«La Poesia è Scienza, la Scienza è Poesia»

«Darkness cannot drive out darkness; only light can do that. Hate cannot drive out hate; only love can do that.» (Martin Luther King)

«Não sou nada. / Nunca sarei nada. / Não posso querer ser nada./ À parte isso, tenho em mim todos los sonhos do mundo» (Álvaro De Campo)

«A good poem is a contribution to reality. The world is never the same once a good poem has been added to it. A good poem helps to change the shape of the universe, helps to extend everyone's knowledge of himself and the world around him.» (Dylan Thomas)

«Ciò che premeva e che imparavo, è che in ogni caso non ci potesse mai essere poesia senza miracolo.» (Giuseppe Ungaretti)

sabato 31 dicembre 2016

Esaudita Promessa


Amiche care, amici,

questa sarà l'ultima delle mie cosette pubblicate quest'anno, e in un certo senso giunge, casualmente, a proposito. Sebbene la prima stesura risalga a diversi mesi addietro, esprime il mio stato d'animo a un punto di svolta, un momento di pausa durante una fase di passaggio, proprio come, ritualmente, la festa di fine anno è per ognuno.
Un nodo, un incrocio, tra ciò che fummo, ciò che vorremmo essere e ciò che saremo. Un bilancio tra delusioni, illusioni e speranze, tra intenzioni e realizzazione.
Qui faccio i conti con le mie scelte di vita, e il loro costo, che comprende anche una certa dose di solitudine e di dolore. Sì, anche dolore. Ma che alla fine mi porta alla realizzazione del mio essere la donna che sono.

Vi lascio alla lettura, amiche dilette e amici, con tutto il mio affetto.

Buon 2017
Un abbraccio, con amore
M.P.



 
Esaudita Promessa


Che la notte faccia spazio al giorno,
l'attesa si muti in speranza, ora.

A mani nude hai dissodato
le grevi pietre del tuo passato.

Il sole ha riarso un suolo già deserto,
non ha lasciato dietro sé che ceneri e sterpi.

Hai chiesto vita, e vita hai avuto,
hai disperato, e infine hai pianto.

Ti ha visitato il senso aspro dell'Inverno,
risorgesti poi con il primo dolce vento,

nelle vaste praterie d'Estate,
scegliesti infine la tua via per la vita.

Ti sentisti per questo derisa e umiliata,
dovesti sostenere ogni sguardo d'offesa.

Ma infine tu fosti, donna, ciò che sei ora,
te stessa, come una esaudita promessa.



Marianna Piani
Milano, 5 Aprile 2016
.

"The Road Not Taken" di Robert Frost



Amiche care, amici,

come ho anticipato qualche giorno fa, mi piace proporvi nella mia traduzione alcuni testi poetici che ho particolarmente amato in passato, oppure cui mi sono accostata più di recente, ma che ormai fanno parte della mia vita..

Ho iniziato con la lingua che forse conosco meglio, dopo l'Italiano, concentrandomi particolarmente su alcuni grandi Autori americani, e ho pensato di proseguire per un poco su questa traccia.
In questo periodo gli USA stanno passando forse uno dei periodi più oscuri e difficili della loro Storia, e tanto più ciò impressiona in quanto sta avvenendo oggi, proprio in queste ore, e con il concorso di mezzi modernissimi, impensabili fino pochissimi lustri fa. Impressiona come la Storia pare abbia ingranato una repentina marcia indietro, e come attraverso il megafono dei mezzi di cui sopra si raccolgono discorsi e concetti che paiono provenire direttamente dagli anni più oscuri del maccartismo, prima della marce pacifiste ed antirazziste, prima di Kennedy, Luther King, prima di Rosa Park.
Ho pensato di riprendere alcuni tra i più grandi artisti, le menti libere che hanno dato voce a questa grande Nazione, rivelandone tutta la grande bellezza, pur in un nodo di grandi contraddizioni e violenti contrasti. Una dialettica che è stata fino ad oggi feconda, e ha davvero segnato il progresso non solo di questa Nazione, ma anche dell'intero Occidente.
Per questo provo una pena e una inquietudine immensa, perché so bene quanto i nostri destini siano legati a quelli di questa grande Nazione.

Dunque, ho iniziato questo piccolo omaggio alla Poesia Americana con Elizabeth Bishop, qualche giorno fa, oggi propongo quello che può essere considerato uno dei più grandi Poeti Statunitensi, Robert Frost (1874-1963), curiosamente assai poco noto e pochissimo tradotto nel nostro Paese.
La sua è una Poesia di una semplicità e chiarezza ineguagliabili, quasi ai limiti della canzone popolare, eppure dotata di una profondità di visione pari a pochi nel suo Paese e nel mondo. Il tutto unito ad una grande e serena musicalità, come potete percepire dal testo originale.
Qui propongo un testo piuttosto celebre, e secondo me particolarmente significativo, proprio riguardo quanto ho detto poco sopra, e anche in fondo d'ispirazione in questo giorno di passaggio simbolico a un nuovo anno: trovarsi a un bivio, e prendere la via meno battuta, meno scontata, più avventurosa, ma nostra. Da sempre il vero motore del progresso, individuale e collettivo. Procedere, andare, non tornare indietro… É questo, alla fine, a fare tutta la differenza.

Per voi, amiche dilette e amici, come sempre, con amore. Felice Anno!

M.P.


Robert Frost



The Road Not Taken


Two roads diverged in a yellow wood,
And sorry I could not travel both
And be one traveler, long I stood
And looked down one as far as I could
To where it bent in the undergrowth;

Then took the other, as just as fair,
And having perhaps the better claim,
Because it was grassy and wanted wear;
Though as for that the passing there
Had worn them really about the same,

And both that morning equally lay
In leaves no step had trodden black.
Oh, I kept the first for another day!
Yet knowing how way leads on to way,
I doubted if I should ever come back.

I shall be telling this with a sigh
Somewhere ages and ages hence:
Two roads diverged in a wood, and I—
I took the one less traveled by,
And that has made all the difference.

Robert Frost, 1920



Il sentiero


Due sentieri si dipartivano in un bosco dorato,
e io, deluso di non poterli percorrere entrambi
in un tempo, ed trovandomi solo, a lungo mi soffermai
a osservarne uno, spingendo lo sguardo fin dove
potevo, fin dove l'acciottolato piegava nel folto.

Infine mi decisi per l'altro, che mi pareva buono uguale,
ma che forse era per me anche più attraente,
perché si snodava nell'erba, ed era assai poco segnato;
sebbene, per questo, il passaggio li avesse
segnati quasi allo stesso modo, ed entrambi

in quel mattino, parevano correre uguali
sotto un letto di foglie ancora inviolato.
Oh, prima o poi avrei tentato anche l'atro sentiero!
Ma ben sapevo come al cammino segue cammino
e dubitavo che sarei mai più ritornato.

Questo dirò, con un sospiro, da qualche parte
altrove, anni e anni a venire, alla fine:
due sentieri si dipartivano in un bosco, e io -
Io presi tra i due il meno battuto, ed è questo,

questo ciò che fece tutta quanta la differenza.

 Robert Frost
(Versione Italiana di Marianna Piani)
 .

mercoledì 28 dicembre 2016

La spada nel cuore


Amiche care, amici,

è ormai lontano il tempo in cui la purezza degli ideali per cui avremmo voluto combattere ci sembrava indiscutibile e indiscussa. Oggi ogni bandiera, ogni ragione per cui vorremmo prendere causa si sembra irrimediabilmente contaminata, confusa in una rete di inestricabili interessi, e di inevitabili compromessi.
La grande potenza di annichilimento dell'individuo che posseggono oggi i nuovi mezzi di comunicazione e interazione, come i social, con la loro immensa dispersione dell'informazione, tale da conformare tutto in un vortice centripeto di entropia negativa, rende il tutto uguale al contrario di tutto, in una folle corsa all'omologazione totalizzante e totalitaria. La virtuale impossibilità, in questa nebbia, di distinguere una informazione e un concetto veri e verificabili tra quelle false, tendenziose e prive di fondamento, rende alla fine tutto grigio e uniforme.
Tuttavia io sono convinta più che mai che occorra resistere a questa deriva, che non è affatto inevitabile, ma che dipende in gran parte dalla forza delle nostre convinzioni.
È a tutto vantaggio del male il rendere tutto grigio e uguale, come abbiamo potuto purtroppo vedere nel caso delle elezioni americane e, prima, nella vicenda del Brexit. A un certo punto è stato impossibile controbattere alle falsità e alle menzogne con la forza dell'evidenza, della ragione e della logica. Perché il magma di informazioni aveva reso indistinta ogni evidenza logica, per giocarsi tutto sulla spettacolarizzazione, e sulla relativizzazione della verità.

Dove ogni verità è equiparata al suo contrario, alla fine, inevitabilmente, a vincere è la menzogna: la nostra avversità al razzismo e il nosro amore per la libertà NON SONO delle semplici opinioni da contrapporre alle ideologie razziste e totalitarie. La nostra fede nella Cultura, nella Scienza e nella Storia NON È un modo di pensare tra tanti, da equiparare ai fideismi ai complottismi e ai negazionismi che purtroppo guadagnano spazio sempre maggiore nel fasullo mondo dei social. La Verità rimane tale indipendentemente da quante falsità gli si possano contrapporre.
Per questo, più che mai, noi dobbiamo tenere salde e ben alte le nostre più care e importanti bandiere, non dobbiamo farci trascinare in questo gioco nel fango in cui chi più si lorda più ha la possibilità di vincere. Non dobbiamo farci sviare da chi ne rileva solo le macchie, gli errori, le imperfezioni: ogni bandiera, in battaglia, riceve schizzi di fango, a volte anche di sangue purtroppo.
La battaglia rimane nobile e necessaria, e non dobbiamo farci scoraggiare dalle sconfitte, ma da queste trarre invece nuovo vigore e nuovo motivo di lotta.

Vi lascio alla lettura di questi versi d'impegno e di convinzione. La spada gettata a terra è un gesto di stanchezza, di delusione, di scoraggiamento. Ma dentro di noi sappiamo che, comunque, sapremo ancora lottare per ciò cui crediamo.


Per voi, sempre, con tutto il mio amore.

M.P.





La spada nel cuore


Discese i gradini del tempio
uno per uno, numerando
nella sua mente i passi
che da quel Dio l'allontanavano.

Gettò lontano la spada, e questa,
compiuto in aria un arco che parve
infinito, ricadde sul granito
con un assordante breve clangore.

L'impatto dell'acciaio produsse
mille scintille, come una fucina,
brevemente illuminò il suo viso
e lampeggiò nello sguardo deciso.

La battaglia era conclusa,
e non fu, no, vittoriosa: produsse
soltanto dolore immenso, e invano
sparse sangue e innocente pianto.

Il mondo rimaneva ciò che era
sempre stato, iniquo ed efferato,
i giovani folli contro cui si lanciava
s'immolavano senza speranza

trascinando nel proprio gorgo
anime e corpi senza colpe evidenti.
L'Idea, il Regno per cui si batteva
era gravato di innominabili nequizie.

Eppure, aveva affrontato la morte,
e presto lo avrebbe fatto ancora,
per amore di quella sua bandiera
lacera, contaminata - ma vera.

 

Marianna Piani
Milano, 31 Marzo 2016
.

lunedì 26 dicembre 2016

"Insomnia" di Elizabeth Bishop


Amiche care, amici,

provo a riprendere una pratica che ho frequentato molto, fino a poco tempo fa, e che ho dovuto sospendere puttosto a lungo per motivi di tempo e di salute.
Si tratta di un esercizio in apparenza semplice, ma io lo ritengo fondamentale per la comprensione della scrittura poetica, e per arricchire il proprio bagaglio di ispirazione e di conoscenza. Io credo che nessuna scrittura poetica originale possa prescindere dai propri modelli, e dalla escursione in altre lingue, ovviamente se si ha la fortuna di maneggiarle con sufficiente familiarità. Senza alcun merito se non quello di essere nata in una famiglia che me ne ha fornito la possibilità fin da piccolina, io me la cavo nella lettura "fluent" di un certo numero di lingue europee, e questo mi ha aperto alla comprensione di mondi che altrimenti mi sarebbero stati preclusi. Infatti penso sia impossibile comprendere davvero poesie in lingue diverse dalla nostra se non sappiamo leggerle e comprenderle nella versione originale, magari aiutate da una traduzione a margine. E infatti soffro molto a non potermi accostare con altrettanta comprensione a grandissimi autori di cui non so decodificare la lingua, come Esenin, Szymborska, Hikmet...
Infatti la poesia è talmente legata alla lingua, alla parola, al suono, che la funzione della traduzione diventa delicatissima, a volte francamente impossibile.

In ogni caso, la lettura di testi poetici stranieri e il loro confronto/scontro con le possibili versioni nella nostra lingua è uno degli esercizi che più ci aiutano ad aprirci alla comprensione della poesia e dei suoi più intimi meccanismi.
Per questo mi piace condividere questo mio lavoro, anziché tenermelo per me, perché penso possa contribuire, anche magari solo per una minima parte, alla comprensione dell'arte poetica in generale. Poter accedere a più versioni dello stesso testo è di certo la via più agevole per entrare nel cuore vivo di una poesia e del suo autore, quando non sia nella nostra lingua madre.
In questo senso, ogni traduzione non è solo una meccanica trasposizione da un codice linguistico ad un altro, è invece una interpretazione, una ri-creazione, una proposta di conoscenza.

Ho pensato di iniziare in modo quasi casuale, partendo dal volume che ho in questo momento sul comodino accanto al letto. Una splendida, breve poesia di Elizabeth Bishop, una delle maggiori poetesse americane recenti (1911-1979), per qualcuno ispirata - un po' alla lontana - al celebre frammento di Saffo Le Pleiadi:

δέδυκε μὲν ἀ σελάννα
καὶ Πληΐαδες, μέσαι δέ
νύκτες, πάρα δ’ ἔρχετ’ ὤρα,
ἔγω δὲ μόνα κατεύδω

(Tramontata su me è la Luna,
e le Pleiadi, anch'esse sono svanite
a metà della notte, e le ore dileguano,
e io sono - ancora - nel mio letto sola)

Come sempre propongo la versione originale, seguita sempre dalla mia personale versione in Italiano.

Ho intenzione, diversamente che in passato, di pubblicare queste traduzioni direttamente nella timeline primaria del blog, e solo in un secondo tempo di trasferirle nella pagina tematica che gli compete. Le "pagine" sono quelle che ho curato in passato, per le varie lingue e, in alcuni casi particolari, per autore. Le riassumo qui per vostro agio:

Poesie in lingua Inglese
Poesie in lingua Francese
Poesie in lingua Spagnola
Poesie in lingua Tedesca
Antologia di Sylvia Plath
Antologia di Emily Dickinson
Chamber Music di James Joyce

Non posso al momento prestabilire una frequenza di pubblicazione, che dipenderà dalle mie residue disponibilità di tempo e di energie, ma curerò di renderla più regolare possibile, così da agevolare - se lo vorrete - la vostra frequentazione.

Per voi, amiche dilette ed amici, come di consueto, con amore.

M.P.


Elizabeth Bishop



Insomnia

The moon in the bureau mirror
looks out a million miles
(and perhaps with pride, at herself,
but she never, never smiles)
far and away beyond sleep, or
perhaps she's a daytime sleeper.

By the Universe deserted,
she'd tell it to go to hell,
and she'd find a body of water,
or a mirror, on which to dwell.
So wrap up care in a cobweb
and drop it down the well

into that world inverted
where left is always right,
where the shadows are really the body,
where we stay awake all night,
where the heavens are shallow as the sea
is now deep, and you love me.

Elizabeth Bishop




Insonnia

La luna sullo specchio dello scrittoio
pare spingere lo sguardo miglia lontano
(e forse con un certo orgoglio di sé stessa,
sebbene mai e poi mai sorrida)
e miglia e miglia, ben di là dal sonno, o forse
è tra chi scambia in veglia il sonno.

Disconosciuta dall'Universo,
gli ha risposto con il suo sprezzo,
e ha cercato una pozza d'acqua,
o uno specchio, su cui sostare.
Quindi, ora, avvolgi ogni affanno in ragnatela
e gettalo nel pozzo in fondo
 

a questo mondo all'incontrario
dove il sinistro è sempre destro,
dove l'ombra è di certo il corpo,
dove si veglia nella notte,
dove i cieli sono bassi quant'è profondo
questo mare; e dove tu mi ami.



Elizabeth Bishop
(Versione Italiana di Marianna Piani)
.

sabato 24 dicembre 2016

Come al tramonto le cime


Amiche care, amici,

scocca a volte così, in un istante, inattesa, la scintilla.
Ciò che è certo è che nel medesimo istante, la riconosciamo.
Basta un segnale, una vibrazione impercettibile, una sfumatura di colore, a darci certezza.
Nulla come il lieve arrossire delle guance di chi segretamente desideriamo può avvertirci del sorgere del desiderio da parte sua, nulla come il turbamento dello sguardo che sfugge al nostro può rivelarci un nascente sentimento, lo schiudersi di una soglia che fino a quel momento credevamo invalicabile.

E fu davvero tutto qui, racchiuso in un attimo, il primo incontro con chi ora credo amerò, riamata, per sempre.
Per narrarla, bastano pochi semplici versi.

Per voi, amiche dilette e amici, con amore, sempre.

M.P.







Come al tramonto le cime


Arrossisti, come solo tu
sai fare, le guance candide

si mutarono in petali rosa.

Inavvertitamente avevo sfiorato
con una mano il tuo seno, teso
sotto la seta della camiciola.

Tu ti ritraesti, e fu allora
che arrossisti. E da quel rossore
seppi che il tuo mondo ora

era un cielo aperto, un mare
in cui salpare alla ventura,
un'onda che preda e trascina

al largo, lontano, laddove
nulla più conta, se non il cuore.
E fu da allora che questa donna,

incantata, fu tua.



Marianna Piani
Milano, 29 Marzo 2016
.

mercoledì 21 dicembre 2016

L'uomo di carta


Amiche care, amici,

conclusa la mia avventura con il ciclo di quattordici sonetti che ho appena finito di pubblicare, dopo una breve pausa di riflessione, riprendo a pubblicare i miei testi e a sottoporli alla vostra attenzione.


Come molti di voi sanno, amo la narrazione. Il mio lavoro, quello che mi dà da vivere, consiste proprio nel raffigurare una narrazione attraverso le immagini, sia che si tratti di singole illustrazioni o di sequenze narrative come in uno story board.
Naturalmente per me, nella scrittura, e in quella poetica in particolare, non mi sento meno attratta dalla narrazione, o dallo "story telling", come direbbero gli anglofoni, o gli anglofili.
Naturalmente in questo caso la narrazione segue leggi diverse, che con la realtà e la rappresentazione di essa ben poco hanno a che fare, quanto piuttosto accostarsi alla dimensione onirica, al libero gioco delle parole come particelle di significato in libera associazione - e dissociazione - e ai ritmi e alle vibrazioni dei suoni e delle loro armonie e dissonanze.
Qualcuno ha definito "surreale" questa canzonetta per immagini, tuttavia io non credo sia una definizione significativa, in poesia. Nel discorso poetico non esiste concetto di realtà, irrealtà, o  surrealtà. La parola poetica costituisce in sé il proprio codice generativo e - appunto - la propria realtà: la parola poetica non rappresenta, semplicemente presenta.

Vi lascio, come sempre, alla lettura, amiche dilette e amici, con amore.

M.P.





L'uomo di carta

L'ho incontrato quel giorno
che ero in ritardo, dalle parti
della stazione, l'uomo
di cartavelina, e indispettita
me ne sono subito innamorata.

Pensoso, lieve, fine,
sgualcito appena un poco,
seguiva il corso del vento
come fosse il suo intento,
a volte, per breve tratto, volava.

Mi guardò, con lo sguardo
più melanconico e triste
che avessi mai incontrato,
incredulo che al mondo
qualcuno di lui s'avvedesse.

Nonostante fosse mattina,
e i fringuelli impazzassero
nei cortili fino dall'alba,
pure io ero triste, perduta
sulla mia cagionevole strada.

Lui, che visto di sfilo
di fatto alla vista scompariva,
e che al tocco della mia mano
irrimediabilmente si sarebbe
gualcito, mi sorrise, inaspettato.

O almeno così credetti,
interpretando quale sorriso
quella increspatura sul bordo
del suo profilo, come
un impercettibile strappo.

Egli si girò verso di me
con il suo largo viso, ora di fronte,
pallido e sottile, quasi
traslucente, che mi parve
così dolce, e certo onesto.

Non disse nulla, forse
non ne aveva il fiato, la voce
non usciva, se non quel fruscio
lieve, come una brezza
tra le foglie a primavera.

Trasse di tasca una matita,
ridotta appena a un moncherino,
guardandomi ora negli occhi
con una muta malinconia, scrisse
sul proprio cuore una parola.

Poi si girò ancora,
e una folata improvvisa
(poiché era Marzo, infine)
lo colse e me lo portò via.
Ebbi appena il tempo

di scorgere quella parola
compitata sul suo cuore
un poco sciupato, di carta fina,
ma che pulsava ardore:
era il mio nome: Mariannina.



Marianna Piani
Nebbiuno, 23 Marzo 2016
.

domenica 11 dicembre 2016

Le solitudini e i luoghi - XIII e XIV


Amiche care, amici,

concludo oggi la pubblicazione questa raccolta di 14 sonetti, scritti al modo classico, un piccolo cimento che si è risolto per me in un viaggio affascinante e denso di scoperte, di emozioni e di intuizioni. Come avviene sempre quando si impegna la via della scrittura poetica. La poesia, come recita la citazione di Pound in testa a questo stesso blog, è uno strumento d'indagine.
Concludo - e qui vi lascio, con queste due ultime e - in un certo senso - ultimative composizioni, che accostano il senso cosmico della natura alla voce del canto poetico: il senso finale di tutta la raccolta e, in fondo, di ogni mio tentativo di scrittura.

Per voi, amiche dilette e amici, come sempre e più che mai con amore.

M.P.






Le solitudini e i luoghi



XIII
Astra


Venne, in fine, la notte, e vennero i sogni
come un pulviscolo mobile sopra i prati
le alture le case i colli gli amanti e ogni
fugace carezza di amori consumati
oppure solo sognati. Vennero stelle
a raccolta, come balenanti fanciulle
a un ballo di debuttanti, con le più belle
a far da corona alla luna, e sulle
colline scure gli ultimi fuochi del giorno
a far delle nubi mura d'un incantato
maniero, e delle cime dei pini intorno
arditi pennoni. Sto supina sul prato
contemplando quell'arco di cielo adorno
di falene lucenti, così, in quel creato
mi perdo, piccolo corpo nell'infinito.



XIV

Poesia

Giunge dal nulla, inspiegata scintilla,
oppure è la voce della follia,
oppure è l'effetto di qualche stilla
di farmaco, o droga, o della mia
solitaria desolazione: viene,
nuda si posa sulla nuda mia spalla,
con levità prodigiosa, contiene
l'intero Universo, come una farfalla.
Non mi soccorre, e non mi consola,
in nulla lenisce il mio dolore,
non mi rende il suo canto meno sola.
Giunge, e m'inonda, con quieto furore,
a pena colgo parola a parola
- fiotto di vita, e lo intaglio nel cuore.


Marianna Piani
Milano, 21 Marzo 2016
.

mercoledì 7 dicembre 2016

Le solitudini e i luoghi - XI e XII


Amiche care, amici,

penultimo appuntamento con la mia raccolta, con due composizioni d'amore,
d'ispirazione esplicitamente erotica, come evidente già nel titolo del secondo sonetto.
Il sonetto da sempre è la forma poetica con maggiori implicazioni con il discorso amoroso; non so bene se per i secoli di tradizione, o per una sua particolare intrinseca e concentrata musicalità, forse non c'è modo più efficace in poesia per esprimere la sensualità e l'emozione del sentimento - e dell'atto - d'amore.
In questi due "pezzi" ho ricercato scientemente una tessitura armonica e musicale particolarmente intensa con l'uso ampio di rime, assonanze, allitterazioni dentro una metrica piuttosto rigorosa sulla base endecasillabica che è un po' lo sfondo di tutta la raccolta.

Vi lascio alla lettura, amiche dilette e amici, come non mai, con amore

M.P.






Le solitudini e i luoghi



XI
Femina


Mi passò accanto, la fiera figura
eretta, avrei detto quasi altezzosa,
senza degnarmi uno sguardo, la pura
bellezza d'una sorgente radiosa.
La chioma era una fiammata d'aurora,
le vaste pupille erano distese
di vergine neve, la fronte più chiara
delle messi di giugno, palese
il riserbo nell'imbronciato sorriso,
prezioso in quelle labbra rubino
come lapilli di lava sul viso.
L'adorai, sognai in quel seno divino
d'affogare il respiro, e in quel paradiso
bramai immolare il mio intero destino.




XII

Eros
 

E una dolce sera apristi, inattesa,
a me il tuo fiore, il giglio, la rosa
orgogliosa, preziosa, odorosa,
e io, ammaliata, fui subito presa.
In quei petali immersi, inebriato
il mio bacio, come un'ape, cercando
il tuo nettare d'oro, nel profondo
segreto, e lo bevvi d'un solo fiato.
Le tue mani vibrarono febbrili
sul mio dorso come ali di cigno,
o di angelo umano, così gentili
da parere generate da un sogno;
m'avvinsero le tue spire, fatali,
e il mio cuore serrasti nel tuo scrigno.



Marianna Piani
Milano, 15 Marzo 2016
.

sabato 3 dicembre 2016

Le solitudini e i luoghi - IX e X


Amiche care, amici,

siamo al quinto appuntamento della raccolta, con due sonetti di argomento strettamente urbano, entrambi giocati sul filo di quel mix di malinconia e disperazione che è proprio di questi luoghi.
Il primo è una riflessione durante una passeggiata in centro, mentre la superficiale vitalità del traffico cittadino stride in contrasto con una invincibile solitudine interiore, una estraneità a momenti quasi dolorosa, proprio mentre invece ci si vorrebbe confondere e scomparire nella folla.
Il secondo è il racconto, quasi cronachistico, di un evento purtroppo non insolito per chi frequenta il trasporto pubblico underground.

Vi lascio alla lettura, amiche dilette e amici, come di consueto, con amore.

M.P.







Le solitudini e i luoghi
 



IX
Città

Ora mi fermo. A lungo ho vagato
perdendomi in queste vie affollate.
A lungo, ostinatamente ho cercato
le ultime tracce di me stessa, appannate.
Svanito il cuore, svanita la mente,
sola rimane di me sul selciato
l'ombra violacea, e l'evanescente
figura riflessa sul cristallo dorato
delle vetrine, tra ninnoli e oggetti,
visioni di una bellezza apparente,
seduzione di vanità e di effetti.
Ritornerò al mio mondo, finalmente,
nella inquieta dolcezza dei miei affetti,
via da questo vuoto, da questo niente.




X

Thanatos

Accadde a Marzo in un qalche mattino:
con tedio oscillavo appesa alla barra
della vettura, a Cadorna, o vicino
Cairoli, e qui fummo fatti scendere a terra.
Presto sapemmo che un ardente destino
si era compiuto sui binari, più avanti.
Era giunto puntuale il primo treno,
a falciare una vita e i suoi sogni infranti.
Molti andarono in fretta in cerca d'un mezzo,
altri sbuffando indugiarono in banchina,
tutti quanti percepirono il prezzo
d'una morte così tanto vicina.
Io per un istante ammirai il disprezzo
di quella ragazza in faccia alla fine.



Marianna Piani
(Marzo 2016)
.

mercoledì 30 novembre 2016

Le solitudini e i luoghi - VII e VIII


Amiche care, amici,

vi propongo, come da programma, il quarto appuntamento con la mia raccolta di composizioni in omaggio alla antica forma poetica del sonetto.

In questo caso si tratta di due immagini a contrasto: da una parte la solitudine claustrofobica e confinata della propria stanza, del proprio letto, dopo una delusione d'amore, e un abbandono, o anche semplicemente una pertenza o una assenza prolungata della persona amata. Dall'altra la solitudine mitica e mistica di una alta cima dolomitica, quale ho frequentato in passato con passione e - diciamolo - una buona dose di ardimento, o forse piuttosto di presunzione.
Da una parte una solitudine oggettiva, chiusa in sé, dall'altra una solitudine metaforica e metafisica, aperta alla conoscenza, e in aperta sfida con i miei limiti.

(Anche in questo caso, al numero VIII, un sonetto ipermetrico con chiusa in distico, in coda, ma con un solo verso aggiunto.)

Amiche dilette, amici, grazie di cuore per seguirmi in questa piccola avventura di parola e memoria.

Con amore

M.P.







Le solitudini e i luoghi



VII
Giaciglio

Lei, stremata dalla amara giornata
sguscia dall'abito nero, si lascia
precipitare nel letto avvinghiata
all'oblio, ma un disagio le cresce
dall'anima fino a lederle il cuore:
non è più lei ora, la donna ferita,
su quelle coltri, è solo il dolore
che oltraggia la sua mente sfinita.
Quel vuoto che le nega il calore,
quello spazio deserto al suo fianco,
quel desolato silenzioso candore
di lino, i guanciali ornati a ricamo
senza quel volto su di essi posato,
è come sentirsi morire pian piano.


VIII
Vetta

Incantata, la giovane mente che muove
il giovane cuore, contempla l'ardita via
ancora inviolata, com'è inviolato il suo ardore;
la donna che ospita il cuore adagio s'avvia.
Respirare costa fatica, e muovere i passi
su quelle pietre taglienti, in bilico al cielo,
è un greve cimento, e forse è folle provarsi
ad oltrepassare sé stesse, oltre il velo
che acceca gli occhi nell'aria più e più rarefatta,
con i piedi che si fanno più grevi dei massi,
e il sole che attende spietato la sua disfatta.
Ma per quanto sia aspra e dolorosa la strada
ciò che attende la donna, nonostante l'opporsi
di ogni ragione, è quella spoglia e rada
vetta, pura e affilata, vergine spada.



Marianna Piani
(Marzo 2016)
.

sabato 26 novembre 2016

Le solitudini e il luoghi - V e VI


Amiche care, amici,

come da programma, ecco per voi il terzo appuntamento con questa mia raccolta, tutta centrata sulla forma del sonetto classico, sposando in qualche modo la tradizione italiana - millenaria - e quella inglese, da Shakespeare e dintorni in avanti.
Questa forma non è stata in realtà mai abbandonata, neppure da Autori moderni e contemporanei, la cui opera è per altro in esplicita contrapposizione con le accademie del loro tempo. Questo dimostra la vitalità inusitata di questa forma, nobilissima ma per nulla restia a "sporcarsi le mani", per così dire, con la modernità. La sua forza sta nella sintesi e concentrazione cui costringono quei quattordici versi, sia nella scrittura che in lettura, nella sua mirabile eleganza e  perfezione formale (quando ben riuscita, si capisce) unita alla sua straordinaria musicalità, senza però abbandonarsi alla emotività pura della canzone.

Le due composizioni seguenti, abbandonati per il momento i luoghi della Natura, sono due composizioni che potrei definire "urbane". La città è il luogo della solitudine per eccellenza: proprio qui, tra la folla, o invece quando quella stessa folla lascia quei luoghi - nel cuore della notte - deserti, si percepisce più forte il senso della propria povera, umanissima, disperata solitudine.
Il quinto della serie, "Pioggia", è un sonetto un poco "anomalo", come avrete notato, in quanto si sviluppa in 16 versi anziché i canonici 14. Naturalmente per me le ragioni del senso, del contenuto emotivo e della narrazione sopravanzano quelle della forma, e possono, all'occorrenza, forzarla. Ma se non si vuole far "esplodere" la forma canonica in qualcos'altro, che sonetto non è più, occorre prendere qualche precauzione, in questo caso si tratta di una chiusa in distico, così da preservare l'architettura dei 14 versi, con la semplice "aggiunta" - per così dire - di un transetto coerente in sé, senza interrompere l'armonia della navata centrale.

Amiche dilette e amici, vi lascio alla lettura, con immensa gratitudine per la vostra presenza, affettuosa e costante, e, come sempre, con amore.
M.P.






Le Solitudini e i Luoghi

 


V
Pioggia
Battito lieve sul vetro e sull'imposta,
le vetture tracciano scie fruscianti
di pulviscolo e schiuma, costanti
passaggi di anime spese, senza sosta.
Quella ragazza, laggiù sulla via
si ripara sotto un pergolato,
gelata, la pioggia sull'incarnato
del bel viso scava malinconia.
I sandaletti leggeri non sono
adeguati a guadare da quel lato
di strada fino al portone vicino
di casa, e alla salvezza. Indugia:
un poco piangendo sulla sua sorte
d'amata, un poco lasciando la pioggia
scendere adagio sulle bianche gote.
Lei e quella strada, deserte e immote.


 

VI
Notte

Una nebbia candida, opalescente,
come uno scialle di seta e di neve
avvolge la piazza, e il viale, e imbeve
lo sguardo e il respiro di umida quiete.
La notte è già greve, eppure v'è luce
più che un coltivo a maggio, o così pare.
Ogni suono si scorpora e muore
in questo strano fulgore, e ogni voce.
Sostare in mezzo a quel nulla apparente
ad ascoltare il silenzio che sprofonda
il mondo in un torpore incosciente.
Lasciare sorgere il canto che esonda
dal cuore pervaso, in quest'aura dolente,
da un ardente brama di pace - e d'ombra.


Marianna Piani
(Milano, 4 Marzo 2016)
.

mercoledì 23 novembre 2016

Le Solitudini e i Luoghi - III e IV



Care amiche, amici,

terzo e quarto "sonetto" delle collana che avevo iniziato a proporvi la settimana scorsa.
Come dicevo, saranno quattordici composizioni legate da due tracce comuni: da una parte la forma, sono infatti tutti "sonetti classici", dall'altra la tematica, tutta ispirata ai luoghi della mia infanzia e adolescenza, che sono rimasti nella mia esperienza lo specchio della memoria e della mia anima profonda. Ho intitolato la collana alle solitudini che in questi luoghi mi hanno sempre accompagnata, anche quando mi ci inoltravo (e mi ci inoltro) in compagnia di qualcuno, amica amico o amante. "Solitudini" e non "solitudine", perché ogni luogo offre una sua propria solitudine, da vivere e assimilare.

In questa raccolta ho voluto utilizzare con una certa larghezza rime ed assonanze, secondo gli schemi e i canoni classici della versificazione, ovviamente su una predominanza metrica dell'endecasillabo.
Non amo moltissimo la rima, una delle caratteristiche formali di cui più efficacemente la prosodia moderna ha saputo liberarsi. Questi appuntamenti essenzialmente fonetici mi sono sempre apparsi dei vincoli "scomodi" allo scorrere libero del pensiero, all'espressione piena dell'emozione.
D'altra parte sapete come consideri il "verso libero" un modulo ormai largamente superato, a disposizione più che altro di quei dilettanti che immaginano di far poesia semplicemente andando a capo dopo due, tre o più parole di un fraseggio che rimane - quando va bene - ineluttablimente prosastio.
La rima, come il metro, in questo aiuta, anche se ovviamente non risolve un bel nulla: un verso poeticamente mediocre o nullo, rimane mediocre o nullo anche se metricamente "perfetto".
La rima in questo è la più insidiosa delle formule: occorre una straordinaria abilità (e talento, e urgenza di espressione) per evitare l'effetto "vispa Teresa" o, quando va bene, il "finto antico".
Ma in questo caso io desideravo che il mio "omaggio alla forma" fosse pieno e senza compromessi, e quindi la rima era inevitabile. Naturalmente ho lavorato su questo con tutta la libertà e intensità che pa prosodia contemporanea ci mette a disposizione. Il linguaggio è antico, antichissimo, ma gli strumenti sono moderni, attuali. In fondo anche questa una sfida nella sfida.


Alla fine è stata devo dire un'esperienza impegnativa ma esaltante. La mia compagna è una musicista (e di gran talento, un bacio cara!), e mi ha più volte raccontato della sua esperienza nel comporre un pezzo, con tutti i vincoli e le scelte tecniche, formali e di linguaggio che questo comporta, scegliendo tra tonalismo e atonalismo, elaborando la melodia (l'idea) in un tessuto armonico, ritmico e timbrico coerente ed espressivo.
Nello scrivere questi versi, ho potuto comprendere come non mai la straordinaria magia del suo lavoro.

Grazie per essere con me, amiche dilette e amici, vi lascio alla lettura,
con amore

M.P.






Le Solitudini e i Luoghi


III
Cielo

Foglie d'erba come un umido bacio
m'avviluppano le spalle, e le braccia,
una formica sul piede va a caccia
dei suoi semini, o del proprio coraggio.
Sotto di me sento premere il maggio
orgoglioso di vita e l'onda verde
della giovinezza che si disperde
nel soffio di brezza che spira sul poggio.
E mi sovrasta una volta di luce
così cobalto che quasi m'opprime,
e il volo bizzarro d'un corvo conduce
lo sguardo e il pensiero fino al confine
del cielo col prato, fino alla voce
di un canto che va già oltre la fine.


IV
Foresta

Il sentiero s'insinua tra le betulle
e le felci, così il mio cuore procede
passo passo, sorretto dalla fede
nella propria saldezza, sale sulle
memorie come il torrente che erode
pietra su pietra, sasso dopo sasso,
il crudo granito; ma ora, e adesso,
attorno a me è l'abetaia che esplode.
Tra i rami lampeggia un pallido sole,
pulviscolo fine fluttua nei raggi,
un picchio isolato chiama l'amore.
Io che svago da tempo in quei paraggi
tra amore inespresso e amore negato,
attendo che il folto si spalanchi al creato.



Marianna Piani
Marzo 2016


sabato 19 novembre 2016

Le Solitudini e i Luoghi - I e II


Amiche care, amici,

mi piace, di quando in quando, comporre quello che si potrebbe chiamare un "ciclo", o una collana, cioè una serie di composizioni nate quasi di seguito una all'altra e legate da un filo sottile non solo di coincidenza temporale, ma anche per ragioni tematiche, e, perché no, puramente formali.
L'ho fatto diverse volte in passato, e qui potete trovare pubblicate diverse di queste collezioni (l'ultima in ordine di tempo è stata "Epifanie e Cosmogonie", finita di pubblicare ai primi di Aprile di quest'anno).

In data quasi coincidente, iniziai a scrivere una nuova collezione, dedicata principalmente alla forma poetica da me preferita in assoluto, il sonetto.
Io non parto mai dalla forma, al momento in cui una composizione urge di essere scritta, lascio fluire le parole e i versi, e sono essi stessi alla fine ad organizzarsi, senza quasi un mio intervento "cosciente", nella forma che risulterà poi alla fine.
Intendiamoci, non parlo qui di "verso libero", che personalmente ritengo largamente superato. La "forma poetica" per me è l'equivalente della tecnica che consente all'artista, in ogni pratica artistica, di esprimersi: la capacità di mescere e stendere i colori sulla tela, o la maestria nel padroneggiare uno strumento musicale e la scrittura sul pentagramma, o la conoscenza approfndita di uno strumento di CGI. Il "contenuto" poi può essere astratto, informale, concettuale, d'avanguardia, ma non può prescindere da una tecnica  realizzativa o esecutiva raffinata da anni di esercizio e di lavoro, senza la quale ne risulterebbe solo un guazzabuglio informe, privo di possibilità di comunicare alcunché, alcuna emozione, a nessuno.
Ogni composizione poetica, intendo dire, per me "contiene e custodisce" la sua forma, un poco come per Michelangelo ogni blocco di marmo "conteneva e custodiva" dentro di sé la figura, la forma organica che l'artista, a suo dire, si limitava a liberare.

In questo caso invece ho lasciato che per una volta fosse la "forma" stessa a generare l'ispirazione, desideravo esplicitamente comporre un omaggio a questa nobilissima e antica forma poetica, che nella prosodia Italiana rimane forse la più importante e largamente praticata, dalle origini ai nostri giorni. Tradizionalmente il sonetto è la forma della poesia d'amore quasi per definizione. Io invece ho voluto creare un incontro tra questa forma armonica, equilbratissima, elegante e i luoghi in cui la mia memoria e la mia mente amano indugiare.

Naturalmente, caratteristica di ogni operazione del genere è che ogni singola perla della collana ha un suo ruolo preciso, una sua solidità e compiutezza in sé, ma acquista il suo vero senso e significato solo nel momento in cui si presenta nella sua interezza, come una collana appunto.

Io qui tuttavia, per motivi pratici e per non travalicare i limiti imposti dal mezzo di pubblicazione, farò come ho fatto nelle altre occasioni analoghe: pubblicherò via via due brani per volta (due, per mantenere almeno in nuce il loro aspetto collettivo), anche per darmi il tempo di passarli man mano in revisione - lavoro che come molti dei miei lettori più affezionati sanno io ritengo indispensabile prima di pubblicare alcunché - e solo alla fine affiderò a un'unica pagina l'intera collezione, ripubblicandola a parte come corpo unico.

Si tratta dunque di sonetti in forma (quasi) classica, alcuni "caudati", con schema rimico variabile, e in numero totale di 14 (e anche questo numero, come sapete bene, non è casuale, ma rinvia alla stessa forma), e un poco alla maniera inglese, senza interruzioni strofiche.
Vi anticipo qui i titoli, per darvi già da ora l'idea dell'insieme:


I - Mare
II - Lago
III - Cielo
IV - Foresta
V - Pioggia
VI - Notte
VII - Giaciglio
VIII - Vetta
IX - Città
X - Thanatos
XI - Eros
XII - Femina
XIII - Astra
XIV - Poesia

Se vorrete seguirmi in questa "passeggiata nei boschi poetici" (per parafrasare il titolo del celebre volumetto di Umberto Eco) ne sarò felice, e vi starò accanto in silenzio, sperando di cogliere di ritorno qualche vostra emozione.

Con amore, sempre

M.P.






Le solitudini e i luoghi




I
Mare


Come corre leggero il maestrale
sopra le creste piumate dell'onde,
e la amara visione mi confonde
eretta, lì, sulle labbra del mare.
Esausta di sole, come sul ponte
d'una nave esausta il nocchiero,
lo sguardo si spinge lontano, fiero
va oltre la linea dell'orizzonte
Scuoto i capelli agitati, ombrosi,
li lascio fluire fin sulle spalle,
e lascio ai piedi fluire i marosi.
Contemplo le nubi che chiamo sorelle,
ammiro i gabbiani volare da soli,
apro le ali - e miro alle stelle.


II
Lago

Ondeggia il remo, e ondeggia il battello,
ondeggia la Rocca nel proprio riflesso,
ondeggia l'airone, raccolto in sé stesso,
veleggia il pensiero a volo d'uccello.
Schiudo gli occhi e mi arrendo, adesso,
alla visione dell'acque distese
a valle, appagate, tutte comprese
nel loro sospiro lacustre, sommesso.
Una lieve foschia vela il sole
che nasce indeciso dietro le alture,
così vela il ricordo le mie parole.
Osservo il villaggio e le sue mura
di pietra e di vita vetusta, l'ardore
di questa quiete impietrita mi rassicura.


(Marzo 2016)
Marianna Piani

(Segue)
.

mercoledì 16 novembre 2016

Un fardello



Amiche care, amici,

dopo una lunghissima assenza dunque, amareggiata ma vogliosa ancora di vita, riprendo a pubblicare qui, per voi, e per me, stille della mia esistenza.
Per adesso, poiché la stanchezza è ancora infinita, lascio spazio alle nude parole, così come le avevo tracciate mesi fa (che paiono millenni a me ora), alla narrazione, e alla vostra immaginazione, senza particolari introduzioni o chiose o ripensamenti.

Per voi, dilette e care amiche, e dolcissimi amici, con amore, come sempre

M.P.




Un fardello


Corre la giovane, greve
sul campo di neve,
con sé reca un fardello
legato da un fiocco.
Il gelo attorno vince
sulla memoria, sulla storia.
La giovane piange
lacrime agre,
che sono subito ghiaccio.
Nessuno nel mondo
pare curarsi di lei,
nessuno coglie il momento
di questo dolore
così intenso
da non parere dolore
pur non giungendo
ancora al rancore.

Tutto il dolore del mondo
non è così greve
come questo fardello
che ella trascina
in mezzo alla neve.
Il fiato, ansimato
e a momenti quasi gridato,
nell'aria condensa
in piccoli brevi vapori.
Altro suono, altro rumore
non c'è, salvo
lo scroscio dei passi
e il tenue schianto
del cuore.

La foresta, il rifugio,
la promessa d'una salvezza
è lontana, è oltre per miglia,
oltre la tundra,
oltre quella distesa
di bianco motoso
e stecchiti cespi di bosso.
Ella guarda ai suoi piedi
trascorrere il suolo
confuso di pietrisco
e marcito fogliame,
e l'ombra sua vagante
che frulla come un'ala
vogliosa di prendere il volo.

Non c'è modo
di alleviare l'affanno
di quel correre che pare
sempre più vano,
non c'è modo neppure
di accordare il perdono
al danno, all'inganno,
che ha lasciato dietro di sé
dentro il suo affetto
e dentro il suo corpo
tali detriti da rendere
ogni procedere più impedito
e contorto. E non c'è modo
di abbreviare di un nulla
quel lungo, penoso,
accidentato percorso.

Alla giovane donna rimane,
svanita ogni illusione
e con essa ogni speranza,
solo la fede
nelle residue sue forze,
e l'ostinata costanza.
Ben sa che mai potrà
liberarsi del fardello
che si porta sulle spalle,
nemmeno un Dio, di certo,
di ciò potrà mai liberarla.
Lei sa solo che se reggerà,
se non cadrà sfinita,
la bocca colma di neve,
appena due passi prima
della finale salita,
allora potrà infine trovare
una sosta, lei e la sua sporta,
che nel frattempo si sarà fatta
più densa e più greve -
e più lucente -
di una stella morente.

E potrà dire,
prendendo fiato per un istante
di aver vissuto,
pienamente.


Marianna Piani
Milano, 10 Marzo 2016
.

lunedì 14 novembre 2016

La Nuit américaine



La Nuit américaine



ovvero
Miserabile fine del sogno americano



Care Amiche, amici.
Dopo una lunghissima assenza, dovuta a seri motivi di salute, ritorno nel mondo dei vivi, con poco entusiasmo devo dire, ancora incerta e frastornata, con scarse riserve d'energia, ancora tutte da ricostruire, e lo trovo cambiato. Nel peggior modo possibile. Nel peggior modo in cui avrei mai pensato di ritrovarlo.

È tutto già accaduto: in questo periodo non ho potuto accostarmi a computer o smartphone, e non ho potuto quindi seguire l'evoluzione degli eventi, che avevo lasciato con un certo ottimismo, anche se stemperato da un timore sotterraneo, una angoscia sorda e insistente, che per quanto facessi non riuscivo a ricacciare indietro, quando affiorava. Imputavo questo malessere al mio stato di salute, già traballante, e invece ora so che si trattava di una percezione lucida, una razionale premonizione, non di una paranoia, ma di un ragionamento, basato su fatti che erano davanti agli occhi di tutti, e si erano manifestati chiaramente già con la vicenda della disgraziata Brexit.

Ebbene, questo è accaduto mentre ero lontana: un individuo spregevole è stato eletto, democraticamente, legalmente, indiscutiblmente, e anche con un largo margine, al capo di quella che è considerata la prima potenza mondiale, la prima economicamente tra i Paesi Occidentali, la prima a livello mondiale per armamenti, la prima potenza nucleare, modello e leader industriale, politico, e anche culturale dell'intero mondo occidentale.
Un individuo che della propria spregevolezza non ha mai fatto mistero, anzi, ne ha fatto suo unico programma ed ideologia, non mancando alcuna occasione per rivendicare pubblicamente con clamore e orgoglio il proprio essere tale, questo, e null'altro che questo.
Una moltitudine di individui quindi sono usciti di casa, ai primi giorni di Novembre, sono sciamati ai seggi, e hanno serenamente sottoscritto il loro voto a questo stesso individuo, riconoscendo implicitamente o esplicitamente il suo messaggio, la sua immagine, le sue idee, come le loro.

Questi, detti con estrema semplicità, i fatti. Al di là di ogni analisi, di ogni sterile discussione, di ogni motivazione di fondo, di ogni errore degli avversari, di ogni tentativo di giustificazione o di recupero a una impossibile "normalità". Un individuo spregevole è da ora al vertice del potere in una Nazione di immenso peso politico, economico e militare. Nulla di meno "normale".
Ma questo in fondo è il paradosso della Democrazia. Il meccanismo, in certe condizioni storiche, si inceppa, e anzichè servire per selezionare un modello esemplare e autorevole in una certa Società per assegnagli il compito di leadership, così come era la sua funzione originale, pare rivolgersi a distillare la espressione peggiore, più ignobile, di questa stessa società. Non a caso, da sempre i nemici più giurati del sistema democratico si ingegnano in ogni modo a sfruttare i meccanismi di questo stesso sistema per raggiungere il loro obbiettivi di potere. Di solito gli "anticorpi" del sistema riescono ad arginare, isolare e neutralizzare questi tentativi. in alcune situazioni però, questi anticorpi si indeboliscono, o addirittura soccombono a quello che potrei definire per analogia un po' azzardata, come l'AIDS delle democrazie avanzate: il populismo demagogico.
Una autentica reazione autoimmune che può portare alla autodissoluzione dei tessuti politici e sociali di una democrazia.
Intendiamoci, si tratta di un virus che colpisce anche a sinistra, e con pessimi, a volte drammatici risultati. Ma è a "destra" (per semplificare utilizzo categorie politiche piuttosto stantie ormai) che trova la sua massima espressione e virulenza, richiamando i più bassi istinti delle masse, in particolare di quelle più deboli e esposte dal punto di vista culturale.

Comunque sia, i sinceri e convinti democratici, quale io mi pregio di essere, si trovano del tutto inermi in situazioni come queste: lo Spregevole Individuo infine è stato eletto, democraticamente, legalmente, in un certo senso cristallinamente, "a furor di popolo", e noi che potremmo mai dire che non smentisse la nostra stessa idea di democrazia, i nostri Princìpi primari? Dobbiamo inchinarci, a quel "popolo sovrano" e accogliere lo Spregevole Individuo come Capo Supremo del nostro ordinamento. Protestare? Far sentire la propria voce? Facciamolo pure. Ma ciò non toglie che lo Spregevole entra trionfalmente nelle Stanze del Potere, e ora dipenderà solo da lui se, come e quando la rovina potrà abbattersi su di noi. Poichè non si tratta i una "Repubblica delle banane", insisto, ma della Nazione più importante, in tutti i sensi, del mondo occidentale.
Da democratici convinti, non possiamo opporci al risultato di una elezione democratica. Oppure invece dovremmo farlo? Il "popolo", un certo popolo, ha espresso a maggioranza il proprio leader. Ma la Storia insegna che il popolo non è garanzia di giustizia, equità, ordine e - appunto - democrazia. Non sono stati propriamente meccanismi democratici a portare Mussolini e Hitler al potere, ma non vi sono dubbi che entrambi, in un modo o nell'altro, godessero di un altissimo consenso popolare. Così come molti altri autocrati e dittatori della Storia, specialmente agli inizi della loro parabola politica.
Dovremmo imbracciare le armi e cacciare lo spregevole dal Palazzo prima che costui faccia troppi danni? Mettiamo per assurdo che lo facciamo, e che ci riusciamo. E dopo? Come potremmo ripristinare un processo democratico se noi stessi lo abbiamo negato con la violenza e la prevaricazione? Ha differenza se tale prevaricazione viene esercitata per motivi che riteniamo nobili e giusti? Forse anche sì, ma quanto ci vorrebbe per ricucire il vulnus arrecato ai nostri stessi princìpi?

Dobbiamo accettare il "verdetto", non possiamo fare altro.
E prepararci per una lunga, intransigente, faticosa opposizione.

Lo spregevole intanto ride felice, noi piangiamo. Ci hanno insegnato anche a rispettare le persone, gli elettori, i cittadini, i nostri simili che hanno espresso un voto, fosse anche diametralmente opposto al nostro pensiero.
Ma davvero dobbiamo farlo, anche in questo caso estremo?
Io in tutta sincerità non mi sento di farlo. Il messaggio trasmesso è chiaro e inequivocabile, con il pregio della schiettezza che hanno in comune questi personaggi, non poteva essere frainteso, con tutto il suo contenuto di razzismo, misoginia, omofobia, xenofobia, machismo, culto della forza, della ricchezza e del potere. Chi ha votato sapeva per chi e per cosa stava votando, nella maggioranza dei casi, e votando ha sottoscritto questi contenuti. Anzi, direi che si aspetta ora dei risultati tangibili per questa specie di programma, allo stesso tempo vago e netto.
Per questo, pur nel rispetto dell dettato democratico, io non me la sento di "rispettare" le persone che hanno promosso, sostenuto e infine affermato questa candidatura.
Io disprezzo queste persone.
Chi elegge a proprio leader un individuo spregevole sulla base di convinzioni spregevoli non può avere il mio rispetto. Questo non mi può essere chiesto.

. . .

Da poco è stato l'anniversario degli attentati di Parigi.
Come scrissi in quell'occasione, il sentimento che mi ha colto per quegli avvenimenti terribili è stato dolore, sbalordimento, pietà, ma non paura, mai paura. Perché sono consapevole che proprio sulla paura delle persone fa leva il terrorismo per i propri fini (di potere, in ultima analisi, tanto per cambiare). E perché se si ha da combattere per le proprie convinzioni primarie, come Libertà e Giustizia, io sono pronta a combattere, a rischio della vita, se necessario. La paura non serve a nulla altro che a rafforzare i nemici giurati della nostra cultura.
Invece, l'esito di queste elezioni mi ha angosciato e prostrato profondamente, e in questo caso sì, confesso, provo paura.
Non solo per gli effetti ora possibili su cinquant'anni di lotte e conquiste sui Diritti Civili, non solo perché gli USA e il loro popolo ha ingranato una spettacolare retromarcia storica, ritornando idealmente agli anni 50 - ma saranno anni 50 nell'epoca di twitter, tanto più pervasivi e pericolosi quindi - non solo perché si dà una violenta frenata alla speranza di avere una società americana con meno armi in casa, meno pena di morte, più integrazione e rispetto delle minoranze, meno violenza sulle donne, meno muri ai confini.
Ma anche perché questa elezione può innescare una valanga inarrestabile, da noi, in Europa, che rischia di travolgere e distruggere cent'anni di costruzione e di pacifica convivenza, dopo il trauma di due guerre e un olocausto. Il virus è contagioso, e ne distinguiamo chiari sintomi già da prima di questi ultimi avvenimenti: già avevo citato Brexit, non a caso preso come modello di "rivoluzione" dallo stesso Spregevole Individuo di cui stiamo parlando.

Come ognuno di noi, ho il mio personale "sogno americano", che ho espresso in particolare nel corso di due viaggi importanti, il primo alcuni anni fa, e l'altro un poco più di recente.
Il primo mi ha portato a Los Angeles, California, con in borsa il sogno di farmi assumere da una delle grandi Fabbriche di Sogni che laggiù hanno base, come Dreamworks e Disney/Pixar, e con l'intenzione per niente teorica di trasferirmi lì. Non avevo talento sufficiente per conquistare un posto di lavoro in quell'ambiente - nel mio settore il massimo possibile - ma passai quattro settimane viaggiando tra California, Arizona, Utah e Nevada, lasciandomi investire da tutta la straordinaria, arcaica, misteriosa bellezza di quel Paese.
La seconda volta ho soggiornato a Redmond, per una serie di Corsi di aggiornamento, e anche in quel caso con il "miraggio" di un incarico presso una importante Università privata del uuogo.

Anche in questo caso l'incarico non è arrivato (o meglio, ho declinato io poiché non mi sentivo in grado di affrontarlo così come mi veniva richiesto), ma ho avuto modo di immergermi in questa Società Americana, in una realtà del tutto diversa ma non meno affascinante, come la zona nordoccidentale, quasi ai confini con il Canada, tra le fitte foreste e la costa oceanica, e una città così lontana dalla immagine "cinematografica" di Los Angeles, in certo suo modo quasi "europea", come Seattle.

In questi due viaggi ha trovato alimento e vigore il mio amore per questo straordinario Paese e per la sua gente, un amore nato, come per tanti europei, sugli schermi cinematografici e sulle pagine dei libri di narrazione e poesia, ma che necessitava di un riscontro "reale", e lo ha avuto. Rafforzandone, non diminuendone, il mito. Il mio personale Sogno Americano.
Che ora, come in un brutto risveglio, si infrange e si spezza, lasciandomi scossa e angosciata.
Certo ora, un Paese che ha espresso una tale Leadership, in cui milioni di individui si rispecchiano con gioia nella spregevolezza di questo loro capo, non può più rappresentare per me un, anche lontano, obbiettivo, una speranza o un progetto di vita. Anche perché mi devo impegnare qui e ora a far sì che qualcosa di simile non accada anche da noi, in Europa. E poi ora i miei sogni hanno altre mete, ormai, spero di raggiungere chi amo in Irlanda, e ripartire da lì...

Il "mio" personalissimo Sogno Americano pare dunque naufragato.
Ma, in generale, storicamente, è questa la fine del Sogno Americano, così come lo abbiamo vissuto in questi decenni?
Se è così, è, come dico nel titolo, una fine davvero miserabile. E forse definitiva.


Con profonda amarezza
Marianna Piani

Ringrazio le amiche e gli amici che mi hanno atteso in queste lunghe settimane di assenza forzata, e che mi hanno fatto giungere messaggi spesso preoccupati e dolcissimi. Non so ancora se e con che tempi riuscirò a riprendere del tutto i contatti, la mia attività di scrittura in modo continuativo, o almeno con una certa regolarità, ma cercherò, ora che ho rimesso finalmente le mani sulla tastiera, di rispondere a tutti, a ciascuno di voi personalmente, per quanto le mie forze me lo consentiranno.
Con amore, sempre
Marianna



sabato 15 ottobre 2016

Piccoli addii



Amiche care, amici,
la stagione, questo autunno che può essere splendente, all'improvviso - basta una folata di vento a l'atmosfera si rischiara - è la stagione degli addii, delle ombre precoci, delle piogge lunghe e insistenti, del freddo dentro.
È la stagione in cui le assenze, le lontananze, gli abbandoni, pesano di più sull'anima e sul cuore.
Ci si trova a meditare sul senso di queste mancanze, di queste relazioni perdute, o anche di questo tempo, il tempo dell'assenza, sottratto alle nostre relazioni affettive e d'amore. Quanto tempo, quante ore e giorni, preziosi giorni della nostra vita, giorni che una volta consumati non torneranno più, sottraiamo, neghiamo al contatto, al dialogo, alla vicinanza, alla consolazione con le persone che amiamo? E tutto per banali, a volte grevi, a volte anche futili "impegni" della vita?

Amiche dilette e amici, vi lascio a queste mie riflessioni - scritte in Fabbraio, ma che ben si prestano a questo periodo - con nostalgia e con amore.

M.P.





Piccoli addii

 


Quale questa incomprensibile
stagione di morte.
E quelle tali incomprensibili
assenze. E l'ombra sfocata
dell'abbandono.

 


E il tradimento,
il più estremo, imperdonabile,
quello del sentimento.


 

Gli addii, insignificanti
piccoli addii, uno a uno,
formano sedimenti,
scabre pieghe sul fondo
della memoria.


 

Il tempo si accumula al tempo
come una pioggia salina,
scorrendo, consuma l'alveo
del più tenace granito,
del più sontuoso alabastro,
approfondendo la gola
fino a farne una forra
impenetrabile, angusta.


 

La corrente impetuosa
oppure lenta e motosa
muta la roccia
in fina sabbia.


 

Una sabbia così vergine
del tutto ignara d'ogni malizia,
è segno del tempo
per quanto essa scorre
da un'ampolla e l'altra
della nostra clessidra.


 

Instancabile sabbia
che nel tempo,
costretta dal vento,
erode il tempo che ancora rimane.


 

Coloro che abbiamo
più amato in questo tempo
tradiscono o svaniscono
lasciandoci vuoti e desolati
come teschi scavati
in un deserto di sale.


 

L'assenza come più della morte,
la desolazione del cuore
più di qualsiasi lutto,
il nostro vivere è una lotta -
quanto sanguinosa! -
e quanto vana! -
per non morire soli.




Marianna Piani
Milano, 22 Febbraio 2016
.

sabato 1 ottobre 2016

Il cuore accanto


Amiche care, amici,

questa composizione la dedicai a un'amica carissima in un suo momento di profondo sconforto.

È impressionante vedere come il dolore, la delusione, l'afflizione, la tristezza possono a volte incidere su persone solari, illuminate da una bellezza intensa e franca, e da una intelligenza vivissima. Fa impressione assistere alla discesa nel tunnel oscuro (che noi ahimè conosciamo molto bene) di un'amica che fino a ieri ci donava gioia solo a vederla, che ci rallegrava le serate coi suoi ragionamenti pieni di fascino, di conoscenza, e conditi dal pizzicore di una rara, spigliata, coltissima ironia.
Queste ci sembrano persone esenti dai nostri malanni, dalle nostre insicurezze, dai nostri momenti di disorientamento e malessere, dalla nostra cronica incapacità di accettare noi stesse.
E invece, d'un tratto scopriamo la loro più autentica umanità, le scopriamo - se possibile - perfino più fragili di noi, più esposte, come se il ricco, elegante abito d'intelligenza, spigliatezza, sex appeal e cultura con cui si presentano in pubblico non sia che un tentativo estremo di difesa, una specie di fortezza in cui rintanarsi, in cui proteggere le proprie più profonde e intime ferite.
Noi, insicure, fragili e "malate" per aperta vocazione, paradossalmente sappiamo essere d'aiuto a queste persone, perché in noi esse sentono una sensibilità che forse in altri non trovano. Pongono istintivamente una totale fiducia nel nostro affetto, nel nostro amore, perché lo sanno sincero, incapace di infingimenti o di forzature. Si appoggiano - sebbene a noi pare incredibile - proprio a noi.

Forse per questo, tra le mie più affezionate ed intime amiche molte sono proprio questo tipo di persone, straordinarie e preziose. Da parte mia le adoro, con tutto il cuore, e loro lo sanno. Del resto anche la mia compagna è così: colta, bellissima, sicura, solare… e fragilissima! E il nostro amore credo si nutra di questi scambi di ruolo tra realtà esterna e intimità segreta.

Per voi amiche dilette, per tutte voi che siete come me, insicure, sperdute, ma forti, e per tutte voi che invece siete come la mia compagna, bellissime, ironiche, coltissime, ma fragili e delicate come fini cristalli.
Con amore

M.P.





Il cuore accanto


Ti ho vista smarrita,
tu che illumini il cielo
con un solo sguardo,
tu che con un sorriso d'intesa
ti getti nelle fiamme
dell'ironia come
una benefica strega.

Mia cara, buona compagna,
non basta l'intelligenza,
non basta il talento e
l'allegria della conoscenza,
non basta nemmeno il dono
della bellezza vissuto
con riserbo e coscienza,
tutto questo non basta
a lenire il dolore.

Il dolore penetra le connessure
come un gelido vento
trapassa le spaccature dei muri.
Il Dolore raggela e confonde,
non lascia respiro, solo affanno,
e nemmeno il pianto muove:
è sorprendente quanto
irraggiungibile sia il pianto
quando il dolore è più grande.

Non vi è consolazione
nel dolore privo di pianto.
E se non v'è consolazione
nemmeno la disperazione
ci tende la mano,
tanto è prossima la nera follia.
Solo un cuore, quel cuore
che ci è accanto, senza clamore,
che ci parla, nel vuoto silenzio:

solo quel cuore,
che ci ama, ci salva.
Occorre il dono
di un vero coraggio,
e di un amore sfacciato.



Marianna Piani
Milano, 20 Febbraio, 2016
.

mercoledì 28 settembre 2016

Soltanto alberi



Amiche care, amici,

fu proprio in una passeggiata così, una mattina di Settembre, nel bosco che lambisce e quasi abbraccia la sua casa di famiglia, che decidemmo, senza quasi meditare, senza attendere che fosse una o l'altra a compierte il primo passo, come fosse un nostro unico pensiero, di affidarci una nelle mani dell'altra, per la vita.
Fu tutto così naturale e del tutto conseguente, la vita ci aveva fatto incontrare, la scintilla dell'amore era scoccata, si era fatta fiamma, tempesta, vortice. Ogni desiderio reciproco lo potevamo esaudire una nelle braccia dell'altra, ogni volta che possiamo incontrarci e passare qualche ora, o una notte, o giorni interi assieme. Ora giungeva il tempo di mutare l'amore da un fremito dei sensi a un autentico progetto di vita.
L'amore è dedizione, rispetto, ammirazione, consuetudine, lealtà. Tutto questo non è più l'infatuazione di un momento, in cui prevale il piacere e la felicità dell'incontro e la carnalità dei corpi, ma è l'incrocio delle anime, e gradualmente ma inevitabilmente si approfondisce, si radica, e diventa l'impegno per una vita.
Questo è sempre valido, per ogni coppia, ma forse è perfino più valido per una coppia omosessuale, dove l'impegno di vita è in certo modo meno "scontato", più arduo ed esposto, e quasi per necessità, più consapevole.

Un tempo si incidevano a coltello i nomi degli amanti, racchiusi da un cuore stilizzato, sulle cortecce degli alberi, a simbolo e testimonianza di una unione che intende mettere radici, come la quercia centenaria su cui è incisa e in cui si identifica.

Per questo gli alberi, gli amati, longevi,  indulgenti, silenziosi alberi, non sono "soltanto alberi", ma saldi e fedeli testimoni delle nostre vite e dei nostri destini.

Per voi, amiche dilette e amici, come sempre, più che mai, con amore

M.P.



Soltanto alberi


Questa terra che sale
da dietro casa, è un bosco:
sono alberi, soltanto alberi.
Abeti, querce, moltissime betulle
bianche, e altre essenze
che non distinguo.
Alberi e altri alberi, alti fusti
o robusti arbusti, rami
che s'intrecciano come mani
in orazione. Ben conosco
questo posto, eppure ancora
mi fa paura, a inoltrarmici da sola.

Gli alberi sono vita pura.
Vita - si dice - senza coscienza.
Vita che scorre diretta
dalla nera terra al cielo di ghiaccio
lungo il libro in cuore al fusto.
Potrebbero accoglierci senza timore,
con un inatteso abbraccio.
Oppure, potrebbero respingerci
alla deriva, con furore.
Per questo, amore, vorrei
ci fossi tu, con me ora
su questa tenue traccia di sentiero.

Ecco, dammi la tua mano adesso,
poggia il piede su quel sasso
con cautela, che potrebbe subito
tradire, scavalca con un passo
questa radice, deforme e torta
come le dita di un titano
adunghiate alla vita
che gli cede come argilla.
Non saremo più smarrite allora,
non proveremo più paura, e quando
gli alberi severi si chineranno
su di noi, sarà con indulgenza.

Vedi, quel pino, adusto
che tende i suoi rami scarnificati
e il fusto fin che può verso la luce?
Vedi quelle felci scure
che si affollano in fondo valle?
Vedi le chiome dei salici
che si scostano al nostro passare
come una cortina teatrale?
Vedi quanta vita qui, muta
e immota, ancorata alla terra,
che pure non invidia la nostra
libertà intrepida e sofferta?

Guarda ora le nostre ombre lievi
carezzare radure e varcare siepi,
unirsi, come due nubi
s'uniscono al cospetto del loro sole:
non ti appare un miracolo divino
questo nostro farci da due
una, una sostanza sola,

un'essenza, un nome solo,
una vita che ha vita
dalla dell'altra vita, proprio qui,
in questa cattedrale
consacrata allo spirito vitale?
 

Non ti parrà di coronare così
il candido nostro sogno
nuziale?



Marianna Piani
Milano, 3 Febbraio 2016
.

sabato 24 settembre 2016

Notturno


Amiche care, amici,
per il titolo di questo componimento, metricamente definibile come un sonetto classico,  ho voluto prendere in prestito il nome di una forma musicale, una delle più intime ed emotivamente caratterizzate del.periodo romantico Europeo.


Nella mia scrittura, io "lavoro" molto con le immagini e sulle immagini, e anche qui sono le immagini - mentali o visive - a condurre il gioco. Tuttavia il vero e unico "luogo della poesia", qui come in ogni composizione degna, è il tessuto armonico, il dialogo e l'equilibrio dei valori ritmici, sonori, timbrici, i silenzi, le pause, le consonanze, il contrappunto.
Il senso dei ogni scrittura lirica infatti, secondo me sta nel trovare questo punto di equilibrio, delicato ma irrinunciabile, tra narrazione e musicalità. Tra melodia ed armonia.
E per questa ragione anche la scelta espressiva della forma sonetto, la forma poetica dove forse più intensa e scoperta si esprime questa ricerca.
 

Amiche dilette e amici, vi lascio volentieri alla lettura, se vorrete, come sempre con tutto il mio amore.

M.P.






Notturno

 

Stelle specchiantisi nelle acque
dopo la pioggia copiosa d'inverno.
Stelle che stanno a distanze infinite
dal nostro intimo infimo inferno.
Stelle che spolverano il cielo di luce
come le nostre illusioni svanite.
Stelle sopra la solitudine atroce
delle nostre menti vaghe sopite.
Stelle stupite a udire la voce
dell'alba cantare dall'orizzonte
precoce il loro fugace destino.
Nulla, nulla più delle stelle seduce
e induce a smarrire la mente
al di là del più remoto confine.

Stelle commosse - che anelano al niente.



Marianna Piani
Milano, 10 Febbraio 2016
.

mercoledì 21 settembre 2016

Fili d'erba nell'Universo




Amiche care, amici,

questa lirica mi è stata ispirata da un'amica cara, splendida - di spirito e aspetto - donna, artista sensibilissima e di talento, e scrittrice (mi rendo conto che tra le persone che maggiormente amo e con cui ho un rapporto d'anima più stretto, molte - tra le poche - sono scrittrici, perdutamente innamorate, come me, della Parola: certo non è un caso).

Continuo la mia riflessione attorno al Tempo. A quarantatré anni ormai, il Tempo ha iniziato a dominare con le sue luci e le sue ombre la mia esistenza quotidiana. Prima, nella svagata e folle giovinezza, il tempo per me era un'entità astratta, che determinava sì certe scadenze, certi impegni, ma di certo non incideva più di tanto nella mia vita. Era come avere a disposizione un grande patrimonio, una montagna di monete, come il mitico deposito del Uncle Scrooge (Zio Paperone) Disneyano, da cui si potevano trarre manciate monete senza che in apparenza nulla incidesse sulla massa di dollari luccicanti che riempivano metri e metri cubi di magazzino. Io poi, che sono stata sempre una paperina, non certo una paperona, ero e sono sempre stata prodiga - con i soldi, e più ancora con il mio tempo - per cui mi preoccupavo ben poco di questi prelievi, di questa emorragia sotterranea, inarrestabile: come tutti i prodighi ero convinta che la mia ricchezza, il mio patrimonio in Tempo, in Vita, fosse infinito.

Un bel giorno, come mi dicono avviene a molti, forse a tutti, quasi di colpo mi sono destata una mattina, e ho "scoperto" che le scorte di questa particolare insostituibile valuta - il Tempo - si erano drasticamente ridotte, e ho iniziato con raccapriccio a scorgere il fondo di questo oceano, a vederne i crepacci e i baratri. E a comprendere il senso della mia personale, inevitabile ed inesorabile finitezza. Il Tempo, capii, è un paradosso che avrei sempre potuto accelerare, ma mai certo rallentare e tanto meno fermare, ed esso è divenuto il mio Signore, il mio Interlocutore Primario, colui con cui giorno per giorno debbo contrattare la mie esistenza e ogni singolo passo nella mia declinante parabola vitale.

Per voi amiche dilette e amici, e a colei, amatissima, che mi ha ispirata nella stesura di questi versi.

M.P.





Fili d'erba nell'Universo


Il Tempo, lassù, è nulla,
e di nulla è la memoria,
di cui esso è la materia.

Nemmeno l'idea di un alto
o un basso, di un inizio,
o fine, colà ha senso alcuno.

Lassù, l'esistere medesimo
svapora in una nebulosa
di spaurita indeterminatezza.

Qui, su questa terra agra,
l'atmosfera condensa intanto
in una gentile brezza.

È una brezza familiare,
come la voce di una madre
che chiama a sé la figlia.

Scende dalla collina,
risale la pendice glabra
che prelude alla foresta.

Mi raggiunge ora, questa brezza
fuggitiva, e mi avvolge il seno
come un velo virginale.

Nulla so, taccio, e osservo
sul culmine di un masso,
contro il cielo un po' aggrondato

che attende il bacio della notte,
quei due steli di gramigna:
i fili d'erba di cui m'hai detto.

Tremano, alla brezza,
palpitano all'unisono, poiché
hanno unite le radici, avvinte

tra loro sotto il suolo, dacché
sanno d'essere un nulla al cospetto
dell'immenso che li confonde.

Proprio ora, che scende notte.
Ora, che il navigante si dispone
a vegliare sulle stelle

per non perdere la rotta.
Ora, che la bonaccia è vinta.
Ora, ch'è sconfitta l'indifferenza.

È vero? Non mi lascerai mai sola?
Perché, sai, il mare è nero,
come il cielo ai nostri occhi.

Eppure - non lo sanno quei vaghi steli,
ma noi sì - questo cielo, quest'immenso,
quest'Universo, ci guarda con favore.

Vero è: tutti saremo, un giorno, infine
come fili d'erba nell'Universo.
E noi due insieme, lo saremo -

proprio qui, al confine della fine.





Marianna Piani
Milano, Gennaio 2016

(Dedicata alla amata M.R.
che pur di lontano,
me l'ha ispirata e detta)
.

mercoledì 14 settembre 2016

Luce della nostalgia...



Amiche care, amici,

Oggi, in questa atmosfera dolce e serena di fine estate, ritorno alla memoria, alle immagini della prima giovinezza, dei luoghi in cui sono cresciuta, dove ogni sensibilità, ogni comprensione del mondo ha posto le sue radici.
Non voglio indulgere in ulteriori commenti, preferisco lasciarvi alla libera lettura, se vorrete, di questi versi, magari in compagnia dei vostri personalissimi ricordi…

Con amore

M.P.





Luce della nostalgia
(ombra della malinconia)



"Bruciata la materia del ricordo, ma non il ricordo"
Mario Luzi


Quelli erano i miei prati,
quelle le mie aride pinete,
quelle le estati sopra i massi
del frangiflutti che
chissà perché chiamavamo
grotte, quelli i ricci marini
di cui avevo orrore
(povere bestiole, uniche
che io temessi o disgustassi -
senza ragione),
quella la spiaggia piccolina
di ghiaia fina, quello l'angolo
appartato, tra sole
e ombra, dove mamma,
mirabile giovane figura
nel suo duepezzi
blu e azzurrino,
si dedicava a una lettura
e vigilava attenta
e segretamente ansiosa
su noi creature che impazzavamo
senza posa sulla battigia,
tra onda e onda,
finché la pelle delle dita
si raggrinziva e quasi ci doleva:
noi piccole stoiche
non ci arrendevamo,
non prima che si arrendesse il sole.

Quelli erano i sogni
e i pensieri
senza ieri
e senza domani,
quelli i miti e le leggende
che incarnavamo
nelle nostre tenere illusioni,
quelli i primi cuori
chissà come palpitanti
per quei ragazzi bruni,
i nostri cuori trapassati
da quegli occhi screziati
di sfrontata giovinezza,
quelli i rifugi dove infine
fuggivamo piangendo adirate,
tormentate
dalla nostra odiata timidezza.
(Per me frattanto
i primi libri, i primi fogli
in cui rapprendeva
la mia minuscola esperienza,
e insieme i primi turbamenti
nell'intuizione oscura ancora
d'essere diversa…)

Il sole pieno del Settembre,
quello che dava a noi ragazzi
il primo senso della fine
- dell'estate -
tramonterà per sempre
su quelle stagioni,
su quelle spiagge,
su quei paesaggi
che abbiamo ormai da tempo
abbandonato,
l'ombra lunga della distanza
ci raggiunge e ci cancella.
Ora diciamo a un cielo
grigio e raggelato
quanto abbiamo colà vissuto
e quanto abbiamo amato.



Marianna Piani
Milano, 22 Gennaio 2016
.

giovedì 8 settembre 2016

Passione tra farfalle


Ho incontrato Anna proprio su queste pagine, e su queste pagine abbiamo incrociato i nostri primi dialoghi, appassionati, di vita e di scrittura.
Lei, come me, ama la scrittura e la poesia, forse al di sopra di ogni cosa, forse anche più del suo lavoro; lei, come me, scrive per passione e senza alcun altro scopo che esprimere il suo animo; lei come me non è interessata al mezzo in sé, e tanto meno a esibire la propria capacità, ma solo alla possibilità di rompere il silenzio attorno a sé.
Lei, più di me, ha un talento nativo, luminoso, puro e spontaneo come una sorgente di montagna, e lei, più di me, riesce a istillare nelle sue parole il suo sangue, il suo cuore, prima che la sua mente.
Per amicizia, per simpatia, forse immeritatamente, mi ha concesso il privilegio di poter tradurre in Italiano alcuni dei suoi versi.
Per me si tratta di un grande cimento, questo di agire (con la traduzione) sulla carne viva di una scrittura ancora palpitante, appena concepita, una avventura che mi è capitata assai di rado, che mi rende allo stesso tempo felice per la grande opportunità di esplorare un mondo poetico di grande sensibilità, diverso dal mio, ma in qualche modo a me vicino, e la grande responsabilità che tale compito significa.
Inizio volutamente con questa splendida poesia, dove è immediatamente palese la intensissima sensualità della scrittura di Anna, una scrittura che emana desiderio e piacere ad ogni accento, come raramente mi è capitato di incontrare, non parliamo tra i “dilettanti”, ma addirittura tra i poeti più autentici e riconosciuti.
Ho in programma di tradurre altre di queste splendide poesie, e di pubblicarle via via qui, su queste pagine, e su MEDIUM.



I met Anna on these pages, and on these pages we crossed our first dialogue, in words, writings and souls.
She, like me, loves writing and poetry, perhaps above all, perhaps even more of her own work; she, like me, writes only for passion and with no other purpose than to express her thoughts.
She, more than me, has a native talent, bright, pure and spontaneous as a mountain spring; and she, more than me, can instill in words her own warm blood and beating heart.
For friendship, or sympathy, perhaps undeservedly, she has given me the privilege to translate into Italian some of her work.
For me it is a big trial, like a surgery knife (the translation) on the living body of a still-beating writing, just born: an adventure that happened to me very rarely, that makes me at the same time happy for the great opportunity to explore a poetic world of huge sensitivity, so different from mine, but mysteriously close to me, and the great responsibility that this task entails.
This is why I did this very rarely, and only with people I consider very special, artistically and humanly.
I start deliberately with this beautiful poem, where it is immediately evident the huge, wide opern writing sensuality of Anna, a writing emanating desire and pleasure to every accent, something I have rarely met, let alone among the “amateur”, but even among the the greatest modern poets. These verses at the beginning even recalls some Dickinson’s nuances.
I’m planning to translate more of these poems, and to publish them gradually here on MEDIUM and on my blog.
Hoping that Anna will accept and enjoy my humble translations.
(I publish this poem in the same time here and in MEDIUM)

M.P.






The passion of butterflies


bees and birds
whispered to me
that one day
this would happen

and now
you lure me from my flight
I am drawn by
your overpowering
masculine scent
we are
so here
and so ready
for this

yes
pin my glorious wings
down
open me
fully
expose me
widen my wingspan
enter me
take me

yes
ground me to
the earth here with you
it was for this moment
I emerged from
my silky dark cocoon
a promised
sweet moment
of mating
with you


Anna Now




Passione tra farfalle.

 

Le api, e i fringuelli
mi sussurravano
che così sarebbe stato — 
un giorno


E ora,

ora tu mi distrai dal volo
e io — io ora sono guidata
ciecamente dal tuo maschio sentore
prepotente —


E noi siamo così
presenti
e così pronti
a tutto questo



inchioda
le mie sontuose ali
al suolo
aprimi sventami
esponimi tutta
spalancami in tutta
la mia apertura d’ali
entrami prendimi



atterrami qui
assieme a te
è per quest’attimo solo
che io emersi
dal mio bozzolo bruno:
un solo breve dolce
disperato promesso istante
d’amante con te.



(Versione Italiana di Marianna Piani
Nebbiuno, 6 Agosto 2016)
.

mercoledì 7 settembre 2016

Per te sola



Amiche care, amici,

ritorno oggi alla più schietta e disarmata scrittura d'amore: solo sentimento bruciante e vivo colto al volo, nient'altro.
Lasciando alla parola il suo spazio pieno e totale, senza nemmeno pensare a forma, prosodia, metro, rima, un poco come nei miei primissimi tempi, in adolescenza, quando la "forma poetica" era semplicemente il mio modo preferito di esprimere la mia anima, in piena libertà. Del resto all'epoca tenevo tutto per me, come una specie di diario segreto, e nessuno, meno che mai le mie fiamme e fiammelle di quei tempi, aveva accesso a quei quaderni, e me ne guardavo bene da far sapere in giro che "scrivevo".
Una strana sorta di pudore o di ritegno, che conservo ancora adesso: ora pubblico queste cosette, necessariamente, poiché sono convinta che la scrittura prenda vita soltanto dall'incontro con i lettori, tanti o pochi che siano; ma non le leggo o faccio leggere mai a chi mi vive vicino.

Questa particolare composizione è nata d'impeto, dedicata alla persona che con la sua presenza mi ha praticamente fatto rivivere, aiutandomi ad uscire da un periodo di orribile smarrimento. È la persona che oggi amo, con tutta me stessa, e che spero rimarrà accanto a me per sempre, tanto che stiamo progettando di sposarci.
Questi versi sono l'espressione di un discorso diretto, in prima persona, di un sentimento intimo e pienamente vissuto, di come un incontro tra due anime possa sfidare ogni convenzione, situazione, pregiudizio, ostilità, malessere, e illuminare l'oscurità della vita. Un dialogo personalissimo, tanto che ho dubitato a lungo se pubblicarla o no.
Alla fine mi sono decisa, in fondo si tratta di una confessione d'amore forte e sincera, un omaggio per tutto ciò che devo a questa persona, che oggi è tutta la mia vita. 

E infine scrivere cos'è se non un modo per rivelarsi, per estendere la propria emozione e la propria esperianza a chi per avventura, per diletto o per affetto ci tiene in vita, leggendo.

Vi lascio dunque alla lettura, amiche dilette e amici, più che mai con amore.

M.P.







Per te, per te sola
ho abbattuto confini
impenetrabili, sfidato
giudizi spietati, ferali
pregiudizi, per te
mi sono vantata
di essere nata,
mi sono sentita
femmina per intero,
per te ho vissuto
quegli effimeri momenti
come fossero perpetui,
solo per te
ho scritto con il nero
sangue del furore
il vero nome dell'amore
sopra i muri
della cella.

Per te, solo per te
sono sopravvissuta
oltre ogni possibile inganno,
sopra la sorte
che m'imprigiona,
ho tollerato ferite
farsi piaghe,
e laceranti offese
fare muro nella mente
orfana di ragione;
per te ho avuto fede
nella speranza
proprio quando questa
mi tradiva apertamente,
e per te, per te ho atteso
che la porta si schiudesse
a una luce,
quale sia.

Solo per te, cara e mia,

luce mia,
ho avuto fede.



Marianna Piani
Milano, 20 Gennaio 2016
.