«La Poesia è Scienza, la Scienza è Poesia»

«Darkness cannot drive out darkness; only light can do that. Hate cannot drive out hate; only love can do that.» (Martin Luther King)

«Não sou nada. / Nunca sarei nada. / Não posso querer ser nada./ À parte isso, tenho em mim todos los sonhos do mundo» (Álvaro De Campo)

«A good poem is a contribution to reality. The world is never the same once a good poem has been added to it. A good poem helps to change the shape of the universe, helps to extend everyone's knowledge of himself and the world around him.» (Dylan Thomas)

«Ciò che premeva e che imparavo, è che in ogni caso non ci potesse mai essere poesia senza miracolo.» (Giuseppe Ungaretti)

mercoledì 30 aprile 2014

Il grande albero nella stagione delle gemme


Amiche dilette, amici cari,

Se permettete, uno sguardo sulla mia più intima e personale sensibilità, con una poesia dedicata a mio padre, il mio "grande albero": questo mio meraviglioso papà, che è sempre dentro di me a strapparmi il rimpianto di non aver potuto stare più a lungo con lui, e ogni volta ripensando a lui a lui non posso trattenere un silenzioso pianto.
Nella sua scomparsa improvvisa, noi ragazze, io e mia sorella, ancora giovanissime, abbiamo reagito in modo molto diverso: io con un lacerante dolore che mi ha lasciata straziata, indebolita, fisicamente e  mentalmente, al punto da non riuscire a comprendere la mia personalità di donna in evoluzione, rimasta incompiuta poi per sempre, probabilmente l'origine profonda del mio attuale disordine mentale. Mia sorella più piccola, esorcizzando il dolore e lo smarrimento con la rabbia, come se fosse stata una colpa, un abbandono voluto, che le ha fatto odiare sé stessa e la famiglia intera, allontanandola così da me per sempre, proprio nel momento in cui avremmo dovuto rimanere unite.

Io ho ereditato da mio padre (e da mamma) una immensa ricchezza, certo non in danaro (lui era uno spendaccione, tutto in cultura, viaggi e educazione per noi: trovammo sul conto un pugno di quattrini appena sufficienti per non gettarci sul lastrico da un giorno all'altro) ma tutto il resto di ciò che io sono e conosco e godo e apprezzo, io lo devo a lui, alla sua carica vitale. Semplificando posso dire che a lui devo la Conoscenza e l'amore per la bellezza, alla mamma la Creatività e la bellezza stessa. A entrambi la Sensibilità.

Ebbene, il mio "grande albero" fu abbattuto da un fulmine in una notte di tempesta, lasciandomi per sempre priva della sua ombra, del suo sostegno, della sua forza, dell'altezza dei suoi rami e della profondità delle sue radici.
Tra tanti lasciti spirituali, uno però è tutt'ora vivo e concretissimo: la sua libreria, preziosa, ricca di centinaia di volumi, che io conservo con me gelosissimamente. Ogni volume, nell'aprirlo, emana un ricordo, un frammento della sua persona, il profumo e il contatto delle sue mani, posatesi proprio su quella certa pagina, su quella copertina. Di quando in quando una nota a margine con la sua inconfondibile scrittura a stilografica nera (la sua Pelikan verde e nera, che ho ancora, funzionante) oppure a matita dura, gradazione H, una scrittura minuta ed armoniosa, ordinata, da scienziato quale in parte era (ingegnere ma umanista) e su molti testi saggistici una quantità di sottolineature. Un "vizio" che ho anch'io, quello di pasticciare i libri, che ho certo ereditato direttamente da lui. Attraverso questi volumi è come se egli continuasse a vivere accanto a me, a sostenermi ed aiutarmi. Non li lascerei mai, questi libri, per tutto l'oro del mondo! I libri non sono solo il loro contenuto, ma anche tutta la pregnanza affettiva e di memoria di un oggetto che attraversa gli anni. Esattamente come una riproduzione vista sullo schermo del computer dal sito del Museo non ha nemmeno lontanamente lo stesso impatto emotivo di una tela originale di Raffaello veduta in prima persona al Louvre .

Per voi, amiche e amici, con amore

M.P.





Il grande albero nella stagione delle gemme


Ho guardato quel platano immenso, al parco,
da vicino, e sfiorato la corteccia spaccata lungo il tronco,
ho guardato quel legno tormentato come si guarda
il volto solcato di un padre ormai anziano,
con tenerezza, confusa allo sgomento.

Un tempo esso era la mia pianta, alla cui ombra ampia
tracciavo col gesso caselle da percorrere a balzi
dietro una scheggia di sasso. Per me allora
quel platano era mio padre, seduto poco lontano
immerso nel suo più consueto gesto, un libro aperto

oppure un quaderno, a scrivere qualcosa.
Il mare, altro mio padre, era quattro passi distante
dal parco, e mormorava quieto, quando non era
in burrasca. Se il vento si levava, alzandomi per dispetto
la gonnellina scozzese, il mare, lo sapevo, imbiancava.

I maschietti, a volte, mi canzonavano in coro,
e io li inseguivo, rossa di rabbia, mezzo ridendo;
papà un po' lasciava fare, un po' mi rimproverava,
non era così che si comportava una signora, diceva:
io ero orgogliosa, già allora, femmina e basta.

Non comprendevo quei compagni accaldati
a inseguire una palla, senza ascoltare la voce del mare
che s'inargentava di schiuma, e odorava di alghe -
o di pesce avariato, se il vento mutava. Non sapevo
che anch'essi lo percepivano, pur senza esserne consci.

Dunque in quegli anni, godevo di tre padri, che m'accudivano:
il primo, mutevole, irascibile, immenso, era la voce
più profonda del cuore, e cantava in perpetuo nell'arpa
del vento la melodia, il ritmo a larghe cadenze che sempre
avrei ritrovato in me, e tentato forse invano di intonare.

Il secondo, ombroso, accogliente, dal solido tronco,
famigliare in ogni suo nodo, in ogni suo ramo
proteso ad afferrare per me un lembo di cielo,
perché potessi farmene veste, la luce verdazzurra
che un giorno avrei ritrovato negli occhi dell'amore.

Il terzo infine era chi mi stava accanto, a volte in silenzio
a volte narrando, il fabbro della mia carne, l'oste attento
del mio sangue, l'orefice del mio pensiero, colui
che avrei adorato, e quando più che mai l'avrei voluto accanto
mi avrebbe lasciata sola abbandonata al mondo.
 

Il mare, è lì sempre, calmo e tempestoso; il platano, vegliardo,
c'è ancora, nel parco, il tronco un po' più segnato, le fronde
sempre più gonfie di vento, e le foglie, meno folte d'un tempo,
palpitano alla luce del meriggiare imitando nel baluginare
le onde esplorate senza posa da infaticabili gabbiani,

almeno finché non fa sera, fondendo il sole all'orizzonte.
Del padre di sangue rimane la voce soave, in quel mare,
le braccia forti abbronzate, in quei rami. Lo sguardo
in quel cielo sereno che tutta mi avvolge,
e difende.



Marianna Piani
Milano, 28 Gennaio 2014

sabato 26 aprile 2014

Shopping



Amiche care, amici,

in diverse occasioni ho cercato di esprimere l'importanza del futile e del frivolo nella mia vita di donna. E nella vita forse di ogni donna.
La nostra mente è complessa, percorsa da pensieri e ansie profonde. La frivolezza è la dolce amica allegra e superficiale che ci soccorre nei momenti d'angoscia, parlandoci d'altro, ridendo e squillando, cercando di distogliere la nostra attenzione dalle ubbie e dalle tristezze e di eccitare i nostri sensi. È bello per me, e penso per molte donne, andare allo shopping, da sole o accompagnate qualche amica, dimenticare di sé stesse, sentirsi attraenti e attratte dal luccichio delle vetrine, dagli sguardi dei passanti, e allentare la briglia ai desideri. È bello sentirsi belle, volersi belle, vedersi belle nei riflessi di quelle stesse vetrine, infilarsi nei camerini di prova e far impazzire qualche malcapitata commessa, ignorare ogni pensiero che non sia sensuale, ardito, superficiale. E com'è bello, eccitante sentire dentro la donna, giovane o matura, scalpitare la femmina che siamo!

Non importa se ciò non porta che al nulla, poiché è questo nulla che ci consente di non impazzire, è questo vuoto che riempiamo con la nostra vitalità più profonda, con il nostro istinto di conservazione.
La vanità crea l'alveo al pensiero, perché non esondi e non travolga le nostre esistenze…

Grazie amiche dilette e amici, per consentirmi di condividere con voi questi pensieri. Grazie sempre, con amore.

M.P.




Shopping


Cos'è questa smania di uscire, ora,
cos'è questo sentirti soffocare tra i tuoi libri,
tra le tue carte, tutto ciò che hai sempre chiamato
a liberarti? Cos'è questo crescente impulso
di volerti mostrare al mondo, questo bisogno
di avere la bellezza dalla tua parte,
per una volta, almeno, nell'effimera frivolezza
d'una sera, libera dal pensiero che ti tormenta?

La mattina è trascorsa come il fumo di torpore
che s'impiglia ai gasometri lontani,
come in una periferia di Sironi, grigia e ocra.
Ora, la pioggia fine che a momenti  pare neve,
e il cielo dal volto impietoso, color del peltro,
non ti spaura, non t'invoglia a rimanere avvolta
nella nuvola delle tue tepide coltri: è il pensiero
oggi che ti travolge.

È il pensiero, con cui non vuoi trovarti sola.
Che non vuoi affrontare, oggi, in una giornata agra,
forse di pioggia, forse fredda, forse troppo sola.
Troppo perfino per te, nocchiera senza equipaggio
degli Alisei emozionanti e degli oceani insoddisfatti.
Per questo osservi il cavo del guardaroba come le porte
di Narnja, come se luce ne emanasse, e musica
di Angeli e di Sirene, e danze di Ninfe e Fauni.

Scivolare le gambe nelle calze più velate e indossare
l'abito più desiderabile del creato, impalpabile, lieve,
eppure fasciato sul corpo come la buccia sulla mela,
salire le scarpe più verticali per godere il belvedere
del mondo dalla cima in basso, ravviare i capelli
liberi di fluire come onde di carezze a ogni passo
sulle spalle, illuminare di rovente porpora le labbra.
Oggi, nel grigio, i colori indossati siano vivaci!

Con un tocco di rosso, e il nero più profondo...
La donna che incontri nell'anticamera, nello specchio,
è la stessa che scesa dal taxi getterà via la sua bellezza
nella folla intricata del centro. Il riflesso, è lo stesso
che ti guarderà dalle rutilanti vetrine di Prada, o di Gucci.
Sarai tra loro, giovane donna allo shopping,
fiera di essere nulla in quel nulla affollato, affaccendato,
appariscente. I manichini ti fisseranno con malinconia.

Hanno gli occhi atroci, i manichini, di vetro e ossidiana,
e fissano chi li fissa, con l'intenzione di togliere l'anima.
Per questo, tu che sai, non fissi mai uno di loro
negli occhi, sfuggi al loro sguardo che ti segue
tra le corsie della boutique, e non ti lascia un istante.
Povera umanità di vinile, sulle cui membra morte
abiti di pregio e ricchezza pendono vizzi
come gettati sopra lo schienale d'una sedia di paglia.

Povera umanità di carne, di cui tu fai parte,
che come te sfoggia bellezza e trasogna voglie,
e per quietare l'empietà tediosa della sua vita si getta
in una mischia di oggetti e di altri esseri mortali, o morti.
Le donne, attorno a te, tra le vetrine e le insegne
dei negozi, sono belle, quanto te, desiderabili e radiose
nei loro abiti perfetti, e loro, a differenza dei manichini,
ma altrettanto prive d'anima, ti ignorano conversando.

Tu, eccitata dal sentirti osservata e ammirata, come loro
risali eretta d'orgoglio a spillo lungo via Torino
con schietta intenzione di non fermarti,
se non all'esaurirsi del cammino.



Marianna Piani
26 Gennaio 2013


mercoledì 23 aprile 2014

Lei fu donna



Amiche care, amici,

ritorno al mio amato stile "racconto", concedetemelo.
Io ritengo che la narratività sia connaturata nella scrittura, sia essa Poesia o Prosa, o perfino Cronaca. Direi che la scrittura è fondamentalmente canto (suono, musica, ritmo) e narrazione (raffigurazione, dialogo, azione), e questo per me vale qualunque sia l'ambito in cui la scrittura si esprime, che sia poetico o meno.
Personalmente, nello scrivere adoro narrare, così come adoro ritrarre e raffigurare. Le parole, prese in sé, al di là della loro funzione primaria, come meri segni, così come potrebbero essere le tinte e i colori per un pittore informale, sinceramente non mi soddisfano. Voglio dire che non soddisfano i motivi per cui io, personalmente, intrattengo rapporti con la scrittura. Posso magari, in alcuni casi, apprezzare il loro uso in composizioni scritte da altri, anche grandi Autori, e questo per motivi vari, non ultimo la spontanea fascinazione e vertigine che dà invariabilmente l'incontro con qualcosa di totalmente diverso e lontano dalla propria sensibilità. Per me tuttavia parola e significato rimangono inscindibili, e l'armonia e il contrappunto dei significati - strutturati in frasi e discorso - inevitabilmente edificano l'edificio della narrazione. Come l'accatastare con un certo ordine mattoni e cemento "fabbrica" un edificio. In seguito si può dire se tale edificio ha valore architettonico oppure se si tratta di un puro oggetto strumentale, ma questo è tutt'altro discorso.
Ciò che vorrei dire piuttosto è che io, avendo scelto come strumento di espressione primo quello poetico (anche se forse si potrebbe dire il contrario: è il comporre poetico che ha "scelto" me), non rinuncio al valore per me fondante della scrittura, di ogni scrittura, vale a dire la comunicazione.
Del comporre poetico ho assunto le strutture, la prosodia, le regole, i sintagmi, anche - immagino - qualche vizio e automatismo (che cerco di combattere), ma senza impormi in alcun modo gabbie o formalismi che possano sopravanzare quello che per me rimane il valore primario del gesto comunicativo.


Tutta questa premessa per "presentare" una piccola composizione in cui, proprio per "tenere sotto controllo" la maggiore valenza narrativa e biografica (non necessariamente auto-biografica) del testo, mi sono imposta una "struttura" più chiusa e controllata, pur rimanendo di fatto nell'ambito del "verso libero". Ho racchiuso il flusso narrativo in "cellule" strofiche regolari, di nove versi più una chiusa, con una numerazione che ha la funzione di "staccare" - anziché legare - il racconto, e poi di riordinarlo in una sequenza.
In pratica, ho voluto provare a recidere il filo che teneva insieme le perle, per fare in modo che si potessero considerare come singoli oggetti chiusi in sé, con il loro valore individuale, e non come componenti di una collana. La numerazione fa da traccia, come le bandierine su un sentiero, per mantenere una unità, una coerenza, al percorso.
Il sentiero seguito è quello di una mutazione, drammatica e commovente, quella che ciascuna di noi ha incontrato nella vita al momento di compiere il giro di boa che ci avrebbe lanciate verso il mare aperto del nostro realizzarci donne.

Le "stanze" sono altrettante tappe aperte e insieme chiuse in sé stesse, come corolle di una rosa che sboccia, di questo percorso, nella sua dolorosa naturalità.

Vorrei condividere con voi, amiche dilette e amici, questi pensieri, e il canto che ne ho ricavato, come sempre, con amore.

M.P.




Lei fu donna


 

1

La ragazza si fece donna quell'estate,
prima che il mare concedesse le prime piogge
alle aride colline assetate, e alle rogge.
In lei fiorì quel corpo florido che vide un giorno
apparire riflesso sulle onde, all'improvviso,
e a un primo sguardo non le parve essere suo.
Fu il gesto del ragazzo che l'aveva rubata
e forse amata una notte sola - senza badare -
a farla sbocciare come un papavero nel grano?

Fu quella sua mano?

 

2

Fu più dolore e pianto che abbandono, eppure
fu possesso d'una bellezza pura, quella mano dura,
quei capelli mori, quei corti ricci, quelle labbra calde.
Lei aveva gridato? Non l'avrebbe mai saputo, da allora.
Lui le fu accanto per breve tempo sulla battigia
con il suo volto infiammato e così bello.
Fu desiderio, il suo, espresso nello slancio
del primo bacio che infranse la barriera
dell'innocenza, come di schianto. Non ebbe

alcun rimpianto.

 

3

Sentì - accecata - le sue mani vaste cercarle il seno
e la fiammata del piacere devastarle i fianchi
tanto simile al dolore da lasciarla esangue.
Lui fu gentile, la sua premura la coprì di fiori
e di dolcissimi tepori, e la vinsero i suoi occhi onesti
di ragazzo, e i suoi denti lucenti, come ghiaccio.
Si sentì per un istante, oh, solo per un istante,
consumata all'interno, come da un avida larva
che le risucchiasse i visceri con smania - e poi
forse svenne.

 

4

La luce l'abbagliava e la feriva, quando si riprese,
e le tempie pulsavano pazze, mentre il ragazzo,
ancora ardente come un tizzone la inondava di fuoco.
Non seppe più nulla, a lungo, di sé, mentre sentiva
il proprio corpo come allo stremo, alla deriva.
Presto il ragazzo, senza dir nulla, si alzò in piedi.
Ancora nudo, lo vide, per l'ultima volta, e notò ora solo
le larghe spalle, e il bel tronco glabro come un marmo,
e solo allora sentì il suo piacere risalire dal fondo.
Da un abisso profondo.

 

5

È già inverno, ora, i cieli di porcellana e il mare
scolpito in liquido cristallo, sono solo memoria
e paiono mai più ripetibili, mai più recuperabili.
Il bel ragazzo si allontanò in fretta, senza mutar rotta,
come una goletta a vele spiegate verso il suo futuro,
forse radioso, forse cupo, ma a lei estraneo, per sempre.
Lei fu più sola, da allora, e nulla le parve mutare, anche se
tutto mutò, e ora scorgeva sulla lastra della finestra
una bella figura di donna, dai larghi fianchi e turbini
di capelli sulle spalle bianche.

 

6

La mutazione avvenne, e fu perpetua: negli occhi
scuri come pece, una luce mai prima veduta si accese
di consapevolezza viva, e le mani lunghe, da femmina adulta
curate di smalto, aperte davanti al viso, sostarono a lungo
per meraviglia.



Marianna Piani
23 Gennaio 2014


sabato 19 aprile 2014

Le donne leggono






Amiche dilette, amici cari,

Buon Sabato di Pasqua...

ho voluto comporre in forma di "ode" alcuni pensieri dedicati al rapporto così stretto, misterioso, antico, profondo che intercorre tra le donne e la lettura. Certo, anche gli uomini, moltissimi, amano la lettura e i libri, e molte donne non lo fanno affatto, tuttavia io sono convinta che vi sia un vincolo speciale che lega noi donne a questo gesto, a questa attività, così semplice, quotidiana e appassionata.
Fondamentalmente, si può pensare che si tratti una questione storico-sociale: per quanti secoli in passato a noi donne è stata negata l'educazione, la creazione artistica, l'accesso alle professioni liberali, ogni attività che non fosse di cura e di riproduzione? Questo vale per quelle fortunate, appartenenti alle classi più agiate, perché le altre avevano ben altri problemi da affrontare, di pura e semplice sopravvivenza.
Ad ogni modo io credo che la lettura, intima ed appartata, derivando in qualche modo dalle pratiche devozionali, e quindi in sé non dico incoraggiata, ma almeno tollerata, fosse un rifugio ideale per quelle moltissime fervide menti femminili vive, vogliose di espandersi al di là dei tanti limiti e i legami imposti dalle convenzioni sociali. Il libro era un veicolo primario attraverso cui poteva filtrare fino a loro il suono del mondo, le storie, l'immaginario, il fantastico, il desiderio, il sogno, l'erotismo. E difatti vi è una miriade di dipinti e ritratti dei secoli scorsi che raffigurano ragazze, donne, intente nell'attività prediletta. Ne ho raccolte un bel po', di queste immagini, in una mia sezione su Pinterest, e le illustrazioni che non a caso ho posto come sfondo e simbolo identificativo a questo stesso mio blog ne sono un esempio.
Dunque, come formula il titolo, le donne leggono. Leggono molto, leggono da sempre, e leggono ovunque. Per me, la visione di una giovane ragazza immersa nella lettura di un libro al parco, in metropolitana, al bar, in spiaggia, ha qualcosa insieme di tenero e di sensuale, di erotico e di innocente.

Vorrei condividere con voi questi pensieri e questa composizione, amiche lettrici e amici lettori, con tutto l'amore che io ho per il libro e per chiunque, come certamente voi, lo ami come lo amo io.

M.P. 




Le donne leggono


Leggono: leggono sui treni
ferruginosi della metropolitana,
leggono tra gli arredi
dei salotti, e quelli urbani,
leggono e leggono sognanti
tra i piumoni delle alcove.

Leggono nei lunghi viaggi
sulle ali dei gabbiani
leggono nelle hall, nelle stazioni,

negli aereoporti attendendo il volo,
oppure sulle spiagge bianche
surriscaldate, abbacinate,
gustando la risacca
che narra mormorando di altri viaggi
e avventure del corpo
o deliri della mente; leggono,
nelle aule dei tribunali
o negli androni ombrosi
delle vie centrali,
leggono avidamente,

leggono a cuore aperto,
leggono empiendosene i polmoni,
come un fumo proibito
dal gusto dolce e acre,
leggono agli sportelli delle banche
e sulle panche dei parchi
allo sguardo mite dei piccioni
che amoreggiano sulle ghiaie.

Leggono storie ai bimbi,
e lettere di amanti,
leggono ai loro vecchi
che le cercano nella notte.
Leggono accoccolate sui divani
tra le sete e volant di gonne
tormentando con l'altra mano
il tacco a spillo della scarpa
sprofondata tra i cuscini.
Leggono sedute sulle scale
di severe cattedrali, leggono
compunte, leggono solenni,
leggono ridendo, leggono
nel pianto, leggono, anche,
certamente sì, sognando.

Leggono ai crocevia
e camminando lungo i viali
su una coltre di foglie morte,
e leggono in attesa
ai semafori del mondo,
leggono con ansia, leggono
con voluttà, leggono con coraggio
leggono quando il lèggere
è guardato con sospetto.
Leggono come maghe
i segni del destino
sopra il palmo palpitante
della mano dell'amante,
leggono come scienziate
oltre i vetri degli strumenti
le logiche segrete dei pianeti,
dei mitocondri e dell'emozioni.

Leggono nelle celle,
leggono nelle clausure,
leggono sotto i burka,
leggono alle sfilate
attendendo il turno in passerella,
leggono nelle piazze,
poi scendono a gridare
contro gl'ipocriti e i benpensanti

che le odiano e le dileggiano.
Non leggono per la sete di sapere,
non soltanto, non leggono
per esibire conoscenza,
né per moda né soltanto per diletto.
Leggono perché è fatale,
leggono perché è vitale.

. . . . . .

(Nulla mi è tanto grato allo sguardo
quanto queste schiere di compagne,
di amiche, di innamorate, di mamme,
spose, amanti, appassionate,

libere franche femmine ragazze
chine sopra il foglio della vita
in silenzio, concentrate.)



Marianna Piani
22 Gennaio 2014
(per Stefania)
...

mercoledì 16 aprile 2014

Scrivere, che dire


Amiche dilette, amici cari,

dunque, ancora un mio scritto sulla scrittura. E non sarà l'ultimo certamente.

Certo, può sembrare un esercizio un po' troppo autoreferenziale, o, come lo definivano i critici dei Cahiers du Cinéma (André Bazin, segnatamente) riferendosi a certe opere cinematografiche che avevano come soggetto lo stesso fare cinema (8 e ½ di Fellini, La nuit américaine di François Truffaut), una "costruzione in abisso". Un qualcosa che riguarda i pochi (o i tanti, o i fin troppi) che in qualche modo scrivono, o si occupano di scrittura.
In realtà per chi qui scrive, cioè per me, la scrittura è, assieme all'amore, l'elemento più significativo e irrinunciabile della mia esistenza. E esattamente come l'amore, la scrittura è pienezza e tormento, è fede e rimpianto, è carnalità e sublimazione. Se nelle mie composizioni mi occupo d'amore, com'è naturale, perché non dovrei farlo a proposito della scrittura in sé?


La scrittura sottende un atto d'amore e di fede profondi, un contatto, sensuale e diretto, con il lettore. E in questo, se compiuto con piena onestà e verità, essa è un atto eversivo, di pura affermazione di libertà, tutt'affatto amato e tollerato da chi cerca il dominio e il potere sull'espressione dell'Umanità dell'Uomo.

Il Nuovo Umanesimo, in cui profondamente credo, trascende il secolo, e passa attraverso la espressione libera della scrittura. In questo noi, raccolti attorno al libro, per tentare di rianimarlo, siamo gli ultimi cospiratori della Bellezza, contro l'annullamento del Pensiero.

Per un amico mai perduto, e per voi, amiche care e amici, come sempre, e letteralmente, con amore.

M.P.




Scrivere, che dire


Scrivere è vivere,
così come lo è
tracciare segni sulla carta
e creare forme e volti
col nudo ausilio
d'una bacchetta di grafite.

Scrivere è sublime
così come lo è sfiorare
corde tese sotto un arco
e cavarne un canto
tale da ammaliare un dio
oppure sciogliere il suo pianto.

Scrivere è atroce
così com'è atroce il taglio
d'un bisturi sopra il corpo spoglio
per frugarne l'intimo segreto
di tessuti umori e sangue
ed estirparne il nero male.

Scrivere è spudorato
ed è sfrontato, come quando
snudo le mie gambe e gonfio il seno
per sedurre un angelo del cielo
e carezzarne i segreti sogni
con la grazia delle forme.

Scrivere é dannato,
come l'assassino nella cella
graffia il muro con un chiodo
incidendo sulla calce il nome
del suo solo amore al mondo
l'alba prima della condanna.

Scrivere è onesto, è giusto,
come fu giusto il Dio dell'Uomo
quando infranse sulla roccia
le tavole impresse a fuoco
e con quel fuoco egli s'accinse
a incenerire l'intero suo creato.

Scrivere forse è santo.
Ma di certo è un reato
per l'ipocrisia mondana:
scrivere è un mandato
a vivere due volte, vituperato
da chi vive il suo tempo invano.

Scrivere è l'inspiegabile prodigio
che da solo tiene in vita e fede
la donna spezzata senza ombra
che io sono.



Marianna Piani
(To A.T. - and to whoever believes in my insanity for Beauty)
Milano, 20 Gennaio 2013

domenica 13 aprile 2014

Acqua sul selciato


Amiche dilette, amici cari,

Chi mi conosce da un po' lo sa: amo la notte, per la sua solitudine e i suoi silenzi; dormo assai poco, mi risveglio all'alba, che è il momento per me più creativo dell'intera giornata.
Si può dire che durante la notte in qualche modo elaboro ciò che poi all'alba prenderà forma visibile, sulla carta, o sullo schermo di una macchina.
Amo anche perdermi nelle immagini, e nelle sensazioni, nelle descrizioni dei dettagli più minuscoli e apparentemente insignificanti, per evocare ciò che è nel mio animo e cerca disperatamente una via alla comprensione. Durante la notte, peraltro, i sensi sono acutizzati dall'assenza di ridondanze, della troppa luce, del troppo suono, dei troppi colori, delle troppe parole, della troppa folla. I sensi nell'assenza colgono così ciò che normalmente ci sfuggirebbe, una sfumatura d'ombra, un lieve suono lontano: un microcosmo di percezioni che noi istintivamente rivestiamo di significati, di frammenti di dialogo con la nostra anima, aperta, a volte indifesa, poiché alla notte, nelle nostre stanze più intime e segrete, ci sentiamo al sicuro. E l'Artista, se è onesto con sé stesso, fa la stessa cosa, soltanto con una maggiore attenzione, e, sperabilmente, con una maggiore acutezza.
Per dirla con Arthur Rimbaud:


"Le poète se fait Voyant par un long, immense et raisonné dérèglement de tous les sens…"
(Il Poeta si fa Veggente attraverso un estenuante, vasto e ragionato sconvolgimento di ogni senso).

Per voi, amiche e amici, con amore.

M.P.





Acqua sul selciato


Il battito della pioggia contro i vetri
e il ticchettio lieve come di elitre di tarlo
delle gocce che cadono dalla gronda
sul parapetto del balcone.

Chiamano il tarlo, per il suo lavorio
segreto, notturno, infaticabile,
orologio di morte, e chi una volta l'ha udito
non potrà scordarlo - per sempre.

Di quando in quando una vettura solitaria
scroscia sulla strada, unico relitto
di un'umana presenza nel vuoto siderale
della notte che gonfiando ci spaura.

Il sonno aleggia, come una presenza
demoniaca sopra il pensiero,
e divora ogni cosa dal presente
per lacerare il velo della memoria.

Tra non molto albeggia, il mondo sano
si dispone ad aggredire le vie, i crocicchi
e i marciapiedi, da sé stesso trascinato in vita,
e come l'acqua sul selciato scorre invano.

S'inabisserà negli scarichi inferriati
ai lati delle carreggiate, come una serpe
che si cela: così l'acqua ha un solo moto
avanti, e non potrà mai tornare sui suoi passi.

La pioggia lenta della notte quieta
dilava le pietre ed i muri degli edifici,
così come l'onda della piena degli affetti

ci investe con incomparabile violenza.


Marianna Piani
Milano, 16 Gennaio 2014

sabato 12 aprile 2014

Coloriture


Amiche dilette, amici

Oggi ritorno al genere lirico più intimo e segreto, quello che più amo "a pelle", perché mi suscita intensa emozione nell'atto stesso della scrittura.
Mi piace riversare sensualità nei miei versi, e accenderli di rossori, di impudicizie, di confessioni: in fondo da una donna questo ci si attende. È un po' un pregiudizio, certo, tuttavia è vero che è una sensibilità tutta femminile la capacità di mutare in sensualità profonda la visione, il contatto, il profumo del mondo sensibile.
Lo stesso nostro corpo s'è evoluto, si è educato ad esprimere voluttà, con le sue forme chiuse, curve, rotonde, e i suoi movimenti, che istintivamente noi adorniamo di grazia, eleganza, seduzione. E non c'è nulla di disdicevole o scandaloso in questo: la seduzione è connaturata in noi, e ci viene dal nostro modo di interpretare il mondo che ci circonda.


In questa breve composizione ho cercato di esprimere quanto di sensuale e seduttivo ci viene comunicato dalle vibrazioni di colore che giungono ai nostri occhi, anzi, attraverso i nostri occhi alla nostra mente, direttamente. Il colore delle cose è ciò che le rende non solo visibili, ma anche significative, memorabili, ed è ciò che più direttamente ne esprime il valore emotivo.

In ogni stagione, i colori ci pervadono, come una ebbrezza, e tentano di comunicare con noi, pronti ad ascoltarci, di rimando, e avidi di nutrirsi delle nostre sensazioni, dei nostri pensieri, della nostra immaginazione.

La offro ora in dono a voi, come sempre, con amore.

M.P.





Coloriture


B
lu, blu cobalto, grigio tenue, verde smeraldo,
verde radura, rosso foglia, giallo voglia, rosa di rosa,
rosa carezza, e azzurro fanciullo, il bruno profondo
dei capelli di Saffo, l'oro dei seni di Vergini Ninfe,
e l'azzurro setoso del loro giovane pube.

Argento dell'ulivo affacciato al candore del mare
gonfio d'estate, tulipani e notti di pece, gialloverde

il fusto scorticato del leccio, indaco e crema
delle castagne liberate dallo scrigno del riccio,
viola capriccio le pupille della giovane amante.

Che emozionante colore: come l'incavo d'un onda
che s'inarca in foggia di abbraccio, e poi s'abbatte
esplodendo in un tripudio di spume bianco latte!
Violetto nel pensiero cangiante, e nella illusione
che ribolle dietro lo specchio del suo sguardo.

E giallo sole, dentro il cuore dei girasoli alati
che s'affollano ai lati dell'autostrada, salutando
chi fugge al proprio disinganno, giallo mediterraneo
che m'investe la veste di folate di fragranza limone,
e giallo arancio che s'accende all'orizzonte laddove

la ferrovia mi trascina a un destino bigio ostinato.
Rosso, è la passione che infiamma il mio volto, e il tuo,
e le labbra di carne che sfioro, trepidando, e intanto:
con cupidigia intingo i pennelli dei sensi nella infinita
gamma di tinte di canto - e vi dipingo dal vero la vita.



Marianna Piani
Milano, 10 Gennaio 2013

. . . . . .


(Piccolo poscritto:
Sto ancora meditando, da tempo e senza sapere decidermi, sulla opportunità o meno di restringere a DUE gli appuntamenti con voi qui, uno a metà settimana, uno al week-end.
Non è per carenza di materiale, almeno per ora la "vena" è abbastanza generosa, e neppure per mie esigenze di tempo, o per altri impegni: per me questa rubrica e la possibilità che mi dà di entrare in contatto con voi è una priorità assoluta.
No, si tratta di una forma di delicatezza nei vostri confronti, lettrici e lettori, per darvi più tempo per seguire queste mie proposte, senza "incalzarvi",  o assillarvi, o - peggio ancora - rischiare di annoiarvi.
Che ne dite? Faccio bene? Fatemi sapere, se volete, qui, su Twitter, o alla mia mail...
Un abbraccio
Mari)


mercoledì 9 aprile 2014

"Poesia di una rosa"



Amiche dilette, amici cari,

Ci vuole coraggio, anzi, vera e propria incoscienza a scrivere sotto un titolo come:





"Poesia di una rosa"


Il campo è cintato d'una rete di filo spinato
il suolo brullo come un tavolato di tufo,
gli autocarri procedono grevi a pochi passi
come bovini accecati, i passanti s'incurvano
pur di passare inosservati, ognuno è solo.

Forse è stato il vento d'aprile a strappare
il seme dal pergolato, e a conficcarlo
in questo luogo dimenticato, forse ho peccato
di superbia in un'altra vita e ora ne pago
il prezzo con l'onta di essere qui confinata.

La mia bellezza è sbocciata alle prime gocce
di pioggia di fine estate - fuori tempo, non solo
fuori luogo - mentre stupende compagne a frotte
fiorivano di pari bellezza poco lontano, nei parchi
e nei sottotetti, inebriando gli amanti di ardenti colori

e acuti profumi. Io quaggiù, come loro mi aprivo
nuda al sole, spalancando i miei petali vellutati,
scoprendo il mio cuore più segreto e sensuale.
La bellezza - narra un poeta - è invereconda,
quand'è pura, poiché nulla in sé ha da celare.

Seducevo le api, e mi lasciavo da loro lambire
quasi senza provare piacere, adoravo invece cantare
modulando la brezza tra le foglie e le spine.
Sapevo, intuivo che il mio rosso cupo nel desolato
terreno abbruciato era come una macchia di sangue

che essiccava al sole, ma non avrei voluto avvizzire
così sola, come uno stelo reciso lasciato morire
davanti a una lapide nel camposanto, avrei voluto
appartenere, e prodigare la mia linfa e ogni respiro
del mio rado fogliame smeraldo, all'ineffabile orgoglio

di essere una rosa.




Marianna Piani
Milano, 11 Gennaio 2014


(Sì, ci vuole incoscienza, forse follia, ma io lo sono - matta, è risaputo e anche ufficialmente testimoniato da una lunga e annosa cartella clinica.
Del resto, per scrivere autenticamente, ne occorre sempre molto sia di coraggio, che di incoscienza, che di follia. Nessuna parola apparirà credibile o emozionante a un lettore se non proviene da un piccolo o grande atto di fede. E come è risaputo, la fede è follia pura.

Perciò oggi - senza troppi preamboli o postfazioni, (e un po' in ritardo, poiché sono in viaggio, scusatemi tanto) - vi ho lasciato questi miei versi, "inverecondi", ma non più di molti altri qui pubblicati…
Si tratta comunque, come capita spesso con me, di un piccolo racconto immaginario - ma non troppo. 

Un abbraccio, come sempre, con amore!

M.P.)



sabato 5 aprile 2014

Scrivere è saggio


Amiche care, amici,

una piccola composizione dedicata a ciò che ormai da tempo costituisce il mio tramite con il mondo, la mia salvezza mentale, la scrittura.
Per me non è un semplice passatempo, e, dato che non sono una professionista della scrittura, ma semplicemente una dilettante, non è neppure un lavoro, o una occupazione, o un impegno.
Si tratta piuttosto di una necessità, non so quanto fondata su un autentico talento e quanto su una forma di disturbo mentale, sui farmaci psicotropi che devo assumere in quantità industriale, oppure se non si tratta che di una comune mania.
Col tempo forse questo si capirà, ma personalmente non fa molta differenza, ciò che conta è che questa attività fa ormai parte connaturata e inscindibile della mia vita, della mia quotidianità.

Mi capita di fare brevi osservazioni, come delle istantanee, nel corso della giornata, poi queste si depositano nella mente, si sviluppano, si aprono, fermentano, si dibattono, finché non trovano in qualche modo la via per essere espresse.
In fondo lo scrivere è tutto qui, rivestire di un tessuto di parole la nostra nuda inquietudine.


Ho dedicato tempo fa questa composizione ad una amica molto cara. Ora la condivido con voi tutte, amiche dilette e amici cari, come sempre, con amore.



M.P.




Scrivere è saggio


Saggio è scrivere. Amico mio, dai ricci castani,
ribelli: posa la tua bellezza selvaggia sul comodino,
scendi sotterra, ai tunnel della metropolitana,
sotto metri e metri di asfalto, cemento, e sedimentanti scorie,
attendi il tuo treno, con la pazienza di mille altri individui,
giovani, vecchi, ordinari, pingui, avvizziti, tristi,
smagriti, affannati, insensati, come te, e sperduti.

Attendi, poiché attendere devi, e fuori da te stesso,
ti vedi, e magari disperi. Ma la vita è quel treno
che giunge, e ti trascina, con gli altri mille, e non sai
se mai giungerai a una qualsiasi meta, stabilita.
Sali, amico, con l'onda, sali sul carro che riparte,
chiudendo alle spalle i battenti come un destino,
presto sarai colà dove immoli la tua vita in pegno

per una vita sfinita. Eppure sei certo, tu non sei lì ora.
Sei altrove. Sei distante. Sei libero in fondo, dal male.
Scrivere, amico mio, è bello. Scrivere, dice il Poeta,
è gioia. Ma che ne sa, il Poeta, dal suo scranno
di pietra e di carta? Tu siedi alla destra d'una madonna,
dal volto gelido e sensuale, e intingi le dita nella ferita.
E tracci queste parole sul vetro del finestrino:

"Prendimi, Sole" e intanto il tunnel scorre veloce
e il sole è lontano, dodici metri di terra e di roccia
più sopra. Non importa, arriverai alla fine, alla meta
che ancora ignori, se pure sia ormai la tua vita.
Uscendo, ti accoglierà nella pioggia una città intristita,
i pugni in tasca muto andrai al tuo frammento di giorno,
e saranno otto ore di nulla bruciate come canne essiccate.

Saggio è scrivere, saggio e bello: se non è gioia,
ma è rovello, è pur ciò che ti tiene in vita, quando intingi
la penna e le dita nel tuo stesso sangue, e tracci indelebile
il segno del tuo irripetibile passaggio nel mondo.
Nelle notti che sono solo tue, vagando tra le piane infinite
del Gange, i cuori di tenebra e d'ombra, gli abissi delle Ande,
i minuscoli laghi tra le dolomie più alte, e gli alti nevai,

incontri te stesso, viandante, e ti saluti, e ti dici "salve".
Fatalmente, ti senti felice.



Marianna Piani
Milano, 8 Gennaio 2014

Per Rosanna A.
con immenso affetto e stima
Milano, 8 Gennaio 2014


mercoledì 2 aprile 2014

Sotto l'arco scorre



Amiche care, amici

la mia mente è un groppo inestricabile di correnti divergenti contrastanti, un vortice di acque torbide e ribollenti, dove invano chiunque potrebbe mai tentare di imporre un ordine, un senso, anche soltanto un'ombra di consistenza.
A volte sono tentata di lasciarmi andare, e perdermi definitivamente in questa corrente. E infatti più volte l'ho tentato, e ho sempre trovato infine la mano di qualcuno che mi ripescava, all'ultimo istante. Oggi sono abbastanza serena, perciò dirò: "per fortuna".
Non so, e mai saprò o capirò perché perdio c'è questo misterioso inviluppo, dentro di me, e posso dire di non averlo mai saputo né voluto accettare. Non vi è nulla di romantico, di estetico in tutto questo, credetemi, soltanto un'anima che si contorce e dibatte, le veglie sconfinate in notti che non finiscono mai, e vomiti solitari nella tazza del water, e tanta voglia di farla finita, e poi invece trovare la forza e la volontà di ricominciare, magari passando sopra il dolore e il suo gusto acre un velo di rossetto, profumato e acceso, per uscire a sorridere al mondo, che ignora, incolpevole, e in fondo indifferente.
La salvezza sta nel pensarsi vive. Per me è questo il mio modo per riscattarmi: la salvezza sta nella futilità del gioco, della seduzione, e nel bisogno di dirsi, di rivelarsi. Non di esibirsi, non c'è alcuna volontà di esibizione in me, sono anzi, come sapete, molto appartata. Ma ho una sete infinita di autenticità. E un infinito bisogno di sentirmi amata. Infine, la salvezza, sapete, per me sta nella Bellezza.
Per questo io ricerco, immagino, ricreo. Sopra il mio corpo, nella mia scrittura. Il corpo e la scrittura sono per me un'unica esperienza ed espressione vitale, necessarie ed irrinunciabili. Nulla avrebbe senso, se dipendesse dalla mia mente soltanto.

Condivido queste riflessioni con voi, amiche dilette e amici. Con tanta fiducia.
E con amore.

M.P.





Sotto l'arco scorre


Verrò presto, sopra l'arcata del ponte
ad attendere che giunga anche per me
la marea insorgente, larga e solenne.

Osservo sotto me le acque scorrere lente,
senza fretta, senza alcun inganno o artificio,
avvolgere i pilastri di pietra, con moto denso,

sensuale, seducente, e torcersi e stirarsi
come torpide provocanti sirene, brune di pelle,
e biondi di schiuma i lunghi disciolti capelli.

Nulla frena la danza dell'acqua, così procace,
gonfia delle piogge d'inverno, e nulla ne è risparmiato:
un arbusto strappato alla riva è perduto per sempre.

Lo osservo, l'arboscello, sotto me vorticare
in un mulinello tra un pilastro e una roccia
come un disalberato vascello travolto nel Maelström.

Il destino è così, senza senso, quel gorgo cieco
possente trascina non solo chi non confida
o chi non rinuncia o chi rassegnato si perde.

L'arbusto vi annega così come un ceppo di quercia;
ma forse riemergerà dieci miglia più a valle:
colà dove troverà la mano d'un bimbo a salvarlo

per gioco: ogni speranza si affida a un gioco innocente,
ogni tenace illusione di riscatto, o di salvezza;
ed è un gioco così ogni Poema, e ogni atto di Fede.

La mia Fede, lei, mai scossa, osserva le acque
sotto di me ribollire e intorbidire, come i pensieri
ribollono torbidi e inquieti nell'alveo della mia mente.

Ho Fede nella promessa che fece una stella
quando vide che nacqui, e mi diede lo strano dono
di poter esprimere il dolore per tramite dell'armonia.

Chiudo gli occhi, e mi lascio cullare dal canto
della corrente, canone dolce lento e solenne
affluente - sotto l'arco del ponte della mia mente.



Marianna Piani
Milano, 6 Gennaio 2014