«La Poesia è Scienza, la Scienza è Poesia»

«Darkness cannot drive out darkness; only light can do that. Hate cannot drive out hate; only love can do that.» (Martin Luther King)

«Não sou nada. / Nunca sarei nada. / Não posso querer ser nada./ À parte isso, tenho em mim todos los sonhos do mundo» (Álvaro De Campo)

«A good poem is a contribution to reality. The world is never the same once a good poem has been added to it. A good poem helps to change the shape of the universe, helps to extend everyone's knowledge of himself and the world around him.» (Dylan Thomas)

«Ciò che premeva e che imparavo, è che in ogni caso non ci potesse mai essere poesia senza miracolo.» (Giuseppe Ungaretti)

mercoledì 30 maggio 2012

Sentiero



(Una Immagine di Paola Mancinelli)
http://lospazioindifeso.blogspot.it


 

Un'altro flusso di ricordi, sgorgato dal cuore di una immagine unica
e l'evocazione  di uno scenario impresso nella mia mente da anni non lontani.
Vi rivelo soltanto che lo sfondo di questo raccontino in versi
è il Lago d'Orta, dove avevo scoperto per caso un ripido sentiero
che portava dritto a una minuscola baia un poco defilata.
Dove una ragazza innamorata, come me, poteva starsene indisturbata, sola
a meditare e a respirare tutta la bellezza del luogo.

E che l'ho scritta tutta d'un fiato, di getto, in un luogo non meno bello,
su una panchina sul lungolago, a Stresa,
a matita nera sul risvolto di copertina di un libro.
Il libro era "Il pranzo di Babette" di Karen Blixen. Nientemeno.

Dedico questa composizione a Paola, che ancora una volta mi ha donato una
delle sue poesie di luce e il primo spunto, l'ispirazione, di tutto il racconto.
E a tutte voi, amiche, e amici, come sempre.
Con amore.
M.P.




Sentiero

Martina discese adagio,
percorrendo il sentiero segreto
che le aveva indicato un'anziana del luogo
nel suo corrusco e melodioso accento.

(Che donna di emozionante bellezza
pensò nel guardarla: i segni del tempo
come spaccature nei muri
di una chiesa antica non la sfregiavano.

La esaltavano, anzi, perchè erano
i tagli profondi, le ferite, i graffi, gli incavi,
che il tempo, armato di dolori come coltelli,
le aveva scavato nel volto: segni d'una passione mai doma.)

Discese dunque, e dopo poco
per quant'era brusco e scosceso il cammino
si tolse i fragili sandali da nervosa gazzella,
e raccolse i capelli con un nastrino. detro la nuca.

Procedette cauta, soffrendo a ogni passo
le pietruzze affilate sotto i piedi non usi,
aggrappandosi ai rami del lauro severo, incombente.
E infine, d'improvviso, s'aprì a lei inviolato il lago.

Le scarpine in una mano, il cuore nell'altra
in due salti fu sopra una roccia
che affiorava dall'acqua immota,
e lì sedette assorta, cingendosi le ginocchia.

Guardò sotto di sè, sè stessa riflessa
nello specchio verdastro, appena increspato,
contro le nubi ardenti di un cielo non placato.
E vide i suoi occhi cupi, molto inquieti.

Come sono scuri! - le venne da pensare
come se non riconoscesse più, in quello sguardo, sè stessa.
E subito risentì su di sè l'abbraccio del lago,
e rammentò altri due occhi, teneramente amati.

Come due laghi: scuri, profondi insondabili abissi.
Oppure - come laghi - cangianti, di scintillante cristallo,
in cui immergere i piedi nudi appena feriti
per lasciarsi lenire i graffi dalla dolcezza del flutti.

Tolse dalla pochette rossa un foglietto stampato
con un'immagine sola, e una nota a matita:
Un luminoso prato, una margherita, un cancello sbarrato.
E rilesse, per la millesima volta, ad alta voce, la nota.

Che chiudeva dicendo soltanto: "infinitamente".
Ebbe una vertigine, acuta, e si artigliò alla roccia
per non cadere. Sfiorò qualcosa, nel gesto convulso.
Udì accanto a sè un tonfo lieve, impercettibile, breve.

Un sandaletto giaceva ora sull'argilla ondulata del fondo
come un corallo, adagiato di lato. Irridente.
Inavvertitamente spinto nell'abisso. Danzava adagio
rifratto dalla pigra corrente.

Lo osservò a lungo, senza fare nulla di nulla..
Povera me - fantasticò tra sè - sono perduta.
Rimarrò qui per sempre! - Per sempre: abbandonata
tra quel cielo, e quell'acqua, e quel foglio sgualcito

stretto nel pugno.

...

La intravvide così, da lontano, un barcaiolo aitante
di passaggio: lei, come una minuscola sirena
raggomitolata sullo scoglio, a riva, il mento puntato
sulle ginocchia. Immota. Trasognante. Serena.

Intanto, un minuscolo avannotto,
attratto dal colore corallino del sandalo immerso,
ne sbocconcellava guizzando perplesso
la vezzosa cinghietta, aperta.


Stresa, 5 Maggio, 2012
Marianna.

sabato 26 maggio 2012

Martina all'altalena


Little Girl On The Park Swing - Carole Spandau



Dovete sapere che è stato un caro amico, sopra tutto e tutti, vincendo
molte mie resistenze, a spingermi a superare la sola traduzione, praticata
per anni, e trovare il coraggio e l'impudenza di espormi,

e scrivere e "pubblicare" composizioni soltanto mie.
Per un'associazione mentale, questa sua dolce ma ferma insistenza
nel spingermi a "volare" con le mie proprie ali, per quanto deboli vincolate e incerte fossero,
mi ha ispirato questa piccola elegia - che è quasi un racconto e quasi un ricordo -
attorno a un primo incontro infantile con i turbamenti dell'amore
 
e con i dolori e i disincanti che inevitabilente ne possono derivare.

La dedico a lui, Altor, senza il quale forse non sarebbe mai esistita la Marianna
che qui conoscete, e a tutte voi amiche, e amici, come sempre, con amore.
M.P.


Martina all'altalena

V'era un piccolo parco,
con giochi, tra le odorose magnolie,
poco lontano dalla casa
della sua infanzia.

Lei vi scendeva, d'estate, quasi ogni giorno
a giocare, vociando, con i piccoli amici
o anche da sola, silenziosa, sorvegliata a vista
da un'amica di mamma, di nome Rita.

Vestita d'un abitino bianco di lino
dall'ariosa gonna, e scarpine bianche anch'esse,
col bottoncino, Martina indugiava lungamente
all'altalena, sotto i glicini viola.

Adorava lasciarsi coinvolgere
nel vortice cullante, bilanciandosi con arte,
slanciando abilmente le gambine nude arrossate
dal vento ancora frizzante di giugno.

Quel mattino, come altri, udì la voce consueta, amica,
all'improvviso accostarglisi alle orecchie
e bisbigliare, ridente: "Martina, vuoi volare?"
e percepì la sua mano grande sfiorarle le spalle.

La mano, al suo sì squillante, con saldezza e sapienza
le diede due tre spinte, e a lei subito parve di volare,
appunto, fino al cielo, fino a sfiorare coi piedini
i glicini ignari, e più in alto, più in alto ancora:

fino a superare i tetti delle case, le scheletrite antenne.
Fino a inseguire i gabbiani che la guardavano stupiti.
Fino a vedere il luccichio del mare, oltre le alture.
Fino sopra nubi che parevano babbi natale di spuma.

Fino alle inarrivabili, inconoscibili stelle.
E a ogni spinta, a ogni gemito della catena
sui cardini incerti - Forza, Martina, metticela tutta -
ripeteva la voce - Vola alta, Martina, vola - diceva.

E lei volava, ridendo, sì... volava, volava, volava!
E pensava che tutto questo fosse per sempre. Si voltava
a guardare il ragazzo che la salutava ridendo
alto e bello, lucenti i capelli, gli occhi blu come il mare.

Era il Principe delle Onde, quel viso franco
sotto i ricci biondi da marinaio, e le spalle
come rocce combuste, e le braccia rami immensi
di generosa solida pianta, e il tenero maschio accento.

Ma quel giorno il Principe indugiò ancora un istante,
dopo il saluto, cinse alla vita Rita, che lo guardava
rapita. E la baciò sulle labbra, brevemente.
E Martina a un tratto vide l'intero suo mondo franare

nel disincanto.
Fu la prima volta della sua vita.
E mai più lei volle tornare a quel parco.
Mai più con Rita.



Milano, 8 Maggio 2012
Al mio dolcissimo mentore, Altor
Marianna Piani

mercoledì 23 maggio 2012

Due



Sopra una immagine di Paola Mancinelli
"Come fiori, in mezzo al grano"
http://lospazioindifeso.blogspot.it


Questa poesiola è scaturita spontanea come l'acqua di una sorgente, libera e zampillante,
dalla visione di questa immagine intensissima ed emozionante - come sempre - della mia adoorata Paoletta.
Quei due papaveri rossi, un po' sgualciti dal vento, sperduti in mezzo ad un immenso campo dorato,
sorvegliato dalla presenza distante e dolce di quel nobile albero che sembra afferrare il cielo per trattenerlo,
per vincolare la solida terra alle aeree nubi; quei due fiori distanti eppure uniti dal destino dettato
dallo scatto sapiente di Paola, dicevo, mi hanno subito suggerito la magia di un numero, di un concetto,
del non-uno, del nostro destino di infinita costante ricerca del numero perfetto, la somma che è prodotto,
e l'immensa difficoltà di valicare la distanza apparentemente nulla, eppure immensa, che separa l'io dall'io,
l'incompiuto dalla completezza. L'essere soltanto uno dal poter essere due.
E infine il fondersi di due nell'uno perfetto cui originariamente disperatamente aneliamo.

Paoletta e io la dedichiamo a tutti voi, amiche e amici, con amore.
M.P.



Due

Due è la direzione perfetta
di un percorso obbligato.
Due punti e tra essi
una sola linea retta.
Due gocce di pioggia
disperse dal vento.
Due occhi come
due specchi d'incanto.
Incantati a guardare
gli altri due occhi
a lor davanti.
Due mani che stringono
due altre mani
contratte dal gelo.
Due rubini lucenti
nell'oro assolato,
Due coppe di vino
d'aroma intenso.
Due seni ansanti
sotto la veste di lino.
Due piedi tesi
nei passi di danza.
Due corpi in quella danza
allacciati, e subito scissi.
Due fuochi, due incendi
che ardon violenti.
Due astri orbitanti
in un unico campo.
Due sguardi, due baci,
due desideri assetati.
Due carezze posate
sui capelli tuoi ramati.
Due fiori di sangue.
Due rami intrecciati.
Due nomi confusi.
Due richiami
nel vento.

Alla fine:
due cuori,
distanti,
che aspirano soltanto
a essere uno.


Arona, 5 Maggio 2012
Paoletta, Marianna

lunedì 21 maggio 2012

Felini


(Chica: Mio Scatto)

Questa esile composizione ha una storia piuttosto semplice, presto detta.
Io ho una gattina tutta nera (Chica, quella della foto). Un giorno ho scoperto che
una cara amica, Emilia, ha invece un bellissimo gattone tutto bianco.
Il contrasto bianco/nero mi ha intrigato, e mi è venuta spontanea la voglia di
dedicare qualche pensiero ai nostri amici felini, in generale,
e a come e quanto essi siano una importante
parte della nostra vita e dei nostri affetti.
Una poesiola scherzosa, nata di getto, anzi, di gatto,
che desideravo risultasse svelta e agile proprio come i mici
- nostri amici speciali - che qui cerco di ritrarre.

La dedico a Cleo e Chica, ovviamente,
e poi a Camilla e Carlotta, e Milou, Bubi, Minnie, Tobia,
a tutti i mici del mondo, alla mia amica Emilia, alla dolcissima Sonja e a tutte le
amiche che amano e si fanno amare da queste bestiole magiche e meravigliose.
E, come sempre, a tutte voi amiche e amici, con amore
M.P.



Felini

Bianco, come un ciuffo
silenzioso di bambagia
si aggira furtivo e zitto
nella casa ancor sopita,
immaginando la grande caccia.
Fantasticando la neve candida
di una tundra in realtà lontana
miglia e miglia e mai vissuta.

Nera, come una pantera,
sguscia giù dal letto di piumino
dove aveva poltrito immota
fino a poco prima,
e balza sul ripiano
più inaccessibile della libreria
tra Kafka e Musil, acquattata,
figurandosi una remotissima Savana.

Bianco, nero, felini d'istinto,
felini nel destino, senza scampo,
troppo fieri per sentirsi
altro che belve libere selvagge,
troppo saggi per negare
il nostro accogliente caldo grembo.
Troppo amati per non abitar per sempre
nel nostro più riposto cuore.

Nero, bianco. Bianco, nero.
Sfuggenti. Perennemente.
Come la vita.



Milano. 3 Maggio 2012
A Emilia, amica mia e felina
Marianna

giovedì 17 maggio 2012

Salita del Promontorio




Questa piccola scorribanda nel tempo e nello spazio mi è stata ispirata dall'incontro
con due care amiche, Donatella e Miya, che mi hanno riportato alla mente la mia infanzia
e i luoghi in cui ho vissuto, in quella che secondo me rimane una delle più belle
città del mondo: Trieste.

Io sono nata a Vicenza, ma mio papà era triestino purosangue ("patoco" come dicono in 
questi luoghi) e ho vissuto in questa città forse gli anni più belli della mia vita. 
Non sarà certo l'ultima volta che vi condurrò in visita da queste parti, amiche care,
 ma ho voluto iniziare cercando di comunicare un'atmosfera, una visione di una città 
nel suo spirito, nella sua immagine letteraria, piuttosto che affidarmi a
memorie dirette . Un aneddoto, del tutto immaginario
di un luogo e di un tempo forse ormai passati, eppure ancora misteriosamente presenti. 
In coda vi lascio alcune note, per consentire anche a chi non è di questi luoghi,
di comprendere a pieno il racconto.

Non vi rivelerò chi sono i tre personaggi, James, Ettore e Umberto qui citati,
lasciando a voi il piacere della"scoperta" (molto facile, comunque,
per chi ami la poesia a le letteratura). 
Devo invece ringraziare un amico meraviglioso, Alvaro, che mi ha aiutata
a sistemare certe cose, in particolare le frasi in inglese che qui appaiono. 
E naturalmente Donatella e Myia, con le quali ho intavolato, dopo tanti anni di "esilio", 
lunghe e bellissime conversazioni nel dialetto paterno, che ancora ricordo piuttosto bene.
E che adoro. Mi verrebbe voglia, un giorno, di comporre in quel dialetto...

A tutte voi amiche, e a voi amici, come sempre, con amore. 
M.P.






Salita del Promontorio ¹

James uscì buonora al mattino
in quel gelido giorno di Marzo:
il vento cattivo alle spalle
lo spingeva, e gelava le ossa.
Ma soffocava, al chiuso, anelava
di respirare.

Discese l'erta stradina
dal selciato sconnesso
che sfociava in fondo, sul mare,
inciampando e imprecando a ogni passo:
"Shite! –I bloody hate this town!" 
²
Ma mentiva, lo sapeva.

Altrimenti non avrebbe appreso
a rivolgersi all'oste al banco
nell'idioma corrusco del luogo:
"dei, no sta far el mona, e dame
tuta la fiasca!" come vi fosse
³
vissuto da sempre.

Ettore e Umberto l'attendevano annoiati
al tavolino del Caffè sulla piazza, 
 
miracolosa spianata aperta
come un abbraccio alla marina
increspata di ciuffi di schiuma
odorosa di salso.

"They can very well wait!" pensò,
  ⁵ 
lui - com'era suo uso - per nulla
fidato, e si diresse invece
verso la darsena, attirato
dallo scampanìo del sartiame 

delle barche agitate.

Incrociò, all'angolo, una ragazza 

che procedeva spedita
nel suo abito bianco d'organza
indifferente al vento impunito
che scompigliava i capelli
e le alzava la gonna:

scoprendo le mirabili gambe
nervose, da puledra indomata.
Incontrò per un istante lo sguardo
di lei, fiero e sprezzante, chiaro
e turbinoso come quel mattino di vento
e rimase turbato.

"can't be, I think I'm in love!" 

si disse, non sapendo lui neppure
se si riferisse alla città, alla riva,
al suo spumeggiare, al suo cielo,
ai suoi vaporosi tramonti,
o alla ragazza.

Indugiò quindi, a lungo
sul bordo del molo, sopportando
il vento che spintonava alle spalle
turbinandogli acqua salsa sul viso.
Puntò gli occhi cerulei lontano
"They will wait…" disse. 


E pensò alla sua Itaca distante.



Milano, 3 Aprile 2012
A Donatella e Myia
che mi hanno suscitato inesauste memorie
Marianna



  1. "Salita del Promontorio" - È il nome di una via che sale quasi dalla riva del mare fino alla via in cui io ho abitato, quand'ero bimba, e che ho percorso chissà quante volte nel corso della mia infanzia. Ripida, dal selciato sconnesso, termina in alto con una dozzina di gradini squinternati, ed è una delle tante vie così a Trieste: uno dei motivi per cui in quella città non sono mai stati troppo popolari i tacchi a spillo e le mie adorate - qui a Milano - "T12".
  2. "Shite! –I bloody hate this town!" - Per dire: "Dannazione, io la detesto, questa città!
  3. "dei, no sta far el mona, e dame/ tuta la fiasca!"- Dialetto triestino (aleggerisco i termini, per eleganza): "Dai, non fare l'imbecille, e dammi tutta la bottiglia!"
  4. "…al tavolino del Caffè sulla piazza" - I caffè letterari sono una grande tradizione in questa città. Leggete Claudio Magris - tra i tanti - in proposito. Caffè San Marco in particolare, e questo, il Caffè degli Specchi, che ho scelto come scenografia per questo aneddoto immaginario, perchè dà' sulla Piazza dell'Unità d'Italia (Detta localmente "Piazza Unità"), una delle più belle piazze al mondo per la peculiarità quasi unica di avere un'intero lato direttamente aperto al mare.
    In questi Caffè, storicamente, gli intellettuali, gli scrittori e i poeti presenti in città si trovavano, si riunivano, si soffermavano a scrivere. Un pò alla stregua di certi locali consimili parigini, o viennesi.
  5. "They can very well wait!" - Per dire: "Ma lasciamoli aspettare!"
  6. "…dallo scampanìo del sartiame" - In pieno centro la darsena e il porto in cui stanno a dimora decine e decine di barche da diporto, di tutte le stazze e dimensioni. Indimenticabile il suono delle sartie metalliche che sbatacchiano sugli alberi delle barche a vela quando soffia quel vento che è la vera "voce" della città, e che attraversa tutta la mia composizione senza che - volutamente - lo nominassi direttamente: la Bora.
  7. "…Incrociò, all'angolo, una ragazza" - Salita del Promontorio incrocia con Via Belpoggio, una via "cult" per chi conosce la letteratura di quei luoghi, in virtù in particolare dell'altro sommo scrittore qui nominato.
    La ragazza incarna la città, e la città è come quella ragazza: questa identificazione è dovuta alle meravigliose uniche "ragazze di trieste". Chi ne conosce almeno una, sa di cosa parlo.
  8. "can't be, I think I'm in love!" - Per dire: "Ma no, io ne sono innamorato!"- Della ragazza o della città?
  9. "They will wait…" - Per dire: "Mi aspetteranno…"



martedì 15 maggio 2012

Gardesana



Ecco per voi, amiche care e amici, un nuovo "duetto",
con una poetessa autentica, anche se lei nega vigorosamente questa definizione.
Una donna tanto diversa quanto simile a me, con cui ho trovato una tale intensa affinità
di spirito, di pensiero, di passione che ha del miracoloso.
Lei ha un dono innato, che le invidio: la sintesi.
Ovvero la capacità di addensare il suo pensiero in pochi versi,
poche sillabe addirittura, affidandosi a forme essenziali, elegantissime
come Haiku, Keiryu, Wird… La ammiro sconfinatamente per questo.

Ma la adoro ancora di più per la immensa sensualissima emotività che sa esprimere,
controllata con inumana forza d'amimo dal suo rigore, da "scienziato" della parola.
Spesso lei narra nei suoi versi impressioni delle "sue" terre, Sirmione, il Garda…
Io conosco bene queste terre, nei cui pressi ho vissuto periodi interi della mia vita,
e quando le incontro nelle sue parole in me nascono memorie, sensazioni, ricordi infiniti.
Sapeste quante volte sono passata, in treno, da quelle parti.
C'è un punto in particolare, tra Peschiera e Desenzano se ricordo bene, in cui di colpo
il paesaggio si apre, mentre si viaggia sulla strada ferrata, e il Garda si concede per un attimo
in tutta la sua incredibile bellezza. Per pochi istanti, perchè la locomotiva prosegue la sua corsa,
infilandosi in passaggi ingolati, e cancellando "per sempre" la vista del lago.

Ecco, suggestionata dai versi di lei,
ho tentato di raccontare questa mia memoria, questa visione
effimera, densa di significato per me, che a quei tempi viaggiavo,
per i miei primi impegni di lavoro, tra Vicenza e Milano.

Insieme offriamo a voi tutte, ora, con amore, le nostre emozioni.

M.P.



particolare delle Grotte di Catullo
Sirmione - Aprile 2012 - di: ComeMusica


KEIRYU 5

Immobile la roccia
scruta quell'angolo di lago
lo brama, lo cerca ed ascolta.
Vorrebbe raggiungerlo presto
sciogliersi e franturmarsi: attende.

02 maggio 2012
(Come Musica)

http://sinfoniademozioni.blogspot.it/2012/05/keiryu-5.html






Gardesana


D'un tratto, dal finestrino del treno
s'apre uno scenario, incantato,
dura solo un'istante, spazzato
dall'inesorabile sibilar di catenarie.
È come il battito appena stupito
delle tue palpebre che scoprono
gli immensi tuoi occhi, abissali:
bruni sono, com'è bruno profondo
questo tuo Garda improvviso.


Giusto il tempo di accostare il fiato
al finestrino ed ecco: fuggito!
L'incanto è svanito, e io, confusa,
proseguo il mio viaggio senza una meta,
rannicchiata stretta sul sedile consunto.
Un viaggiatore mi sbircia di sguincio
da dietro il Corriere. Indiscreto.
Perchè, senza volerlo, per un istante
silenziosamente ho pianto, in segreto.


Milano, 2 Maggio 2012
A te Poetessa, che me l'hai ispirata,
e che infinitamente ammiro e amo.

domenica 13 maggio 2012

Cadore



Durante un breve scambio epistolare con una carissima amica,
lei mi ha inviato come dono la splendida poesia che riporto qui sotto.
Dedicata alla "sua Terra". Terra aspra e dolce, di montagna.
Questo, inevitabilmente, per associazione affettiva immediata,
mi ha riportato alla memoria le "mie" montagne, adorate.

Il mio papà era un alpinista, dilettante ma di buon livello. Inoltre, essendo io
gracilina e malatina da piccola, i miei avevano deciso che l'ambiente montano
fosse il luogo ideale dove farmi "rinforzare", come dicevano loro.
E così, tra iniezioni di Calcio (che odiavo) e cucchiaioni di Betotal Plus (che invece
non mi dispiaceva), mi spedivano in montagna, nel Cadore e nell'Ampezzano, ogni estate,
da Luglio e Settembre, e d'inverno, tra Gennaio e Febbraio.
Ho quindi la montagna nel sangue, come una "seconda patria", ho praticato anch'io
un moderato alpinismo (niente roccia impegnativa, la mamma non lo consentiva,
penso che avesse minacciato pesantemente mio padre perchè non mi "contagiasse")
e sono stata anche una discreta sciatrice, a livello agonistico di base, per intenderci.
Quando i miei mi hanno lasciata, tutto questo Eden è finito di colpo, come se un novo
Vajont avesse travolto ogni cosa della mia infanzia, lasciando dietro a sè
solo ruderi sbocconcellati e macerie di fango.
Penso che ne parlerò ancora delle mie montagne qui, sono una parte così importante di me.
Ecco quindi che, dall'ispirazione della mia amica del cuore, è scaturita una composizione
spontanea, fresca, piena della memoria di quella bellezza da sogno.
Notate come non ho suddiviso strofe, o "stanze", come le chiama il mio caro amico Altor:
questo perchè desideravo che non solo per il flusso saltellante delle parole,
ma perfino graficamente apparisse come un ritratto di un torrentello di montagna…

Una noticina di lessico, per chi non conoscesse un termine non usuale:
"enrosadirate" è un piccola mia "capriola" linguistica: da "enrosadire", che è
il nome di uno dei più magici spettacoli offerti dalla natura, in Dolomiti.
Il sole al tramonto colpisce le rocce dolomitiche contro un cielo che già imbrunisce,
accendendole di un incredibile fiammante abbacinante colore rosa intenso.
 
Credetemi, questo spettacolo da solo vale un viaggio e un soggiorno tra quelle valli.

Un'ultima noticina, riguardo i meraviglosi "gracchi" alpini, per chi non li conoscesse:
Il gracchio corallino (Pyrrhocorax pyrrhocorax) è lungo circa 40 cm ed ha un piumaggio nero,
lucido e splendente, con riflessi blu, zampe lunghe. Ha il corpo allungato con ali e coda brevi,
il becco è aguzzo e leggermente ricurvo spesso di colore rosso.
Ha un volo leggero ed elegante e si dimostra socievole anche verso i compagni feriti.

Sono grata alla mia M., per la sua schietta, sincera, generosa, bellissima amicizia,
e per il meraviglioso spunto che mi ha donato.
E ora offro a voi questo piccolo concerto a due voci, con amore.
M.P.





La mia terra

Questa è la terra della mia primavera,
la terra promessa, dove io passai senza riconoscerla.
Questa è la terra della grande estate,
dove il fiume è sospeso tra immoti silenzi
e l'alba invade i sentieri  nei lunghi meriggi.
Questa è la terra di quando giunge l'autunno a scompigliare aride foglie
sparse nei boschi come un'antica veste.
Questa è la terra delle sere invernali,
quando la luce si scioglie sulla neve caduta furtiva di notte
che ci sorprende nell'alba illividita
con sordi e fiochi rintocchi di una campana
impaurita nell'ora senza attesa.

(Da una composizione di Red Cap)



Cadore

L'acqua del torrente
balzella vociando
come uno stuolo di bimbi
in ricreazione, scrosciando
nella gola ambrata
di roccia scavata.
S'abbatte su un masso
senza far danno,
se non sbriciolarsi
in mille frammenti
di luccicante cristallo.
All'improvviso si placa
stendendosi nella valletta
di verde smeraldo
incastonata tra i dirupi
infestati dai misteriosi
sfuggenti troll dei boschi.
L'acqua si distende
come in un abbraccio,
e si confonde col prato.
La giovane amazzone
dai lunghi capelli corvini
si specchia fuggevolmente
in quelle acque senza confine
gettando solo un'occhiata
ai gracchi che nel cielo
terso sopra lei danzano
la loro danza pacata.
E nelle acque già tumultuose,
ora placate, lei ritrova
il suo volto umbratile
di ombrosa fanciulla,
E dietro a lei,
le mirabili cattedrali
delle sue enrosadirate
gugliate montagne
sorvegliano, materne.
Eterne.


Milano, 2 Maggio 2012
Dedicata a M.D. - RedCap, - amica fraterna, con affetto
Marianna

sabato 12 maggio 2012

Mara



Oggi un'amica, cui sono legata
da un tenerissimo e profondo affetto, compie gli anni.

Un periodo aspro, come per molte di noi, questo per la mia Mara.
Ma lei, da donna piena di coraggio e di creatività qual'è, superando ostacoli e
sopportando ferite nuove e antiche, e la folle inaffidabilità del mondo,
sola, come ogni donna sempre comunque è nei momenti più decisivi della vita,
prosegue il suo cammino, a testa alta, con lealtà e intrepido ottimismo.

Questa notte, commossa dalla sua tensione, ho "dovuto" intonare una piccola
canzone, una lettera d'amore, per lei, che fosse d'augurio, oggi, per il suo viaggio.
Cosa per me inconsueta, quella che un amico mio dolcissimo
chiama la mia "Musa" mi ha dettato un sonetto.
Proprio così: non componevo in questa forma dai tempi
del liceo, la forma chiusa mi sta stretta, come ad ogni dilettante.
Però io desideravo comporre essenzialmente un canto d'amore, appunto, e il sonetto si impone
quasi da sè solo come la forma storicamente d'elezione per esprimere questo sentimento.
Perciò, ecco una musica danzante di rime e assonanze, allitterazioni e intrecci di versi,
su questo nome, per me dolcissimo, evocativo, come il nome di un frutto: Mara.

Anche più inusuale per me è pubblicare la "prima stesura", uscita di getto
senza sottoporre il mio pensiero troppo "facile" a volte, troppo irruento
a una revisione accurata a distanza di tempo.
Ma il compleanno della mia adorata sorellina, come tra noi ci chiamiamo, e OGGI.
E allora, amica mia, ecco, per te, per festeggiare assieme, il mio piccolo dono.
Buon compleanno tesoro. Esprimi un desiderio e soffia sulle candeline,
il tuo respiro profuma il cielo come un prato di viole!
E alla festa, a dividersi la torta,
invito voi, amiche mie più care, e amici gentili.
M.P.




Mara

Mara, chiara come una chiara stella
cometa dalla fragrante chioma ambrata,
Mara, chiara e bella come la sorella
lo è per la sorella amata.

Mara che stupisci la luna stessa
per il bagliore soave dei dorati
tuoi occhi lanceolati di dolce tigressa,
acquattata nei sogni tuoi morbidi, arcuati.

Mara, che risali con cuore pulsante
i ripidi dismessi sconnessi sentieri
della vita, tu pura, fiera come diamante.

Mara, che adorni di sguardi sinceri
il tuo giardino rigoglioso di piante:
amarti è volerti per sempre, nei pensieri.



Milano, 12 Maggio 2012
Alla mia Mara, teneramente, con amore.

giovedì 10 maggio 2012

Mutazioni



Ci credereste? Non ricordo esattamente com'è nata questa composizione... 
Come mi capita spesso, avevo in mente un piccolo racconto, un aneddoto, 
un groppo di ricordi, e la voglia di narrarveli.
I miei genitori, entrambi perduti diversi anni fa purtroppo, 
furono straordinari con me, aperti e liberi, dagli artisti che erano, 
ma per una curiosa contraddizione furono anche educatori piuttosto rigidi, 
forse in grazia alle radici profondamente mitteleuropee del mio papà. 
In pratica, fino all'adelescenza non avevo avuto molta libertà
discegliermi il vestiario, o il "look" che dir si voglia, a mio gusto.
Tantomeno mi era concesso "giocare" con make-up, o intimo, o scarpe. 
Quindi ero cresciuta fino alla pubertà in calzettine bianche e gonnellina plissée,
senza concessioni frufru di sorta. 
E di conseguenza, per me le "stanze segrete" della mamma avevano un'attrazione
irresistibile, il fascino della magia iniziatica, del sacerdotale.

Questo è il racconto di quelle mie segrete incursioni nel mondo inesplorato, 
affascinante, abbagliante della mia femminilità insorgente.

Dedico questi versi a voi tutte, amiche dilette,
e agli amici sensibili che sapranno cogliere con delicatezza
il tono delicato del racconto.

Con amore, come sempre 
M.P.




Mutazioni

Bruco, crisalide, pupa, farfalla.
Lo specchio era come uno sguardo
ribaltato al suo mondo immaginario.
L'armadio immenso, misteroso, bianco,
era come il guardiano d'un tesoro intatto,
a lei interdetto, e perciò ancor più bramato.

Non era più bruco, lei, ma non farfalla
ancora: era pupa, prossima al risveglio.
Le gambe lunghe, da insetto un pò sghembo,
il seno come due bianche ciliegie di selva
che dolevan crescendo, facendosi arance,
le anche sporgenti, ossute, da minuta gazzella.

Nell'assenza della Maga, questa gazzella,
pur trepidando a ogni passo, temeraria,
e mortalmente temendone il ritorno,
ne esplorava furtiva - esitante - il regno,
e i sortilegi a lei tenuti segreti. A lei celati.
Ma non per sempre negati. Anzi, ormai imminenti.

Ed era un abito bianco, che le avvolgeva la figura,
esile fuscello, come la corolla d'un fiore immenso.
Oppure era una gonna scura, che dolcemente
le cingeva la vita, modellandole i fianchi
larghi, da donna, già non più da bambina.
Era la calza velata che le abbracciava le cosce

come un soffio di vento, impalpabilmente sensuale.
Ed era il corsetto, troppo ampio per il suo petto,
le coppe appena rilevate, come vele senza vento.
Ed erano gli impavidi tacchi a stiletto,
che la innalzavano come una dea sopra il mondo,
finalmente ai suoi piedi, a chieder mercede.

O ancora era il fiore lucente delle labbra, dischiuse
come una rosa rosso scuro, dipinta da mano attenta,

ma ancora incerta, col fiammeggiante pigmento.
O lo sguardo, reso profondo, cupo, da adulta
orgogliosa, da ciglia addensate di notturno unguento
e palpebre ombreggiate da toni di bruno.

E lo specchio accoglieva l'immagine tutta
di questa farfalla ancora troppo fragile d'ali,
che provava due tre passi ticchettanti sul parquet,
una piroetta per allargare la gonna a scoprire
le gambe nervose, i piedi tesi sulle strette caviglie,
i capelli bruni sciolti fino in vita, a carezzare

la bella schiena nuda, bianca. Narcisa incoscente...
Ancora poco, e la Donna avrebbe preso possesso
di quel corpo, ancora spensierato, ancora innocente.
E la farfalla avrebbe volato, libera, finalmente,
E del volo, avrebbe presto compreso sì la grazia,
ma più ancora il dolore, e l'abbandono.

E, forse, in fine, il perdono.



Milano, 1 Maggio 2012
Alla mia giovinezza, mutante, effimera, incerta.
E a E. - My Little Genius.

martedì 8 maggio 2012

Fragranze



Sopra una immagine di Paola Mancinelli
"Voglia di tenerezza"
http://lospazioindifeso.blogspot.it

 

Questa composizione è nata dalla suggestione di un'immagine
e soltanto da quella. Questa immagine è un dono, ricevuto
da parte della mia tenera amica, e l'artista di grande talento,
che già conoscete, se mi seguite da qualche tempo.
Paoletta, che con ogni sua immagine suscita in me emozioni
visioni, sensazioni che fatico, davvero fatico a esprimere
con le mie povere parole.
Paoletta è un'artista dotata della Grazia di un tocco intimo, lieve
e io la amo e ammiro incondizionatamente.

In questo caso ha ritratto un soggetto pressochè astratto,
un vibrare di colori, sottile, nitido puntuale e saldo
come una Variazione per piano di Anton Webern.
Io ho tentato di renderne la musicalità densa in un distillato
di associazioni concettuali e di fragranze, appunto, sensuali.
Perchè la Sensualità è ciò che principalmente, in questa immagine
e in ogni sua altra, Paoletta magistralmente sa far risuonare
nella sua meravigliosa voce.

La offro a lei, naturalmente, e a voi amiche, e amici, con amore.
M.P.



Fragranze

Giallo, rosa, bianco, arancio,
luce su luce, visione mollemente appannata
come di sogno, vibrante dolce pensiero
sospeso nel nostro mai detto mistero.

Violino, flauto, clarino, cello,
il loro vibrato illumina il cielo:
il cielo che guarda con lo stesso tuo sguardo.
Pulviscolo sospeso nelle tue intime stanze,
primaverilmente soffuse di calde fragranze.

Zafferano, lavanda, basilico, salvia,
diffondono tenui colori nel fresco maestrale
che ci sfiora il corpo, il viso, imperlando rugiada,
come lacrime, memorabili; lacrime di giada.

Carezza, respiro, bacio, abbraccio,
il vuoto, il convesso, il concavo, il pieno,
il fuori, il dentro, il ventre gravido,
il seno, le labbra che gustano fuoco,
pronunciando parole in un silenzio roco.

E in basso, nel fondo, il verde freddo di un'ombra
s'insinua tossico, infiltra il dolore sottile, amaro,
delle anime, e menti, e mani, elette ad essere unite
e che il mondo separa a distanze infinite.


Milano, 29 Aprile 2012
A Paoletta, anima diletta.
Marianna




domenica 6 maggio 2012

Eclissi


 
Questo è un caso, per me assai raro, di una composizione
nata di getto, in pochi minuti, e che, dopo la consueta
"quarantena", ho riletto, senza riuscire a trovare quasi nulla
da dover modificare, o correggere, nel suo equilibrio.
I versi sono nati, quasi scrivendosi da sè soli,
da un altro spunto che mi ha donato, poco dopo l'altro,
la mia amica E. (LadyLindy), poetessa, giovanissima, geniale,
i cui versi qui trascrivo, in "concerto" con i miei.

Un tema forte, intrigante: l'eclissi.
Eclissi di anime, di corpi, eclissi di chi si annulla
in un amore così assoluto da non poter essere risolto.
"Dopo l'eclissi, cos'è ancora come prima?"

La dedico a lei, Virginia,
a a voi amiche dilette, e amici, con passione.
M.P.




Voglio l'eclissi, proprio lì dove brilli
i saturi colori, brucianti li voglio
dopo l'oscurità pungente, mille spilli,
sarò della tua morte la luce sul foglio.

La pioggia è più profonda, ci leviga e ci lima
Dopo l'eclissi, cos'è ancora come prima?

(di LadyLindy)


Eclissi

Due corpi celesti
s'incontrano, giustapponendosi
al nostro sguardo.
Si abbracciano, si direbbe,
baciandosi teneramente,
inondando ciascuno
la luce dell'altro,
suggendo ciascuno
dell'altro le ombre.
Essi sono così vicini
che per minuti
che paiono eterni
non sono più due,
sono uno.

Un'unico astro che folgora
raggi dal disco infuocato
che si consuma in ardore infinito
come d'amore
carnale, sensuale.
Quando, ineluttabilmente,
sciolgono l'abbraccio,
solo allora rammentano
che le loro orbite s'incrociano
distanti migliaia di migliaia
di migliaia di miglia.
E le Grandi Nubi di Magellano
si espandono, infinite.

Al di là dalla nostra Galassia.

Milano, 28 Aprile 2012 h. 20:57
A E. (LadyLindy)
Marianna.

venerdì 4 maggio 2012

Amiche



Questa visione lieve, come un girotondo infantile, che è anche un vivo ricordo,
mi è stata ispirata dalla dolcezza e levità di scrittura di un'amica cara
una sera in cui mi perdevo in pensieri cupi e grevi, e la sua gioia e dolcezza
mi restituì alla vita, si può dire. A volte la forza di una parola
sorprende e atterrisce, per quanto può incidere in un cuore sensibile.
Quella notte stessa scrissi, per ringraziarla, questa piccola elegia:
tutt'altro che l'angoscia che mi attanagliava alla gola fin poco prima.
Grazie, Laura, per questa tua gioia. E per il tuo affetto.

Dedico a lei questo Pas de deux, Pas de bourrée di aria e di luce, 

e a tutte voi amiche care. E a voi, sensibili amici.
M.P.



Amiche

Farfalline beate, senza un cruccio al mondo,
ali bianche l'una, l'altra ali brune,
frullano, vibrano, fremono, trottolano
nella brezza del pomeriggio di maggio,
imitando i mulinelli autunnali di foglie caduche.
Non ingannando che se stesse, e i fringuelli
distratti nei loro svolazzi di zuffe e di sesso.

Farfalline lievi come una bava di vento,
s'inseguono, risalgono, si tuffano a precipizio,
e risalgono ancora, in un baleno, fino al colmo
del loro firmamento. Si allontanano, via, via,
fino a più non vedersi, e infine si gettano strette
in un ricciolo in volo, fino a giunger le ali
teneramente, per un singolo brevissimo istante.

Il sole, la luce che inonda l'intera foresta
trasluce attraverso le ali sottili come veli
inamidati di fresco, vibrando anch'essa,
come il canto vibrato d'un flauto silvestre
che echeggia la valle inondata di odori.
Farfalle:  sono i pensieri, i turbamenti, gli ardori
di Alice, e Martina. Giovanissime. Amiche…


Milano, 28 Aprile 2012
A Laura, dolce stelllna
Marianna Piani

mercoledì 2 maggio 2012

Libellula




Questa è una storia di reciproca ispirazione.
Càpita, quando si ha la grande fortuna, come me,
di avere per amiche persone, artiste di grandissimo talento.
E. (LadyLindy) è una di loro, giovanissima, geniale, brillante.
Mi ha inviato, come se si trattasse di una cosa da nulla,
il mirabile gioiellino che qui sotto trascrivo,
intitolato con voluta nonchalance "Filastrocca".
L'immagine, quasi pittorica, nitidissima, di questa giovane
ragazza che si sdraia a sognare in un campo assolato
mi ha irresistibilmente suscitato una tempesta di emozioni
e di ricordi, che si è risolta in questa composizione
nata di getto, quasi impetuosamente, sulle ali
della memoria di uno di quei momenti irripetibili,
indimenticabili che ognuna di noi custodisce nel profondo
del proprio cuore.
Offro a voi ora, amiche care, e amici,
una di seguito all'altra le due "filastrocche",
l'ispiratrice, per prima, di seguito l'ispirata.
Con amore, e l'augurio che vi piaccia.
M.P.



Filastrocca
di E. (LadyLindy)

In mano ho freschi fiori,
pietre preziose e oro
nessuno qui li vuole?
Mi sdraio allora, stanca,
annego in mezzo al grano
Qualcuno può aspettare, qualcuno può restare?
Poiché mi chiedo spesso se il sole, tramontando,
e toccando questo punto, i miei fiori troverà.
O troverà soltanto la mia veste sporca di rosso
mentre grido che posso, che voglio rimanere
No, qui sono sola, il sole non brucerà che me.
Ma se nessuno vuole fiori, pietre graziose ed oro,
come potrò fare se nessuno li vedrà?





Libellula

Ella allora, a quel punto, con un calcio
lanciò lontano le graziose scarpine bianche
e percepì finalmente il titillare sensuale
del prato insinuarsi tra le dita piccine
teneramente laccate di rosso
come gocciole di sangue lucente
fiorite tra i fili d'erba più fini, casualmente.

Scesero api solerti ad assaporare curiose
quei fiorellini graziosi, invitanti,
e le corolle dei ranuncoli e dei fiori di campo
si scossero, indignate, mugugnando gelose
di quella bellezza così pura, così rara.
Lei piroettando allargò l'ampia gonna attorno a sè
come una candida corolla e la stese a cerchio

sul prato. Con grazia avvicinò le caviglie, raccolte
come un airone sotto la veste, e accolse
la carezza pungente della gramigna sulle gambe nude,
indifese. Strinse al seno quel volume di versi, forte,
come non lo volesse lasciare fuggir via, in volo.
E finalmente socchiuse gli occhi, abbandonandosi tutta
si lasciò cadere, all'indietro, lentamente. Mollemente.

I capelli, color corallo, come coralli si sparsero a raggera
infiammando l'erba, appena sotto un cuscino
di mirtillo blu scuro. Ella sentì l'umida frescura
del prato vestirle le spalle come una tenera stola.
Lentamente, aprì gli occhi: sopra di lei, solo il cielo.
Allora, abbandonato il libro aperto sul petto, senza affanno,
spalancò le braccia, come ali, e le sensitive mani,

aperto ll palmo. Sentì la terra sotto di sè spingere,
respingere il suo peso, con affettuosa fermezza.
Una libellula frullò per un istante, severa,
sfiorandole il viso, ma lei non sobbalzò
com'era usa, non fu inquieta. Respirò, invece
il dolcissimo profumo dei gelsi distanti.
E accolse sopra di sè tutta intera la vita, grata.



Milano, 24 Aprile 2012
A E. - LadyLindy - Con affetto, e riconoscenza anche.
Marianna.