasce quasi come una suggestione dal suo stesso nome, dall'armonia e misteriosa assonanza tra questo bellissimo nome e il frusciare dei pini nei boschetti di montagna.

La dedico a lei, e ora la condivido con voi, amiche care e amici, come sempre, con amore.

M.P.


 

Sabrina dei Pini


I pini hanno vesti morbide
di trina fine, e chiome verdi
discendenti sulle spalle spoglie
dei tronchi snelli e forti.

Stanno ai bordi dei sentieri
e osservano giù la vita
raccogliersi in rigagnoli
di argille brune e roccia.

Nidificano i scoiattoli orgogliosi
e i picchi accorti, e i bimbi
arrampicano arditi fino in cima
in cerca di pinoli.

I pini sorridono reclinando
a volte il capo, aggiungendo
dolcezza al loro sguardo
celato dietro fronde inquiete.

La brezza dell'estate giunge
loro in fronte, cullando i sogni
appesi ai rami e abbracciando
i nidi dei cuccioli fringuelli.

I pini mormorano alle brezze
il loro disinganno, sanno
che l'inverno è ancor lontano
eppure tremano di gelo sotterraneo.

Ma che importa ora, se il Sole
avvolge ormai la cima
fatta di teneri virgulti color menta
con il suo placido tepore?

Tu, ragazza dall'occhio chiaro
punti tra i capelli un fermaglio verde
e stendi davanti a te le fragili
tue dita come rami, e le osservi.

E pensi d'esser stata in altra vita
verde pianta tra le piante,
conifera nata tra quei pini,
pino pensoso, sensitivo e solitario.



Arona, 8 Giugno 2013
Per Sabrina, un'amica cara.
Marianna Piani

mercoledì 11 settembre 2013

Tersicorea abbandonata


Amiche dilette e amici cari,
una composizione dedicata alla danza?
Proprio così. Un'arte sublime, che mi ha sempre affascinato e che purtroppo, a differenza di molte ragazze e amiche, non ho mai praticato. La mia mamma non l'aveva tra i suoi interessi primari, tanto era immersa nella "sua" musica, e noi due sorelle "fanciulle di buona famiglia" non frequentammo mai corsi di danza, e nemmeno avemmo mai l'occasione di vederne spettacoli dal vivo. Anzi no, mi sbaglio: una volta ci condussero a vedere il "Romeo e Giulietta" di Prokofiev; eravamo piccine, ma io ne ebbi un'impressione molto intensa. Anche se mi è rimasta impressa soprattutto la musica, che da allora conservo nel cuore con adorazione. Nonostante la mia predilezione per il barocco (musicale), questa partitura  - potente e bellissima - è rimasta tra le mie favorite di sempre.
Ciò che perrò ricordo con nettezza, è il rumore dei passi sulle tavole del palcoscenico (noi eravamo sedute molto avanti), ad ogni balzo, piroetta, appoggio, succedeva un tonfo, inconfondibile per chi ha frequentato i teatri, che trasmetteva una forza, un vigore quasi violento, in contrasto con la leggerezza dei corpi danzanti, apparentemente senza peso. Questo mi diede precocemente l'idea di quanta forza occorra per trasmettere bellezza e grazia, di quali ardite difficoltà e fatiche sono frutto - aggiungo ora che lo so - in tutte le arti i migliori risultati, di come tutta l'arte stia proprio nel celare, trasmutare questo sforzo, in favore della espressione e trasmissione delle emozioni umane.
Ad ogni modo l'espressione della danza, specie per la grazia che è in grado di tradurre nel corpo femminile, per quanto alla sensualità femminile tale espressione si accorda, l'armonia e la musicalità dei gesti, dei movimenti, così simili a una composizione poetica nell'accostare frammenti di discorso fino all'edificazione di un senso emotzionale profondo: tutto questo mi ha sempre affascinata, attratta, e lasciato un senso di rimpianto per non aver mai avuto l'occasione di praticarlo di persona. Le danzatrici per me sono sempre state come delle dee, nel loro saper volare in sprezzo alle leggi di gravità, nella loro bellezza altera, scattante, così irrimediabilmente fisica eppure così consumatamente spirituale. Sono donne sublimate all'assoluto. Ogni volta che ne ho incontrata una sul mio cammino, nella vita reale, me ne sono perdutamente innamorata…

Ho scritto questi versi con passione, dedicandoli ad Ilaria, un'amica che me ne ha dato lo spunto iniziale, e ora desidero condividerli con voi, amiche care e amici, come sempre, con amore.


M.P.




Tersicorea abbandonata
 


«Danzerò fino al Sole - disse,
scuotendo i lunghi capelli chiari
come una cascata di perle d'oro -
«Danzerò senza fermarmi,
senza riposo, senza pensare
a null'altro che all'arco teso
fino allo spasmo del mio dorso.

Danzerò volando, le braccia
si scioglieranno al cielo
come i zampilli d'una fontana,
le mani spalancheranno il cuore
al sole, come corolle di gardenie,
e le labbra sbocceranno come rose
nell'affanno dello sforzo.

Danzerò fino al perdono
del tuo tradire - disse -
sulle punte come frecce danzerò
delle mie gambe, piantate certe
come dardi sulle assi del proscenio,
aperte e diritte come compassi
a misurare il senso del mio donarmi.

Danzando sarò libellula, e sarò cigno,
e fanciulla perduta nell'amore, sarò,
e qual ogni essere senza peso né sostanza
sarò nella forma effimera di un sogno,
e vivrò ogni istante nella luce intensa
delle luci della scena, come avvolta
dai bianchi veli di una leggenda eterna.

Sarà in me il canto delle arpe bionde
e delle brune viole, sarà dentro me il fluire
come sangue degli accordi - in cui librarmi
finalmente libera dal mondo
se pur al mondo nuda offerta
come sacrificio ardente di bellezza.
Sgorgherà da dentro me desiderio puro.

Dentro me bruceranno innocenti fiamme
senza posa, senza posa consumeranno
e il mio corpo espanderà i suoi sensi acuti
fino a intriderne le carni, inturgidire il petto
e inaridire il ventre, da sempre esausto.
I miei passi e i miei arti tracceranno
nell'aria immota tenerissimi arabeschi.»

Disse questo, e diede inizio
alla sua danza, con gesti lenti,
misurati, senza fretta, solennemente
con lucido coraggio e fede folle,
ogni moto era un'arco tracciato al cielo,
ogni pausa era una molla tesa
carica di forza trattenuta a stento.

Si levò la cortina rossa del sipario,
cento, mille occhi fissarono quel corpo,
ogni muscolo, ogni tendine,
ogni fragile giuntura, ogni segreta
piega della carne, esposta spoglia
come sopra un tavolo settorio,
immerso in una invereconda luce viola.

E si ripeté il miracolo, la materia
si mutò in spirito e pensiero,
l'armonia della forma in bellezza pura,
il suono in canto, il canto
in racconto, il racconto in moto puro,
il moto in volo, il volo in sogno,
come ogni sera.



Arona, 7 Giugno 2013
Marianna Piani
Per Ilaria

domenica 8 settembre 2013

Approdo all'Isola


Amiche dilette e amici,
sto passando uno dei miei periodi di malvivere, sempre ricorrenti e sempre più persistenti e bui, purtroppo, nonostante tutti i trattamenti cui mi sottopongo, ormai da un tempo che mi pare immemorabile.
Non me lo spiego, nessuno credo sia in grado di spiegarlo: è come cadere in un baratro, salvarsi aggrappandosi al bordo del precipizio, avere appena il tempo di vedere quant'è bello e dolce il paesaggio tutto attorno, i prati fioriti e il cielo color ametista, e riprecipitarvi nuovamente.
Cerco un'appiglio, affannosamente, e lo ritrovo, sempre, nel mio pensiero, nell'amicizia e nel benvolere di chi mi ama, e nella scrittura.
Non so quale sarà l'esito finale di tutto ciò, oppure non ci voglio pensare. Lascio che la vita, quanta e quale il destino mi ha riservata, scorra libera, si manifesti almeno nel mio saper vedere il mondo, nel mio desiderio di pace e di sincerità.
La composizione che desidero trasmettervi oggi nacque tempo fa, in circostanze ben diverse, in uno dei miei momenti di risalita alla luce, insomma. È la descrizione di un approdo - profondamente simbolico - all'Isola che mi appartiene, dopo un lungo navigare in cerca di una rotta e di una meta. Le amiche più intime conoscono il mio percorso, mi hanno seguita con attenzione e infinita dolcezza e bontà, e a loro prima di tutto la dedico, poiché loro sanno il significato profondo e vero di questo errare e del suo approdo.
E naturalmente la condivido con tutte voi, amiche care e amici, come sempre, con amore.
M.P.





Approdo all'Isola



Il battello scosso dall'onde
d'un mare intenerito, e pur in cuor suo
furibondo, filava diritto nei flutti
levando a prua nubi di spuma.

A prua io stessa ero spuma,
nella mia larga veste candida
di seta e pizzo bianco,
e facevo scudo al salso bruciante
con uno scialle d'organza
che garriva come un'insegna
sotto il sole, in battaglia,
mentre mi reggevo ai sobbalzi
aggrappandomi salda alla chiglia.

Guardavo l'isola beata tanto sognata
che s'avvicinava ondeggiando
come un miraggio che emergeva
e cresceva solenne all'orizzonte.

V'erano morbide alture
con baluardi di siepi di lauro,
e densi coltivi di olivi e albicocchi,
e boschi scuri di querce
che ne celavano le erte pendici.
Già mi figuravo d'udire il brusio
di una festa danzata nei campi.
Un vento leggero, volenteroso,
cantava, e ne recava a me il suono.

Flessuose innocenti creature
in veste bianca di lino,
a piedi nudi nei prati danzavano
o giocavano, ridendo.

Fiori crescevano rigogliosi
lungo il sentiero di mille riflessi
che risaliva al piccolo tempio,
un girotondo bianco
di colonne marmoree sorelle
che si offrivano spoglie al sole.
Le fanciulle agitavano le brune
e bionde e rosse chiome adorne
di corone di salvia e di rose.

Io ancora a bordo fremente, impaziente
attendevo l'approdo, al mio mondo,
che dolcemente attendeva il ritorno
come Itaca attendeva il suo Ulisse.

Tua voglio essere, e tua sono
isola del mio destino prosperoso,
lunga e prodigiosa fu la navigazione,
ora ciò che io bramo è solo il riposo.



Stresa, 30 Maggio 2013
Marianna Piani

mercoledì 4 settembre 2013

"Borromee, Borromee" III


Amiche dilette e amici,
terzo "quadro" del trittico da me dedicato alla Isole Borromee. Terza e ultima delle tre "sorelle" che sorvegliano il lago, come tre pigre anziane bagnanti - ancora con i segni di una antica lussureggiante bellezza - che indugiano semi-immerse accanto alla riva, godendosi gli ultimi soli d'estate…
L'Isola Madre è la più misteriosa delle tre, e io ho pensato che l'unico modo per visitarla in modo degno è di affidarsi alla vertigine di un volo, arrivarci dall'alto, godendoci lo spettacolo del lago, e calandoci nella minuscola ma fitta briciola di foresta che ricopre l'isola.
Ecco: un volo, una discesa che sia anche una risalita morale, una dichiarazione di fede nei confronti di una Natura cui siamo profondamente legati, ma che troppo spesso trascuriamo senza comprenderne la infinita pazienza e dolcezza, la capacità di accoglierci e di prenderci tra le braccia, proprio come una madre amorosa…

Condivido dunque con voi questi versi, amiche care, sempre con amore.

M.P.



Borromee, Borromee!

 

III
La Madre




Vorrei non avere peso, né corpo, né provare
dolore, e sorvolare libera quell'isolotto verdebruno,
quel ciuffo di foresta disperso nel mezzo
del mio tenero lago.

Vorrei librarmi come una folaga, o una libellula,
o meglio, un pappo spettinato di pioppo, in braccio
d'una brezza gentile, tra nubi candide, come avvolta
in un velo di sposa.

Vorrei impazzare brevemente in un turbine
piccino come un ciclone bambino, e sorridere al sole
che sorride sempre ai bimbi alle spose e alle pazze,
e poi lasciarmi dolcemente cadere.

Cadendo, osservare gli alberi intenti a conversare,
agitati da un vento che io qui non sento, tutti riuniti
in una piccola folla, ognuno col suo portamento,
ognuno col suo tono distinto di verde:

Verde lucente, verde cupo, verde acqua, verde foglia,
verde smeraldo, verde ramarro, verde tenero, verde aspro,
verde ombra, verde squillante, verde menta, verde oliva,
verde muschio, verde pino, verde puro, verde su verde...

Vorticando rivedere gl'infiniti toni dell'indescrivibile verde
dei tuoi occhi verdi, che ho così tanto amato e sognato
e dipinto, sulle tele dell'anima, a tempere morbide
in trasparenti infinite velature di verde pigmento.

Precipitando ancora poi, lentamente, intrufolarmi
come un raggio d'aurora tra i rami, cedevoli abbracci,
irti o pungenti, baluginanti galassie di foglie e germogli,
popolati di fringuelli, di picchi, di coccinelle

e di cetonie dorate, e sentirmi io stessa un minuscolo insetto
oppure più ancora essere quel ciuffolo di pioppo, quel seme
che con tutte le forze vuole giungere a terra, nella terra
morire, per poter rinascere pianta.

Ecco, una quercia... Poter rinascere quercia, su questo
infinitesimo frammento di mondo, amata da innumerevoli
querce sorelle, in questo insignificante ritaglio di bosco,
puntolino bruno nel mezzo del lago:

lago che si vanta di essere vasto, ed è appena un puntino,
un cristallino grigiazzurro luccicante e prezioso e tenero
e caldo nel solitario immenso gelo dell'universo.
Di quell'universo vorrei io far parte.



Marianna Piani
Stresa, 3 Giugno 2013


domenica 1 settembre 2013

"Borromee, Borromee" II


Amiche dilette, amici cari,
Come promesso, anche se con un piccolo ritardo dovuto a un problema di salute, ecco la seconda poesia del "trittico" che ho composto in omaggio alle Isole Borromee, questo mio speciale "luogo dell'anima", come vi ho spiegato nella introduzione precedente.
Questa che segue in particolare è intitolata alla un poco meno nota "Isola dei Pescatori", e anche in questo caso mi sono lasciata prendere dalla memoria, che a questi luoghi è così legata.
Ho tracciato un piccolo acquerello, un paesaggio ideale, sperando di rendere anche per voi le luci e le ombre, e i colori, e le atmosfere di questi luoghi, e tutta la loro magia, l'incantesimo che esercitano da sempre sul mio pensiero.
La dedico a tutte voi, amiche care, come sempre, con amore.

M.P.





Borromee, Borromee!

II

I pescatori

Monta la tempesta: il campanile
si aggrappa forte allo scoglio, pronto
ad affrontare la saetta che s'abbatte
come in cerca di vendetta.

Le case, piccole case ammonticchiate
sulle pendici, piccole finestre, spessi muri,
si stringono ad esso, come pulcini alla chioccia
quando il falco vira largo, in alto, in agguato:

Se potessero aver voce, le udiremmo
pigolare, atterrite. Troppo cimento al pensiero
porta con sé il vento, che improvviso ruzzola
indiscreto tra le anguste calli e i terrazzi.

Le barche, piccole barche ingombre di reti,
si agitano già a ridosso del molo, spingendosi
una con l'altra, come scolaretti in pausa,
criccando e gemendo gomene e carene.

Il lago è fidato, il lago tradisce solo l'incauto,
il lago accoglie due folaghe in fuga verso la riva,
il lago osserva il mio sgomento, e il mio sollievo
quando una mano amata mi cinge il fianco.

Ora io potrei scivolare, nelle acque ametista,
potrei mancare la presa e lasciarmi andare,
abbracciare la vigorosa corrente che mi trascina
a svanire sul fondo come una disamorata Ondina.

Ma potrei lasciare, questa luce? Questo verde,
questo blu che sgomenta, questo canto di averle
e fringuelli in amore, questo profumo di mandorli
in fiore, queste lune che rischiarano la foresta?

Potrei mai abbandonare questi villaggi, le loro torri
malferme, le loro chiese aggrappate ai camposanti,
i loro antichi abitanti, dalle mani che paiono radici,
dai visi che paiono scolpiti nel granito, o intagliati

in tronchi di castagno? Potrei mai, dimmi, tradirti
per un incubo, o un delirio, o stanchezza, Vita mia?
Un braccio come una fune mi cinge i fianchi, mi trae
a riva: potrei cedere ora e disdegnarne l'aiuto?

Presto il profilo dell'isola, già scuro, verrà offuscato
da nebbia di pioggia battente e venti violenti
la tormenteranno fino a scuotere le pietre dai muri
e divellere le tegole dai tetti; ma i pescatori...

I pescatori rassettano sereni e quieti le reti
nei loro ripari. Sapienti, saggi, non temono
la furia infantile del lago: per oggi, sanno
che sarà solo un capriccio di acqua e di vento.

Io trattengo i capelli che m'impazzano
sugli occhi, guardo l'isola celarsi dietro
la più massiccia sorella, sul battello,
accolgo gli sbuffi d'onda sul viso.

È un pulviscolo fine che intride
la veste leggera, null'altro.
Io sono in salvo, presto a riva
mi attende ancora la vita.



Stresa, 2 Giugno 2013
Marianna Piani