«La Poesia è Scienza, la Scienza è Poesia»

«Darkness cannot drive out darkness; only light can do that. Hate cannot drive out hate; only love can do that.» (Martin Luther King)

«Não sou nada. / Nunca sarei nada. / Não posso querer ser nada./ À parte isso, tenho em mim todos los sonhos do mundo» (Álvaro De Campo)

«A good poem is a contribution to reality. The world is never the same once a good poem has been added to it. A good poem helps to change the shape of the universe, helps to extend everyone's knowledge of himself and the world around him.» (Dylan Thomas)

«Ciò che premeva e che imparavo, è che in ogni caso non ci potesse mai essere poesia senza miracolo.» (Giuseppe Ungaretti)

domenica 30 giugno 2013

Sensi IV



Amiche dilette, amici cari,
ecco per voi il quarto capitolo della nostra "serie" di riflessioni poetiche sui "Sensi della Vita": l'Olfatto.
Si tratta di una sensibilità primitiva, apparentemente indebolita nella specie umana civilizzata, non più indispensabile per la sopravvivenza come nella preistoria, o come per le altre specie animali. Eppure ancora questo nostro senso così intimo e diretto riveste una grande importanza per orientarci nella vita, ed è capace di regalarci sensazioni intense di piacere, di bellezza, oppure altrettanto vive di repulsione, di allarme.
Per motivi probabilmente evolutivi, tra i sensi fin qui "trattati" si tratta di uno dei più direttamente collegati alla nostra memoria. Difficilmente ci dimentichiamo di un profumo, o di un odore, e anche dopo anni lo associamo con le esperienze che lo hanno accompagnato o suscitato.
In amore il profumo, gli odori del corpo, fanno parte fondamentale della "chimica" tra le persone. Chi amiamo ci dona un fiore, noi ne odoriamo il profumo, ne memorizziamo per sempre l'armonia, e poi ci tuffiamo tra le fragranze di un bacio, di un abbraccio, di un amplesso profondo.
Una mia carissima amica mi ha fatto capire l'importanza di questo aspetto, quando, non potendo avermi vicina, mi chiese, all'improvviso, di dirle semplicemente quale profumo indossavo in quel momento. Questo, a suo dire, le dava di me un'immagine fisica, più ancora di una fotografia, perché più diretta e intima, tangibile, per così dire.
Offro questa composizione a lei, e a tutte voi, amiche care e amici, come sempre con amore.
M.P.



IV

Olfatto

Accompagnami, ti prego, sorella, nella foresta,
nella selva dei larici che sale a incontrare le rocce,
partiamo all'alba, ai primi bagliori che accendono
i pinnacoli delle cime d'una misteriosa fiamma.

Aspiriamo i profumi delle abetaie, dei tronchi abbattuti
dai fortunali d'estate, il sentore denso dei muschi,
e quello appena sensibile delle felci, venerabili
vestigia viventi che ricoprono la torba morta del fondo.

E il richiamo inconfondibile dei funghi, abitanti discreti
di ogni riposto giaciglio del bosco, funghi buoni, prelibati,
funghi agri, funghi letali, funghi che discorrono tra loro
con le fragranze dei loro ombrelli, zuppi di notturne rugiade.

E l'erba della radura, alta, china sotto il suo stesso peso,
s'empie di libero cielo, come i tuoi capelli, che dell'erba
e del foraggio hanno il colore, e più ancora l'odore,
e alla pioggia violenta e breve d'estate si gonfia e si sazia.

A piedi nudi traversiamo quei prati, godendone la cedevolezza,
per giungere agli argini della palude che si cela dietro le canne,
e respirando sappiamo riconoscere tra quelle essenze confuse
con l'acuto odore di putrescente fogliame il profumo del giglio.

Così nel giaciglio segreto delle folaghe e degli aironi
ci attardiamo ad ammirare le tremule covate di ciechi esserini
in balìa della loro vorace pretesa di vita, mentre il falco pellegrino
strilla il suo dominio al cielo, e il vento ci porta lontani profumi

di limoni fioriti. Osserviamo la piana estendersi ai nostri piedi
e ci inteneriamo a vedere le minuscole case, la ferrovia
che serpeggia in miniatura, intersecando la strada, e il fiume,
e inspiriamo le brezze che recano in sè i sospiri dei colli.

E reggendomi così, a te aggrappata, sul bordo del precipizio,
sento il profumo di selva della tua chioma vermiglia,
e quello di giglio delle tue labbra di seta, e l'acquitrinoso
sentore della tua nuca - bella come un marmo di Fidia,

- nuda perché scoperta dal nastro che ti trattiene i capelli,
e sento il dolce odore che hai sul seno, come le coppe
di una ninfea, bianche, spalancate al baciare del sole,
e quello di rosa e di malva che custodisci gelosa nel grembo.

Il senso del riposo con il fluido odoroso di foglie del lago
mi giunge viaggiando sulle ali del vento che accarezza
le acque increspandole, come rabbrividisce a te la pelle
quando ti appoggio le mie labbra tra clavicola e spalla.

Mentre i tuoi profumi di corpo, di pelle, di seta e di marmo
mi avvolgono come avvolge la nebbia un bacio tra amanti,
il mio corpo riposa, abbandonato, sciolti i capelli, mani aperte,
occhi chiusi nel sonno incombente, sopra un letto di petali bianchi.



Milano, 19 Marzo 2013
Marianna Piani
Per M.G. amica adorata

sabato 29 giugno 2013

Ritrovate amiche


Amiche care, amici,
Capita di tornare in luoghi lasciati da anni, e capita di ritrovare lì persone che sono state per noi importanti, in passato, e che da anni avevamo perso di vista. Esattamente questa la situazione da cui è scaturita questa piccola composizione, volutamente apoetica, discorsiva, quasi come una narrazione di un aneddoto: tempo fa mi incontrai a Trieste, in una delle mie "fughe solitarie" in cerca della memoria dei miei luoghi d'infanzia da lungo tempo abbandonati, con tre amiche che non vedevo dai tempi dell'infanzia e della prima giovinezza. Tre ragazze con le quali ebbi all'epoca un rapporto strettissimo - quasi maschile - di cameratismo, e di amicizia e confidenza. Il tempo, sorprendentemente, dopo un primo istante di imbarazzo per le mutazioni fisiche che nel frattempo erano avvenute in ciascuna di noi, non sembrava essere trascorso affatto. Siamo rimaste alcune ore a chiacchierare, ritrovando subito intatta tutta la confidenza, la storia, l'amicizia, le differenze di personalità che ci avevano legato negli anni passati.
Un tavolino in un bar in riva al mare, un cielo cristallino sopra il golfo, mille e mille ricordi...

Dedico questa composizione a tutte le amiche, vicine e lontane, e a voi, amiche care e amici, con amore.

M.P.




Ritrovate amiche


Tre di Aprile, un tavolo, quattro donne,
una bottiglia di vino, i ricordi, e le parole.
Il sorriso aperto, il volto trasparente e chiaro
come il mare nella baia, le mani protese
a incontrare le altre mani in brevi prese,
tocchi d'intesa, così come s'intendono tra loro gli occhi,
i chiari negli scuri, i bruni nei cerulei, i neri specchiantisi
nei verdi; gli occhi che a lampi trasmettono
ben oltre i discorsi, ben oltre le usuali parole.

Non è usuale invece un incontro d'anime e cuori
dopo anni di distanza, di silenzio, di muta
mancanza. Non è usuale il trasfondersi
delle reciproche vite in un abbraccio
e in una carezza, e in un bacio scambiato
tra labbra ridenti di affetti sopiti, ma mai esauriti.
Frammenti di una intimità d'amiche, entità femminee
che sono state un tempo così unite
da non temere nemmeno la spada del tempo.

Al vociare e ridere disteso di quelle officianti
di un rito segreto, si girano brevemente gli astanti,
ad ammirare il gruppo a suo modo prezioso,
sontuoso quasi: quattro paia di gambe eleganti
incrociate sotto il tavolino, i busti protesi, una all'altra,
le mani intente a gestire con grazia innata i calici, i vini,
e gli affari di cuore, antichi e nuovi, tempestosi e sereni.
Poco lontano le gatte del Porto pigramente, languide
si avvicinano alla banchina, ignorando le onde.

Hanno il pelo irto e arruffato, imbevuto di salso
come i nostri capelli lo furono di mare nelle nostre
giovani estati passate a nuotare e amoreggiare coi flutti.
Ora siamo quattro Signore, adunate a un tavolino
come molte altre lì intorno; ma abbiamo sguardi
ancora di fuoco, e di agitata passione,
e pupille scintillanti da adolescenti indomite fanciulle.
Il nostro orizzonte è sempre quella linea d'ombra lontana
sopra la quale si scorgono fluttuare, senza peso, misteriose,

sfolgoranti irraggiungibili cime di roccia e di ghiaccio...



Marianna Piani
Trieste, 5 Aprile 2013

mercoledì 26 giugno 2013

Vibrazioni


Amiche care, amici,
Come altre volte vi ho raccontato, non sempre incontro la necessità di una composizione dai larghi orizzonti, a volte l'idea si concentra in uno spazio breve, in un tempo concluso in pochi minuti di tensione poetica. Sono quelle che io chiamo "ispirazioni", nate di getto in un attimo di pensiero, di riflessione, a seguito di un incontro casuale, di un momento di abbandono, di una associazione mentale o spirituale.
In questo caso la scrittura è scaturita dall'incontro con un bellissimo post dell'amica Madis <www.madis.me>, come sempre ricco di suggestioni e di immagini stupendamente aperte alla sensibilità e alla bellezza.

La vita intesa come vibrazione, organizzata dalla natura, e frammentata invece irrimediabilmente dalla nostra visione tormentata dal dubbio e dalla solitudine.

La dedico a lei, naturalmente, e a voi, amiche e amici diletti, con amore.


M.P.



Vibrazioni


Ciò che vediamo
della vita
se osserviamo vicino
è questo:
nitide perle di luce
che solo per pudore
o schivo riserbo
non chiamiamo lacrime,
e una visione
annebbiata, opalina,
che informa le forme
e trasforma i colori
in morbidi armonici
di rosa e di verde:
il tepore, avverso al freddo.
L'incontro, e il distacco.
Il disperare, e il volere.

Ma se arretriamo soltanto
di un passo, distinguiamo
un veicolo fermo,
finito il viaggio,
e un uscio varcato,
per noi oramai serrato.

L'uscio è disperso
nei mille riflessi
di lenticole lucenti
nitido in ciascun frammento
come dentro le schegge

di uno specchio infranto.

Ricostruire il nostro
vissuto in frantumi
non ci è dato, se non morendo:
possiamo soltanto tornare
circolarmente alla nostra visione
annebbiata, opalina, informale,

della nostra coscienza.



Marianna Piani
Milano 8 Aprile 2013
A Madis, con ammirazione grande.

domenica 23 giugno 2013

Sensi III



Amiche care, amici.

Terzo appuntamento della mia raccolta dedicata ai "Sensi della vita", in un'ottica - dato che sono io a scrivere - molto femminile...

È la volta del tatto, e dopo aver "trattato" i due "canali" più importanti di comunicazione con l'ambiente che ci sono dati - Vista e Udito - ci avviciniamo in questo percorso ideale sempre più in profondità a quelli che sono i sensi che comunicano con le percezioni più intime e primitive del nostro corpo.
Il tatto è il primo tra questi, il più diretto, di "tatto" sono fatte le carezze con cui comunichiamo le nostre sensazioni, i nostri desideri, il nostro affetto... Il contatto di un bacio, dei nostri corpi in un abbraccio...

Come vedete io in queste mie piccole ricerche, mi occupo principalmente della la parte più intima della nostra conoscenza del mondo, quella più sensuale e carnale. È vero, esercitiamo il senso del tatto anche quando saggiamo la ruvidezza di un muro, o la morbidezza di un vestito. Ma secondo me tutto ha origine nel mondo del nostro desiderio (gli psicoanalisti la chiamerebbero "libido").
Inoltre il tatto è un senso più sofisticato di quanto si possa pensare: non a caso i non vedenti si affidano in gran parte proprio al tatto per la loro conoscenza dell'ambiente e del mondo...

Ecco, per voi amiche e amici, come sempre con amore


M.P.





III

Tatto

Vedo i tuoi polpastrelli, le tue unghie ribelli che sfiorano
pagine e pagine e quaderni e narrano storie e tracciano
rossi segni sulla mia pelle. Vedo le mani, che sono bianche
come colombe, e come uccelli dalle lunghe ali scendono
in volo e si tuffano nei miei capelli, come tra i rami
di un salice bruno fanno gli storni, strepitando,
nel cercare riposo, e riparo, per la incombente notte di vento.

Sento, tra ogni singolo capello, passare quelle mani,
quegli storni e quel vento, insinuarsi e giocare e intrecciare
i voli e il respiro, e la infinita grazia di un tocco che trae a sè
la mia bellezza, così come un ladro trafuga una collana
di perle solo perché l'ama. E sento, e vedo, le labbra
tue di seta, rossi fiori di campo, e le tocco, in punta
delle mie dita, per saggiarne la morbida palpitante consistenza.

Così fu che sentii i muri di pietra e il loro intonaco abraso
come il ricordo d'un amore finito in delusione e sospetto,
strisciando le palme nude, senza curarmi dei graffi,
o dei tagli sulla pelle. E sentii il lieve titillare del muschio
aggrappato contro ogni attesa alle connessure divelte,
e il freddo amplesso del mare, che pareva invitarmi a entrare
nel suo nero regno, afferrandomi bruciante di salso i polsi.

E fu così, sulla pelle come una pelle, che saggiai il dolce
scivolare dei pizzi e delle sete che tu mi donasti, generosa,
perché apparissi e vivessi con te lo sbocciare del femminile
ardore. E fu su quelle mani, su quelle dita, che percorsero
tante volte febbrilmente il mio corpo, in quel tocco svagato,
finanche incorporeo che ti sentii entrare nell'anima, fino a farmi
provare il senso della vita, mutandomi in un ramo snudato.

E provai, camminando da sola sulla scogliera, il disagio,
il dolore discreto e pungente delle rocce e delle valve
delle ostriche e patelle che ferivano le piante indifese dei piedi.
E in equilibrio precario come in cima ai miei sandali a spillo,
spillavo uno a uno i passi, sui sassi, sull'umido gettato dalle onde
e l'asciutto rugoso drenato dal sole. E sopra il limo delle alghe,
che mi lambivano con sensuale infida carezza le dita.

Sapevo che infine sarei giunta a te spoglia, offrendoti
ogni singolo nervo del mio corpo scoperto, per sentire,
fosse l'ultimo atto mio in vita, il calore tuo avvolgermi
come m'avvolge il calore e la luce del sole al tramonto,
nella sua coperta tessuta di protettivo affetto, e percepire
sopra il mio petto il sospiro liquido, come miele d'arnia,

della tua mirabile, tangibile, densa, casta presenza.

Non v'è tempo, né spazio, presenza soltanto nella mano
che mi sfiora il volto. Sfiorando, essa incontra l'anima mia.



Nebbiuno
3 Marzo 2013
Marianna Piani

sabato 22 giugno 2013

A un Poeta Distante


Alda Merini scrive:
"Spensierato è colui
che si giudica folle"
O anche:
"Quando brindo alla follia
brindo a me stessa"
Io, dunque, con lei
levo il calice: prosit!...

(MP)


Amiche dilette, amici cari
Altre volte ho parlato di un'amicizia personale - a distanza - con un fine scrittore e Poeta.
E dei dissidi probabilmente insanabili che ci hanno diviso, a proposito dell'oggetto primario delle nostre passioni, lo scrivere poesia.
Ciò non ha significato, per me, comunque la perdita della stima e dell'ammirazione, anche se le nostre visioni ormai divergono. E non significa nemmeno che abbiamo smesso di scriverci, e di punzecchiarci reciprocamente, ciascuno con il proprio stile.

Io, da giovane donna non brutta, abituata ad essere corteggiata e non a corteggiare, e per natura maliziosa e dispettosa, addirittura cerco di accentuare in questi nostri "dialoghi lontani" le caratteristiche che più ho capito lo irritano del mio modo di scrivere. (Un poco come quando si prendono atteggiamenti volutamente provocatori quando si incontra una propria ex-fiamma, per la quale però non ci sentiamo affatto indifferenti.)
E' un gioco, naturalmente, e naturalmente occorre molto affetto reciproco per sostenerlo.
L'affetto c'è ed è rimasto intatto, ciò è innegabile, ed è un piccolo miracolo data la mia cocciutaggine femminile e la sua testardaggine intellettuale... In fondo sentiamo di somigliarci molto, credo...


Ecco, quindi, dedicata a lui, e condivisa con voi, questa botta-e-risposta "poetica" tra due "testoni" che in fondo si vogliono bene...

M.P.


"To Mari"

...I've often seen you
in the glimmer of a poem
clearly reflected, there–
sparkled was my mirror

as I looked over your heart
and mind's nakedness
Transparent words became
coverlets for our limbs

Our eyes never saw past
those pages, we stood
next to Poetry, as book-
ends, immovable & free

Alvaro Tortora
30 Marzo 2013




A un Poeta Distante

Il nostro libro è rimasto
aperto, di fronte al patio
in mezzo al giardino d'inverno
ancora brullo e alquanto sfiorito.
Un sole giallo aranciato si lascia morire
tra cumulunembi di pece all'orizzonte.

La tramontana sfoglia le pagine
e le risfoglia, frusciando
come le foglie dell'olmo
che ci accoglieva impassibile
sotto i suoi rami asciutti, a ogni alba,
a discorrere di versi e di stanze.

Tale e quale a quel Libro
di firme in saluto al defunto
dimenticato dall'officiante
sul sagrato deserto della chiesa:
anch'esso sfogliato
da un vento incurante, frusciando.

La teoria dei nomi all'occasione
tracciati con mano commossa riga a riga
sono asserzioni di vita forti
per blandire la Santa Morte:
così sono le parole tracciate a penna
e sanguigna passione sui nostri fogli.

Tu esci a raccogliere il libro
e non mi incontri,
e ti rattristi per non potermi
guardare più negli occhi.
E io ti sorrido con malinconia
dalle pagine precocemente chiuse.

Questi fogli sono le ali
che davano alle anime nostre distanti
strappate dai venti di tramontana
di innalzarsi a varcare le nubi
per incontrarsi sopra l'Oceano
a mezza via, nella Poesia.



Per Alvaro
Milano, 30 Marzo 2013
Marianna Piani

mercoledì 19 giugno 2013

Bora Scura



Amiche dilette, amici cari,
Ancora una composizione lieve, come un vestito bianco e leggero, come una tunica ariosa, una gonna ampia, come si deve in questo periodo di sole splendente e a momenti quasi violento.
L'ho composta però tempo fa, su ispirazione che mi è provenuta dalla lettura di alcuni versi di un'amica cara che ho già ospitato altre volte tra queste pagine: Laura Sansone.
Lei mi comunica serenità. Pur non essendo una donna serena e placata, badate bene, anche lei è tormentata, inquieta. Ma la sua voce, a differenza della mia che è barbara, tormentosa, complessa, riesce nella magia di restituire intatte le sue emozioni, depurate da ogni dolore.
Per me è come un sorso di acqua di fonte, nulla mi disseta di più dei suoi versi dalla mia arsura emotiva, dalla mia ansia invincibile, dalla mia incoercibile angoscia.

Ho composto questi versi a Trieste, durante una breve visita alla città che mi vide nascere e crescere fino a giovinetta. Una città che adoro, che tanto mi somiglia per quant'è ombrosa e luminosa, colta e folle, fragile e incrollabile. Ne ho parlato e ne parlerò ancora, qui, perché fa parte della mia vita.
Qui ora vi basti sapere che, come è noto, in questa mia città soffia un vento a raffica, molto intenso, che si ciama Bora. Noi triestini però distinguiamo (come gli Inuit distinguono diversi tipi di neve) diversi tipi di bora, e in particolare:

il "Borino" che è un tipo di bora leggera, che comunica allegria, muovendo l'aria come una forte brezza piuttosto che un vero e proprio vento.
La "Bora chiara", che è la bora che si manifesta con un tempo buono, con il sole. Anzi, la bora stessa spazza le nubi, e lo scenario alla fine ha dell'incredibile, per il cristallino azzurro del cielo e i colori nitidissimi.
La "Bora Scura" infine è quella che si manifesta a cielo coperto e tempo perturbato. Spesso è questa la più potente, la sua "voce" è inconfondibile ed è "stampata" bene nel profondo della memoria di ogni triestino che si possa chiamare tale.

Dedico dunque questa breve composizione alla mia città, alla carissima dolce Laura, che ne ha ispirato il mood, e a tutte voi amiche dilette e amici. Come sempre con amore.

M.P.



Bora scura

Qui, sulla riva del mio mare
soffia una bora giocosamente
chiamata assassina:
perché pare voglia precipitare chiunque
nei flutti crestati di schiuma bianca
come una birra scura servita dalla mano
d'un oste esperto, già un po' ebbro.

Gli uccelli gridano, qui, perché son gabbiani,
dalle grandi ali elegantemente arcuate,
e le onde non mormorano, ma rumoreggiano offese,
poiché il vento spinge anch'esse al largo,
lontano dalla riva.

Rimane lo scompiglio: dei vestiti,
dei capelli che sciabolano gli occhi,
e dei pensieri, che qui si perdono
tra i massi della battigia,
fino a quel bianco dente di pietra di Carso
che è il Castello di guardia al mare,
avvolto nell'aerosol del salso
suscitato dal romanticheggiar dell'acque.

Io qui non posso neppure desiderare, una pace,
non mi è concessa: il vento folle,
questo vento che amo come s'ama un padre,
oppure una madre, per quanto pazza,
mi rapisce nel suo mondo audace e vano.



Dedicata a Laura
Donna e poetessa d'Aurora
Limpida quant'io son fosca.

dolce quanto io son aspra.

Marianna Piani
Trieste, 6 Aprile 2013


domenica 16 giugno 2013

Sensi II


Amiche care, e amici fedeli...
Secondo capitolo della mia esplorazione dei "sensi" dell'uomo, dedicata al secondo per importanza tra i nostri ponti di collegamento con il mondo sensibile, l'Udito.
La Musica e la Poesia, sorelle d'arte, si avvalgono - in modo diverso - dell'udito per comunicare emozioni e pensiero, concetti e racconti. Noi non ce ne rendiamo neppure conto, ma viviamo in un mondo che non è mai perfettamente silenzioso, siamo sempre immersi nei suoni - più di quanto accade con la luce, che a volte per i nostri sensi può mancare del tutto.
Il suono, e il suo parente screanzato il rumore, accompagna giorno e notte l'intera nostra vita. Anche un luogo che noi pensiamo perfettamente silenzioso in realtà è denso di suoni. E quando tali suoni sono veramente al di sotto della nostra soglia di percezione, ci pensa il nostro cervello e il nostro corpo stesso a produrre un tappeto sonoro di ronzii, pulsazioni, battiti, respiri.
Il suono, comunque, e nella sua forma organizzata la musica, esiste soltanto in quanto esiste il tempo: le vibrazioni, in quanto onde, necessitano del tempo per mutarsi in suoni e propagarsi nello spazio, e i suoni, abbisognano del pulsare del ritmo, che non è altro che una misura di tempo, per organizzarsi in qualcosa di  significativo, per esprimere un'idea, un concetto, un'armonia, una memoria…

E il tempo esiste soltanto in quanto vi è vita.

Queste liriche sono riflessioni ad alta voce, e provano a trasmutare le parole in qualcosa di più concreto; non vorrebbero "raffigurare" qualcosa, ma hanno la ambizione di "essere" quel qualcosa. In questo caso particolare, essere suono, che giunge all'udito di chi ci ascolta, e ascoltandoci, comprende.

Dedicato a voi, come sempre, con amore

M.P.




II

Udito

 

Ogni onda, alla fine d'un viaggio da arcipelaghi remoti,
risale la sua ultima duna sulla battigia, sommovendo
nella nube di sabbia uno scroscio di valve morte, e ricci cavi,
e spoglie di granchi, e grigie argille, intonando il canto perpetuo
dell'Oceano nella culla del mondo. Un canto muto
sommesso, mai finito, cullante come una monotona nenia
di levatrice, matrice dei destini di un mutabile universo di flutti.

Il frinire dei grilli, largo, spiegato come una distesa di campane
a martello lungo la valle, accoglie la notte in un saluto
di festa e di gelida nebbia soffusa di suoni, e un sentore di brina.
Poi sorge il brusio e il ronzio delle api, sempre più assordante,
riempie le arnie e le strade di industrioso brulicare di vita.
E presto, con l'agonia lunga del cielo stellato e il trionfo
del Sole sul suo carro falcato, sarà il frastuono delle cicale.

Il bimbo sul bordo del precipizio, rosso in volto
per lo sforzo e le squillanti risate, strilla il suo nome,
per sentirselo ridire, più volte - come un coccio levigato
picchia sul pelo dell'acqua dello stagno in ripetuti saltelli -
dall'eco solenne dei canaloni. Uno falco, oppure un nibbio,
risponde da dietro un seracco che taglia il cielo, più in alto,
e il suo fischio selvaggio si fonde alla voce, tra le rocce.

Il suo volo largo, planato sopra la valle che sfila tra cime
schierate come severe clarisse in preghiera, ora scende,
in picchiata. E sfiora la superficie del torrente, scintillante
come una coda di cometa sfarinata tra i rododenri fioriti.
Le rapide frangendosi nel letto pietroso bisbigliano,
ma subito innalzano gridi di guerra, e più a valle, un salto
improvviso interrompe il grido e lo muta in un ruggito.

Distante, lo scampanìo della mandria all'alpeggio
intesse un dialogo fitto con la voce del vento,
e il vento fugge, e s'insinua tra le canne all'argine
della palude, e qui il suo arco intona la melodia dolente
che culla nel sonno imminente i segreti nidi degli aironi.
Una viola, da qualche segreta stanza nella città già sopita,
riprende il tema, con la sua voce densa e suadente.

Il canto s'avviluppa e s'inviluppa nell'aria serale ancor dolce,
la singola nota insegue la nota, e d'altra nota ancora
è seguita, e ogni suono, ogni armonia, ogni sfavillare
del tema è assolto, e risolto, in un nuovo sviluppo e inviluppo
più nuovo, come il richiamo e la risposta di un usignolo
alla sua bella, nel cuore calmo della sussurrante foresta:
che lo interpella, inattesa, per chiudere il giorno in una danza...

Il suono è un flusso di onde, le onde scorrono
nell'alveo dei torrenti e sono puro moto.
Il moto è la vita. La vita perciò è suono,
ed è canto.



Milano
25 Febbraio 2013
Marianna Piani

sabato 15 giugno 2013

Cos'è l'amore?


Amiche dilette e amici cari.
Perché non riposarsi, non lasciarsi andare al sogno, magari sotto un pino accanto al mare, e cantare una semplice, semplicissima e serena canzone d'amore?

Ispirata da una riflessione di un'amica, senza altra volontà che narrare di sé e dei propri turbamenti, ecco, senza ricerca, senza pretese di linguaggio o di concetto. Una poesia d'amore insomma, che parle d'amore, come da millenni chi ha il dono o la spinta di scrivere tenta di comporre, con parole che sono sempre diverse, ma in fondo sempre le stesse. Perchè l'amore, da millenni, è sempre lo stesso motivo di vita per noi umani…

Ecco, con semplicità, con la voglia soltanto di dire, di cantare, come può capitare di fronte alla bellezza di un giardino in fiore, dedico
questa composizione alla cara amica Eloisa, e a voi, amiche e amici, come sempre, con amore...

M.P.

Ma... cos'è l'amore?


L'amore innalza.
L'amore esalta.
L'amore ci blandisce
dicendoci infinite
parole d'illusione.
L'amore ci colloca
sopra vette immani
che avremmo mai creduto
poter scalare a nude mani.
L'amore folle
ci pare saggio,
l'amore atroce
ci si presenta dolce.
L'amor crudele
ci rende una fortezza.
L'amore è come a Maggio
il rifiorir di rose
grondanti rosso sangue:
è puro colore, eppure
ci travolge forte il cuore
per il profumo che ci lascia
del tutto ebbre.
L'amore poi d'un tratto
muore -
lasciandoci anche, a volte,
invano ancora in vita,

stupefatte.
Da donne sagge ciò sappiamo
pur da sempre, eppure
alla nostra vita
alcun valore diamo
quando abbiamo quelle labbra

color rubino da baciare.


Trieste, 4 Aprile 2013

Marianna Piani
Per Eloisa, con amore...

venerdì 14 giugno 2013

Testimonianza


Amiche care, amici,
Oso oggi un altro (deciso) strappo alle "regole" che mi sono autoimposta in questo mio spazio.
Fuori programma, sul finire di un Venerdì per me piuttosto complicato, pubblico una composizione, scritta di getto, in risposta a un dono ricevuto da un amico.
Un amico con cui ho motivi di distacco, eppure, al di là di ogni possibile divergenza d'opinione sopra ciò che più ci sta a cuore, permane intatta un'amicizia basata su ammirazione e stima, da parte mia, e, credo a questo punto, anche da parte sua.

Questo amico - per me importante - mi invia, privatamente e inatteso, in dono una lirica dolcissima e malinconica di una poetessa per me ignota, che più sotto trascrivo e traduco.
Ciò mi fa riflettere sull'importanza della presenza, di una presenza, proprio quando più ci schiaccia l'angoscia della solitudine.
Le divergenze certo rimangono intatte, irrisolte e forse insanabili, perché basate sull'amore e sulla passione. Amore e passione possono unire, ma con altrettanta determinazione possono dividere.
Ma intatta rimane al di là di questo la stima, e l'affetto. Che importa, del resto, tutto questo di fronte a un gesto tanto semplice, gratuito, quanto gravido d'umanità, come l'invio in dono di un proprio pensiero?

Ecco, dedico di rimando a lui questi miei pensieri, versi o prosa che siano: sono certa, lui saprà apprezzarne il valore: di testimonianza, appunto.
Lo dedico a lui, e condivido con voi, amiche dilette e amici, con amore.

M.P.





Testimonianza


Puoi rientrare, alla sera, esausta
d'un giorno di vita strappato
in più alla tua vita, e sentirti
disorientata del vuoto del cuore
così eguale al deserto spazio
delle tue stanze, dove il tuo corpo
trova rifugio, ma non la tua mente.

Vorresti lasciarti impazzire,
una volta per sempre, per provare
a te stessa se puoi alzarti in volo
al di sopra delle angosce
che affollano il buio denso
come petrolio delle tue notti insonni:
"τεθνάκην δ'αδόλως θέλω."

Vorresti davvero essere morta,
come scrisse un tempo la divina Maestra,
e vorresti che con la luce offesa
del giorno tramontasse il tuo tormento.
Eppure, qualcuno, lontano, in un altro
emisfero, sotto un'altra luna,
davanti a tutt'altro mare, t'ha ricordata.

Tu per non perdere il senno scrivi, la notte,
fissi su qualche lacerto di carta il tuo sogno,
fissandone i lembi con spilli di ferro
contro i rami e i tronchi delle betulle,
come bacheche della memoria; eppure
proprio in quest'istante qualcuno
senza motivo che pensarti, t'ha pensata.

E t'ha inviato in dono parole.
Null'altro che fragili parole,
testimonianza d'una presenza.
Null'altro che una presenza
dopo un'assenza, eppure lo sai
che in ciò è racchiuso il più prezioso
dei doni dell'uomo: il ricordo.

Il ricordo dell'amico, dell'amica,
testimonia in sè l'esistenza di te.


Stresa, 14 Giugno 2013
Per Alvaro
Marianna Piani

   



Witness

By Denise Levertov
(1923 - 1997)

Sometimes the mountain
is hidden from me in veils
of cloud, sometimes
I am hidden from the mountain
in veils of inattention, apathy, fatigue,
when I forget or refuse to go
down to the shore or a few yards
up the road, on a clear day,
to reconfirm
that witnessing presence.

(Inviato in dono da Alvaro Tortora)



A volte la montagna
è celata a me tra veli
di nubi, a volte sono io
che mi celo alla montagna
diero veli di stanchezza, di apatia,
d'indifferenza:
ogni volta che mi scordo,
oppure rinuncio o non voglio
discendere alla costa,
oppure risalire quei pochi metri
di via, nel chiaro mattino,
per riconfermarmi la presenza
di quell'appassionata testimone mia.

(Versione Italiana di Marianna Piani)


mercoledì 12 giugno 2013

Tre Preghiere


Amiche care, amici,
le tre composizioni che seguono le scrissi in occasione dei giorni di Pasqua di quest'anno (come pare lontana la Pasqua, oggi!). E sono scritte in forma di preghiera, una forma per me inusuale, ma molto affascinante.


La mia è una religiosità che un tempo si sarebbe detta "laica". La mia mamma, sì, era piuttosto religiosa e a modo suo osservante, mio padre era invece, come dire, accondiscendente per amore. Ad ogni modo la mia è stata una famiglia di orientamento cattolico, anche se, a onor del vero, i miei mi hanno educata a valori positivi di solidarietà, di giustizia, di uguaglianza, senza MAI impormi e nemmeno propormi alcun "credo" religioso formalizzato. La mia mamma si limitava a farmi sentire come normale e buono il fatto che lei alla domenica, da sola o accompagnata dall'accondiscendente papà, scivolava in parrocchia. Ma per lei lì c'era anche un altro motivo di attrazione, extrareligioso, quello: la chiesa, appena rinnovata, aveva installato un organo liturgico a canne di ottima fattura, e la mia mamma proprio non aveva potuto rinunciare ad offrirsi come organista per le funzioni principali, così da poter suonare quello strumento che, come tutti gli organi di quel tipo, aveva una sonorità emozionante, pena e travolgente.
Io a volte la accompagnavo, in particolare quando provava, da sola, a chiesa vuota, e vi assicuro che sentire quello strumento, in particolare nelle note basse, tuonare Bach e Buxtehude tra le navate al comando delle mani (e dei piedi, in questo caso, dato che c'era una pedaliera a due ottave), era un'esperienza del tutto indimenticabile.


Ad ogni modo, crescendo, io ho potuto sviluppare una sensibilità acuta nei confronti della spiritualità, e una mia "fede" molto personale, basata sui valori del bello, della natura, dell'amicizia, dell'amore. E, sopratutto, della libertà.
Come donna infatti ho sempre sentito le religioni come un qualcosa in qualche modo ostile al nostro genere, come se volessero assicurarsi l'esclusiva della gestione della spiritualità umana, ingabbiandola in regole, rituali, dogmi.
E per questo relegando la donna - che per natura è portata spontaneamente a vivere la propria spiritualità in modo più immediato e diretto,  e ad ascoltare di più le voci dell'anima - a un ruolo nel migliore dei casi marginale.
Ad ogni modo, in quei giorni di inizio Aprile sentii il bisogno di esprimere una riflessione su quelle che sono le mie personali devozioni di Fede. Come dicevo poco sopra, sono in particolar modo la bellezza donataci dalla natura, il bisogno di essere me stessa e di accettarmi per ciò che sono, i valori dell'amicizia, del donarsi affetto e perdono.
Nella ultima lirica, che ho concepito come un piccolo Inno Sacro dedicato all'amicizia femminile, ho adombrato molte delle mie più intime e care amiche: se vi capiterà di leggere, forse vi riconoscerete… Sì ragazze, parlo proprio di voi…
Avevo pensato di pubblicare le tre liriche separatamente, una per volta. Tuttavia sono nate assieme, e assieme sono cresciute. Per cui anche qui ho voluto che rimanessero unite.

Ecco, quindi, dedico queste tre "devozioni" alla mia Fede, e alla vostra, qualunque essa sia. Poiché nessun uomo o donna può esistere e affrontare la vita in mancanza di un proprio atto di Fede…


Come sempre, con amore
M.P.




Preghiera, in devozione I

Larice, carico di anni come di neve, immoto
nel tuo perenne elevarti a fermare
le nubi; abete silvestre, profumato
di resine rare, e di incensi di essenze
che colano dalle ferite spaccate mutandosi
in ambre: accoglimi nella tua amorevole ombra!


Ardite dolomie, pinnacoli frantumati
e fratti, fatti di roccia e fossilizzati
organismi abissali: scarni, puntati -
come dita di una mano - verso il ceruleo
smalto del cielo, a implorare perdono.
Granito: sarò inclusione nel tuo cuore impietrito.

Occhi, aperti verso il celeste mistero,
celesti voi stessi, oppure bruni profondi
come le brune tane dei tassi e delle marmotte,
laghi delle vette, cigliati di canneti, brulicanti
di avannotti di pece e di tritoni dorati:
polle di lacrime, celate in voi i miei pianti!

Onde, lucenti come pensieri, ricorrenti
come le angosce in notti prive di luna,
mormoranti come cori di officianti, onde,
che siete destrieri selvaggi, ma docili
al volere delle sirene, schiumose amazzoni,
soprani dei mari, travolgetemi di mareggiate!

Fate che io sia tra voi la diletta, onda
tra le onde, lago tra tutti i laghi, vetta
di roccia tra le rocciose vette, arborea essenza
tra le più ardite della foresta, fate che i venti
delle crode e dei mari m'investano fino a rapirmi,
e a innalzarmi, rendendomi umile nube -

evanescente nel deserto spazio.
Mutandomi in luce, vapore, biancore,
puro respiro, sospiro, alito di Dio,
sospesa per brevi momenti nel vuoto
del tramonto fiammante topazio
sopra questo mare di liquido argento.

Fatemi raggiungere alfine il fine
della mia aura sfinita di vita...


Niardo, Brescia, 31 Marzo 2013 - Pasqua



Preghiera, in devozione II

Padre Vento, Madre Terra, abbiate cura
di questa corruttibile femmina, di questa
fragile intatta anima, perduta in mezzo al Tempo.

Vento boreale, che sei nel cielo del mio sogno,
che sei guida e motore al mio pellegrinaggio,
dona ali al mio destino e meta al mio coraggio.

Terra madre, che mi hai dato un corpo
e al mio corpo hai dato sostanza e peso,
dona a questo corpo un'anima e un pensiero.

Luce del mio dolore, luce che si svela aperta
come un fiore di bagliori e raggi all'orizzonte,
rischiarami il sentiero, vicino è il termine del viaggio.


Brescia, 1 Aprile 2013



Preghiera, in devozione III

Donne amiche della mia vita, compagne
del mio vagare in questa terra inaridita
e secca, chiusa tra muretti di pietra cruda,
erba combusta e intrichi aguzzi di roveti.

Donne che mi donate il vostro caldo affetto
come lune piene di piena Estate, e immense
donate la vostra luce arancio e oro alle selve
aggrappate impaurite alle alture della notte.

Tu, Maestra Prima del mio Canto, e tu, Cantrice
che il pensiero muti in voce piena di Sirena,
e tu, fedele e mite dolcissima custode dei miei beni,
e tu, sorella che mi rechi il regno di musica e canto,

E tu, ancora, che mi tendi le tue snelle mani,
e tu, che mi narri in figure i tuoi sogni, e tu ancora
capace di unire la tua nenia alla mia, soavemente,
disperatamente senza rifugio sufficiente al tuo dolore.

State con me, dilette amiche, restate al mio fianco
mentre sono in cammino in questo aspro viaggio,
cantate con me per accompagnare il passo, con me
cogliete i fiori e il mirtillo lungo i bordi del sentiero.

Trieste, 4 Aprile 2013

Marianna Piani

martedì 11 giugno 2013

Farfalle imprigionate


Amiche dilette, amici cari,
A volte, assai di rado in vero, mi piace rompere qualcuna delle regole che qui mi sono autoimposta.
Oggi è martedì, e io pubblico di norma il mercoledì… Ma questo non è nulla. Un piccolo dono in più per voi…
Invece, come molte di voi sanno, io mi impongo di tenere almeno per un mese o due in "quarantena" ogni mia composizione, in modo da poterla rileggere a "mente fredda", per così dire, lontana dalla "ispirazione" originaria, e quindi poterne scoprire difetti, ruvidità, disarmonie, e poterle adeguatamente correggere, livellare, rendere più degno ciò che scrivo della vostra lettura.
Questa volta, eccezionalmente, rompo questa regola, e pubblico una mia lirica praticamente appena composta, una "prima stesura" insomma, con pochissima rilettura e sistemazione rispetto alla scaturigine immediata. Poche volte l'ho fatto (Marushka, tu ne sai qualcosa!), sempre motivatamente.
Bene... è che questa, che ha i toni di una ballata, ha avuto origine da una mia conversazione con una amica molto amata, Laura Sansone, lei stessa deliziosa scrittrice di versi, a proposito delle prigioni mentali o sostanziali in cui ci sentiamo confinate.
Noi donne, tutte, conosciamo bene queste Prigioni Invisibili (per parafrasare Calvino), da millenni: le religioni, l'amore mal riposto, la casa, il lavoro, i pregiudizi, i problemi inattesi di un figlio, il nostro corpo fragile, i nostri desideri negati, le nostre insicurezze, un compagno (o una compagna - ce ne sono, ve lo posso testimoniare) crudele o fedifrago, o violento…


Il motivo di questa inusuale frettolosa pubblicazione? Perché questa creatura è nata tutta in una notte insonne, sull'onda di un anelito di libertà, ed è nata libera: non volevo in alcun modo rischiare di appesantirla con ripensamenti, rifiniture, ricuciture: ve la propongo così com'è nata, nella sua giovanile (in quanto appena nata, appunto) freschezza… Libera, insomma!

Ecco, amiche care, dedico dunque a Lauretta, che me l'ha ispirata, e a tutte voi, che mi capite, questa ballata-quasi-un-racconto…
Con amore, come sempre...

M.P.




Farfalle imprigionate


Imprigionate le farfalle!
Potete, se volete.
Le sbarre sono fili
esilissimi, ma non di seta:
di pura luce. Le catene
sono collane rilucenti,
ma non di perle,
di rugiada. Il giogo
è un fardello greve
ma non è piombo,
è una piuma bianca.

Imprigionate le farfalle,
poiché sapete come.
Le mura sono diaframmi
ma non di pietra:
sono gusci d'uova;
e sono innalzate
non fino al cielo, ma solo

per quant'è alto il balzo
d'un grillo, e i legacci
sono fili invisibili di ragno
intrecciati in fini funi.

Serrate le farfalle
nelle prigioni vostre
di carta e di parole:
i recinti non sono ferri
ma steli di festuca
inariditi, i reticolati
sono rametti di roveto
e viticci di rose morte,
i guardiani sono tristi
scarabei dorati
infissi alle bacheche.

Chiudete le farfalle
nelle segrete, nelle celle
delle vostre stanze!
Le chiavi che possedete
sono per chiavistelli
di nidi d'ape, serratele
poiché bramate
spiarne in segreto
i colori folli
e i mirabili disegni
finemente rabescati.

Ma io la più piccina
sfilerò tra sbarra e sbarra,
e mi farò libellula
per poter sfrecciare
lontana verso il mare.
E poi, per il dono di natura
ad alcune di noi dato,
mi muterò in fauno astuto
con cornini aguzzi
e barbetta crespa al mento,
e scenderò nell'Ade.

Girone meno venti -
giardino in fiamme:
visiterò le Erinni,
deliziose ninfe bionde
in abitino nero e velo,
e saprò sedurle infallibilmente
con l'arte mia segreta.
Sottrarrò loro con l'inganno
le sacre forbici dorate
e tornerò da voi volando,
mie farfalle amate.

Reciderò i legami,
le sbarre e le catene,
abbatterò i recinti,
i muri e i reticolati,
demolirò ogni giogo,
ogni muro o diga o porta,
perché ogni farfalla
si liberi nel cielo,

e possa giungere
al suo fiore indenne e infine
librarsi all'infinito in volo.

Attenderò allora con saldezza
con gioia e con pazienza
la vendetta atroce
che le Erinni furibonde
su me immancabilmente
abbatteranno.

Ma che importa?
Avrò vissuto fino in fondo
il magnifico destino
che qualcuno spietatamente
m'ha assegnato in questo mondo.



Arona, 10 Giugno 2013
Per Laura, che conversando me l'ha ispirata
Marianna Piani


domenica 9 giugno 2013

Sensi I


Care amiche dilette, e amici carissimi.
Inizio oggi una nuova, breve ma per me assai impegnativa, "raccolta tematica".
Desidero parlare dei Sensi dell'uomo.


O meglio, più specificamente, dei Sensi, intesi nella loro accezione più propriamente fisiologica ma in un'ottica femminile, da donna quale sono.
I sensi sono il ponte che ci tiene uniti al mondo. E infatti quando qualcuno di tali ponti cede e crolla, la nostra vita ne rimane gravemente menomata.
I sensi sono ciò che ci mette in contatto con gli altri da sè, e come tali sono il veicolo primario, fisico/chimico dell'amore. Non a caso sono alla radice stessa  della parola "sensualità".
Nel corso questa "esplorazione" dei sensi, esaminati scientificamente, uno per uno, sezionati e descritti come in un libro di anatomia, mi sono ripromessa di affrontare ogni aspetto della loro incidenza nella vita di una donna, e mia in particolare, e quindi ho voluto essere esplicita, diretta, aperta, senza in alcun modo velare il dicibile con pudori o reticenze.
Sia detto subito che qui ha spazio "obbligato" il mio amore per il corpo femminile e per la sua sensuale dirompente sensibilità nel suo contatto con la vita.
E infatti mi sono scelta volutamente un percorso che si addentra via via sempre più in profondità, attraverso i sensi e la sensualità, partendo dal più essenziale, ma anche il più superficiale tra loro, la Vista, scendendo via via sempre più nel più intimo, ancestrale, primitivo, primario:


La Vista, dunque, che ci da' la percezione dell'esistenza del mondo, e ci consente di godere della Bellezza, delle Forme, della Luce.
l'Udito, che ci fa percepire l'armonia, il canto, il ritmo, le voci, la risacca, il respiro dell'amata.
Il Tatto, con cui possiamo sentire il calore e il velluto della pelle sulla nostra pelle, le carezze, il contatto, l'adesione.
L'Olfatto, che ci fa entrare nel mondo inebriante dei profumi, dei ferormoni, dell'odore acuto e dolce del corpo di chi amiamo, rendendolo memorabile e riconoscibile per noi anche nella notte priva di luce.
Il Gusto, infine, tra tutti il più intimo e diretto, il più sensuale e inverecondo, che ci fornisce insieme sopravvivenza e il modo di condividere la chimica primaria, gli umori, con il nostro compagno o compagna, nel bacio, nel contatto genitale profondo.

A questi canonici cinque, io però aggiungerò ulteriori due, che ora non vi anticipo per lasciarvi indovinare e poi trovare più in là la sorpresa; due "sensi" che io ritengo peculiari e unici, per come sono sviluppati in noi donne.

Quindi, sette liriche per sette sensi. Si tratta di composizioni, lo confesso, piuttosto complesse, impegnative, che mi hanno richiesto molto lavoro. Vi prego, nel leggerle, di essere indulgenti, aperti, e pazienti. Vi sarò immensamente grata per la vostra affettuosa attenzione.

Ecco quindi, amiche care e amici, il primo foglio di questo piccolo manuale poetico.
Per voi, con amore, come sempre
M.P.




Sensi

I

Vista

È la chiave del cielo, che s'apre con fiotti
e ciuffi del colore del giacinto e del croco, al mattino,
ed è l'onda increspata dal vento del grano
che agita gli steli, offrendo al Sole l'oro e il bronzo
dei tuoi capelli, ondeggianti anch'essi come flutti
di spighe che lussureggianti inondano i poderi
senza recinti né cancelli dei tuoi vasti pensieri...

È il cupo granito del cielo in tempesta
che squarcia di strappi di luce abbagliante
le cortine chiuse dell'orizzonte, sopra il mare,
ed è il rincorrersi come fanciulli in gioco
degli sbuffi di schiuma sopra le onde già in fuga
in direzione incerta, ed è ancora la sfida
della luce che s'apre la strada tra nembi di piombo.

Sono i tuoi occhi, ad aprire la strada alla luce,
i tuoi occhi che della luce hanno la natura
di cristallo e di fuoco, i tuoi occhi e i loro sguardi
che infiammano sugli argini le siepi riarse,
e le esplosioni di porpora e sangue delle azalee,
e il richiamo non lontano dei roseti di sangue
e delle distese di gramigne punteggiate di ciclamini.

I tuoi occhi creano spazio, nell'atto di vederlo,
e come architetti o ragni ingegnosi tessono tele
di fili dai punti di fuga alle orizzonti, fabbricando
con ciò spazio dentro spazio, dimensione che erompe
nella dimensione, eludendo la logica oscura
delle ombre, che dello spazio sono sovrane.
L'Architetto Sommo è Dio, lo sguardo ne è il compasso.

E quando la luce svapora, e gli eventi già si fanno
memoria, ciò che rimane è la traccia - incisa a bulino
sulla corteccia del tempo - dell'istante, del puro istante,
di ciò che, estranea a ogni Tempo, la luce ha svelato
a ogni sguardo come il tuo: innocente, intatto.
Il mondo organizzato secondo linee, geometrie, fughe,
si frantuma in una fantasmagoria di frammenti di specchi.

Noi abbiamo fede in ciò che ci concede di contenere
nella nostra mente viandante, esiliata da ogni potere,
l'esondante caos della vita che ci sommerge, eppure
ne comprendiamo l'inganno, la mistificazione profonda
dove nulla di ciò che ci appare immutevole, costante,
è mai quiete, tutto mutando senza tregua, né requie,
né riposo, né respiro, né sosta. Tutto. Tranne l'istante.

La visione è percezione puntiforme, unica, disperata
di un solitario istante.



Milano, 20 Febbraio 2013
Marianna Piani


sabato 8 giugno 2013

Ode a una Maga


Amiche care, amici gentili,
Come molti di voi sanno, non molto tempo fa la "nostra" Poetessa, Rosanna Marani (di cui ho il privilegio di godere l'amicizia, sia pure per quanto può consentirlo il "forum" particolare in cui ci siamo incontrate), ha vinto meritatissimamente un contest di poesia piuttosto prestigioso, intitolato significativamente al nome della grandissima Alda Merini.
Non appena, da un suo accenno, ne ebbi sentore, non potei trattenermi dal comporre i versi che ora qui propongo, amiche e amici.
La gioia di un riconoscimento conferito a una donna che ho potuto conoscere, e di cui ho sempre ammirato l'intelligenza e la profondità dei versi e dell'animo, era grande come se il riconoscimento fosse toccato direttamente, personalmente a me.
Successivamente, dopo il primo annuncio, il premio fu assegnato ufficialmente, e conferito nel corso di una commovente cerimonia pubblica, e infatti più avanti non seppi esimermi da dedicare all'occasione altre due composizioni, che qui puntualmente pubblicherò, un po' più avanti, per tanta era l'emozione e la felicità che significava e sempre significa per me la cosa.
Io non aspiro né cerco riconoscimenti di alcun genere, salvo l'affetto delle mie lettrici e lettori, rimango una dilettante pura in questa attività nobilissima e sacra di cui Rosanna è indiscussa Vestale, per cui ho avuto la soddisfazione di poter esprimere il mio sentimento in totale libertà, senza alcun fine se non quello di cantare a voce alta una mia gioia sincera e piena.


Si tratta di una poesia d'occasione, certo, e lo dico con orgoglio, perché questo altro non è che il ruolo storico svolto per millenni della Poesia: quello del canto intonato in onore di un principe, di un dio, di un sovrano.
Qui l'ode, naturalmente, non è a un Potere, se non a quello dell'incanto: è l'ode per una Maga…

Per Rosanna, naturalmente, e per voi, come sempre, con amore

M.P.



Ode a una Maga

Il fiume della Poesia
rigurgita luce
nella valle,
il sole dell'Alba
scintilla tra i gorghi
e le rapide, furibonde,
ardue da percorrere
per chi non abbia
cuore e coraggio
in abbondanza.

Quando la cristallina
acqua si frange
sulle rocce di gesso e calce
una nuvola s'alza
contro il cielo immoto,
trafitta da quella lama
di luce spietata,
e un'iride fulgida
si mostra agli astanti
per qualche istante.

Lo sguardo di Alda
come un astro folle
sorveglia indagatore
avvolto nella nebbia
del suo tabacco -
o forse in quella
della sua lucida
feroce dolcezza.
Noi possiamo soltanto
sostare, e ascoltare...

La nostra Maga
si eleva dunque tra i nembi
di quella memoria,
e impartisce alla Terra
i suoi sortilegi.
Si alzano venti
o si placano furiose
le tempeste, o s'avvivano
fiamme di desiderio
spaccando in due le rocce.

Noi mortali creature
che abbiamo la ventura
e il privilegio grande
di essere come costoro
femmine pensanti,
possiamo soltanto
trattenere il respiro
e sostare commosse
con l'anima rapita,
ed ascoltare, mute.



Milano 29 Marzo 2013
A Rosanna Marani
In occasione di un riconoscimento
da noi da tempo già dato

mercoledì 5 giugno 2013

Alba del mondo


Amiche dilette, amici cari…
Un'alba, un'alba come tante, non avevo dormito nulla, come spesso mi capita purtroppo, tormentata dal mio malstare. Ero rimasta supina sopra il mio lettone, le baccia aperte, le gambe divaricate, gli occhi socchiusi, ad assorbire nel dormiveglia i suoni e i colori di un mondo che, nonostante tutto, pian piano si destava. Nonostante la mia tristezza, nonostante la mia solitudine…
Ne ho tracciato dei brevi schizzi, impressioni veloci, frammenti di pensiero. La vita prosegue, sempre, al di fuori di noi, nonostante noi. Morire non la ferma, nemmeno la rallenta. Guai se non fosse così. Come faremmo sennò, dopo un errore, un deragliamento, una caduta, a risalire in corsa? A proseguire il nostro viaggio?

Per voi, amiche e amici fedeli, con tantissimo amore, con un poca di malinconia, ma anche tanta gratitudine, alla fine, per una vita che mi dà tanto: comprese proprio voi, care e cari!

M.P.





Alba del mondo


Un uccello, uno solo,
forse un'averla, o un usignolo,
cigola ostinato nell'effimero
silenzio circostante.
Ronfa un autobus,
o forse un autotreno,
passando nel viale
ancora desolato,
e si perde in un largo
prolungato sbadiglio,

sempre più lontano.
Distante...
Poi una larga
chiazza di nulla.


. . .


Improvvisa la sirena
di una lettiga
lacera fulminea la quiete
scuotendo la nebbia
dal suo torpido stupore:
per qualcuno
è giunto il tempo
di soffrire e di lottare
per non finire.


E subito,
come una muta di cani
destati dal loro sonno
iniziano i clangori
dello sgombero diuturno
dei vetri e della spazzatura:
per qualcuno è già tempo
da tempo
di faticare nel fango
del proprio sudore.


. . .


Fugge ancora il pensiero.
Quest'alba è come
tutte le albe del mondo,
livida insostenibile fosforescenza
per chi veglia
sopraffatto dalle proprie
esauste angosce:
agonia del sogno,
inesorabilità del giorno
spietato sovrano trionfante.
Nella tristezza v'è solo

abbandono.

Milano, 29 Marzo 2013
Marianna Piani


domenica 2 giugno 2013

Canto di te


Amiche care, amici,
Dopo aver "archiviato" il lungo itinerario del mio "Abbecedario" (che ho riordinato e pubblicato in un unico spazio, qui:  «Abbecedario»), mi prendo questa settimana una piccola "pausa", che però non è di riposo, veramente, come vedrete.
Semplicemente voglio provare a creare un ponte di passaggio tematico, in certo modo introduttivo alla prossima "raccolta", che avvierò, spero, tra una settimana, e che avrà per soggetto i Sensi, e quindi, esplicitamente, la Sensualità, tema femminile per eccellenza.

Infatti oggi affronto un aspetto della mia scrittura molto delicato e non privo di rischi, di possibili fraintendimenti, ma che sento il bisogno, la voglia e il piacere, di affrontare qui con voi.

L'erotismo in poesia e letteratura, e parlo dell'erotismo esplicito, dichiarato, non mi suscita di solito particolare entusiasmo, eccettuati rari e indiscussi capolavori.
L'erotismo attiene alla sfera più intima di una persona, e l'esporlo su pagine scritte e pubblicamente mi è sempre sembrato uno sminuirlo, un involgarirlo, quasi a prescindere dai mezzi tecnici (allegoria, metafora, ritmo) utilizzati. Il rischio del compiacimento da una parte, e francamente della noia dall'altra, è sempre in agguato.
Inoltre quasi sempre, quando la scrittura è genuina e sincera, e non un mero pretesto, le parole, i pensieri, i versi scaturiscono da una violenta e irrefrenabile emozione, e ho imparato dai tempi dell'adolescenza che è buona regola non lasciare libere le proprie emozioni nella propria scrittura, e che occorre disciplinarle con sapienza, abilità, fermezza, e anche freddezza e distacco, per ottenerne dei risultati di comunicazione significativi per dei potenziali lettori.

D'altra parte la descrizione delle sensazioni fisiche, intime e profonde, e il loro viverle al cento per cento, fa parte dell'esperienza di ogni donna, e fa parte del mio mondo espressivo a pieno diritto e secondo me con pari dignità rispetto ai "sentimenti alti", e mi sentirei non tanto limitata, quanto insincera se non proponessi "al mondo", a voi, qualcosa che ritengo così fortemente parte di me.
Inoltre, come dicevo prima, il mio lavoro sul tema dei "Sensi" che presto pubblicherò qui non ha potuto per la natura stessa del soggetto prescindere da una trattazione diretta, a volte cruda, "senza veli" di questa percezione del mondo attraverso la fisicità della carne e della materia.

La lirica che segue è nata di slancio, dopo una notte d'amore, come una specie di canto liberatorio, come il tentativo goethiano di "fermare l'attimo" per sempre. L'ho scritta tutta d'un fiato credo in poco più di cinque minuti, un piccolo record anche per me che sono quasi sempre piuttosto "fluida" nelle prime stesure. Poi però ha subito cento e cento revisioni e riletture, poiché sentivo il bisogno di smorzarne gli squilibri e le ruvidità determinate da quella scrittura dettata da un cuore ancora galoppante, in tumulto, incapace di intendere e di volere, e di dargli una forma, una sintesi, un'armonia che rendesse al meglio il suo senso di necessità assoluta, condividendo e convincendo le lettrici e i lettori a queste emozioni.
La dedico quindi a voi, amiche mie dilette, e a voi, amici cari, che ci amate.
Con amore, come sempre, e più che mai

M.P.



Canto di te

Vorrei averti,
vorrei stringermi a te
come una lottatrice
implacabile, salda,
le braccia e le gambe
avvinghiate come radici
sopra una roccia
rovente del sole d'estate,
vorrei sentire il tuo corpo
incollarsi al mio
pelle su pelle
palmo a palmo,
sudore su sudore,
goccia a goccia,
vorrei succhiare, e afferrare
tra le mie labbra
quelle tue labbra infuocate
come rosse ciliegie
cedevoli, rugiadose,
una a una.
Una per una...

Vorrei stringere nelle mie mani
le coppe d'incenso dei tuoi seni
rigogliosi, orgogliosi, eretti, sodi,
fino a lasciarvi i graffi arrossati
delle unghie mie scarlatte, aguzze,
da gatta intenta al gioco selvaggio
di ghermire la preda
(...e la lascia, e la riprende,
e la abbranca, fiaccandola,
stremandola di morsi)
vorrei affondare
come una farfalla
dentro i petali della tua rosa,
dentro le molli pieghe
della carne più segreta,
e spingermi così a fondo
da sentirti gridare forte
di sorpresa, e di piacere,
e ancora di piacere,
e di sorpresa
e ancora, di godere,
così tanto, fino al pianto.

E vorrei assaporare il tuo amore
aspro e dolce, inebriante,
profumato come nettare,
o rugiada, o linfa,
vorrei suggerlo stilla a stilla,
fino a saziarmene, fervente,
insaziabilmente,
con la lingua,
con le dita,
con il corpo mio
infitto dentro il tuo -
e sentirti così saettare
all'unisono le reni
come le redini fan saettare
i tendini forti tesi come funi
d'una indomabile giumenta.

Vorrei infine domarti,
sì, così, e dominare:

dominare i tuoi sensi, tutti,
per come sei, libera, scatenata,
vorrei sentirti infine gridare,
di gioia, d'ebbrezza, come pazza,
e ridere e gridare ancora
mentre affondi rabbrividendo
le tue dita nei miei capelli
fino a farmi male.
Fino a farmi piangere
dal dolore e dallo spasmo
di averti per me, tutta.

. . .

Vorrei infine che tutto questo,
tutto, gesto dopo gesto,
voluttà per voluttà,
un bacio, cento baci
per ogni singolo mio bacio,
labbra su labbra,
carezza su carezza,
graffio per graffio:
tutto questo ora, adesso,
tu a me restituissi,
ancora, e ancora,
a me che sono
questa puledra
imbizzarrita
innamorata,
perduta,
per sempre
arrotolata
come un'edera
avvinghiata -
disperatamente -
intorno a te -
cantando di te.



Gennaio 2013
Marianna Piani




sabato 1 giugno 2013

Le notti


Amiche dilette, amici cari,
mi capita (è un effetto collaterale della mia malattia e delle relative terapie) di svegliarmi nel cuore della notte. Di solito mi desto sommamente agitata, con l'angoscia che mi stringe la gola, nei primi istanti rimango come paralizzata da un terrore indefinibile, cui non so dare un nome.
Questa composizione è frutto di una notte come queste.
Per calmarmi un poco infatti io cerco di scacciare i miei fantasmi, di pensare ad altro, e quindi scrivo.
Scrivo raggomitolata nel letto, direttamente sul mio iPad, oppure mi alzo, ciabatto intontita fino in cucina, mi verso un bicchiere di latte, e scrivo, sopra il primo foglio di carta sufficientemente grande che mi trovo sotto le mani.
La persona che amavo mi aveva lasciato da poco, allora, e così le notti erano sempre piene di lei, della sua immagine, del suo sorriso, della sua assenza. E della nostalgia per gli attimi di estasi e di passione, che parevano ormai sogni lontani, mai più raggiungibili.
Ecco, queste notti, vissute e rivissute nel cuore di una notte, sono l'ispirazione di questi versi.
Li dedico a chi ho amato e mi ha lasciato, e a tutte voi, amiche e amici, che invece mi seguite, con affetto, fedelmente.
Come sempre, con amore.

M.P.


Le notti

Notte chiara,
notte di luna calante,
notte di cieco sguardo,
notte voluttuosa di nebbia.
Un passante solitario
traversa la via, s'insinua
senza indugiare tra le vetture
schierate come sciami d'insetti
dal carapace metallizzato.
Solo a quest'ora, di notte,
in questa città sempre troppo vissuta
si può riudire il passo d'un uomo
riverberare sui muri e sui vetri.

Notte di usci chiusi,
chiusi come i pensieri,
e notte dietro quegli usci
di infiniti amori consumati
dentro letti sfatti, letti imbrattati,
o sui divani, o sui pavimenti
dei saloni, tra soffocati respiri
o lamenti sfuggiti all'estasi
che porta ogni amore.
Amori puri, amori perversi,
amori languidi, amori densi,
cento milioni di amori
che ritmano assieme la notte,
che pare ancora infinita.

Notte di amanti, che s'incontrano
ai crocevia dei viali, notte di corpi
che si intrecciano ai corpi,
e notte di anime che bruciano anime
nei bracieri delle passioni,
corpi di uomo che avvolgono donne
e corpi di donna che sciolgono
in grida e sospiri e pianti
di dolore per la loro sottomissione.
Notte in cui i liberi spiriti
posseggono i loro compagni,
e maschi seminano maschi,
femmine si perdono in femmine.

Notte in ascolto, dalle finestre
chiuse vereconde sui loro segreti,
senza fine ripetuti, voci di piacere
ormai senza pudore,
come grida, sassi scagliati
lontano a piombo, che risvegliano
cerchi di onde fino alla riva.
Notte che scioglie
ogni pianto, ogni orgoglio,
ogni riserbo, scagliando
le carni aperte come ferite
una nell'altra, fino alla fine.

E notte anche in cui ogni dolore
raggiunge il suo spasmo,
nel suo estremo orgasmo,
notte che conduce
l'Ultima Guida, velata di nero,
ai capezzali della sofferenza
dalla speranza ormai prona.
Notte che libera lo strazio
della carne e del cuore
dalla sua condanna,
concedendo il sollievo
a chi non può più ormai
nemmeno sognare...

. . .

La mia notte è senza rumore,
senza un umano respiro accanto:
la mia notte, da sola,
in cui giaccio in un letto
di ghiaccio, deserto di te,
lo sguardo spalancato
nel buio sconfinato,
mentre il mio senso
più acuto sente ancora
il profumo delle tue labbra,
e accanto a me il calore
dei tuoi teneri fianchi
che cercano ristoro
aderendo a me.



Marianna Piani
Milano, 28 Marzo 2013