«La Poesia è Scienza, la Scienza è Poesia»

«Darkness cannot drive out darkness; only light can do that. Hate cannot drive out hate; only love can do that.» (Martin Luther King)

«Não sou nada. / Nunca sarei nada. / Não posso querer ser nada./ À parte isso, tenho em mim todos los sonhos do mundo» (Álvaro De Campo)

«A good poem is a contribution to reality. The world is never the same once a good poem has been added to it. A good poem helps to change the shape of the universe, helps to extend everyone's knowledge of himself and the world around him.» (Dylan Thomas)

«Ciò che premeva e che imparavo, è che in ogni caso non ci potesse mai essere poesia senza miracolo.» (Giuseppe Ungaretti)

domenica 27 gennaio 2013

Abbecedario VII

Nato come un gioco, un pretesto per liberare la fantasia, divenuto via via un percorso interiore, una confessione, il racconto e la scoperta di un'anima in un momento di svolta. Ogni lettera dell'alfabeto, depositata come un seme nel giardino della mente per far germogliare pensieri. Una dopo l'altra, in rigoroso ordine alfabetico, venticinque composizioni, venticinque tappe di un pellegrinaggio, del tutto libero, aperto, sincero e indifeso. Le pubblico ora per voi, una dopo l'altra, a cadenza regolare, e le raccolgo poi via via in una pagina dedicata "Abbecedario", così da averle sempre accessibili, tutte assieme, come vagoncini agganciati uno all'altro.


Amiche care, e amici. Settima puntata del nostro piccolo abbecedario. Come vi dicevo all'inizio, io non mi ero posta limiti o vincoli o regole particolari, nè di forma, nè di contenuto, nè di genere. Soltanto il sottile filo dato dalla lettera dell'alfabeto serve da connessione tra tutte queste composizioni, e danno motivo a raccoglierle sotto un unico tetto.
Questa in particolare ha avuto origine durante un mio breve viaggio a Parigi, e dall'immagine che avevo avuto un giorno accanto alla Metro che ha la stazione all'Opéra.
Solo un piccolo bozzetto, un'istantanea: una ragazza, elegante come solo le parigine sanno essere, si ferma e lascia cadere una piccola banconota dentro il barattolo di una Clochard - come tante se ne vedono in quella città di magia e di contrasti - accoccolata in un angolo accanto ai suoi stracci. Uno scambio di sguardi di due persone lontanissime tra loro, eppure in quell'istante unite da un filo a doppio scambio, che si chiama solidarietà.
Non so in realtà se si tratta di un qualcosa che questa ragazza faceva per abitudine. Ma non avevo potuto non notare allora le espressioni di quelle due donne. Non espressione di pietà o concessione da parte della ricca, e non di riconoscenza oppure umiliazione, da parte della povera; ma semplicemente di una grande, nitida dignità: in entrambe.
Questa è ciò che qui ho chiamato Grazia. Che è la capicità di dare, ed è quella di ricevere, ed è la dignità di comunicare umanità, al di sopra di ogni barriera. È l'estrema eleganza, sì: eleganza, di un gesto che oltrepassa le barriere, apparentemente invalicabili, di due vite, di due destini, probabilmente senza meriti nè colpe, posti ai due poli opposti dellla realtà.

La dedico a tutti voi, amiche mie dilette e amici, e particolarmente a Carol, ragazza che so possedere questo dono.
M.P.




Abbecedario VII

G

come la Grazia

La ragazza che risale
il boulevard nel vento autunnale
che turbina foglie gialle
commiste confuse alle polveri
e agli stracci
di questo declino del giorno
ed epocale.

Ha l'andatura
tra il fiero e lo spiccio
e l'eleganza così naturale
di chi si chiama Amélie
o Isabelle, non importa:
un abitino nero, corto, accollato,
le calze ambrate a velare
le gambe sottili, lievemente agitate,
le decolletée vellutate, portate
con quella femminea destrezza…

L'attende, parrebbe ogni giorno,
al varco del Metro sette Opéra,
la clochard senza nome nè età
che qui vi risiede, da mill'anni,
immersa nei suoi averi
di tersa sbrindellata dignità,
con la fronte alta canuta
di chi non si rassegna
a rassegnare la vita.

La ragazza, forse ogni giorno,
interrompe un istante
la sua urbana fretta,
e, senza esibire pietà,
discretamente, con la leggerezza istintiva
dell'ape che si posa sul fiore,
le lascia cadere nella lattina di Cola
tutto ciò che trova nella sua pochette
di Chanel dal bordino argentato.

La donna la guarda e sorride
dagli occhi chiari di un tempo,
senza ombra d'invidia,
di astio o di umiliazione.
E nemmeno rimpianto. Soltanto
di schietta, comune umanità.
La ragazza le sorride breve
riavviandosi alla sua propria vita.
E forse per un momento
in segreto piange.

Pensando all'amarezza
della vita e del mondo
e di un destino
che per quel momento
era dipeso dalla sua mano soltanto.
La Grazia è  credo questo gesto di scambio
tra vite che per un istante
incrociano e comunicano una all'altra
il senso ultimo della vita, e della dignità.


Parigi, Marzo 2012
Milano, 26 Gennaio 2013
Marianna Piani
 

sabato 26 gennaio 2013

Mi vorresti ora


Amiche care, amici gentili, questa piccola composizione, con questo titolo così "classico",  così - anche forse troppo -"poetico", è stata la prima dopo un lunghissimo periodo di totale "astinenza" in cui come sapete, per il mio mentale disagio, non ho saputo più scrivere una sola riga, un solo verso, tanto da smettere anche di frequentare i libri, i poeti che più amo.
È stata la prima voce che, uscita dal mio cuore in un solo istante, come un sospiro, mi ha fatto capire quanto mi mancasse, questa vertigine misteriosa, questo esprimere me stessa attraverso il canto, quanto fosse importante per me, e quanto mi fosse mancato il sapere che la mia voce fosse udita, da lontano, da qualcuno che per questo mi avrebbe forse amato…
Dopo aver composto questa poesiola, decisi insomma di ritornare, su questa pagine, in mezzo a voi…
La dedico per questo a tutte voi care, e in particolare a Micky, Sonja e Mara, che mi hanno anche compresa quale sono, disperata donna, piena di speranza.

Con amore

M.P.



Mi vorresti ora

Mi vorresti accanto a te, la sera,
quando giunge l'ora dei rimpianti,
e lo sguardo si ritrae dall'ignoto
rifugiandosi tra le braccia degli amanti?

Mi vorresti trattenere, mano nella mano,
per un breve istante, proprio ora,
mentre il nostro astro si scolora
per dar luogo al finir del giorno?

Mi vorresti - allora - accarezzare dolce il viso,
e sussurrarmi le parole e i desideri
che in questo infinito tempo, fino a ieri,
non mi hai mai saputo dare - o dire?

Mi vorresti ancora allora riscaldare il seno
con l'ansia dolce e trepida del tuo fiato,
e lasciare che io mi sciolga infine in pianto
mentre fuori il cielo cupo si fa sereno?

Mi vorresti dire ora per quale arcano
hai escluso la mia vita dalla tua memoria,
con quale fiamma hai voluto ardere la storia
del nostro essere senza tempo e senza luogo?


Mi vorresti, ancora, amor mio, per tuo amore?

Trieste, 7 Gennaio 2013
Marianna Piani

mercoledì 23 gennaio 2013

Abbecedario VI

Nato come un gioco, un pretesto per liberare la fantasia, divenuto via via un percorso interiore, una confessione, il racconto e la scoperta di un'anima in un momento di svolta. Ogni lettera dell'alfabeto, depositata come un seme nel giardino della mente per far germogliare pensieri. Una dopo l'altra, in rigoroso ordine alfabetico, venticinque composizioni, venticinque tappe di un pellegrinaggio, del tutto libero, aperto, sincero e indifeso. Le pubblico ora per voi, una dopo l'altra, a cadenza regolare, e le raccolgo poi via via in una pagina dedicata "Abbecedario", così da averle sempre accessibili, tutte assieme, come vagoncini agganciati uno all'altro.


Dilettissime amiche, proseguo il mio viaggio, e siamo alla sesta tappa, alla lettera F.
Molte le ispirazioni che ne derivano, e le suggestioni: Femminilità, Fiducia, Fantasia, Forza, Furore…
Ma allora era una calda sera di inizio Agosto, sulle colline sopra Arona, com'è rimasto traccia anche nel testo stesso della composizione, e al calore dell'atmosfera greve del paesaggio, già immobile in attesa della notte che sembrava non volersi palesare, si aggiungeva un intimo ardore, un qualcosa che mi bruciava dentro. Era amore illuso o deluso? O era la coscienza di qualcosa che mi consumava, il mio anelito al bello, la mia vocazione a esprimerlo, alla parola? La Fiamma, la mia Fiamma di sempre, è forse l'Amore, oppure la Poesia? Non sono forse due manifestazioni di una medesima passione?

Amiche care, amici, vi lascio liberi alla lettura e alla comprensione di questi miei pensieri, che dedico a voi, come sempre, con amore

M.P.



Abbecedario VI


F

come la Fiamma

La fiamma che brucia
nel mio petto,
e in cima alla collina,
ardendo nell'ardente
sera d'Agosto aggiungendo
calore al calore
febbre alla febbre,
bruciore al bruciore,
scagliando al cielo danzanti faville
che presto si faranno immutabili stelle
nell'imbrunire immanente.

La colonna brunita di fumo
già non si vede più,
già si confonde
con ciò che è immenso.
Qualche sperduta falena,
come me più intrepida che incauta,
più sfrontata che audace,
più stanca di sè
che eroica, o incosciente,
nella fiamma è attratta
e in un istante
sfavilla tra le faville e risale
senza più peso nè corpo
ma solo ricordo
a farsi stella
tra tutte le altre
superbe vanitose stelle.
 

Arona, Agosto 2012
Milano, 20 Gennaio 2013
Marianna Piani


domenica 20 gennaio 2013

Fortunale sopra il lago


Temporale d'estate sopra il Lago Maggiore


Amiche dilette, amici cari.
Questa è proprio l'ultima lirica che scrissi prima della mia lunga assenza.
Che fu un'assenza - ricordo - della mente prima che del corpo. Da allora, per lungo tempo, non seppi più scrivere un solo verso. Non seppi nemmeno veramente se valesse per me il vivere o il morire.

La scrissi come una furia, in macchina, ferma sul lungolago di Arona, una sera di fine estate, dopo una pesante litigata, mentre effettivamente si profilava all'orizzonte un temporale di quelli tipici di quei luoghi, violento e oscuro.
Nello spumeggiare delle parole, mio consueto, penso si colga l'avvicinarsi, minaccioso, incombente, effettivo, dell'uragano che presto avrebbe squassato e spazzato ogni cosa, ogni ordine della mia esistenza.

Più avanti, molto dopo, sarebbero giunti i giorni della ricostruzione. Ma ora era tempo di bufera...

Per voi, con amore, come sempre
M.P.



Fortunale sopra il Lago

Tu fosti così, scura, fin dall'alba; poi,
per quel miracolo a te consueto, improvvisamente
dalle finestre azzurre dei tuoi occhi schiusi appena
filtrò la luce dorata e fiammeggiante d'un sole pieno.

Io mi rincuorai, per l'insperata promessa di sereno,
e uscii, col mio vestito bello, per le faccende,
le nostre, discendendo al paese per far di spesa
le quattro cose da disporre per la nostra cena.

Girellai il piccolo centro, meditando che al ritorno
avrei raccolto le nocciole ormai mature del giardino,
e intanto non mi avvidi che alle mie spalle, dense,
si cumulavano nubi sfrangiate di sbuffi grigi e viola.

Quando rientrai, dopo un paio d'ore appena, sentii levarsi
la voce superba e roca del Maestrale, gettarsi sibilando
come un nugolo di pazzi storni a precipizio, in mezzo ai rami
della boscaglia di severe querce e di betulle inargentate.

Dopo poco, era ancora chiaro il cielo quando a me di fronte
scoccò la prima, giovane saetta, seguita dal suo schianto.
Io trasalii appena, conoscevo bene quei venti, e attendevo
ormai soltanto il compiersi ineluttabile degli eventi.

Vidi la superficie del Lago da cerulea farsi tetra,
poi imbiancarsi di schiuma scintillante a mulinelli,
avanzare a precipizio dalle creste delle alte cime
sorprendendo le folaghe e gli inconsapevoli germani.

E si scolse, finalmente, furiosa, la tempesta attesa,
spazzando in un istante l'illusione breve del sereno
affacciatasi fuggevolmente per un istante quel mattino,
e tu fosti l'uragano che sai essere, di vento e flutti.

Guai a chi si lascia sorprendere lontano dall'approdo
da quella furia che precipita travolgendo ogni oggetto:
guai a quel navigante, ingannato dalla indicibile bellezza
di quel luogo, che s'illuda alla promessa d'una luce a meridione.

Mi raggomitolai, in silenzio, attendendo che il fortunale
si esaurisse nella sua propria ribollente rabbia;
e ripensai alle nocciòle che non avrei più raccolto
perchè strappate ancor verdi dai loro rami da quel Maestrale.

Vento folle, vento di tempesta, vento tenace,
vento d'amore, vento venuto da lontano...
Vento che presto si sperderà nella distanza...

Arona, 01 Settembre 2012
Marianna Piani

Abbecedario V


Nato come un gioco, un pretesto per liberare la fantasia, divenuto via via un percorso interiore, una confessione, il racconto e la scoperta di un'anima in un momento di svolta. Ogni lettera dell'alfabeto, depositata come un seme nel giardino della mente per far germogliare pensieri. Una dopo l'altra, in rigoroso ordine alfabetico, venticinque composizioni, venticinque tappe di un pellegrinaggio, del tutto libero, aperto, sincero e indifeso. Le pubblico ora per voi, una dopo l'altra, a cadenza regolare, e le raccolgo poi via via in una pagina dedicata "Abbecedario", così da averle sempre accessibili, tutte assieme, come vagoncini agganciati uno all'altro.



Amiche care, amici diletti. Quinta lettera del mio "Abbecedario".
"E" come Essere. L'Essere, inteso come Essere Donna. La cronaca della memoria del mio scoprirmi tale, adolescente, del mio assistere, quasi dall'esterno di me stessa, a una mutazione rapida, drammatica, quasi dolorosa, del corpo e dell'anima. Sentirsi ancora sgraziate, inadeguate, e vedere sbocciare la bellezza, incredule. Prendere coscienza che sì, quella donna che vedo allo specchio, proprio lei, sono io, proprio io…

Per voi amiche care, con amore.

M.P.
(P.S. - La data è quella di revisione)


Abbecedario V

E

come Essere:

come essere donna, nella mente,
come figurarsi d'essere in quell'essere
fragile incorruttibile e traparente
di cristallo temprato dal tempo
in mille fiamme
e mille gettate
di ghiaccio ribollente.

Come essere corpo in divenire costante
fin dal dolente turgore
del primo sbocciar del seno nel magro petto,
fin dal pudore brutalmente infranto
dal primo rosseggiar di sangue
sul lenzuolo bianco.

Essere donna e donna sentirsi
nei bruni capelli che discendono le spalle
in onde di risacca marina,
come alghe profumate e salse,
negli occhi oscuri e incostanti
segnati da un enigmatico
eyeliner d'oriente promettente incanti.

E nelle labbra, socchiuse come petali vermigli,
e nelle mani sottili, nelle gocce di smalto
color del cuore sopra uno scrigno di perle,
e nella forma euclidea del seno,
dei capezzoli morbidamente eretti,
accarezzati, teneramente, intimamente
dal rabescato nero di pizzo e di seta.

Essere donna, esser sè stessa,
essere bella, soltanto per essere tale,
come quella rosa, appena sbocciata,
ornata di perle d'argentea rugiada,
che ferì a sangue l'incauta mano
che senza grazia tentò di strapparla
al suo giardino di Primavera.


(Dedicata a E. come Eleonora)
Milano, 18 Gennaio 2013
Marianna Piani

giovedì 17 gennaio 2013

Abbecedario IV



Nato come un gioco, un pretesto per liberare la fantasia, divenuto via via un percorso interiore, una confessione, il racconto e la scoperta di un'anima in un momento di svolta. Ogni lettera dell'alfabeto, depositata come un seme nel giardino della mente per far germogliare pensieri. Una dopo l'altra, in rigoroso ordine alfabetico, venticinque composizioni, venticinque tappe di un pellegrinaggio, del tutto libero, aperto, sincero e indifeso. Le pubblico ora per voi, una dopo l'altra, a cadenza regolare, e le raccolgo poi via via in una pagina dedicata, "Abbecedario", così da averle sempre accessibili, tutte assieme, come vagoncini agganciati uno all'altro.



Amiche, ecco la quarta stanza del mio "viaggio" a bordo dei vagoncini dell'alfabeto.
Quando composi questi versi, il "gioco" iniziava a farsi serio. Pezzi della mia vita avevano preso a lasciare gli ormeggi, e la mia scrittura iniziava a seguire le rotte più tormentate dell'anima. Qui rimane la traccia di un'amore interrotto, uscito dalla mia vita quasi all'improvviso, e della incapacità da parte mia di comprendere veramente ciò che mi stava accadendo.
Il Distacco: è il momento in cui prende forma l'Abbandono. Il momento in cui ci si rende conto, senza ancora comprendere veramente cosa significherà per noi, che ora saremo più soli…

Per voi amiche, e amici, con amore
M.P.



Abbecedario IV

D

come il Distacco

Ovvero quando
dalla vetrata sconfinata di Malpensa
vedo il muso dell'airbus che s'impenna
senza quasi suono alcuno,
come in un sogno triste venuto all'alba,
e il cilindro argentato va a varcare nubi
strappando nel contempo dal mio corpo vivo
la mia libbra di carne, e sangue - e di furore.

Invano sul sagrato di quel profano tempio
avevo pianto senza ritegno al suo fermo intento,
invano avevo sperato e disperato
che rinunciasse per me sola
alla sua vita tesa a inseguire il vento.

Oppure assai prima, quando
vidi nei suoi occhi vasti, liberi
la nostalgia sua selvaggia di puledra
di praterie, senza limiti e steccati,
e compresi che pur legata alla mia vita
ella era già da me fuggita
e mai più l'avrei domata,
l'anima mia impazzita.

Milano, 15 Gennaio 2013
(A Franci)
Marianna Piani

domenica 13 gennaio 2013

Cocai

(Trieste a volo d'uccello, Agosto 2012. Scatto personale)


Amiche dilette, amici cari, questa è la seconda composizione che è nata - dopo "Mio Mare" - durante quel breve soggiorno a Trieste, la mia città natale…

Per chi non è di quelle parti il titolo suonerà esotico, quasi cabalistico, e invece ha un significato molto banale. "Cocai" nel nostro dialetto significa semplicemente "Gabbiani".
Sono i gabbiani che sorvolano il mare e parte dell'entroterra dei luoghi della mia infanzia, e la loro voce particolarissima, così sgraziata, addirittura un poco sinistra per noi umani, questa voce udita fin dal primo mattino di quel giorno di Luglio, mi ha richiamato prepotenti memorie profonde, e sentimenti densi di addolorato abbandono.


"Cocai" (e il suo singolare "Cocal") in triestino ha una sfumatura colloquiale, divertita, anche se non dispregiativa, e dimostra la antica consuetudine di queste genti con questo animale, così nobile nel cielo e insieme così impacciato a terra, uno strano incrocio tra un angelo e una papera… Inoltre il dialetto triestino ha di suo una vocazione intima e incoercibile, atavica per l'ironia, per il witz (la "battuta di spirito" che qui si chiama proprio pari pari: "viz"). Ma non vi aspettate tutto questo in questa composizione, stesa in un momento di profondissimo disorientamento e sconforto, a un passo dall'eclisse che stava per abbattersi su di me e in cui mi sarei perduta per lungo tempo.
Il volo dei gabbiani, come nell'albatros di Baudelaire (che il Dio della poesia mi perdoni questo accostamento azzardatissimo e verticalissimo) è la precisa metafora della tensione al distacco, dal terreno, in cerca di  rotte elevate, nel cielo, e di spettacolari, precipitose picchiate verso  baratri del nulla… Con la bellezza e l'armonia di quel volo solenne, maestoso, intenso, e nello stesso tempo senza apperente senso, che è a sua volta la metafora della gratuità (inutilità?) della parole poetica.

Per chi non "mastica" il dialetto di queste terre, specie per le nostre amiche delle contrade del Sole (i lombardoveneti sono già attrezzati a comprenderlo anche senza aiuto), aggiungo una traduzione di alcuni versi che mi sono "sfuggiti", spontaneamente e necessariamente, in quell'idioma di lassù, così particolare, a mezzo tra il veneto e le lingue della mitteleuropa. Per chi non lo conoscesse inoltre, immaginatelo pronunciato  in modo piuttosto ruvido, accentato, senza il canto morbido e aperto, quasi cantilenante, del dialetto veneziano…

Per voi dunque, amiche mie, e amici gentili, come sempre, scritto e pubblicato con amore.
Con un pensiero tutto speciale alle mie amiche Daniela, Miya e Sabri, "mule" (ragazze) di Trieste, autentiche, intense e frizzanti come la Bora.

M.P.



Cocai
 
Così chiamano qui i candidi sovrani dei venti
e delle maree...

Riudire all'alba il grido del gabbiano,
dapprima cadenzato, ripetuto,
vano, come un richiamo umano
nell'eco delle vie ancora deserte,
che discendono al mare, ripide e sghembe.
Poi lamentoso come il singhiozzo
d'un ferito al cuore, come un'anima
che pena per qualche smarrito amante.

Riudire in quel richiamo - straziante
al mio orecchio - ma così puro e chiaro,
o anche festante per la lor specie, sontuose
bestiole che hanno gli oceani nel sangue:
tutto il profumo e il sapore e il colore
dell'antico paziente possente Mare
e della sua risacca quieta e costante
nelle brevi notti senza luna di luglio.

"Ara come che i ziga ogi i cocai
svolando per tuto come se i fossi
ciapadi dale strighe, 'scolta che zighi,
e che zoghi de mati che i fa per aria,
andando e vignindo come anime in pena,
par che i se ciami, un co l'altro,
e inveze ognidun xe come se'l fussi
sior e paron del'aria e del mar e lu solo." (*)

Cocai: così chiamano quassù questi candidi sovrani
con il vago dileggio e il familiare affetto
della gente di mare, forse per assonanza col  loro verso,
forse per l'aria impettita, impacciata, che sfoggiano a terra,
"Sempi come i cocai che svola  drio la barca"… (**)
E questo nome, anch'esso risuona
nelle viscere profonde della memoria
come quei loro voli, senza intenzione maestosi.

La mia mente è così: appollaiata in cima a una bitta
o a una pertica infitta nel bassifondo della rada
che qui chiamano per la sua angustia "sacchetta", (***)
a lungo osserva il baluginare del sole nel mare,
a lungo, con cura, rassetta le immacolate penne,
a lungo contempla quanto appare distante
e infinito il nastro argentato dell'orizzonte,
a lungo meditando di volerlo finalmente violare.

Alla fine, alle ultime luci del giorno, essa,
la mia mente, dispiega così - solenne - le ali
larghe e sottili, saggia il vento, il manto di penne
freme, e in un istante ecco, prende il volo.
Non un rimprovero, non un dileggio, dagli astanti.
Solo lo sguardo verso l'alto, a seguire quel volo
nel vuoto, senza meta, silenzioso come la notte
senza motivo alcuno, solenne... inutilmente?

Vai, pensiero, vai mente, vola alta,
vola ad ali spiegate, vola audacemente,
vinci con le sole tue forze l'opposizione
tenace dei venti, sopporta, ad occhi spalancati
il pulviscolo dei prati che brucia le cornee,
impénnati orgogliosa e strenua e affannata
fin verso i cumulunembi bluastri, e oltre!
oltre i cirri sfrangiati di ghiaccio abbagliante.

Che importa se sei sola, allora, che importa
se tremila, ottomila, o diecimila metri di vuoto
ti rendono invisibile al mondo? Che importa?
Se ora il tuo sguardo abbraccia i campi
e le foreste, e le strade, come geometrie,
come reti, come ife bianche infestanti
di senso, di un fine il continuo apparente
demente moto browniano dell'esser vivente.

E infine, stremata, mente mia, abbandònati, lasciati,
lasciati cadere nell'ebbrezza che dà l'altezza,
ripiega le ali, dietro di te, strette,
ma non chiudere gli occhi nel precipizio.
Sorvola, in un istante di pura gioiosa esaltazione
i borghi, i campanili che ami perchè verticali,
le case, che sono i rifugi di milioni di amori,
i palazzi, che racchiudono tesori e illusioni.

E, concludendo il tuo giorno, senza ritorno,
piomba nel mare, lasciati ingoiare
dai flutti neri schiumanti della placenta
che ti generò così, capace di pensare,
capace di volare, capace di osservare,
capace di comprendere ciò che separa
il puro dall'impuro. Incapace soltanto, ahimè,
di sopportare a lungo quel duro futuro.

...Cocai chiamano qui i candidi sovrani dei venti
e delle maree, senza dileggio, familiarmente.


Trieste, fine luglio - Monaco, primi di Agosto 2012
Nebbiuno, 13 Gennaio 2013

Marianna Piani


(*)
"Senti come gridano oggi i gabbiani,
volando ovunque, come fossero
impazziti, ascolta ti prego che grida
e guarda che giochi intessono nel cielo,
andando e venendo, come anime nel tormento,
sembra che si chiamino, tra loro,
e invece è come se ognuno fosse lui solo
signore e padrone del mare e dei cieli."

(**)
"Stupidi come gabbiani che inseguono la nave."


(***)
Porticciolo per barche da diporto, collocato all'inizio dell'arco della storica area portuale, Seicento metri a sinistra (guardando il mare) della piazza principale della città, Piazza dell'Unità d'Italia. La Sacchetta è uno dei luoghi più caratteristici della città, con i suoi splendidi palazzi ottocenteschi affacciati sul mare e i mille alberi delle barche ormeggiate nelle sedi delle società veliche triestine, come lo storico Yacht Club Adriaco, la Società della Vela, la Canottieri Trieste, da dove, partono decine di imbarcazioni, alla volta di mete diverse, dalla costa al largo di Grignano, a Punta Sottile, di fronte a Muggia, dove i triestini trascorrono intere giornate in rada e ritornano in Sacchetta al tramonto con la fresca brezza della sera.

 



sabato 12 gennaio 2013

Abbecedario III


Nato come un gioco, un pretesto per liberare la fantasia, divenuto via via un percorso interiore, una confessione, il racconto e la scoperta di un'anima in un momento di svolta. Ogni lettera dell'alfabeto, depositata come un seme nel giardino della mente per far germogliare pensieri. Una dopo l'altra, in rigoroso ordine alfabetico, venticinque composizioni, venticinque tappe di un pellegrinaggio, del tutto libero, aperto, sincero e indifeso. Le pubblico ora per voi, una dopo l'altra, a cadenza regolare, e le raccolgo poi via via in una pagina dedicata, "Abbecedario", così da averle sempre accessibili, tutte assieme, come vagoncini agganciati uno all'altro.


Care amiche dolcissime, e amici gentili. Ecco il terzo capitolo del mio piccolo abbecedario poetico.
C come il Canto, non solo in senso poetico, ma proprio canto, canto spiegato, musicale, la voce dell'armonia e della vita.
O anche il canto di disperazione, e di solitudine, il bisogno di far sentire la propria voce al di là delle sbarre che ci rinchiudono nella nostra personale intima prigione…

Questa composizione è nata in modo un poco particolare: stese di getto le prime due stanze (per dirlo come mi ha insegnato Alvaro), che poi diverranno la prima e la terza, arrivò l'eclissi, e poi, solo dopo molti mesi ne è scaturita l'ultima, quella che qui ora è la quarta, la chiusa. Infine, poco prima di decidermi a pubblicare, un'ultima strofa ha chiesto a gran voce di essere scritta, e così è nata quella sul canto di mamma, che è divenuta la seconda della versione finale.
A volte una poesia è come un cantiere, si getta la prima struttura, le fondamenta, poi via via si aggiungono elementi, a volte anche con ampi salti di tempo. Non si può mai dire quando una composizione è completata, finita. A volte io riprendo vecchie composizioni, già pubblicate qui, e le modifico, aggiungo, tolgo… In ciò questo mezzo di diffusione - il blog - è inimitabile, con un libro tutto questo non sarebbe possibile. È più volatile, certo, ma restituisce in pieno il senso della poesia come organismo vivo, in continua mutazione, alla ricerca perenne di un equilibrio e di una (irraggiungibile) perfezione.

Per voi, con amore, come sempre, sempre di più

M.P.



Abbecedario III

C

come il Canto.

Ovvero l'incanto della voce
della foresta nel tramonto estivo
quando mille e mille alate creature
cercano assieme un'unica armonia
per intonare tra loro il loro arpeggiare
e frinire e archeggiare e intessere
note di clarinetto e flauto e viola
all'unico largo sospiro del Creato
che - ogni stagione - ripete il miracolo
di rigenerar se stesso
nell'universale amplesso.

O anche il melodiare di mamma
a labbra chiuse, lieve, dolce, sensuale,
mentre veglia accanto al lettino
la tossetta stizzosa della sua bimba malata,
e, persa nei suoi pensieri, per un momento
non si avvede che ella la osserva
come il cerbiatto osserva la cerva:
lo sguardo vuoto, perduto in un infinito
senso di pace.

Oppure il dono del fringuello
che angustiato dalla sua gabbia
innanza all'universo intero
le note malinconicamente
inconcepibilmente vere
della sua disperata attesa
d'una mai vissuta libertà.
D'un mai provato
libero volo d'amore.

Il suo universo è soltanto quello
che egli scorge dall'angusto pertugio
della finestra chiusa: o blu. O grigio.
Nulla più.


(Dedicato a C. come Carolina O. Un'amica meravigliosa, che ha saputo comprendermi)

Milano, 10 Gennaio 2013
Marianna Piani

giovedì 10 gennaio 2013

Mio Mare


Il mio mare e... me. - Trieste, 8 Gennaio 2013


Amiche care, amici gentili, riprendo a pubblicare i miei versi, sperando che possano essere graditi e amati da tutte voi.
Mi sono accorta di avere per così dire nel cassetto parecchie decine di composizioni che risalgono a prima della mia "eclissi". Rileggendole ho pensato che alcune di esse possano "vedere la luce" ed essere donate a voi, se lo vorrete, e così ora le sto editando una per una, e via via le pubblicherò, intercalandole con il mio progettino "Abbecedario".

Quest'estate passai (per un solo giorno, proprio dopo il mio compleanno, ospite di un'amica d'infanzia) dalla mia città natale, Trieste. La mia angoscia e il mio disagio mentale in quei giorni erano già evidenti, tuttavia il ritrovare i paesaggi di quando ero bambina rappresentò una parentesi di riposo e di serenità, anche se venata di malinconia, di rimpianto, e comunque sempre ormai con un incoercibile desiderio di annullarmi e scomparire…

Ecco la prima lirica, dedicata al "mio" mare. È un mare dolce, l'alto Adriatico, più simile ad un grande lago che a un vero e proprio mare aperto, come lo si può trovare invece ad esempio sulla costa ligure.
Tuttavia del mare ha tutto, il profumo, la voce, l'imprevedibile irritabilità.
Questo mare è stato lo scenario in cui sono cresciuta in tutti i primi anni - i più belli senza ombra di dubbio - della mia vita. Ritrovarlo per me è sempre come ritrovare l'abbraccio di mamma, qualcosa che possono passare anni e anni ma ogni volta lo sentiamo come se non ce ne fossimo mai distaccate.
In questi versi c'è anche già - profeticamente - il senso del ritorno da un amico che ci aspetta, e che ti riaccoglie senza chiedere nulla: un sentimento dolce che proprio in questi giorni tanto più ha significato per me.

La dedico a voi tutte, amiche del cuore e amici, con amore... e con la voce meravigliosa della nostra amica Mary, in cui potete vedere anche una serie di splendide immagini della mia città. La prima è uno scorcio del Golfo visto dal parco del castello di Miramare. La seconda il Molo Audace sferzato dalla bora. Quante volte mi sono spinta fino in cima a quel molo, con quel vento potente e giocoso, a volte, oppure a volte maestoso, che mi riempiva di salso i capelli...

Grazie Mary, mi regali l'emozione di sentire vivere le mie parole. Ti voglio bene!
 
M.P.

"Mio Mare" - Letto e interpreato da Mary (Refuge)



Mio Mare

 

Dimmi, mio mare,
che mi hai atteso fedele
in anni e anni, senza mutare
pur perennemente
mutando,
in maree e stagioni.


Dimmi, ora che mi rivedi
affacciata sulla cima del molo
come quando bambina
giocavo a tirare le cime
delle barche alla fonda
facendomi sgridare
dai barcaioli indulgenti.
Dimmi: riconosci in me
che mi specchio sulle tue gote
increspate di vento,
riconosci colei che ti ha abbandonato
inseguendo sè stessa, sola,
senza nemmeno girarsi indietro?


Mi guardi, amico mio,
senza che la minima ombra
di risentimento veli il tuo sguardo
così blu, così denso.
Io ti rivedo, e sono
grata fino al dolore
di poterti accarezzare ancora.
E sentire, sulla mano
persistere il profumo tuo
di pino marino, di salsedine,
di pesce, d'alga spiaggiata.
Di baci rubati
proprio in cima a quel molo.


Indulgente, dolce, amato
Mare mio!
Nostalgica sirenella, io,
vorrei immergermi
nel tuo ventre
e ridarmi a te
per sempre,
e mai più tornare.



(A Daniela e Miya, ragazze di questo mare)

Trieste, 27 Luglio 2012
Marianna Piani


lunedì 7 gennaio 2013

#RipCarolina



...
non l'ho mai conosciuta, Carolina, ho saputo di lei solo oggi, dai giornali e dal web.

Oggi per me è stata una giornata come altre, ero felice per essere riuscita a riaprire la mia comunicazione con il mondo, con voi, in barba a tutti i medici che mi avevano consigliato di non farlo per ora, per non sottopormi a troppo stress emotivo e di fatica, ed ero angustiata invece per la giornata (e la settimana) di problemi, difficoltà, preoccupazioni ed angosce che era iniziata.
Non avevo comunque intenzione di ritornare sul mio blog oggi, volevo lasciar passare un poco di tempo per far depositare le idee, decantare le emozioni…
Finchè non ho incontrato questa triste storia, prima su un giornale, poi in rete.

Bene, io non conoscevo Carolina, dicevo, ma tuttavia la conosco fin troppo bene invece, esattamente come la conosce ognuna di noi, amiche mie dilette. Perchè ognuna di noi, ne sono certa, è stata Carolina dieci cento mille volte nella vita. E ha avuto la fortuna di avere attorno a sè e dentro di sè forze e risorse che l'hanno protetta. Carolina no, lei è stata tra quelle che in un certo momento della loro vita non hanno potuto, o saputo trovare quell'appoggio, quel qualcosa che le avrebbe salvate… Questione di attimi, forse, in un'altra fase, in un altro momento e luogo forse ce l'avrebbe fatta anche lei, come abbiamo potuto fare noi mille volte. Ma non è stato così purtroppo.

 
Ed ecco allora che oggi siamo tutte, ma proprio TUTTE - un poco - Carolina: siamo lei, siamo con lei e in lei.

La violenza sulle donne, cari uomini che ci ascoltate e ci siete amici, non è soltanto quella palese e criminale degli stupri, delle bastonate e degli sputi. Le leggi, più o meno osservate, le contemplano e le puniscono duramente, tentando di proteggerci.
È invece anche e perfino forse più quella occulta, sotterranea, subdola, travestita, che ci può aggredire - e lo fa, lo fa - in ogni istante della giornata e della vita.
È la mano o la pacca sul culo, l'apprezzamento greve, la barzelletta sconcia, gli sguardi laidi sulle tette o sulle coscie… E poi questa roba qui, versione modernizzata della calunnia misogina e femminicida, il colpo mortale che ha ucciso Carolina, e che, ricordiamolo, è anche frutto di un'educazione di merda data ai nostri figli.

Non ho potuto tacere. Ero sconvolta, come voi di certo. Un episodio che pare modesto, ma che è, se ci pensate, atroce, inaccettabile. Una giovane vita ne è morta, altre giovani vite - sperabilmente, per il loro bene -  saranno rovinate dalla vergogna e dai rimorsi, se la Giustizia non troverà il modo, come penso, di agire.

Io sono ciò che sono, e la mia "arma" è la parola, non ho altro.
Per questo, in pochi minuti, di getto, ho composto questi versi, dedicandoli a lei, Carolina, detta affettuosamente Caro, e al simbolo che lei suo malgrado per noi tutte rappresenta.
In realtà non sono stata io a scivere questa poesia - che ha la forma di un inno - è stata lei ad impossessarsi, a forza, di me e della mia penna.

Ecco, per voi amiche care, e per Carolina, che vive sempre nel nostro cuore.
E per i nostri amici maschi, colleghi, compagni, mariti, amanti, buoni, gentili e belli, perchè sappiano capire, attraverso questa vicenda, che l'anima di una donna è una coppa di cristallo, a saperla sfiorare con dolcezza canta con voce di melodie celesti, se l'afferrate anche solo con innocente malagrazia, si frantuma in mille pezzi.

Con amore, più che mai

M.P.




#RipCarolina


Fischiarono le sassate
come sghignazzi
attorno a te
fragile creatura,
finchè ti colsero

diritte al capo,
al costato e al viso,
spezzandoti il fiato,
e stroncandoti le ali.

E tu piombasti nella terra nuda
con un impercettibile lieve tonfo,
senza emettere un lamento,
trepida mia violata capinera.

E ora è buio.

Oh, no, non piango te,
dolce angelo, perchè
tu ormai sei franca luce
libera nel cielo
della tua purezza
e per noi quaggiù ora
non provi che

una mesta tenerezza.

Nè piango, credimi,

i cari tuoi,
o il tuo amore
o le tue compagne,
puledre come te, affrante, scosse,
incredule, ignare che tanto male possa

travolgere le loro vite
in un istante.

Costoro disperatamente
ti cercheranno ancora,
ma dentro di sè sanno
che nulla più potrà violare
il tuo destino ora,

sei stella tra le stelle:

non più voli, non più sogni,
non più veglie
ad attender l'alba,
non più amori,
non più tenere carezze,

è vero,
MA...

non più cimenti

tristezze e affanni,
non più offese,
non più ferite,

e sopra tutto
non più insostenibili parole
e inverecondi sguardi.

Piango questi - invece -
che mi ostino a chiamare
per pietà "ragazzi",
che violarono con risate e lazzi
la tua disperata, ferita
umana intimità.

Piango costoro e penso
al loro destino: di vita, sì,
ma segnati ora e per sempre
da un tanto stolto sfregio.

Potranno celarsi, rifugiarsi nell'oblìo
di una vita senza scosse,
senza fama, e senza castigo.
Potranno illudersi innocenti
d'una tua supposta troppo viva
fragilità.

Costoro dentro sè sanno
e perennemente sapranno
d'aver immolato il tesoro immenso
d'una vita appena accesa
all'infinito vuoto
della loro vana ilarità.

Con tristezza immensa
a costoro auguro soltanto
di rinsavire, a vita scossi,
e almeno di poter soffrire
di questo loro immenso fallo
e scontare nell'intima coscienza
lo scotto della loro imperdonabile
irreparabile imbecillità.

A te Cara la nostra voce
sale alta e chiara,

come un inno:
tu sei con noi,
tu sei noi
piccola donna
immensa fiamma

nella incessata storia
della violata femminilità.


Milano, 7 Gennaio 2013
Dedicato a Carolina

Marianna Piani



Una piccola postilla, se permettete, amiche care e amici gentili.

Ho scritto queste e parole nell'onda della prima emozione, appena apparse le prime notizie su stampa e web. In seguito ho appreso altri dettagli, altre informazioni, tutte se possibile ancora più preoccupanti. Leggete questo articolo, molto bello, che tra l'altro sottoscrivo per intero:

«Non chiamatelo solo bullismo»
da zeroviolenzadonne

Ora, conoscuite questi retroscena, le mie parole sarebbero certamente diverse. Molto più dure, e più rabbiose anche. Non si tratterebbe quindi "semplice" episodio di imbecillità, come pensavo, ma di una vera e propria forma di femminicidio.

Tuttavia la sostanza non cambia: la violenza sulle donne in tutte le sue possibili sfumature, senza distinzione di "gravità", è un'emergenza assoluta di giustizia e civiltà!
Io mi impegnerò, anche da queste pagine, a far sentire la mia voce - per quello che vale, è l'unica "arma" di cui dispongo - e il mio sostegno per questa battaglia, per dire BASTA! Occorre prendere coscienza che questi episodi sono TUTTI, dal primo all'ultimo, segno di un ritardo culturale imenso, che occorre, tutti assieme, noi donne per prime, ma anche i nostri compagni, amici, fratelli maschi, se hanno a cuore la loro dignità, iniziare a colmare.


«Sebben che siamo donne
Paura non abbiamo
abbiam delle belle buone lingue
abbiam delle belle buone lingue
sebben che siamo donne
paura non abbiamo
abbiam delle belle buone lingue
e ben ci difendiamo...»

Milano, 9 Gennaio 2013
Marianna Piani

domenica 6 gennaio 2013

Abbecedario II

Frammenti di pensiero al femminile
Nato come un gioco, un pretesto per liberare la fantasia, divenuto via via un percorso interiore, una confessione, il racconto e la scoperta di un'anima in un momento di svolta. Ogni lettera dell'alfabeto, depositata come un seme nel giardino della mente per far germogliare pensieri. Una dopo l'altra, in rigoroso ordine alfabetico, venticinque composizioni, venticinque tappe di un pellegrinaggio, del tutto libero, aperto, sincero e indifeso. Le pubblico ora per voi, una dopo l'altra, a cadenza recolare, e le raccolgo poi via via in una pagina dedicata, "Abbecedario", così da averle sempre accessibili, tutte assieme, come vagoncini agganciati uno all'altro.


Dilette amiche, amici cari, pubblico già oggi il secondo capitolo di questo mio viaggio, così, per dare il via al gioco… Per darvi il senso di come sarà. Del resto queste due prime composizioni nacquero praticamente insieme, una dopo l'altra, come un'unico gesto poetico.
La prima, la lettera "A", l'avevo concepita come un'ouverture, una porta che si apriva verso un territorio ancora inesplorato. Per questo avevo immaginato i colori di un'alba che si apre al giorno, sempre in modi e tempi e luce diversi, ma sempre con il senso di un divenire ancora tutto da compiere.
Per la seconda, questa che vi propongo ora, la lettera "B", avevo sentito la necessità di esprimere la mia condizione più antica e famigliare, ciò che ha costituito il leit motiv dell'intera mia vita, a partire dalla fine della fanciullezza: Nostalgia e Assenza. Due sentimenti in me così radicati, così legati tra loro, così intrecciati alla mia esistenza da costituire ormai il nutrimento stesso della mia anima.
Il bianco poi, con la sua luce misteriosa, somma magica di tutti i colori, colore dei colori, mi ha sempre affascinato. Ancora adesso, quando sento il bisogno di sentirmi appagata, indosso abiti candidi, particolarmente di lino, gonne ampie con cui mi piace sentire giocare il vento, i cui panneggi mi piace sentire avvolgermi le gambe.

Registro qui il luogo e la data di revisione, non quella di composizione.

Per voi, amiche care, e amici, con amore.

M.P.



Abbecedario II

B

come il Bianco,
come i bianchi capelli di mamma,
bianchi anzitempo, inaspettatamente,
come a promettere, a giurare
di fermare per sempre il tempo
per amor mio, contro ogni
logica certezza.

Oppure anche
Bianco come il lino
della mia vestina bianca
di cui io, anzitempo sola,
perduta nell'immenso mondo,
trattengo a stento
i lembi della gonna
che la brezza gentile
e il vento sgarbato
del tempo e del ricordo
sollevano con irridente
innocente
infantile malizia e grazia.


Passy, 26 Dicembre 2012
Marianna Piani

Abbecedario I


Frammenti di pensiero al femminile


Amiche care, inizio oggi a pubblicare una serie di composizioni che ho scritto prima del lungo periodo buio che ho trascorso dall'estate dell'anno scorso.

L'idea originaria era nata da un gioco, uno scherzo, che alcune amiche molto care avevano portato avanti per un po' in rete, il gioco delle parole.
Ogni lettera dell'alfabeto, in ordine dalla A alla Zeta, depositata come un piccolo seme sulle zolle del pensiero per generare un fiore, sempre diverso.

All'inizio mi è sembrato appunto solo un gioco, un pretesto come un altro per scatenare la mia fantasia, ma presto, man mano che mi addentravo in questo territorio, mi rendevo conto che si trattava di un percorso molto più impegnativo del previsto.
L'alfabeto, in modo solo apparentemente casuale, tracciava le tappe di un pellegrinaggio sempre più in profondità nel cuore, nell'intimo della mia anima di donna, e nelle mutazioni drammatiche e profonde che in quei giorni la mia vicenda di vita stava provocando nella mia personalità, nella mia stessa esistenza.

Prova ne è che, dopo un inizio quasi "leggero", in cui l'ispirazione correva rapida, senza ostacolo, come un torrente di montagna, gradualmente le composizioni acquistarono spessore, densità, dimensione, portandomi ad esplorare e scoprire tratti sempre più segreti, a volte esaltanti, a volte dolorosi, della mia essenza femminile, e esigendo da me sempre più dedizione, tempo ed energie.
E prova ne è ancora più che, quando dopo diverse settimane di lavoro ero giunta ormai alle ultime lettere, la V e la Zeta, mi bloccai definitivamente, incapace di procedere. E poco dopo iniziò la catastrofe che mi cancellò per diversi mesi dalla realtà, da quella "vera" come da quella "virtuale".

Prima di questi avvenimenti, e per tutto il tempo in cui lavorai a questo progetto, ebbi un sostegno meraviglioso, gratuito e prezioso, da un'amica speciale, Sonja, cui ho inviato tutte le mie composizioni via via che nascevano, e lei, con pazienza e amore infiniti, le accoglieva per così dire tra le sue braccia, come una levatrice, le leggeva e mi comunicava le sue sensazioni, le sue prime emozioni, dandomi il senso di una vita che pian piano nasceva. E che nasceva con un destino.
In questo modo inoltre, se mi fosse accaduto qualcosa - avevo pensato - qualcuno custodiva le mie creature, e avrebbe potuto liberarle nel mondo un giorno, anche senza di me.

. . .


Giorni fa, dopo molti mesi di silenzio, all'improvviso ho sentito un richiamo, un'urgenza inattesa, e di getto, in poche ore, sono sgorgati i versi che avevo così tanto vanamente atteso e ricercato mesi prima: la V, addirittura in tre diverse versioni, e la Zeta, che fin dall'inizio avevo immaginato come il suggello finale per tutto il ciclo. E che proprio per questo è stata la più difficile da domare e fissare sulla carta.

Così come il blocco sulle ultime lettere aveva preceduto di poco la mia eclissi, la nascita improvvisa di questi fiori spontanei aveva riaperto la mia anima al mondo.
Corsi a rileggere tutte le composizioni precedenti, e sentii nuovamente il bisogno, l'urgenza di sapere che qualcuno, qualche anima nel mondo, le avrebbe lette, e forse comprese…

Alla fine ne è risultata una collana di venticinqe composizioni, ognuna completamente diversa dall'altra, eppure tutte accomunate da una identica ispirazione, nonostante i tempi diversi e irregolari di stesura.
Ora penso di pubblicarle qui tutte, una dopo l'altra, non prima di averle rilette ed emendate per purificarle da sbavature ed errori, con una cadenza - penso - di una o al massimo due per settimana, intercalate da altre composizioni libere, che via via stanno nascendo ora, nella mia nuova vita, diciamo così.
Procedendo con la pubblicazione, le raccoglierò una in fila all'altra in una "pagina" apposita, in modo che possano rimanere accessibili tutte assieme, e non nella frammentarietà dei singoli post del blog.

Un'ultima cosa: la data in calce sarà quella di pubblicazione, non quella di prima scrittura, tranne in alcuni casi in cui avevo annotato la data di composizione: in questo caso le indicherò entrambe. Questo perchè voglio  dare un segno tangibile di una rinascita.

. . .

Ecco, spero che questo dono di me stessa sia il premio per avermi così pazientemente e ansiosamente atteso, mie care, dilettissime amiche, e amici gentili.

Questo ciclo l'ho chiamato, fin dall'inizio - e non avrei potuto chiamarlo diversamente - Abbecedario.
Lo dedico a tutte voi, alle mie amiche del cuore, e in modo speciale a Sonja.

Con amore, come sempre

M.P.






Abbecedario I

A

come l'Alba
che precoce ogni giorno giunge
a detergere il sogno
e squarciare i cieli
di nuove ostinate
inascoltate speranze.
Oppure, tardiva, mi coglie viva
lo sguardo fisso al desolato muro
trafiggendomi di dardi
di coscienza insonne
di sogni priva
e da ogni speranza avulsa.
Oppure:
A come Inizio
d'ogni viaggio e d'ogni
pellegrinaggio
lungo il sentiero
del proprio passaggio.



A Sonja, che mi ha aiutato in questo viaggio
(Passy - 24 Dicembre 1012)
Marianna Piani

sabato 5 gennaio 2013

Embrione del Mondo


Amiche dilette, e amici cari, dunque ci riprovo, ritorno tra voi dopo una lunghissima (e difficile) assenza. E per "ricominciare" cosa c'è di meglio che riprendere esattamente da dove mi ero interrotta. Questi pochi versi sono letteralmente gli ultimi che scrissi, poco prima del "grande crash" del mio computer, e la successiva interruzione non solo di ogni contatto con voi, ma anche, come dicevo in un messaggio precedente, di ogni mio rapporto con la penna, con la scrittura, e perfino con la lettura. E con il rispetto per me stessa.

Si tratta di una composizione nata in un soffio, in un gorgo di scoramento, forse non è neppure una gran composizione, ma penso che esprima bene il mio stato d'animo di allora, ma soprattutto quello di oggi.
Nonostante gli "Slings and Arrows of outrageous Fortune" (Hamlet), occorre vivere, e tocca soprattutto a noi donne, per quanto possiamo essere fragili e indifese e disorientate e sperdute, trovare la forza di resistere, di procedere… E io sono una donna, dunque…

Vostra, nuovamente, sempre, con amore

M.P.





Embrione del Mondo


Noi sappiamo, in ogni istante,
di non poter disperare.
Non ci è concessa
la consolazione
di lasciarci andare
nella dolce deriva
del nulla.
Noi donne
siamo le portatrici
nella mente e nel grembo
dell'embrione del Mondo.


Milano, 1 Settembre 2012

venerdì 4 gennaio 2013

Cronache dal sottosuolo

. . . . .

Silenzio

Il Tempo, come un tarlo, invisibilmente, progressivamente, silenziosamente rode le fibre della nostra esistenza.

L'Assenza, come un rettile di nebbia, si insinua gelida e diaccia in ogni angolo della nostra coscienza, opacizzando, offuscando, celando le forme, le testimonianze stesse delle nostre azioni, del nostro pensiero.

La Perdita, questo spettro spietato che minaccia giorno per giorno il nostro affetto e trafigge i nostri cuori, siede immobile sulla soglia della nostra prigione, sorvegliando ogni nostra mossa, pronta ad aggredirci, vogliosa di annientarci.

La Solitudine, come un vento artico, spazza l'anima e la gela, immobile specchio d'acqua mutato in pietra.

La Follia, sinistra, affascinante, dolce, atroce compagna di vita, mi cinge le spalle in un tenero geloso abbraccio, illusoriamente amica, e offre visioni, percorsi di senso senza senso, sentieri bordati di fiori, in discesa, invitanti, verso abissi che forse non hanno nè fine nè ritorno.


Discesa

Amiche care, amici diletti, quanto tempo, quanti giorni, ore infinite sono rimasta lontana da voi, irraggiungibile, muta. Una distanza, una assenza che ho subìto, e sofferto, ma anche fermamente, inevitabilmente voluto.

Ebbene, sapete, ho avuto molte, tante, forse troppe perdite, in una successione temporale forsennata, quasi farsesca, per certi aspetti: l'amore, il lavoro, la salute, il maledetto danaro, e con esso una buona fetta di ciò che ho di più caro, la libertà. E insieme a questo ho smarrito la coscienza, il riconoscimento e il rispetto di me stessa. La percezione d'un qualsiasi valore della mia esistenza.
Mai però ho perduto la mia dignità di donna. Quella davvero mai.

Tuttavia la mia mente, che alcune delle più intime tra voi sanno essere già fragile da sempre, ha vacillato paurosamente come un'edificio ancora incompiuto - vulnerabile fin nel cuore dei suoi più intimi pilastri - investito da un sisma profondo e devastante.
E ho desiderato la fine, pur amando indicibilmente la vita; anzi, proprio per questo con più intensità, quasi con voluttà l'ho desiderata, cercata, e a lungo corteggiata.

Il danaro che svaniva mi ha costretta a molte rinuncie, alcune banali, superficiali, passeggere, come graffi di un ramo di rosa sulla pelle: un paio di scarpe carine da desiderare e indossare, un abito che mi facesse sentire bella, quel paio di calze stupende in vetrina, il rossetto e lo smalto preferiti che finivano e che non potevo riacquistare. Altre più importanti, più grevi da sostenere o da accettare: la mia mobilità con la macchina, l'impossibilità di riparare o sostituire il computer che si era guastato, i costi dell'affitto, del telefono e di connessione sempre più difficili da coprire.
Altre ancora, decisamente dolorose, di cui ora non ho cuore di parlare.
Per chi mi conosce più da vicino, e certo comprenderà, faccio solo un nome: Chica. Gli altri mi perdonino se non posso andare oltre.

Infine, a un certo punto, come un naufrago allo stremo delle forze, mi sono lasciata andare, mi sono lasciata affondare adagio, senza fretta ormai, con il solo desiderio di vedere chiudersi sopra il mio capo le onde del mio smarrimento.
Sapete, è terribilmente dolce sentirsi veramente perdute. Ci si ritrova bimbe, fragili, indifese, in balia del mondo intero, coscienti solo della nullità delle proprie forze, e ci si raggomitola, piccine, le braccia attorno alle gambe, la fronte incollata alle ginocchia, affidando solo al pianto, un silenzioso sommesso singhiozzo, tutta intera la propria vita.


Risalita

È stato Marco, il mio ex compagno, ad afferrarmi all'ultimo istante e a trascinarmi a riva.
Dio, quanto l'ho detestato e quanto lo ho amato per questo! E quanto l'ho odiato per l'amore che ha risvegliato dentro di me, un amore la cui fine mi aveva straziato e che era stata l'inizio di questo mio precipizio!
Mi ha aiutato: senza il suo aiuto oggi non sarei qui a raccontarvi di me, e tutt'ora concretamente, fattualmente mi aiuta. E mi sento indicibilmente umiliata e offesa per questo, per la gratitudine cui mi costringe, lui che ho adorato un tempo e che ha tradito la fede che, attraverso lui, avevo di me stessa.
Un amore vano, comunque, che non potrà mai più rifiorire, perchè il Desiderio e la Passione in me hanno trovato ormai direzioni e territori diversi e assai lontani. E anche perchè lui ha un'altra donna con sè ora, credo. No, non ne sono gelosa. Non mi addolora. E, no, non dirò neppure che sono contenta per lui: non provo nulla per questo, in verità. Eppure ecco, sentire sul mio braccio la presa salda e virile della sua mano che mi trattiene e mi trae a sè mi ha scosso: una mano vasta, immensa, capace di coprire col palmo l'intero mio viso, o con una sola presa cingermi i fianchi, forte da parere onnipotente, solida come le radici di una quercia, e insieme sensibile come il fremito di una foglia - una mano che tanto mi ricorda quelle di mio padre quando, bimbetta, mi afferrava alla vita con quella forza sua che mi pareva sovrumana, e forse lo era, e mi faceva volare, fino al cielo, e io, senza fiato, ridevo e ridevo, perduta in ciò che era, senza saperlo, estasi d'amore...
Sentire quella mano, sopra di me, quale nostalgia, quale sete di protezione e di saldezza e di tenerezza suscitava in me, mio malgrado, malgrado tutto...

Come sia. Mi ha tratto a riva, Marco, non so come, non so nemmeno quando, e con le parole e con l'agire, e con denaro anche, in qualche modo mi ha fatto riavere, e da allora è iniziato il mio nuovo viaggio, non so se di riscatto, non so se alla ricerca di una nuova rotta. Non so se senza rischio di nuove più terribili cadute.
Ho abbandonato allora la Sirena di Vetro, e il suo fluido ammaliatore, tra le cui braccia per qualche tempo, breve per fortuna, ho cercato un sollievo e un rifugio, fosse anche pura illusione. Non serve a nulla, potete credermi. È una traditrice, e una vigliacca - la bottiglia dico - vi lascia intatta - o moltiplicata - ogni disperazione, mentre intacca e infetta il vostro intelletto, tentando come un parassita vorace di sostituirsi ad esso.
Potete perdere la speranza, la fede, e la carità per voi stesse, ma mai, vi prego, il vostro meraviglioso intelletto.
E quindi vennero i farmaci, duri e spietati, lanciati come funi e lacci per trarmi dall'abisso, segnandomi la pelle di cicatrici profonde e dolenti. Oh, sapeste, quanta nausea, quante nottate di vomito, solitaria e angosciata, inginocchiata davanti alla tazza del cesso!
Ma gli incubi, le allucinazioni, i deliri, e le rappresentazioni di morte, gradualmente iniziarono a dissolversi, ad allontanarsi da me, e ho potuto riposare, finalmente, almeno un poco, io che, chi mi conosce bene sa, non sapevo dormire più di tre o quattro ore per notte.
E poi sono venuti saltuari lavori, malpagati, a fatture da (forse se va bene) novanta giorni finemese, maledette loro, per potermi sentire ancora me stessa, Marianna, illustratrice e grafica, di non eccelso talento. Ma viva, in qualche modo, ancora...
E infine rivenne appunto la vita, e con essa la realtà, con tutta intera la lotta strenua, ostinata, faticosa per sostenerla.
E ora in questa lotta ho impegnato tutte le mie energie.

Risveglio

Amiche mie care, per mesi e mesi non ho letto, scritto, tradotto, pensato, composto una sola riga, un solo singolo verso. Per me scrivere, sapete, è respirare, da sempre. Immaginate, vi prego, come mi sentivo: soffocare.
E nello stesso tempo ho abbandonato ogni contatto con voi. Con dolore, vi assicuro. Ma ineluttabilmente. E anche questa è stata una lunga, penosa apnea.
Il primo distacco è stato causato dal crash del mio computer, che non ero in grado di sistemare, come vi ho già accennato. Per settimane e settimane sono rimasta isolata, e mi è sembrato di impazzire, anche perchè temevo di avere perduto oltre al contatto con voi anche molto del mio lavoro, e molte delle mie cose più care. Ho dei dischi di ripristino, naturalmente, ma cosí alla cieca non sapevo quanto, cosa, se e quando avrei mai potuto recuperare.

In seguito però il distacco è stato anche mentale, definitivo. Non mi sentivo più me stessa, non me la sentivo, non potevo, e non volevo più comunicare con il mondo, semplicemente.
Non ho più tentato, nè osato collegarmi, in alcun modo.
E con questo sono discesa nel sottosuolo della mia coscienza. E ho compiuto l'intero arco del percorso che vi ho narrato fin qui.

Qualche giorno fa, all'improvviso, come se nulla fosse avvenuto, con la naturalezza e l'imprevedibile fulgore che ha il sole in certe mattine d'inverno quando pigramente si affaccia all'orizzonte, ho sentito di nuovo dentro di me nascere l'urgenza, proprio quella antica Urgenza, e in pochi istanti sono sgorgate nuove parole, nuovi versi, senza sforzo, senza misura.
Una parte di me, che credevo perduta, si risvegliava?

Ho ripreso i miei scritti, quelli pubblicati, e i tanti ancora inediti, testimoni di un passato che mi sembrava lontanissimo, di una me stessa capace di raccontare, di dire, di comunicare.
Ho provato ancora il bisogno, che conoscevo bene, di donarmi, attraverso quelle parole, a qualcuno, e attraverso quell'atto risentirmi viva.

Quasi contemporaneanente ho sentito il bisogno, incoercibile, di sapere cos'era accaduto di me, e del mondo, di voi, in questo lunghissimo tempo.
Ho titubato a lungo, per giorni e giorni ancora ho fissato quelle icone sul desktop senza avere il coraggio e la forza di aprirle, come un infermo che dimesso dopo una lunga degenza, pur odiando quella angusta stanza così simile a una prigione in cui è rimasto relegato per un tempo che gli pare infinito, trema e si blocca sulla porta d'uscita, terrorizzato all'idea di trovarsi finalmente all'aperto.

Alla fine, con il cuore in tumulto, l'ho fatto.
Sicura d'altra parte di essere ormai solo più un pulviscolo lontano, del tutto cancellata, rimossa, dimenticata.
E invece, con indicibile emozione, ho scoperto di esserci ancora, muta, immobile, ma ancora viva, nei vostri pensieri, nelle vostre attese, nel vostro ricordo.
Ho scoperto decine e decine e decine di messaggi, appelli, saluti accorati e ripetuti da parte di tanti, tantissimi di voi, creature dolcissime, amiche, donne stupende, bellissime, di quel grande magico intelletto che sanno avere le donne, e uomini, anche, amici di commovente intensa disarmante sensibilità.
Ho pianto, a lungo, immobilizzata, sopraffatta dall'emozione, senza sapere che fare, che dire; e infine decisi che no, non potevo tacere ancora, non potevo non rispondere, ora che sapevo, non potevo non parlare, ora che riacquistavo la parola.

Per questo ho deciso di raccontare tutto, qui, ora, senza reticenze, senza pudori, di getto e senza rilettura, perchè - per questo vostro affetto, per questa vostra fiducia accordata senza alcun fine se non un'umana generosità - semplicemente ve lo dovevo.


Ritorno?

Vorrei tornare con voi amiche care, amici diletti. Perchè vorrei tornare a donarvi parte di me, dei miei pensieri, del mio essere ciò che sono. Perchè ho un bisogno folle di comunicare.
Certo, solo se mi perdonerete questa assenza, questo rifiuto, e questo silenzio.
E se vorrete accettare ora ancora la mia presenza tra voi, e se riterrete ancora di qualche valore  le mie parole.
E se mi perdonerete infine se non dovessi riuscirci, se mi sentissi ancora obbligata a ritirarmi nell'ombra…

Non sarà come prima, però, non per ora di certo.
Le amiche e gli amici di più antica data forse ricordano la Marianna di appena otto, dieci mesi fa: una ragazza viva, spumeggiante, un poco futile, divertita, divertente, innamorata, non serena (quello non lo sono stata mai) ma placata, almeno, e vitale.
Quella Marianna non c'è più, ora, e finchè non l'avrò ritrovata credo che affiderò i miei pensieri a queste pagine, principalmente: non ce la farei a riprendere come prima il dialogo diretto, pulsante, caldo di twitter. Almeno per ora...

Inoltre il mio impegno, la mia lotta per la sopravvivenza è totalizzante ora, giorno per giorno, e non potrei avere la frequenza e la costanza che avevo un tempo. Forse potrei tenere degli appuntamenti regolari, magari settimanali, se ci riuscirò, così le amiche, le ragazze, le donne, e gli amici che desidereranno ancora seguirmi sapranno quando e dove agganciarmi, trovarmi, se lo vorranno.

Grazie amiche care e amici gentili.
Grazie veramente, semplicemente, di esistere...

Con amore
Marianna

Fribourg, 5 gennaio 2013

(Dedicato a Sonja, Paola, Paoletta, Carolina, Stefania, Mara, Elena, Rosanna, Daniela, Roberta, Laura, Miya, Rossella, Serenella, Natascia, Lara, Gioia, Eva, Surfiniae, Rossana, Rita, Muria, Mary, Alessandra, Dolcestellina, Labyrinth1983, Chantal, Laura, Pamela, Silvia e altre ancora che spero tanto mi perdoneranno se l'emozione non mi consente ora di citare proprio tutte: ragazze, donne meravigliose, vi amo tanto e non vi ho dimenticate, davvero, non potrei mai.
Alvaro: O Maestro! My Maestro! You're in my hearth, forever.
Luca, Stini, gentiluomini, amici, persone che è bello avere accanto.
)