«La Poesia è Scienza, la Scienza è Poesia»

«Darkness cannot drive out darkness; only light can do that. Hate cannot drive out hate; only love can do that.» (Martin Luther King)

«Não sou nada. / Nunca sarei nada. / Não posso querer ser nada./ À parte isso, tenho em mim todos los sonhos do mundo» (Álvaro De Campo)

«A good poem is a contribution to reality. The world is never the same once a good poem has been added to it. A good poem helps to change the shape of the universe, helps to extend everyone's knowledge of himself and the world around him.» (Dylan Thomas)

«Ciò che premeva e che imparavo, è che in ogni caso non ci potesse mai essere poesia senza miracolo.» (Giuseppe Ungaretti)

sabato 31 ottobre 2015

Il cuore a diec'anni


Amiche care, amici,

ritorno ai ricordi, alla bella e felice - per me - età infantile, in cui ho potuto godere della vicinanza di una famiglia meravigliosa:
un papà dolcissimo, tenero, un ingegnere tutt'altro che "freddo manipolatore di numeri", invece un amante del bello, che mi ha insegnato e trasmesso tutto il suo amore per l'arte e la scrittura (ho i suoi quaderni "segreti", fitti di una scrittura minuta e regolare, con cui tracciava note, bozze di lettere, commenti, piccoli racconti); una mamma bellissima (credetemi, non esagero, era fisicamente una donna di una bellezza straordinaria, anche se priva di malizia o di esibizionismo)  che era una autentica artista, anche se non di fama, e un'artista in tutti i sensi, anche caratteriali, da cui ho appreso la mia passione per la musica .

Purtroppo tutto ciò mi fu negato di colpo, senza alcun preavviso, così come fa a volte la vita - o per chi ha fede iddio - forse per metterci alla prova.
Però quegli anni felici sono durati abbastanza da depositarsi nella mia anima, come una solida base, come le fondamenta profonde e ben poggiate di un edificio, e mi hanno resa forte, concedendomi di "reggere" allo choc, pur non senza scompensi e squilibri; e ancora adesso essi sono l'eredità, il patrimonio morale che mi consente, pur nella mia povertà, nella mia solitudine, di vivere, positivamente, essi sono tutto il mio coraggio e la mia fortezza.

Posso ben dire di vivere grazie a loro e per loro. Loro continuano a salvarmi ancora adesso: quando sprofondo in uno dei miei abissi di depressione e inizio a fantasticare sulla morte, il loro ricordo mi soccorre, e mi rendo conto che farei loro un torto immenso e imperdonabile arrendendomi… Per cui mi sento in dovere morale di continuare a combattere, e mi risollevo.

Bene, l'infanzia tuttavia non è un paradiso uniforme e sereno, nel viverla dobbiamo affrontare piccoli dolori, piccole avversità (nel mio caso piccole, nel caso di chi non ha avuto la mia stessa fortuna possono trattarsi anche di terribili drammi), e comunque come tali non sono diversi e meno incisivi dei dolori, delle tristezze, delle solitudini, delle paure che soffriremo da adulti. Anzi, in qualche modo, sono anche più violente e strazianti. C'è però una differenza sostanziale, e su questa ho tracciato questa composizione, che vorrei ora condividere con voi, amiche dilette e amici cari, con amore.

M.P.






Il cuore a diec'anni


Se premo ben saldo il viso al guanciale
sentirò il mio proprio cuore pulsare:
forse nel rammentare l'ineguagliata
grazia dell'infanzia amata, sobbalza.

Non facevo così io a diec'anni
quando mi rifugiavo nel letto immenso
di mamma, e schiacciavo il viso arrossato
nel guanciale, pur di non farmi scoprire?

E così allora lo sentivo, il cuore,
che scalpitava nel petto, e nell'orecchio,
nell'eccitazione del gioco, affannata,
e intanto scoprivo il mio essere viva

cos'era, e di dove veniva. Più tardi
avrei appreso dai libri e dai poeti
che quell'oggetto, quel grumo di carne
che si dibatteva nel mio seno piccino

era il rosso, era il fuoco, la giovinezza,
l'amore, il coraggio, la fede che arde.
Tutto racchiuso in un piccolo astuccio
bivalve, gelosamente serrato.

L'avrebbe forzato un giorno qualcuno
spingendo un coltello affilato tra i bordi
serrati, e allora infine avrei conosciuto
qual è lo strazio d'un cuore violato.
 


* * *

Se premo forte il viso contro il guanciale
le lacrime imprigiono, tra gote e labbra
e il bianco cotone, che s'impregna d'amaro:
un sapore che sa di lontananza.

Non facevo così, a diec'anni, affranta
per qualche motivo, per celare il pianto
e i singhiozzi raggrumata nel mio lettino,
sola, orgogliosa di non farmi scoprire?

In cosa è diverso quel pianto di bimba
da quello che ora a stento trattengo
nel fragile astuccio rosso rubino
che palpita qui, nel mio seno da grande?

Il dolore, direi, è proprio lo stesso.
Di altro c'è solo, ora, il senso di morte.



Marianna Piani
Milano, 16 Maggio 2015


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mercoledì 28 ottobre 2015

Cancellata


Amiche care, amici,

alcuni di coloro che mi seguono da più lungo tempo sanno che io soffro di un male ricorrente, che mi costringe due o tre volte all'anno a un ricovero - quasi coatto - per ritarare e riformulare il sostegno farmacologico che mi consente di tenere il démone sotto controllo.
Questa composizione, scritta non molto dopo uno di questi ricoveri (brevi, per cortuna, di solito bastano due o tre giorni) ne è la cronaca puntuale, anche se trattata non in modo oggettivo e neppure soggettivo, ma dal punto di vista della malattia stessa.
Sono versi difficili da scrivere, per me, perché richiedono di richiamare alla memoria sensazioni che si preferirebbe rimuovere, dimenticare, avvenimenti che si vorrebbe buttare dietro le spalle, e basta. Il senso di angoscia e di smarrimento che si prova quando il proprio corpo smette di rispondere ai propri pensieri, e i propri pensieri smarriscono il sentiero inagevole ma protetto della ragione, per avventurarsi nell'oscura foresta dell'irrazionale.

Fortunatamente la medicina oggi offre rimedi potenti e non distruttivi, in grado di farmi riemergere presto a una accettabile "normalità", mai tanto agognata e rimpianta come quando mi trovo in quella situazione: io so - ragionevolmente - che è un momento di passaggio e che lo supererò, ma ogni volta, quando ci ricado, questa consapevolezza non mi aiuta per nulla, predominando invece il senso di abbandono e di perdizione, come all'inizio di un viaggio sia pur noto, in cui l'unica cosa certa è che siamo partiti, mentre l'arrivo, o il ritorno, rimangono nel segno dell'incognita.

Se mi permattete, condivido con voi queste riflessioni,  amiche dilette e amici cari, sempre con amore.

M.P.





Cancellata


Quando la cancellata grigiazzurra
si chiude con clangore alle mie spalle,
allora comprendo che la mia gabbia
non sono le sbarre di metallo
ossidato né il muro di cemento
e intonaco spaccato, abitato
da scheletriche lucertole affannate.

Sono fatte di niente le barriere
che mi tengono qui prigioniera,
ben più invincibili delle funi
che potrebbero legarmi i polsi
dietro i fianchi, più incorruttibili
della catena che potrebbe inchiodarmi
la caviglia al muro di questa cella.

La mia camera è di vetro, ma
senza finestre, senza visione:
a battere coi pugni le pareti
risuona come una brocca
vuota e fratta, e tutto questo
non porta luce, mi procura solo
ancora intollerabile dolore.

Chiunque può accostarmi, qui,
prendermi per mano, per trarmi
dove ogni volontà è negata,
chiunque può darmi aiuto oppure
violare la mia anima, il segreto
del mio spirito fiaccato,
chiunque ha su me dominio - illimitato.

Vi sono angeli e officianti qui
che s'aggirano attorno alle mie viventi
spoglie, dispensando misterici rimedi,
e parole, parole che non comprendo...
Per chi vive per amore di parole
ogni ingorgo di parole e di sentenze
è sofferenza aggiunta a sofferenza.

Cinquanta millilitri di tossina
per uccidere la mia mente, per fiaccare
il mio intelletto che s'accascia
già disperso nel labirinto della ragione,
per strappare via l'anima da un corpo
che è ancora bello da spiare,
oscenamente nudo sotto il camicione.

Mentre entra in circolo la sostanza
le palpebre si richiudono tumide e pesanti
sopra l'iride 
febbricitante, e quindi io
che sto credendo di morire

 non ne capisco il senso. Intanto
su tutto veglia l'orologio della corsia
costantemente indietro di due ore e trenta.




Marianna Piani
Milano, 11 Maggio 2015


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sabato 24 ottobre 2015

Suonatore errante


Amiche care, amici,

questa composizione, come vedete in calce, risale a maggio di quest'anno.
Come forse alcuni di voi sanno, io lavoro come freelance indipendente (con partita IVA), e di solito lavoro nel mio piccolo Studio, e incontro il committente, o il cliente, solo per meeting e presentazioni o consegne, quando addirittura i contatti non si limitano a email, SMS e conference calls. In quel periodo però avevo un incarico piuttosto importante per una società di produzione che richiedeva la mia presenza quotidiana presso gli uffici dell'Azienda, già a partire fin dall'alba. E così, come fa la gran parte delle persone che lavora comunemente nelle Banche, nella scuola, negli Uffici, prendevo ogni giorno di primissimo mattino la Metro ad Amendola (la stazione più vicina a dove abito) per recarmi dall'altra parte della città dov'era la Sede centrale dell'Azienda, un percorso piuttosto lungo che tra l'altro richiedeva due cambi di linea e almeno 45 minuti di viaggio, sia all'andata che al ritorno.

Non facendolo usualmente, sono sempre piuttosto sensibile alle situazioni che offre questo mezzo di trasporto collettivo, dove una folla di persone di ogni ceto, sesso, etnia, trascorre un periodo di forzata promiscuità, temperata da una forma di auto-isolamento protettivo. Mi ha sempre colpito quale senso di solitudine si legge nei volti delle persone, una solitudine paradossalmente accentuata, forse perfino creata, proprio dall'affollamento. Gli individui, forzati ad una vicinanza fino al contatto con estranei, del tutto innaturale, difendono istintivamente la loro individualità cercando di creare una barriera che è tanto più densa e impenetrabile quanto più ristretta è l'area di libertà attorno a loro.

Ma vi sono momenti, quasi surreali in questo contesto, in cui questo viaggiare in apnea, richiusi come in uno scafandro ermetico a prova d'emozione, viene scosso e messo in discussione da un qualche evento che, sia pure affatto raro, si discosta dal piatto procedere ripetitivo del solito trantran quotidiano.
Di questo io cerco di raccontare in questa composizione, più narrativa che lirica: prendetela come un bozzetto preso al volo, o un'istantanea rubata, un'incongruenza, una turbolenza nel flusso della routine quotidiana, come quella melodia dolce e triste che emerge all'improvviso dal rumore di fondo grigio e assordante della corsa del convoglio dentro al tunnel...

Come sempre, condivido con voi, amiche dilette e amici, questi pensieri, con amore.

M.P.







Suonatore errante


La solitudine contemporanea
viaggia e alloggia nelle costipate
carrozze della metropolitana.

Visi di donne, uomini, ragazze
affrante sulle panche, imbambolate,
destini provvisoriamente uniti

in un mare d'estraneità dal corso
della realtà, forzosamente, come
un discorso frantumato, interrotto.

Nulla è meno armonico del suono
dei treni dissipati quasi con rabbia
nella canna di fucile sotterranea.

Per questo, ogni parola è vana,
ogni pensiero è perso in un altro,
ogni sguardo è riflesso contro una lastra.

Lo scuotimento inerte sugli scambi
desta all'improvviso molti sopori
e ne promuove altri, e altri scioglie

dietro i sogni e le chimere degli stanchi
viaggiatori, sopraffatti dai rumori
e da solitudini travolgenti.

Forse per questo giunge come strano,
dalla distanza incommensurabile
del fondo del convoglio, questo suono

di una malinconica melodia
tanto triste da parere avulsa
da ogni sentire terreno e umano.

Tanto desolata da insinuarsi
tra quei corpi astanti - quei visi assenti,
quelle mani aggrappate alle barre

d'alluminio raggelanti, radici
di mangrovie affioranti dal metallo
del pavimento - risuonando accordi

esotici e divaganti per le menti
inconsapevolmente già in ascolto
da un lacerto immemorabile di Storia.

Da quella Storia, che in ognuno giace,
da quei tempi, da quegli eventi, emerge
come un dio selvaggio - e senza nome -

il suonatore dall'alito di vino
dal cinereo volto scarno incolto
e l'olezzo di miseria nelle mani.

Aleggia sostenuto dal fraseggio
di un'orchestra immaginaria, dal coro
degli angeli suoi fratelli, finché

s'interrompe sull'accordo, affranto,
e mentre il treno torna al sottosuolo
impetra una moneta di compianto.



Marianna Piani
Milano, 8 maggio 2015

mercoledì 21 ottobre 2015

Tre di Maggio



Amiche care, amici,

l'anniversario della fine di un'amicizia e di un amore, e il racconto di ciò che avrebbe potuto essere, se l'amore avesse retto al tempo, io e la persona amata, coi suoi sogni, le sue visioni, i suoi racconti, le sue fascinazioni… Immaginando ciò che avrebbe potuto essere, e non è stato. No, senza rimpianto, solo un poca di amarezza, e tanta tenerezza.


Per voi, amiche dilette, con amore

M.P.







Tre di Maggio


È il tre maggio, è notte,
è trascorso l'intero giro

di quest'anno senza resipro,
io giaccio nel letto vasto e vuoto
sotto un piumino lieve
che non mi grava il corpo,
ma mi protegge, invece,
mentre altri sono i gravami
che mi schiacciano nel buio
di questa stanza cupa e sorda
che fu la nostra.

Nemmeno un bisbiglio più proviene
dalla strada, nonostante
la finestra sia socchiusa;
il vento si è placato ormai
da qualche ora, mentre
il temporale di ieri notte
con il suo rombar di tuono
 
e lo scrosciare della pioggia
sui lustri lastricati come torrenti

non è più nemmeno
uno sbiadito ricordo.

Tu avresti dovuto essere qui,
a quest'ora, accanto a me,
coricata al mio fianco,
gli occhi nel buio schiusi
sebbene così stanchi,
le mani dietro la nuca
a giocare con quei tuoi capelli
di corallo, come se fosse
un nonnulla quella tua bellezza
radiante di sé anche
nello scuro più profondo.

Avresti dovuto essere qui,
a un palmo dal mio viso,
a ragionare di stelle
e di astri, di nebulose, e galassie,
e di spazi cosmici e anni-luce,
in questa tua passione sconfinata

per l'Infinito, per quegli insondabili
misteri del Creato
in cui tu ti perdevi come in sogno,
e io dietro te fedele, a inseguire te
e il tuo sogno.

Avresti potuto essermi vicina,
proprio ora, supina
su questo vasto vergine giaciglio,
a bisbigliare nelle mie orecchie
cose che non sapevo,
per vedermi stupefatta, estasiata;
cose di mondi così esotici e lontani
da farmi trasognare, nel dormiveglia,
di voli, di smarrimenti,
di cieli senza confini
di viaggi senza ritorni.

E io sarei rimasta in silenzio
per non fermare quel tuo
prodigioso narrare,
ammirata, e forse anche
perché delle mie Emily,
delle mie Sylvie, delle mie
pallide sacerdotesse di penna e carta
a te non importava più di tanto,
ti bastava, indulgente,
accarezzarmi i capelli
e soffiarmi lieve in viso:

per spazzare via, tu dicevi,
certi pessimi pensieri.
E allora, restavamo in silenzio
entrambe, come assorte,
lungamente,
a guardare le stelle fluorescenti
che avevamo incollato al soffitto,
proprio sopra il nostro letto,
che rilucevano nel buio
dapprima intense, poi, gradualmente,
sempre più spente.

"Guarda che belle
le nostre stelle" dicevi, all'improvviso.
e io sapevo che da quel momento
la nostra notte chiara
si sarebbe popolata
di vividi colori,
delle nostre tenere follie,
 
dei nostri colmi cuori,
delle melodie, delle carezze,
delle nostre umili fragili
fuggevoli certezze.

Avresti potuto essere qui, ora,
come allora, accanto a me,
su questo letto, in questa stanza,
in questo lato della Galassia,
in questo angolo dell'Universo
tutto nostro.


Marianna Piani
Milano, 3 Maggio 2015

sabato 17 ottobre 2015

Ultima pioggia d'Aprile


Amiche dilette, amici,

un altro "paesaggio con figure", del tutto diverso, quasi opposto al precedente ("Abbondanza"), seppure composto a pochissimi giorni di distanza da quello.
Vi sono giorni in cui l'angoscia di vivere mi prende a tal punto da non riuscire a rimanere concentrata su nulla di ciò che sto facendo, per lavoro, per dovere o per svago che sia. Sento la necessità, l'urgenza infrenabile, di uscire, di gridare alla gente il mio disagio.

E non crediate che la scrittura mi soccorra: come ho detto in altre occasioni in queste pagine, la scrittura non è una terapia, non è psicoanalisi o indagine filosofica, mentre la vita ci assale con le sue emozioni più acute, siano esse di gioia come di dolore, noi possiamo solo limitarci a vivere, non ci è dato di ragionarci o di riversare queste emozioni in qualcosa di compiuto e intelligibile. E soprattutto, quando infine ne fossimo in grado, tale scrittura non può darci alcun sollievo. La scrittura per me è solo un mezzo per non perdere del tutto la ragione, per non smarrire la rotta nel mondo reale in mezzo a queste bonacce e a queste tempeste dell'anima. La scrittura non salva, accompagna soltanto. Ma può a volte spezzare il muro della solitudine, donando qualcosa di sé al mondo ("donando", badate bene, non "vendendo", per quello ci sono altri mestieri, altrettanto antichi)…

Per questo, per fortuna, ci siete voi, amiche dilette e amici cari, cui posso rivolgermi,  con amore.

M.P.






Ultima pioggia d'Aprile


La città s'è spenta strada per strada
sciogliendosi nella malinconia
di questo brusio d'acqua e di folla,
di questo sciabordio di vetture
che scivolano torpide nelle vie
allagate in agitate fiumane.

La luce s'è fatta gravido piombo,
le lamiere dei tetti, e gli asfalti
delle strade sono lucide pelli
di rospi e di serpenti di mare,
i passanti, che si fanno più radi,
scivolano in fretta lungo i muri

come se li gravasse una colpa.
Io non dormo, aggrappata al guanciale,
vi sprofondo l'orecchio, ascolto
semi sommersa nel lino la voce
salmodiante dell'acqua che percuote
venando i vetri delle finestre

d'un pianto che non si placa, né placa.

Potrei uscire, invece, gettarmi
nella via, così come sono, indosso
una vestina bianca, e un paio
di scarpe leggere, bianche anch'esse,
i piedi affondati nella corrente

che turbina inquieta verso la piazza,
fradicie d'acqua e sgomento le gambe,
il petto ansante sotto la camicia
tutta incollata alla pelle, le braccia
strette al seno, gelate, e sulle spalle
i capelli lustri, inondati, spioventi:

potrei uscire e inveire da pazza
alle lastre serrate dei palazzi,
ai fari giallastri degli autotreni
e a quelli violetti dei lampioni
di strada, alle serrande sbarrate,
alla gente che sfugge indifferente -

gridare tutto il mio inascoltato
                                  furore!



Marianna Piani
Milano, 2 Maggio 2015


mercoledì 14 ottobre 2015

Abbondanza


Amiche care, amici,

ero felice… O almeno così mi sentivo, in quei giorni di fine Aprile. La primavera era nell'aria, nel respiro, nel corpo, si stava aprendo una stagione di luce, di vitalità ed eccitazione.

Sapete, il mio male mi porta a momenti di grande esaltazione, seguiti da crolli verticali nella più scura depressione, e quello allora poteva sembrare uno di quei momenti di "alte luci"; ma in realtà non lo era, per fortuna.  Ho imparato col tempo a distinguere per tempo gli "attacchi" perniciosi del male dai più normali momenti alti o bassi emotivi, simili a quelli che a ognuno capita provare nella vita. Gli episodi di parossismo maniacale, come si chiamano tecnicamente, arrivano improvvisi, inattesi e affatto motivati da nulla che non sia un cortocircuito tutto e solo mentale, com poca o nessuna attinenza col mondo "reale" circostante. Questi momenti di felicità "normale" sono invece chiaramente indottida condizioni particolari, ambientali, affettive.
Nel mio caso la Natura è di certo la fonte più grande di gioia e serenità, le sensazioni che suscita in me sono sempre cariche di emozione e di piacere, spirituale, visivo, ma anche fisico, tattile, sensuale.
In questa composizione, strutturalmente semplicissima, ho cercato di restituire queste sensazioni, queste emozioni, come in un quadretto impressionistico, secondo una mia consueta predilezione nell'affidarmi alle immagini e alla loro evocazione.

Condivido con voi questi versi, di tono sereno, dove insolitamente per me quasi non ha spazio la malinconia.

Con amore, amiche dilette e amici.

M.P.





Abbondanza


Evviva, evviva quest'abbondanza!
No, non dico di tesori, o di quattrini,
né di bicchieri e piatti colmi:
dico di luce, di vita, di baldanza,
di sfrigolar di gente nelle piazze,
di pullular di rane negli acquitrini
lungo i bordi delle strade.

Dico il sole che s'avanza
cingendosi dell'alloro del trionfo,
arroventando l'asfalto delle vie
che s'incendia sotto gli assi
degli autocarri, dico della luce
che ci abbaglia rimbalzando
contro le lastre dei palazzi

che il bagliore manda in pezzi.
Dico i fiori che tracimano
nei prati, allagando d'oro

di topazio e di rubino
il nostro sguardo trepidante
mentre un cielo acquamarina
allaga ogni residuo spazio.

Dico il cielo degli amanti
che consumano il loro ardore
in letti sfatti di calore, copulando
irrorati dei loro dolci umori
fin sull'impiantito della cucina,
la passione ribollente nella pelle
contro il freddo delle piastrelle.

Dico il manto delle nebbie
che si squarcia al mattino
come l'abito che l'impazienza
ti lacera sul seno rivelando
in pieno sole il tuo bel petto
candido come il marmo fino,
palpitante come d'una colomba.

Dico i prati, i pasturi, i boschi
in rigoglio di violette e di siepi
di lamponi, i torrenti roridi
dell'acque dei ghiacciai più alti,
i voli quasi folli delle api
tra le aiuole dei rododendri
e delle rose rosse, inebriate.

Dico il mio stare al culmine del poggio
a osservar le rondini a cento e cento
turbinare come lucide saette
sopra il lago, e a pelo tra i canneti
e i salici secolari delle rive caste
rabbrividenti al deflagrare
delle fioriture di rododendri

e di rosse labbra adolescenti:
dico le ragazze dalle svelte gambe
di cerbiatte che sciamano cicalando
negli aifon in cima ai loro tacchi alti,
ridendo al mondo intero e alla vita
che le irrora di bellezza immeritata,
inspiegata, come le campanule nei prati -

queste frullanti Effimere sfuggenti.
Ecco: dico la Stagione dei fervori,
delle ortensie e degli amori
consumati in mezzo ai fiori
o nelle piazze cittadine
o sui pavimenti delle cucine,
o agli ingressi delle officine,

Dico di questa stagione esplosa
all'improvviso nelle vie
travolgendo come un rivo
impetuoso ogni anima,
ogni corpo, e ogni cosa.

Dico: evviva, evviva
questa splendida abbondanza!


Marianna Piani
Milano, 26 Aprile 2015

sabato 10 ottobre 2015

Uno scialle



Amiche care, amici,

questo che segue è il ricordo di un dono fatto a un'amica, uno splendido scialle, e di una mattina di coccole e cure tra due donne legate da un intenso affetto, prima di uscire insieme "nel mondo".
Gesti lievi, teneri e antichi, quasi solenni: pettinare, curare le mani, i piedi, sistemare i capelli, coprire le spalle con qualcosa di caldo e prezioso, in questo più che con mille parole si può esprimere un sentimento d'amicizia, o d'amore, di attaccamento, di intimità con una persona.


La composizione è in forma di canzone narrativa, in ottave libere, una delle mie "forme" predilette, dopo terzina e quartina. Scelta per esprimere con un ritmo in adagio, senza asprezze, la dolcezza di quei momenti. E spero tanto di esserci riuscita.

Per voi amiche dilette e amici cari, come sempre, con amore.

M.P.



Uno scialle


Ti coprirò le spalle, col mio scialle:
scosterò i lunghi capelli bruni
e adagerò sulla tua bella schiena

lievemente tremante questa trama
di molle lana e lunghe frange giù
a spiovere fin oltre i fianchi
tuoi ampi di giumenta fertile paziente,
tu che m'accogli al tuo seno fervente.

Ti ravviverò i capelli, adagio, a gesti lenti,
con un pettine a denti larghi e radi,
scivolando lungo la chioma come
una lancia discende titubando le onde
d'un oceano turbato dai possenti venti
d'Ostro e Tramontana; ammirerò
i riflessi color rame che scintillano
sotto la carezza delle mie dita.

Accoglierò i tuoi piedi alati e lievi
sopra il palmo della mia mano, e poi
con l'altra piano piano, con maestria,
passerò sulle tue unghie mignon
lo smalto color corallo che ami tanto,
così da renderle sinceri gioielli,
e ti allaccerò quei tuoi sandali belli
alla caviglia, su cui poserò un bacio

di passione, come suggello e intenzione
della mia finale perdizione.



Marianna Piani
Milano, 20 Aprile 2015

mercoledì 7 ottobre 2015

Afferra...


Amiche care, amici,

vi propongo oggi una composizione schiettamente e scopertamente d'amore, anzi di passione. Senza remore o snobismi intellettuali.
La poesia d'amore non gode in questi ultimi decenni di una grande considerazione presso gli ambienti critici e letterari "ufficiali" o accademici, anche a causa dell'abuso cui spesso tale tematica è oggetto, dalla canzonetta, al cioccolatino-twitter. Ma di questi "ambienti" io non faccio parte, né intendo mai farne, volendo rimanere ciò che sono, una pura dilettante senza velleità o ambizioni di là da questo, per cui alla fine, come disse Rhett Butler, "francamente me ne infischio" ("Frankly, my dear, I don't give a damn").


D'altra parte, nulla è più appagante ed emozionante, da che l'Uomo è Uomo, dell'intonare un canto d'amore dedicato a chi s'ama.
Quando l'onda di un ricordo, di un'emozione mi raggiunge, io non mi sottraggo, non potrei farlo. Perché per me la scrittura è specchio dell'anima, o necessità biologica, come il respiro, ed esprimere un'emozione significa darle voce, e ragione, significa, pur a volte nella nostalgia di una felicità che forse non si ripeterà mai più, riviverla, riaccenderla, anzi, alimentarla come anticamente si alimentava il lume con l'olio.
Raramente questi miei scritti raggiungono la particolare persona cui sono diretti, ispirati o dedicati. Sempre passa un certo lasso di  tempo, anche lungo: come ho scritto in altre occasioni su queste pagine, io non scrivo mai d'impulso, l'emozione finché è viva va semplicemente vissuta, non si può, non si deve parlarne o peggio scriverne, pena la sua dissoluzione. La scrittura non è la vita, ne è il distillato, e richiede elaborazione, tecnica e distanza, anche temporale. Passa dunque del tempo, e quella persona magari mi ha lasciata, o è partita per altre avventure, che mi escludono dalla sua vita.
Il senso di una composizione (d'amore, ma non solo) dunque per me ha il valore di "rivelazione", di rendere tangibile, percepibile, anche ad altri, il tesoro del sentimento e dell'esperienza.


La mia scrittura è dedicata al pubblico, a voi amiche dilette e amici, care lettrici e lettori - nel "privato" se ci penso bene, non ha spazio né ruolo. Che strano paradosso…
 

Sempre con amore, carissimi

M.P.






Afferra...


Afferra la mia mano, stringila ben forte,
voglio, perdio voglio sentire
quasi dolore nei legamenti
tra le mie e le tue dita nella sua morsa.

Così è, così è che mi si stringe
il cuore, come un pugno che si serra
impallidendo esangue per lo spasmo,
con le sue stesse unghie infitte

nel suo palmo. Afferrami la mano,
stringila con il vigore, con tutta
la saldezza che ti distingue,
e strappami via di qui, via con te,

via per sempre. Via insieme.
Per mai, mai più tornare, colà dove
tu e io infine ci vedremo congiunte
come libere spume, via dall'onde,

trascinate dall'impetuoso vento
di maestrale, verso il cielo,
verso nembi gonfi di tempeste,
verso teneri orizzonti senza fine.

. . .


Afferrami la mano, come sai fare,
io non t'opporrò volontà alcuna,
m'abbandonerò al tuo dominio,
senza ombra alcuna di rivolta:

nelle tue mani sarò di pezza,
sarò di carta, sarò di niente come
un fiocco nella tormenta,
come un ciuffo d'alga tra le onde.

Afferrami la mano come ciò
che t'appartiene, com'eravamo bimbe
correndo nel prato a perdifiato
a scapicollo giù dalla collina

fino a ruzzare nelle gramigne
una sull'altra ridendo, affannate,
coperte d'erba, di ranuncoli e di terra
e di spighe tra i capelli scarmigliati

e di gioia d'essere così innocenti
unite da un Destino errabondo
ma giocondo e tanto fecondo.
Di esserci così talmente amate!



Marianna Piani
Trieste, 18 Aprile 2015

sabato 3 ottobre 2015

Gabbiani tra le case


Amiche care, amici,

questa breve, semplice canzone la scrissi nel corso di una breve fermata nella mia città d'origine, osservando la mutazione che in questi anni, da quando avevo lasciato questi luoghi, aveva interessato le colonie di gabbiani, da sempre endemiche di queste coste. Da animali mitici e selvaggi, con l'avanzare della crisi della marineria commerciale, che ha spogliato le nostre rotte dal traffico tradizionale via mare lungo il quale un tempo i gabbiani - memori del mito baudeleriano dell'albatro - intrattenevano i loro enigmatici ed esclusivi contatti con la specie umana,  si sono gradualmente ma progressivamente adattati all'ambiente urbano, attirati dall'aumentare concomitante dei rifiuti e delle scorie provocato dalla crescente antropizzazione e dal consumo alimentare e di territorio.
Oggi questi animali nobili e solenni popolano luoghi abitati e campagne, ben in profondità nell'entroterra, e in città si mescolano ai piccioni volando un po' goffi, dato lo scarso spazio di manovra a disposizione per le loro ali ampie e fragili, tra i tetti delle case, nei cortili, tra le vetture nei parcheggi, nidificano tra le antenne televisive e i comignoli degli impianti di riscaldamento. Il mare non è lontano, qui, ma rimane ormai quasi solo un referente visivo, non più un vero habitat d'elezione per questi trasvolatori da leggenda.

Rattristarsene è solo nostalgia, il mondo, l'uomo, e la natura, evolvono secondo disegni che non siamo singolarmente in grado di controllare, anche se determinati dai nostri comportamenti. Possiamo solo osservare.
Pensare tuttavia per metafora alla perdita progressiva e irreparabile di libertà che l'avanzare della "civiltà" ci sta recando,  questo è inevitabile.

Condivido con voi, amiche dilette e amici, questi pensieri, con amore.

M.P.








Gabbiani tra le case


I gabbiani, qui, nidificano sui tetti
tra le antenne dei condominii,
non lontani dal loro mare, giusto
due colpi d'ala, e uno strido.

Meno ancora quando spira
l'arrogante vento di queste coste,
che spinge a furia verso il largo
come fosse per un ultimo imbarco.

Non lontani: ma non più ormai
sulle scogliere, non più sui dirupi
tormentati a picco sopra l'onde,
mai più tra le torri dei castelli diroccati.

Malinconici e solenni come angeli
disconosciuti s'aggirano tra le case
sfiorando le finestre e i tettucci
delle vetture con le grandi ali bianche,

così come facevano con i marosi
schiumanti rabbia di tempesta,
quando il loro orizzonte era dove
il mare si sposava al cielo, all'infinito...

Quando seguivano nei flutti il guizzo
degli sgombri argentati e delle alici
balenanti, destinate al sacrificio
come vittime a un dio vorace...

Quando i loro stridi superavano
il mugghiar del vento, annunciando
alle nubi solidali e all'intero mondo
il loro anelito di libertà, ormai vano.



Marianna Piani
Trieste, 13 Aprile 2015