«La Poesia è Scienza, la Scienza è Poesia»

«Darkness cannot drive out darkness; only light can do that. Hate cannot drive out hate; only love can do that.» (Martin Luther King)

«Não sou nada. / Nunca sarei nada. / Não posso querer ser nada./ À parte isso, tenho em mim todos los sonhos do mundo» (Álvaro De Campo)

«A good poem is a contribution to reality. The world is never the same once a good poem has been added to it. A good poem helps to change the shape of the universe, helps to extend everyone's knowledge of himself and the world around him.» (Dylan Thomas)

«Ciò che premeva e che imparavo, è che in ogni caso non ci potesse mai essere poesia senza miracolo.» (Giuseppe Ungaretti)

mercoledì 28 agosto 2013

"Borromee, Borromee!" I


Amiche care, amici,
durante uno dei miei brevi soggiorni nell'amato rifugio del Lago Maggiore, proprio all'esordio della stagione estiva, ho composto un piccolo trittico dedicato alle celebri e celebrate Isole Borromee, come molti sanno costituite da tre piccole isole, poco più che scogli, immerse nelle tranquille acque non lontano dalla riva di Stresa, e meta da sempre per turisti inclini a un certo romanticismo e al gusto per una Natura addomesticata (con una certa sapienza e senza troppa invadenza, come si sapeva fare in passato) dalla mano dell''uomo.
Queste isole, che come molti sanno sono l'Isola Bella, l'Isola dei Pescatori e l'Isola Madre, sono da moltissimi anni nel mio cuore. Non ci sono stata molte volte, fisicamente, forse quattro o cinque in tutto, ma sempre in momenti importanti della mia vita. In particolare sono affezionata all'Isola Bella, che cerca di fare onore al suo nome con la sua architettura intimamente e splendidamente fusa con l'ambiente da lussureggiente giardino.
Ma in ogni caso, affacciandomi dalle alture vicino casa, posso scorgerne sempre la sagoma, quietamente a riposo sulle acque argentate di questo straordinario miracolo di ambiente e natura che è il lago. Perciò fanno parte primaria della mia scenografia affettiva personale, del paesaggio della mia memoria più cara.

Era molto tempo che aspettavo mi cogliesse il momento e lo stato d'animo giusto per raccontarle, e finalmente, forse, questo momento è arrivato. Perché era necessario non essere troppo coinvolta, non essere travolta dalla passione, non avere una storia in essere strettamente avviluppata a quei luoghi, per poterli rivivere con lo sguardo del distacco e della memoria, e sperare poi di restituirli e di evocarli con qualche efficacia anche ai vostri occhi. Accade quasi sempre così, con la scrittura e, credo, con ogni altra forma espressiva ed artistica: la passione, l'amore non possono predominare l'animo, sopravanzare, strappando le redini al controllo della nostra disciplina (della nostra tecnica) e rendendo il nostro discorso incomprensibile per eccesso di emotività…

Pubblicherò ora per voi qui queste tre piccole liriche, una per volta, sotto un titolo unico, la prima oggi, dedicata all'Isola Bella.
Se tutto va bene, seguiranno poi le altre nei consueti "appuntamenti" di Sabato e Domenica.
Le dedico alla vostra attenzione, come sempre, con fiducia e con amore.

M.P.





"Borromee, Borromee!"

I

 
La Bella



Come una gemma, nell'acque del lago,
un poco più accosta a questa mia sponda.
Nocchiero, vira di bordo, riprendi l'onda
e inverti i motori ribollendo l'eliche a prora!
Lancia la cima, scavalca d'un balzo la mura
e allaccia due giri di fune alla bitta, poi, presto,
afferrami la mano con la tua, ruvida, dura,
che pare intagliata nel cedro, fammi discendere,
fammi prendere terra, fammi accedere
a questi giardini che paiono nati dal delirio
di un'antica pazzia.

Trascuro la reggia, risalgo trottando le calli
e gli sconnessi gradini, sollevo l'ampia gonna
con ambo le mani, perché non s'impigli
ai ferri sporgenti dei cancelli, agli spigoli vivi
degli androni, ai rami dei rosai che tracimano
invadendo il cammino. Due pavoni, in mezzo
a un'aiuola di gigli, mi odono giungere affannata,
la prima tra i visitatori sbarcati, svogliati.
Mi osservano per un istante con sussiego,
senza scomporsi, poi continuano intenti
nella loro conversazione.

L'aria è chiara, io ho lasciato le mie cupezze
ben legate al molo di Stresa, il profumo dei gladioli
delle rose e dei ciclami è come un canone a più voci.
Risalgo tra i muretti e gli oleandri, una terrazza
sull'altra, inciampo con il tacco sopra una lastra
di travertino e mi mordo le labbra al dolore:
no, io voglio, voglio giungere in alto, prima tra tutti
per affacciarmi indisturbata per qualche istante
sull'estrema altana, e lasciarmi scivolare la mente
in un nulla affollato di fiori e profumi e gli umori
dell'umida dolcezza del lago.

Godo, intimamente, d'essere qui, con me stessa,
e stringo le braccia attorno al seno, racchiudendolo
stretto, proteggendomi il cuore dalle spine delle
disillusioni e degli affanni. Lo sguardo s'abbandona
allo sguardo, verso Angera, l'orecchio in silenzio
spazia il silenzio solcato solo dal vento, dal ronzio
della cicale, e dal borbottio di un battello lontano.
Sono come un capitano ora, sul cassero di poppa
di questa minuscola isola ch'è un immenso
vascello di marmi, madreperla e pietra serena:
disalberato, inchigliato lì per sempre.



Marianna Piani
Stresa, 31 Maggio 2013

domenica 25 agosto 2013

Pioggia in pineta


Amiche dilette e amici.
Vi propongo oggi - una serena domenica di fine Agosto trascorsa sulle colline sopra il lago Maggiore, luogo che molti di voi sanno tra i miei prediletti - una composizione particolare, di tono un poco "classico", quale a me piace sovente cimentarmi.
La poesia in sé è nata nella "prosaica" sala d'aspetto di un medico, piuttosto fredda e angusta, con alcune riproduzioni di quadri di Escher (molto belli e un poco inquietanti) alle pareti, alcune stupide riviste sparpagliate sul tavolino centrale, e una quantità di libri specialistici accatastati in una grossa libreria. Ero da sola ad attendere il mio turno. E nell'attesa, mi è nato il primo distico, da cui ho poi lasciato scaturire tutto il resto, lavorando sul ricordo di istanti passati e mai dimenticati in compagnia di una persona molto amata e che mi ha fatto anche, devo dire, molto soffrire.
Quando si perde un amore, sembra ogni volta (oltre che di morire, il che però non accade quasi mai) che non si debba mai più riavere ciò che si è perduto. Il che è vero, ma anche non vero, non del tutto almeno.
I momenti, il tempo, e l'anima della persona che ci ha amato, le sue parole, il suo pensiero, tutto questo lo perdiamo effettivamente, e per sempre. Inutile tentare di ritrovarli, salvo nella memoria: sarebbe un richiudersi nell'ossessione.
Ma prima o poi, qui o altrove - dobbiamo crederlo - altri momenti e un'altra anima potrebbero essere in attesa, proprio di noi. Sembra impossibile, ma è così. E, pare davvero impossibile, ma potrebbero anche essere i momenti e l'anima che attendiamo di incontrare da sempre, quelli definitivi, quelli con cui cucire e ricamare insieme la nostra vita, con una prospettiva che comprenda davvero l'espressione "per sempre"…
Potrebbe capitare in ogni momento, e capita a volte davvero: conosco persone cui è capitato (compresi i miei genitori) quindi non è fiaba o fantascienza…
Questo "potrebbe" è proprio ciò che ci fa affrontare anche la solitudine, terribile e angosciante, e la follia, senza cedere alla voglia, o al bisogno, di abbandonarci alla disperazione.
Ecco quindi, condivido con voi questi pensieri, amiche care e amici, come sempre, con amore.

M.P.




Pioggia in pineta

Scorre la pioggia nella pineta
ardente di stille lungo i rami scoscesi,
infuria il vento dentro il mio petto
palpitante ed esausto
d'una notte intera di attesa.

Latra lontano, nel rarefatto nulla,
in una eco insistente un cane
disperso; alla luna assente lui latra,
in questa notte sfinita di novilunio,
celata da una greve trapunta di nubi.

Impenetrabili nubi, come quelle
che mi stringono il cuore in assedio
di densa caligine e cupo torpore.
Non so, non voglio, non credo,
non vedo brecce nel muro compatto.

Vedo graffi disperati dentro l'intonaco
di gesso e di calce, che l'incidono appena,
certo non scavano passaggi alla luce,
tentando invano di aggrapparsi
per scavalcarne la sommità impervia.

La luce lo so è dietro la muraglia
che non so superare, di là dalla notte
che non mi è dato più oltrepassare,
dietro le palpebre chiuse come diaframmi
e le labbra sue serrate, nel silenzio.

. . . . . . . . . . . . . . . . . . .

La pioggia scorre nella pietraia,
e smuove massi dall'alveo
dei torrenti. Il vento agita le chiome
dei ciliegi e delle fanciulle,
scuotendone frutta, e semi, e affanni.

Frutta rosse come labbra, semi
candidi come ciuffi di lino, affanni
lievi come il frulli di farfalle:
beate fanciulle, amate, danzate!
Il Tempo è ancora invaghito di voi!

La mia sovrana e io restiamo immote,
in cima ai nostri smarriti pensieri,
allacciate una all'altra per non precipitare
nelle voragini che ci siamo scavate.
Alla fine, è per questo che ci si ama:

per consumarsi insieme, erodendo il tempo.


Bergamo, 27 Maggio 2013
Marianna Piani

mercoledì 21 agosto 2013

La sera gradualmente avanza


Amiche care, amici, riprendo il mio appuntamento settimanale con voi, dopo una breve interruzione.
Lo faccio proponendovi una lirica nata dalla passione, dall'amicizia, dalla complicità, dalla vicinanza: da tutto ciò che più può riempire di senso la nostra vita. Si tratta di sentimenti ed emozioni strettamente avviluppati a una sottile angoscia, ogni sentimento forte nasce con il destino della sua fine già segnato, e questo, oscuramente, ci atterrisce. Noi da parte nostra aspiriamo d'istinto all'immortalità, all'infinito, e ci immergiamo in questi momenti di perfetta grazia come un bambino si immerge in un gioco che adora, senza il minimo senso del tempo.
Forse, anzi di certo, solo per questi momenti senza fine eppure brevissimi vale la pena vivere, nonostante tutto.
Intanto, ineluttabile, il senso della fine ci persegue come un'ombra, a cui non possiamo sfuggire, se non levandoci in volo così in alto da non poterla più scorgere.
Originariamente dedicate a un'amica molto amata, condivido ora con voi queste parole, con amore, come sempre.

M.P.




La sera gradualmente avanza


La sera, gradualmente, passo passo, avanza
mentre il sole pare morire di malinconia in distanza,
sul filo di un orizzonte chiaro, senza un'ombra.
Allo zenit il piombo d'un cielo infuriato di cumulunembi
color petrolio ribolle masticando la notte che incombe.

Avanza così, passo per passo, e giorno per giorno,
l'età della vita, lasciando dietro sé l'innocenza linda
e aprendosi gradualmente al dolore, come s'apre
la mia vulva all'amore, senza difesa, né coscienza,
solo completo abbandono al destino che preme

sul seno, provocando dolore, e pianto, e soffocando
il respiro del cuore. Tu mi stai teneramente accanto,
la mia veste, ricolma di vento, si sposa alla tua fiorita,
il mio piede sinistro, esile e fervido, zingaresco, trepidando
s'accosta al tuo destro, solido e certo come una radice.

Lo smalto rubino del mio dito - piccino - riluce
aderendo al verde smeraldo del tuo, così come
la mia pupilla nero notte incontra la tua radiosa, alba
che contiene tutti i colori del bosco e del mondo,
mentre tempia a tempia contempliamo  il tempo

che si dipana, e si scioglie dal nostro abbraccio.
Il tempo ci fugge, una volta sciolto, e si getta nel mare
come un delfino, libero e spumeggiando passione;
noi intanto ci afferriamo le mani, scuotendo i capelli
a inondarci le spalle, e danziamo, finché ci è concesso:

finché ci favorirà il giorno che invecchia, finché la luna
tra nubi come sbuffi di lana rischiarerà la fragrante radura
di timo e rosmarino, finché i nostri piedi nudi sul prato
troveranno rugiada che li ristori. Finché i miei occhi
troveranno nei tuoi me stessa, e la mia veste ricolma di vento.

E fiori di seta e di lino, intrecciati ai capelli, come pensieri.
E insieme così potremo stupire il mondo,
per la bellezza d'un puro sogno
mutatosi da spirito libero
in castissima carnalità.



Marianna Piani
Milano, 26 Maggio 2013

mercoledì 14 agosto 2013

Freddo nella notte estiva


Amiche dilette, amici cari.
Ognuno di noi racchiude nel cuore un sogno, e a volte questo sogno miracolosamente si muta in realtà, a volte per brevi attimi, a volte, rarissimamente, per sempre.
E quando il sogno rimane sogno, proviamo la acuta malinconia dell'assenza, il bisogno di una presenza, che ci riempia la vita fino all'orlo. Poichè noi siamo esseri incompleti, ineluttabilmente ci struggiamo l'intera vita per trovare la parte che ci manca, la persona con cui condividere la nostra esistenza. E questo vale qualunque sia il genere di amore il destino ci ha riservato.


Questa breve composizione la scrissi nel corso di una notte senza fine, inseguendo inutilmente la mia stanchezza, sperando, anzi implorando che essa, fiaccandomi completamente, mi concedesse in attimo di sonno, e quindi di oblio, e quindi di speranza. Il freddo che sentivo, nonostante l'estate già matura, era tutto all'interno di me stessa, e dall'interno veniva il ricordo delle notti passate in compagnia dell'amore, un amore condiviso, profondo, ma ora perduto. Il ricordo diventa presto rimpianto, ma subito, nel dormiveglia, si confonde, si fonde con la realtà del momento: per un istante, appena prima che mi cogliesse finalmente il sonno, ho risentito la sua presenza, viva, concreta, accanto a me…

Come sempre, desidero condividere questi miei pensieri con voi, amiche care, con amore.
M.P.




"Freddo nella notte estiva"


Freddo, nella notte estiva.
Non bastano oggi le coltri
al tepore che abbisogno:
io ti cerco. Cerco solo
il tuo corpo assopito
senza destarti, no,
dal tuo bel sogno.
Cerco solo i tuoi piedi
tra cui racchiudere i miei
come tra due valve
di tepido velluto,
cerco i tuoi fianchi
larghi, generosi, franchi,
cui aderire i miei
intirizziti e malinconici,
e così stanchi.
Cerco il tuo petto
come un tempio ardente
di mille e una avventura
nel mondo, per cingerlo
e sentire come di cingere
con te l'intero pianeta.
Cerco le tue mani
preziose mani che tutto fanno
e che tutto sanno,
ora abbandonate in dolcissime forme
sopra le nubi dei nostri guanciali:
quanto son calde le tue mani
quando carezzano
e quando nella passione - travolte -
graffiano. Oh mani tue sante
cui intrecciare dita tra dita!
Gocce di porpora pura
come stille di sangue!

Cerco il tuo viso
così disteso e perduto
nel tuo profondo sonno
da parere d'un cherubino.
Non ha età il tuo volto,
non ha storia, pallido
e deciso come un antico marmo,
morbido e dolce
come quello d'un fauno,
le labbra purissime
appena socchiuse in attesa credo
d'un mio bacio.
Sì, angelo, d'un bacio mio!
Forse è quello il sogno
in cui ti sei perduta,
il sogno che piega la bocca
come una rosa in un sorriso
che profuma di sole.

Questo tuo sole
emana un calore
così morbido e intenso
che mi avvolge più d'ogni coltre.
Non potrei mai e poi mai
destarti ora.
Né mai vorrei destarmi io,
poiché troppo temo
che questo sia soltanto
un sogno mio...

Tu, soltanto - ti prego - riscaldami ora!



Marianna Piani
Milano, 25 maggio 2013

sabato 10 agosto 2013

Luna nel cielo e nel sangue


Amiche care, e amici..
Dopo una settimana molto difficile per me, finalmente ho potuto lasciarmi alle spalle una situazione di penosa attesa, e di costrizione piuttosto pesante, e sono fuggita per qualche giorno al lago, il mio "buen retiro" preferito.
Stasera ho ripreso quindi questa composizione, scritta qualche tempo fa a Trieste, ma che proprio da un ricordo dell'immagine della Luna piena che si affaccia sopra il lago aveva tratto la sua prima ispirazione.
Noi donne, come sapete, abbiamo la Luna dentro di noi: il nostro corpo, per qualche misteriosa simmetria evolutiva, ha le sue lunazioni, il suo ciclo mensile, quasi esattamente sincronizzato. Per questo probabilmente molte di noi sentono per questo astro (che non è altro in fondo che una palla di roccia inerte e muta che volteggia nello spazio, governata dalle leggi della gravitazione universale) una attrazione, una simpatia, una comunanza intima e segreta.
Ecco il titolo, quindi, ed ecco il motivo dell'appellativo di sorella.
No, non è la luna classica, questa mia, la luna così frequentemente cantata in versi, non è la "luna dei poeti", insomma. Piuttosto direi è la "Luna delle Donne", che dedico a  a tutte voi, amiche dilette, come sempre, con amore.
M.P.

 
Luna nel cielo e nel sangue

La saluto sempre, quando la incontro, la mia Luna.
Nelle notti chiare, sopra il lago, mentre si specchia
come una fanciulla vanitosa, ravvivandosi i capelli
di rugiada; e nelle mattine di scirocco, quando quasi sfiora
il mare, gonfiando la marea oltre i moli e gli arsenali.

La saluto quando pare impigliarsi tra i rami dei pioppi,
o quando ancora giovane mi squadra dal suo viso serio
pieno d'orgoglio e di riserbo; o quando trionfa nell'estate
tingendosi d'un rosso fiammeggiante, trafitta dal campanile
affilato come uno stiletto che la trapassa da parte a parte.

Luna, Luna diafana e ospitale, che abbracci tenera i sogni
d'ogni mortale, Luna dei prati e dei coltivi che inargenti,
Luna delle mie contrade, di cui riveli nottetempo i vicoli e le calli,
Luna che t'ammanti di petali di gigli come un velo nuziale,
Luna triste, Luna gioiosa, Luna folle, Luna femmina, Luna!

Luna di latte, Luna di seno, Luna di sangue che imperla il grembo,
Luna che palpiti in un cielo fitto di stelle come fa il cuore mio
fitto dentro il petto, ahimè esausto, ahimè ferito, eppure
indomito, mai pago, mai quieto, mai arreso, mai sconfitto;
Luna che tracci la rotta e insieme la neghi, per dispetto.

Luna che appari, e poi dispari come le nubi di un temporale,
Luna che marchi i giorni, e le stagioni, e il percorso degli anni,
Luna così fusa al tempo da farne parte, indissolubilmente, Luna
che prometti, che giuri fedeltà e poi tradisci per l'avvampare
del tutto effimero di una stella. Luna che - in silenzio - soffri.

Così come nel mio ventre, come in quello d'ogni donna,
si susseguono i tempi e le stagioni, di gelo e di bollore,
affluenti maree di sangue e di dolore, un dolore sordo
acerbo, a volte anche aguzzo, un tormento costante, fedele
come il più fedele dei compagni, sempre al nostro fianco,

sempre a disporre le nostre notti, le veglie, le albe
e i tramonti, in un lungo susseguirsi di ore e di mesi.
Io mi sento così - Luna: sorgente e risorgente, marea
che cresce, avvolge, e si ritira, trascinando con sé i ricordi,
io lo sono, nel mio cielo scuro, sono Luna, Luna-Donna.

Tu ed io, Luna Sorella, amiamo, e soffriamo, in silenzio.



Marianna Piani
Trieste, 24 Maggio 2013
(Per Mara, Luna-Sorella)

mercoledì 7 agosto 2013

Mara, una sera, a Maggio


Amiche dilette, amici.
Dedicai questa canzoncina a un'amica molto cara, e al suo nome, dal suono così romantico e dolce.
Io adoro i nomi bisillabici, per me sono perfetti in sé, come Paola, Anna, Livia, Rosa. Non so perché: sento nel suono di queste due semplici note accostate come un accordo perfetto. Sento che descrivono la donna che lo porta in modo particolare, dal momento che io sono convinta che ognuna di noi somigli nel profondo al proprio nome, "sia" il proprio stesso nome, in qualche modo.
"Mara" è tra i nomi perfetti uno dei più perfetti, in questo senso. "Mara", che inizia e finisce come "Mar[iann]a" contiene qualcosa di me, o è contenuta in me, quasi un destino di intimo legame…
La persona che porta questo nome, è un'amica meravigliosa, e se lo merita tutto. È una ragazza di una bellezza interiore ed esteriore rara, e di altrettanto rara intelligenza e creatività… Semplice, lineare, elegante ma sofisticata come il nome suggerisce. Io semplicemente la adoro.
Per questo le ho dedicato poco tempo fa una lirica, ma non delle mie usuali, turbinose e complesse, piuttosto qualcosa di snello, agile, diretto e cercando di restituire a parole almeno un poca della sua inconfondibile ineguagliabile grazia. Non è un esercizio facile questo, ma mi ha sostenuto e guidato l'amore profondo che provo  per lei…
Su sua licenza, vorrei condividere questi versi ora con voi, amiche care, con dolcezza... e con amore…

M.P.



Mara, una sera, a Maggio


Mara entra nella stanza
e con lei entra il suo sorriso,
le sue mani colme d'acqua
e di petali di rosa.

Mara ride ad alta voce
poiché il giorno si matura
e nel tramonto d'oro vede
ogni dono di natura.

Mara canta tra sé e sé
accompagnando i suoi passi
con il ritmo del suo cuore
che galoppa con verde ardore.

Mara è bella come un dipinto
che si estende oltre il Tempo,
i suoi occhi aprono orizzonti
per ogni stilla di colore.

Mara chiude gli occhi immensi:
a piedi nudi in mezzo al prato
ascolta il dolce tenero calore
dell'erba fresca appena nata.

Mara inspira in fondo al seno
i profumi intensi dell'Estate,
gelsomini, ranuncoli e rigoglio
di calabroni ebbri in volo.

Mara lascia che i suoi capelli
s'aggroviglino ai raggi  argentei
della Luna che tramonta:
e la Luna le sorride dolce

rispecchiandosi sopra il lago,
guancia a guancia col suo viso.
Nel vedersi così gemelle entrambe
si sciolgono in un sorriso.

Mara esce nella via
a iniziare il nuovo viaggio,
un cherubino l'accompagna
tenendola per mano.

Mara è una goccia di rugiada
che scorre sulla foglia della vita
emanando luce propria
scintillando grazia innata.

Mara canta, respira, danza,
con la punta dei suoi piedi
sopra i fiumi del suo Maggio,
la sua anima la segue appresso

poiché lei è un passo avanti.
Il suo cuore come uno stendardo
di ardimento guida il sogno
che lei sa rendere reale.

Mara si raccoglie a sera infine
nei suoi fervidi pensieri.
E una falena dal suo mistero
si posa lieve sulla sua tempia.

Le sussurra nell'orecchio candido
di traslucente porcellana:
"Mara, tu sei dolce, delicata e vera,
come la bellezza di questa sera!"



Marianna Piani
12 Maggio 2013
Per l'amica, per la sorella,
composta di getto, con amore

sabato 3 agosto 2013

Sotto quel nome


Amiche dilette, amici cari, queste che seguono sono due brevi composizioni che scrissi colpita da un avvenimento particolare.
La poetessa Rosanna Marani, che - con la gentilezza che la contraddistingue, mi onora con la sua amicizia - ricevette quest'anno poco prima della Primavera un meritatissimo e importante premio, intitolato tra l'altro significativamente al nome della grande Alda Merini, musa indiscussa di tutte noi, e che per me, come molte di voi sanno, ha un significato intimo, viscerale.
La prima delle due liriche, che utilizzo come titolo comune di questa pubblicazione, è un omaggio proprio al nome di Alda, sotto il cui "segno" questo premio è stato costituito, attraverso il quale far giungere a Rosanna tutta la nostra ammirazione di vederla accostata a una grande donna di quel calibro - accostamento che Rosanna stessa, ne sono sicura, ha accettato con gioia ed emozione indicibile e insieme un fremito profondo nelle vene, nel chiedersi se ne fosse veramente degna. Questo non può dirlo lei, né i giurati che le hanno assegnato questo riconoscimento, né nessuna di noi, né tanto meno io: solo il tempo e la saggezza delle Storia lo potrà dire. Noi ci accontentiamo di sentirlo possibile.

E infatti nel ricevere tale riconoscimento Rosanna ci confessò di avere pianto.
Questa è l'origine della seconda piccola composizione.
Certo, c'è chi di ciò si sarebbe mostrata orgogliosa, chi tronfia, chi si sarebbe sentita "giustamente riconosciuta dopo tanto lavoro" ecc… Lei no: dopo una vita spesa ad affinare la propria sensibilità e il proprio eloquio, a sperimentare idiomi, a inventare praticamente uno stile (quello che io chiamo lo "stream Rosanniano", quella particolare forma di Stream of consciousness che lei ha portato alla perfezione di un modulo stilistico assoluto. E guai a chi si provasse ad imitarla, perché fallirebbe ridicolmente!) dopo tutto questo, di fronte a un premio importante ma santocielo non un Nobel insomma né un Pulitzer, come se non se ne sentisse adeguata, o pronta, come una giovane debuttante, si commuove, e piange!
Questo ha commosso profondamente me, rivelandomi una volta di più l'inequivocabile marchio dell'eccellenza: l'Umiltà (con la U maiuscola).
Le ho dedicato subito queste due mie cosette, scritte di getto, e lei, sempre gentilissima e paziente con me, le ha ricevute con gratitudine (sic!).
Ora le pubblico, dedicandole ancora ovviamente a lei, e condividendo con voi la mia emozione, tutt'ora viva come allora.
Come sempre, più che mai, con amore!

M.P.




Sotto quel nome

Sotto il nome di Alda
c'è la follia, una follia
fatta donna, o la follia...
la follia dell'essere donna
fino al fondo dell'essere sé.

Oppure, sapete, c'è
la femminilità della follia,
che si squarcia nel dire
sé stessa, allo specchio
frantumato della Poesia.

Sotto il nome di Alda
esiste il pianto e la gioia
del consumare la vita
senza finzioni o ripari
dentro il diluvio di amaro

dolore dell'amare l'altro
di più, tanto più di sé,
più di quanto non si possa
mai ragionevolmente in vita
sperare d'esser riamati.

Sotto il nome di Alda
v'è la bellezza dell'ombra
sotto l'olmo materno
nel giardino profuso
di candide corolle di gigli.

Sotto il nome di Alda
c'è il tutto del nulla
che s'apre al Creato
di una impossibile saldissima
fede nell'infinito a noi dato.

Sotto il nome di Alda
si adunano ninfe
e sacerdotesse beate
abbandonate nel canto
senz'altro motivo che il canto.

Sotto il nome di Alda
da oggi è Rosanna,
e con lei noi tutte, donne
di cuore pulsante
e folle sensibile mente.


Milano, 15 Aprile 2013
Canto in onore di Rosanna
per il suo salire accanto
a un nome immenso.

Marianna Piani



 
"Sopra il pianto di una donna di valore"


Il pianto di una donna,
una donna di valore,
come una cometa
che la strada guida
a noi anime smarrite
negli infiniti sentieri del dire,
questo pianto rappreso
e infine donato al mondo
con il pudore estremo
di chi si dona,
questo pianto di gioia
e di umiltà soave:

è come questa pioggia fine
di Primavera, che intenerisce
i prati, circonfusi di pensieri,
irrora di carezze
e di graffi gli aridi terreni
esausti dell'inverno,
e fa germogliare gli Asfodeli,
fiori poetici da millenni,
e fruttifica i frutti
delle nostre turgide
fantasie di spose
della bellezza.

Il pianto di una donna di valore,
per la gioia
d'esser riconosciuta tale,
talmente supera
nella sua bellezza
la bellezza stessa
del riconoscimento avuto,
da sfolgorare essa sola
per l'intima fusione
del nucleo della Stella
in Energia dell'Anima,
mutata in Luce Pura
diffusa nell'Universo.



Milano, 20 Aprile 2013
In Occasione
del Pianto di Rosanna

Marianna Piani