«La Poesia è Scienza, la Scienza è Poesia»

«Darkness cannot drive out darkness; only light can do that. Hate cannot drive out hate; only love can do that.» (Martin Luther King)

«Não sou nada. / Nunca sarei nada. / Não posso querer ser nada./ À parte isso, tenho em mim todos los sonhos do mundo» (Álvaro De Campo)

«A good poem is a contribution to reality. The world is never the same once a good poem has been added to it. A good poem helps to change the shape of the universe, helps to extend everyone's knowledge of himself and the world around him.» (Dylan Thomas)

«Ciò che premeva e che imparavo, è che in ogni caso non ci potesse mai essere poesia senza miracolo.» (Giuseppe Ungaretti)

sabato 29 agosto 2015

Come avrei potuto


Dopo alcuni componimenti per me un poco più impegnativi, ritorno con una cosetta più lieve, una schietta composizione d'amore, molto semplice e in forma quasi canonica, scritta - casualmente - proprio l'8 Marzo ispirata da una donna che mi ha fatto letteralmente perdere la ragione per una breve ma indimenticata stagione della mia vita.
Per ognuno di noi vi sono persone così, di cui non si riesce a non innamorarsi perdutamente, appena le si incontrano. E ci si sente disposti a sacrificare ogni cosa, anche la propria libertà, il bene per me più prezioso in assoluto, pur di far parte della loro vita.


Costei era così, di una bellezza sfolgorante, sicura e quasi maestosa, come una regina, libera come l'aria, imprendibile, inarrestabile, simile a un'amazzone in sella alla sua luccicante motocicletta (ho sempre amato questi mezzi, anche se da sola non ci so fare nemmeno un metro, simbolo di velocità e libertà, di fuga e di futuro). In fondo sapevo fin dall'inizio che non avrebbe potuto durare, ma ci sono cose in cui la razionalità, il pensiero, perfino la propria personalità profonda, nulla possono, territori dove solo il cuore, l'attrazione, il desiderio hanno possibilità d'azione.

Ho sofferto parecchio, per lei, prima durante e dopo la nostra storia, ma lo rifarei subito, con cieco entusiasmo, perché forse mai come in quei due mesi e mezzo folli e scriteriati mi sono sentita piena e viva.

Vi affido questa mia cosetta, amiche dilette e amici, più che mai con amore.

M.P.





Come avrei potuto


Come avrei mai potuto non amarti,
quando mi sei apparsa all'improvviso
come una fiamma che avvampi
incenerendo i cuori e i campi?

Quando Dioniso e il dio del vento
si sono uniti per generarti
e Diana e Dafne si son congiunte
per conferire grazia al tuo ardimento?

Io t'ho amata, e non avrei potuto
fare null'altro, dal primo istante
della tua epifania abbacinante.

T'ho amata non appena mi hai parlato,
e appena udita la tua voce volli
bere dalle tue labbra notti folli.

T'ho amata, e non avrei mai potuto
farne a meno, così avrei amato
la fune che m'avesse a te legata,
la catena che m'ha imprigionata

nella sacrale cripta del tuo grembo,
il nerbo che m'avesse a te asservita,
la coppa di veleno che mi hai porto
per impossessarti della mia vita.

T'ho amata, e non altro avrei potuto
se non riposare il mio capo assorto
sulle tue ginocchia e restarti accanto.

T'ho amata, e poi nient'altro, come s'ama
nel cuore della notte la sua voce,
un palpito d'aurora tanto precoce.



Marianna Piani
Milano, 8 Marzo, 2015

mercoledì 26 agosto 2015

Ho Fede?



Amiche care, amici

Una domanda, questa del titolo, cui la mia composizione non vuole rispondere, in realtà, e si limita soltanto ad esporre.
Nella mia intenzione, una composizione "religiosa", se mi concedete questa definizione, ovvero dedicata a ciò che trascende la  esperienza sensibile, per proiettarsi, attraverso la memoria, in un tempo che in qualche modo si avvicina all'infinito. Una infinitezza umana, non divina, legata al concetto stesso di Umanità, così come ad esempio è affermata, in negativo, come in un calco, dalla disumanità dei Campi di Sterminio.

Dunque, ho Fede? Certo, forte e salda, nell'Uomo, e nella parte di divino che è espressa dalla Bellezza, la vera unica entità trascendente che governa l'Universo. O almeno, il "mio" Universo.

Per questa composizione, impegnativa, ho cercato una forma per me inconsueta, a canone a due voci, che spero di riuscire a riprodurre nonostante i limiti dell'impaginazione grafica del Blog. Il "rientro" delle strofe del responsorio (quelle tra parentesi) ha un suo senso, e spero possa essere riprodotto correttamente nei vostri dispositivi di lettura.
(Personalmente non amo molto gli espedienti tipografici nella mia scrittura, ma è una questione di gusto personale, essi hanno un loro significato e piena dignità in ambito poetico; e poi, quando ci vuole, ci vuole).

Per voi, amiche dilette e amici carissimi, con amore.

M.P.






Ho Fede?


Me lo chiedo sovente
quando maggiormente vacilla
ciò cui più s'affida la mia mente,
mi chiedo in quale scintilla
potrò confidare nel rendermi grato
il tepore del mare.

Ho fede, in questo mare
che onda dopo onda consuma
le coste, insinuando un canto
d'infanzia tra gli scogli.

(Fuggono i paguri saltellando
nella corrente, fuggono alle mie mani
piccole rapaci, aperte a ventaglio:
mentre passo, s'appiattano le patelle
agli scogli, tenacemente,
si serrano le cozze nei loro pertugi
come taglienti astucci in metallo,
scivolano alghe viscose
tra le dita dei piedi - immersi
in questa mia storia antica.)
 Ho fede nel soffio di tramontana
che mi giunge alle spalle
e dolcemente mi spinge lontana
dalla rotta più usuale,
ho fede nell'oro delle messi
che ho visto ondeggiare
come se esse pure fossero mare,
e ho fede poi nelle api, dorate
anch'esse, e nel loro ronzare
appassionate all'alveare.

(Il respiro dei colli percorsi
da un fremito familiare
di fogliame e di vigne mature
mi avvolge e seduce
mentre l'affanno della passione
ancora acerba, malcerta ma viva,
mi spinge a salire i declivi,
a discendere le ripide scale
sempre col cuore in gola
sempre a perdifiato, mai in pace.)
 Ho fede nei diedri chiusi
delle cime mie amate,
candide nelle mattinate d'inverno
rosate nei tramonti d'estate.
E nelle pure altitudini, ho fede,
dove l'anima si perde, e il corpo
trova il suo limite estremo;
e ho fede in questo fiore sgualcito
lasciato tra le pagine del libro
a segnare il mio punto di svolta.

(Mi parla, in prima persona, diretta,
la eterea genziana violetta: in vetta,
mi dice, giunge solo chi ama,
poiché così prossimo al cielo
l'umano può dialogare col Dio,
e sfrangiare i cirri a nude mani.
Mi parla la roccia tagliente
che serro stretta all'appiglio:
se hai fede in me, mi dice serena,
non cedi, non svaghi, non cadi.)
Ho fede nelle pagine fitte
di parole, di capoversi, di pensieri
e di sterminati racconti, ho fede
nella memoria fatta storia,
nei volumi che - fattami brezza -
io sfoglierei con una carezza
pagina per pagina, una
per una, cercando in ogni singolo foglio
la risposta alla mia richiesta infinita
d'una ragione di vita.

(Mi accoglie, come un'amante
questa mia parete di libri
a ogni mio rientro - stanca
di ciò che è stanco, nella mia vita,
vuoto, effimero e senza speranza:
mi prende, tra le braccia,
mi conduce dietro sé alla ventura
laddove il Tempo narra passioni,
non elusioni, e impone cuore saldo,
e animo puro, come alla vetta.)
Ho fede, perdio, fede
nel Libro dell'Uomo
rivelato alla nuda Coscienza,
fattosi Spirito e fattosi Carne,
 
Pensiero e Desiderio, Verità
e Illusione, Conoscenza e 
Tentazione, Lussuria e Preghiera.
Per un ripetersi in un circolo
eterno di Dubbio e di Fede:
l'unica Eternità a noi concessa.
 


Marianna Piani
Milano, 3 Marzo 2015

domenica 23 agosto 2015

La fine dell'Estate calda


Amiche care, amici,

per prima cosa mi scuso per il mancato appuntamento di Mercoledì, e per quello assai ritardato di Sabato, spostato a oggi, entrambi dovuti a pressanti motivi di lavoro - nonostante la stagione, lavorando per Aziende estere per me in questo periodo il lavoro non diminuisce, ma se mai aumenta.
Capiteranno purtroppo ancora disguidi del genere, probabilmente, e di questo mi scuso ancora in anticipo.
Per me, come ho già detto, questo con voi è un appuntamento fondamentale, perché la scrittura è prima di tutto comunicazione, altrimenti non avrebbe alcun senso, almeno per me, qualunque ne sia il livello e la tensione emotiva.

Oggi in compenso, comunque, in deroga alla regola che da sempre mi sono imposta, cioè di non pubblicare mai testi nella immediata vicinanza della loro composizione, vi propongo una mia cosetta, quasi appena scritta, "di occasione" si potrebbe dire.
Ma, parlando proprio di "tensione emotiva", qui è tale e così pressante che non ho saputo resistere all'impulso di dare libertà al testo, giusto il tempo di una guardatina per sistemare alcune disarmonie (o errori) più evidenti.

Parlo della fine di quest'Estate, qui da me particolarmente torrida, pesante, forse anche perché ho dovuto lavorare più del consueto. L'attesa dell'arrivo del primo temporale probabilmente "risolutivo", dalle alture del Lago Maggiore, la rinascita dalla sete e dalla arsura, la voglia di abbracciare la Natura, di farne parte, il ritorno finalmente della voglia di cantare…

Per voi, amiche dilette e amici, in terzinette senza schema, quasi un racconto, come sempre con amore.

M.P.





La fine dell'Estate calda


Qualcuno dirà ch'è pazza
questa ragazza, e c'è del vero
in questo pensiero:

sento alzarsi un vento teso
che scuote le chiome ai salici
e alle donne, sibilandone il nome.

Un vento atteso, a lungo atteso,
mentre il cuore penava oppresso
in questi pomeriggi di bonaccia.

Nulla allora pareva rimasto in vita,
perfino l'acqua del ruscello
indugiava tra i miasmi dello stagno

forse in cerca d'un semplice riposo
alla sua corsa precipitosa,
in questo luogo ombroso.

L'atmosfera era propizia
solo alla resa, oppure all'assedio
o alla clemenza senza perdono.

Ogni suono, ogni voce
pareva soffocata da una coltre
opprimente di silenzio fosco.

E mentre il sole tramontava
in un'ardente febbre di colori,
anche le cicale nei frutteti

regine indiscusse della calura
tacevano sfinite, non avendo
quasi più nulla da narrare.

Proprio come a me che mancava il fiato -
e il pensiero - e il canto - e la parola -
e m'assopivo in un ottuso oblio.


* * *


E ora finalmente che il cielo oscura
e folate di salvezza giungono
da occidente, portando in sé

il profumo della menta dalle alture,
io esco, sul pianoro, indosso solo
sul corpo nudo l'ampia veste bianca

che mi fa così simile a una sposa,
apro larghe braccia, accolgo in seno
la tempesta che mi si getterà addosso

come una gelosa amante, lascio
gli orli della gonna come impazziti
frustare le mie gambe, sode e salde,

i piedi nudi dentro l'erba arsa
come radici, e qui mi faccio pianta,
e attendo ferma l'urto della pioggia

che mi travolga come un fuscello,
incollando sulla pelle viva
il gelo e il piacere dell'amplesso

della Natura che risorge a me
in tutta la potenza del suo grido
contro ogni morte - che essa sia subita

oppure ardentemente amata. Quindi
attendo, accanto al bosco esausto
riarso e casto, di giubilare

la fine di questa Estate calda:
lei, e le Perseidi - pallide suicide
di queste eterne notti senza ristoro.

Sulla collina sto, come una croce.
...Sí, dev'essere davvero pazza
lassú, quella ragazza!


 

Marianna Piani
Nebbiuno/Milano, 20 Agosto 2015



sabato 15 agosto 2015

Memoria


Amiche care, amici,

La Memoria è l'unico deposito del passaggio dell'esistenza umana, di ogni essere umano. La memoria è ciò che ci rende unici, tra gli esseri viventi, è la capacità che tutti noi abbiamo di trarre dall'esperienza dei nostri simili il motivo e la direzione della nostra Storia. E la memoria le generazioni la hanno depositata e la depositano nei supporti fisici dell'Arte di tutti i tempi: incisioni, dipinti, graffiti, sculture, libri…

Ha del miracoloso la semplicità e nello stesso tempo l'unicità di quel primo gesto che affida a un "supporto" stabile, potenzialmente incorruttibile, eterno, il segno del proprio pensiero, della propria percezione del mondo, la narrazione della propria visione della Storia.
Pensate, i graffiti di Altamura, tanto per fare un esempio celebre, ci arrivano da un abisso di ventimila anni o giù di lì, e ancora ci parlano con splendida abilità tecnica e consapevolezza comunicativa (in una parola, con "arte") non solo degli animali che abitavano quei luoghi all'epoca, ma anche della drammaticità vitale e della emozione che poteva suscitare la loro epifania maestosa tra quelle genti, e soprattutto ci racconta del pensiero e dello spirito del misterioso, anonimo artista che tracciò sulle pareti quei disegni stupefacenti, certo con l'intenzione non di "riprodurre" una realtà, ma di ricrearla, di stupire, di coinvolgere gli astanti in un racconto e in un rito, di compiere un sortilegio. Il sortilegio di dare vita, profondità, presenza, a un segno.
Il gesto primo dell'arte - da sempre - è questo, semplicemente questo, e nasce dal bisogno di fermare l'attimo, di trasmettere il pensiero e l'esperienza, di comunicare l'emozione, al di là dello spazio e del tempo stesso.
Strappare la nostra esistenza dalla sua effimera condizione mortale, e imprimerne la rappresentazione nella roccia della memoria, per sempre.

Una breve composizione dedicata a quel primo gesto: una mano che impugna una selce e incide la superficie di roccia con segni organizzati in un pensiero, in una visione del mondo…

Per voi, amiche dilette e amici, queste riflessioni, con stupore, e amore.

M.P.

 





 
Memoria


Vorrei chiederlo, a quell'umano
dalle poderose nere mani
che sfiorano la parete di basalto
con la delicatezza d'una brezza:

se avrà coscienza dell'immensità
dell'atto cha sta per compiere quando
la punta della scheggia che ha nel pugno
inciderà quel primo graffio bianco

a traccia eterna del suo passaggio.
Vorrei sfiorare con la mia quell'altra
mano che si copre d'ocra e imprime
la sua impronta sul fondo dell'anfratto.

Vorrei lodare un dio per quello stilo
che per primo fissò con un contorno
esitante sulla pietra vergine e stupita
il grido d'agonia della gazzella.

Vorrei vedere in viso quella gente
che per prima ritrasse sulla rupe
l'immagine di sé stessa nella caccia
con svelti tratti di nera tinta e sangue.

Vorrei incidere a colpi di scalpello
su quella stele, o roccia, o corteccia,
o granito, o pergamena, o carta,
i miei pensieri perché siano in perpetuo

un ponte oltre il baratro del tempo,
oltre il gorgo, oltre l'abisso che ci annulla,
unico varco umano verso il cielo,
il sangue, il magma che si rapprende,

il calco fossile della nostra vita
nei sedimenti dalla Storia -
questi segni incisi a colpi di matita
nella lastra nera della memoria.



Marianna Piani
Milano, 23 Febbraio 2015


mercoledì 12 agosto 2015

Ragazze


Amiche carissime, amici,

permettetemi di confessare (cosa che di norma qui cerco di evitare per lasciare a voi, lettrici e lettori, piena libertà di opinione) che amo particolarmente questa piccola composizione, un poco in tono di ballata, nata quasi per gioco, mentre osservavo dal tavolino di un bar un piccolo sciame di ragazze, bellissime, impegnatissime, libere come farfalle, uscire chiacchierando tra loro dal portone della Statale per la "pausa pranzo", il tutto in una limpida giornata di Febbraio, di quelle che a Milano sembrano preludere a una primavera ancora piuttosto lontana.
Di solito butto giù degli appunti rapidi, dove sia, taccuino o risvolto d'un libro o biglietto della metro, che più avanti eventualmente (non sempre, a volte tutto muore lì) riprendo e sviluppo in qualcosa che magari finisce per prendere una strada del tutto diversa dalle intenzioni originali.
Anche in questo caso è avvenuto qualcosa del genere. Un bozzetto tracciato alla svelta, più nella mente che in scrittura, con uno sguardo leggero, divertito, poi si è sviluppato in qualcosa di più intenzionale, di più meditato.

Ma il motivo della mia predilezione sta nel soggetto piuttosto che nello svolgimento o nella realizzazione, che spero comunque sia per voi efficace.
Tutta questa bellezza, tra il consapevole e l'inconsapevole, di queste giovanissime, e la loro libertà di speranza e anche, ancora intatta, di illusione mi hanno riportata fulmineamente ai tempi della "mia" università, ai miei vent'anni o poco più, e in un certo modo mi sono sentita parte di loro, comprensiva della loro intelligenza vivida e imprevedibilmente saggia, in costante equilibrio tra il profondo e il superficiale, tra il futile e l'appassionato.
E in tutto ciò ho percepito con vivezza quella forte appartenenza di genere, quell'orgoglio che noi tutte (perdonate, amici e compagni, se un po' vi escludo, ma voi avete altri imperativi, altre emergenze, in quanto maschi) ci rendono solidali nell'essere donne, anzi, nell'essere ragazze, prescindendo da ogni epoca, e ogni età…

Vi lascio questi pensieri, amiche dilette e amici cari, come sempre, con sempre rinnovato amore.

M.P.







Ragazze



Che fanno le ragazze
affacciate ai balconi
sulle vie affollate nell'ora
di punta, che cosa fanno
sui cornicioni di vetusti
palazzi, accosto ai lampioni
che costeggiano i viali,
raggomitolate sugli orli
dei moli a ricevere folate
di salso e di promesse false,
oppure ritte sulle terrazze
che guardano sul mare
a lasciar correre il vento
tra le gonne, lungo le gambe,
fino all'inguine palpitante?

Che fanno nelle cornici
degli androni a chiacchierare
di smalti e di Schopenhauer,
le studentesse, che fanno
sfilando pei portici degli atenei
a braccetto tra loro, sfoggiando
sorrisi e ombretti azzurrini,
che fanno balzando con i tacchi
dai torpedoni che incrociano
come megattere tra il bassifondo
e le banchine luride del porto?
Che fanno
col loro trepido affanno
nel vagar tra le vetrine
titillando il telefonino
trotterellando sulle gambe snelle
per lasciarsi ammirare
da ogni passante casuale,

distratto o attratto,
nella irripetibile bellezza
e nel fascino ingenuo
della loro prima - o ennesima -
fuga per amor di giovinezza?

Che fanno, le ragazze sole
al sole dei loro occhi
di giada e di smeraldo
nel popolare le piazze
e le banchine delle stazioni
come fiori selvaggi i prati,
lampeggiando di rosso
di oro di bruno di viola
le loro novelle arruffate corolle?
Perché questo loro affrettare
a erodere la vita
in un sogno che ha il nitore
di una serena speranza
ad attenderle a ogni varco?
Che fanno aggrappate
ai loro purosangue, lanciate
a perdifiato sulle autostrade,
singhiozzando
per l'eccitazione di stringere
saldo tra le ginocchia in arcione
il loro avvenire, e avere il vento
che sibila tra le ciocche,
i ricci, le onde agitate delle chiome,
qual loro fido compagno di viaggio?

.  .  .  .  .

Ogni domanda siffatta
rimarrà insoluta:
la bellezza,

così come il cielo
nei giorni d'Aprile,
la libertà incoercibile
della giovinezza,
il fiorire dei giardini
sugli argini dei fiumi,
le betulle che s'affollano
sulle sponde del lago
per specchiare le loro chiome
argentate, i petti frementi
rigonfi di piacere, torniti dal piacere,
le file garrule eleganti
delle rondini fanciulle affacciate
alle infinite balaustrate della vita,
i cirri come volute barocche
nel cielo, che annunciano
la fine del gelo, qui sulla terra,
con l'arrivo di Maggio
a destare le messi, gli sbocci
e le voluttà dell'amore...
tutto questo amici
rimarrà mistero.

Insoluto, sepolto nell'argilla
del nostro sesso docile e impuro.



Marianna Piani
Milano, 19 Febbraio 2015


sabato 8 agosto 2015

Rare nebbie


Amiche care, amici,

Eccomi al mio irrinunciabile appuntamento con voi, con una composizione che cerca di ritrarre quel momento, sfuggente e indefinito, in cui per la prima volta sentiamo che la persona che amiamo, e su cui abbiamo riposto tutta la nostra fede, le nostre speranze, i nostri progetti per un futuro e un mondo da percorrere assieme, si sta allontanando da noi, forse definitivamente.


È spesso questione di minimi dettagli, di inezie, sapete. La grande litigata, il battibecco, la giornata di mutismo, di ripicca, i musi lunghi, anche la piazzata furibonda, tutto questo tra amanti spesso sfocia, paradossalmente, in riappacificazione, pianto liberatorio, a volte finendo in un appassionato amplesso, di amore ritrovato.

Sono le piccole cose invece, i piccoli segnali, quelli che preludono spesso al definitivo distacco, e non si può mai sapere veramente quale delle due parti abbia iniziato il percorso di allontanamento. Ciò che è certo, è che si tratta di una esperienza dolorosa, spiazzante, il percorso opposto all'innamoramento: quando cadono tutti i muri, le barriere tra due persone, e si fa strada una straordinaria e perfetta intimità. Alla fine del percorso invece, ciascuno si rintana in sé stesso, cerca di erigere nuovi confini, percepisce l'intimità dell'altro via via più estranea, rarefatta, incostante, fino ad essere negata del tutto, come un fastidio, un'abitudine, un superfluo.

Queste sono le "nebbie" di cui parlo, quelle in cui sprofondano due persone che iniziano a non riconoscersi più come parte una dell'altra.
Che gelo. E che tristezza, che malinconia profonda, che solitudine bastarda...

Condivido con voi, amiche dilette e amici, come sempre, sempre con amore.

M.P.





Rare nebbie


Rare tali nebbie tra queste alture,
eppure, può capitare di vagare
in una lattigine diffusa
tanto da smarrire di sé il dove
il come, e il quando di questo andare
quale nave alla deriva senza approdo.

Tu eri due passi più indietro a me
a chiacchierare con un'amica tua casuale
e già più non scorgevo le tue sembianze.
Udivo la voce, i fervidi accenti,
quasi udivo le parole, ma tu
e la tua bellezza eravate già sfocate.

Avrei voluto raggiungere il luogo
del nostro ristoro, la casa tra i prati
accanto al vasto castagno ombroso,
là dove mille ore abbiamo trascorse
a ragionare di cose, amore, vita
e ricordo: ma ormai m'ero perduta.

Davanti a me solo immagini vaghe,
dietro, un mormorio indistinto
che forse era rugiada
che stillava dai curvi rami,
e attorno, globi luminescenti
erano i lampioni stradali che già

si accalcavano, come presenze
di anime inquiete, disorientanti
anziché rischiarare il mio cammino;
e la strada nota di tutti i giorni
era un percorso oramai senza meta,
che si svagava davanti ai miei passi.

Mi chiedevo intanto se avrei mai più
ritrovato la nostra casa, il patio, il parco
sul retro con il roseto e il cancello
che dava verso lago, e il tuo sorriso
caldo e rassicurante che si affacciava
tendendomi quelle mani adoranti

di rubino e avorio, candide e impure,
e quel tuo sguardo fervido e sfuggente
solo faro e guida per la mia mente.



Marianna Piani
Milano 16 Febbraio 2015

mercoledì 5 agosto 2015

Fossili e sedimenti


Amiche care, amici,

Il tempo che ho a disposizione è pochissimo, il lavoro mi chiama a gran voce, ma non voglio proprio rinunciare a questo appuntamento con voi, per me prezioso e insostituibile.

Non mi dilungherò troppo nella presentazione, anche perché oggi si tratta di una delle mie composizioni un poco più "corpose", in forma più narrativa che lirica.

In realtà scrissi questo testo praticamente di getto, in pochi minuti, sulla spinta emotiva di uno di quei momenti di squilibrio e sconforto, purtroppo per me non infrequenti. Poi c'è voluto ovviamente un franco e attento lavoro per ridurne le asprezze, le disarmonie, le ingenuità, ma nell'insieme è rimasta tesa e densa com'era nata.

Racconto qui delle "mie" montagne, che da qalche tempo non posso più frequentare per motivi di lavoro, di costo e di saliute, e racconto della attività di arrampicata su roccia che non posso più praticare al livello di un tempo, perché gli impegni e la vita e la salute appunto mi lasciano troppo poco tempo e modo per seguire un minimo di allenamento, e senza allenamento specifico e continuo il salire a un certo livello, quello cui ero abituata, potrebbe essere, anzi è, un rischio mortale. La montagna non perdona che le manca di rispetto.


Ma mi manca, la montagna, mi manca come una amante abbandonata, mi manca non la salita, che è soltanto un esercizio fisico, un fare i conti con i propri limiti umani, mi mancano piuttosto i luoghi, le atmosfere, i paesaggi, le aperture d'orizzonte geografiche e mentali, affettive e spirituali. Nulla poi di più appagante dell'effettuare una salita in compagnia della persona amata, e anche questo mi manca, mi manca follemente. Non ho mai praticato alpinismo per motivi sportivi, ma solo ed esclusivamente spirituali. La montagna così per me è una immensa metafora umana, la metafora della tensione ad elevarsi. A trascendere la propria limitatezza.
Chi tra voi amiche carissime e amici conosce e frequenta in qualche modo la montagna penso mi capirà. Agli altri spero di comunicare questa tensione, questa bellezza in gran parte indicibile, inafferrabile, al di là dell'esperienza.


Per voi amiche dilette e amici, come sempre, con amore.


M.P.





Fossili e sedimenti


Quelle accidiose montagne in attesa
sull'orizzonte sfocato, di fronte
a un sole che nasce da un lontano
paese di mare, in attesa della brezza
fremente dell'alba, come una carezza
sul ventre dolce della mia amata,
profumato di muschi spugnosi
e di felci irrorate dalla rugiada.
Quel paesaggio infitto nel maggio
della memoria, goduto a settembre
tra sfolgorii di verdi alture, e pasturi,
e malghe riposte tra le valli più alte,
e il chiacchiericcio dei torrenti
tra gli sfasciumi di sassi là in fondo
alle gole chiuse tra pareti di quarzo
e granito. Quel paesaggio
sofferto a novembre, prima
che il primo fiocco esitante a morire,

sia pure in quell'aria incorrotta,
si posi sulla tua mano in un dolce
disciogliersi e spirare, come me,
al tuo calore. Paesaggio rimpianto infine
a dicembre, il mese del crepitare
dei ceppi nei focolari, allora, ma ora
soltanto l'attesa di una fine,
la fine d'un peso, sempre più greve
da sostenere per chi come me
s'è perso, e ha visto rovinare il pilastro
del proprio amore, cosī tenero e saldo.

Quelle montagne, mi sono lontane
oramai, come un miraggio, eppure
pare ieri che mi avventuravo tra quelle rocce,
che risalivo in verticale quei muri glabri,
ficcando le dita nelle loro piaghe
per farne appigli al mio ardimento
e alla mia sete inesausta d'ascesa,
di coerenza, di trascendenza.
Mi illudevo, avvicinandomi al cielo,
respirando quell'aria sempre più ghiaccia
e rarefatta, di avvicinarmi a un dio,
se c'era, oppure all'essenza stessa
della bellezza. E mi pareva
che ciò fosse vero, nel vedere
sotto i miei piedi sospesi in un vuoto
di mille più metri, i ghiaioni rosati dal vicino
tramonto digradare come dolci rivi
tra gli anfratti, e gettarsi nella brughiera,
e poco sotto nell'ombra godere l'abbraccio
del bosco di abeti, e più giù ancora
le strade regnare incontrastate
avvolte ai declivi come serpi;
e solo allora vedere i primi vestigi d'umano,
un fienile, una casa, un piccolo muro,
il quadrato d'un campo falciato con cura:
tutto ciò era pura bellezza,
e il mio essere sola
aggrappata a quel modo alla vita
anche questo 
lo era.
Così allora pensavo. Ma...

Tutto era così immenso, smisurato,
e io minuscola donna ero così nulla,
aderente come un insignificante graffito
a quella parete, un nulla a sua volta
a paragone di quella distesa infinita di roccia,
di ghiaccio, di praterie, di scure foreste,
di cieli solcati di nubi sfrangiate.
E capivo quant'era inerme, la mia tracotanza,
com'era un nulla di nulla quel migliaio di metri
di ostinata salita, col cuore ch'esplode
nel petto e le labbra tagliate dal gelo,
 
come tutto quell'arduo cimento,
e rischio, e fatica, e dolore,
tutto questo non mi avvicinasse d'un unghia
alla volta del cielo, o ad alcun dio,
né mi elevasse più di un'inezia
alla bellezza cui anelavo.
Come era vano ogni mio sforzo,
questo mettere la mia vita
come posta in un gioco
che non avrei mai vinto.

Allora l'unico gesto sensato,
l'unico che di fronte a quel cielo
avrebbe potuto ridare dignità 
al mio essere soltanto umana,
l'unico atto libero e certo
sarebbe stato lasciare la presa,
abbandonare gli appigli, e volare
per quei mille e più metri, avere
per pochi secondi d'eterno
il sapore del cielo, nella bocca
nelle orecchie nei capelli nei polmoni
traboccanti di vento e alla fine di tutto
andare a far parte di quelle rocce
come un fossile d'osso
frantumato, sul fondo, quel fondo
che un tempo fu un abisso marino.



Maranna Piani
Nebbiuno, 14 Febbraio 2015


sabato 1 agosto 2015

Città di mare


Amiche care, amici,
prima una piccola comunicazione di servizio, per così dire, dedicata a tutti i miei pochi ma preziosi e amatissimi lettori.
Da qualche tempo, come qualcuno di voi si sarà accorto, non riesco a redarre regolarmente la traduzione delle poesie che amo, e a pubblicarle per voi, come faccio da qualche anno parallelamente su Twitter e su queste pagine.
Non si stratta di stanchezza, o di un periodo di ferie (vista la stagione), al contrario, è il lavoro, quello che mi dà da vivere, che occupandomi in questo periodo dall'alba alla notte non mi lascia praticamente il tempo che mi necessiterebbe per onorare degnamente questo impegno. Vi prego di perdonarmi, perché una traduzione, sapete, non è un lavoro da poco, se fatta con onestà e rispetto, sia dell'Autore d'origine, sia della lingua di partenza e di arrivo, sia del lettori cui ci si rivolge.
Mi manca assai, devo dire, questo esercizio quasi quotidiano, che ritengo fondamentale, insostituibile per la mia crescita e conoscenza, e anche perché così spero di contribuire a diffondere - nel mio piccolissimo - il valore di quest'arte primaria, l'arte da cui ogni arte prende vita.
Per questo farò in modo di riprendere, davvero, appena mi sarà possibile.

Ora due parole su questa piccola composizione, dedicata, semplicemente, alla mia città d'origine.
Ho girato il mondo, e ora vivo e lavoro prevalentemente in una città del tutto differente, grande e pesante, che amo e non amo insieme: Milano.
Avevo lasciato Trieste (questa, per chi non lo sapesse, la città di cui sto parlando) con un sentimento quasi di ripulsa, non oso dire odio, subito dopo la perdita dei miei, decisa ad allontanarmi il più possibile e determinata a non ritornarci più.
Ma lei non è una città che può lasciare veramente il cuore di chi ci è nato e vissuto, è un retaggio, radici che non si possono strappare dalla propria anima, così come non si possono cambiare - se non artificialmente - il colore delle pupille, o i solchi delle proprie mani.
Alla fine parlo di "rimpianto", ma, credetemi, è soltanto perché nonostante mi ci sia applicata a lungo, per mesi, non sono riuscita a trovare un termine che possa meglio esprimere il sentimento che mi lega tuttora a questa città: un misto di amore filiale e di sorellanza, di complicità e di irritazione…
Trieste è come una sorella che mi ha lasciata, senza salutare, e che tuttavia non posso fare a meno di amare, con tutti i suoi immensi difetti, la sua follia, il suo egoismo orgoglioso, e la sua unica straordinaria bellezza…

Condivido con voi amiche dilette e mici, con amore

M.P.





Città di mare


E le case si calavano al mare
dalle alture aspre di rupi bianche,
pallidi palazzi giungevano a riva
in attesa delle notturne burrasche.

Un vento impetuoso precipitava
come una furia giù per i viali
ululando nei rami il giudizio
d'un dio adirato - o forse annoiato.

Tu che m'amavi, m'afferravi le mani
con le tue pietre rudi, così scabre
da ferirmi, e mi tenevi salda
nelle tue braccia, io che ti sfuggivo.

Fuggivo di te ciò che avrei più amato,
la tranquilla dolcezza dei tuoi seni
ove trovavano requie i natanti
inseguiti dalle infide tempeste,

le darsene, i moli, i promontori
protesi al mare con quella tranquilla
disperazione, gli abbracci alle gambe
di quel tuo gelido vento virile,

il cimento delle tue erte vie,
le chiome fulve dei tuoi castagneti,
lo sguardo azzurro dei tuoi cieli miti,
e la tua voce, il tuo scabro parlare

di popolo spiccio, gente di mare,
quel cantar di vocali che ricorda
tiri di reti, virate di barra,
e sillabe asciutte che sanno di terra.

Tu che m'amavi, non m'hai trattenuta
dalla mia dolorosa caduta,
tu che mi ami, ora cerchi un tuo canto
nel profondo del mio inquieto rimpianto.



Marianna Piani
Milano, 12 Febbraio 2015