«La Poesia è Scienza, la Scienza è Poesia»

«Darkness cannot drive out darkness; only light can do that. Hate cannot drive out hate; only love can do that.» (Martin Luther King)

«Não sou nada. / Nunca sarei nada. / Não posso querer ser nada./ À parte isso, tenho em mim todos los sonhos do mundo» (Álvaro De Campo)

«A good poem is a contribution to reality. The world is never the same once a good poem has been added to it. A good poem helps to change the shape of the universe, helps to extend everyone's knowledge of himself and the world around him.» (Dylan Thomas)

«Ciò che premeva e che imparavo, è che in ogni caso non ci potesse mai essere poesia senza miracolo.» (Giuseppe Ungaretti)

mercoledì 26 febbraio 2014

Ritratto di figura


Amiche care, amici,
di quando in quando, lo sapete, mi piace sbozzare dei veri e propri ritratti presi al volo, immagini di persone che incontro, e che mi colpiscono per qualche tratto della loro personalità o della loro figura, nella vita reale. Un piacere che probabilmente deriva dalla mia particolare attitudine percettiva, dal momento che professionalmente mi occupo di immagine ed ho una formazione centrata sulle arti visive e l'illustrazione.
Nella lirica che vi propongo oggi, si tratta di una apparizione fugace, una ragazza che vidi, bellissima, uscire all'improvviso da un negozio sulla via cui ero casualmente a passare anch'io, e che non avrei certo mai più rivisto. Ma nemmeno dimenticato...

La bellezza femminile, quand'è perfetta e indiscutibile, ha veramente qualcosa di miracoloso, riesce ad imporre la sua presenza su chiunque abbia la ventura di incontrarla, e riesce a comunicare una nobiltà ed una eleganza di tratti e di forme pari solo a certi spettacoli "grandi" della natura. In sé, io credo, la bellezza femminile nella sua più alta espressione, è uno spettacolo della Natura, o una espressione della divinità, se volete.
Chi porta su di sé il peso di questo dono non può essere nemmeno considerata fortunata, poiché probabilmente l'intera sua vita ne sarà condizionata, e la responsabilità di incarnare un modello per l'umanità graverà su di lei, sia pure inconsapevolmente, in ogni espressione della sua esistenza.
Per questo l'apparente alterigia che distingue le donne più belle è secondo me il riflesso di una profonda malinconia, e perfino di una solitudine disperata e indifesa, che solo una conoscenza più approfondita può portare alla luce.
Certo che la sensazione del primo istante, quando la bellezza si manifesta così, all'improvviso, ha qualcosa di incantevole e abbagliante nello stesso tempo, impossibile non accorgersene. Perché la si percepisce come una luce intensa che si diffonde nell'ambiente, avvolgendo di sé ogni cosa.
E, badate, non è per nulla questione di abiti, di make up o altri artifici: come nel caso del ritratto che qui lascio, un abitino senza pretese, casualissimo, i capelli sciolti e liberi, il viso senza un filo di trucco a volte fanno ancor più sfolgorare la bellezza pura e naturale dei lineamenti e del corpo.

Va bene, io mi accontento della mia modesta, comune bellezza di ragazza come tante, e curo quando posso di incorniciarla con qualche abito emozionante, di elevarla sopra i miei adorati tacchi, di illuminarla con qualche accessorio scintillante, di raccogliere i capelli in qualche acconciatura graziosa; per fortuna posso apparire per ciò che sono, e non ho nella vita il ruolo e la responsabilità che invece deve sopportare una di queste Regine.

Vi lascio questi pensieri, amiche dilette e amici, come sempre, con amore.

M.P.



(P.S. un piccolo avviso: Da Venerdì dovrò subire un ricovero di almeno una decina di giorni per i miei consueti problemi di salute. Di conseguenza molto probabilmente non potrò onorare alcuni degli appuntamenti previsti. Ci ritroveremo, se vorrete, al mio rientro, ho in serbo per voi un piccolo "ciclo" dedicato alla mia città d'origine... Un caldo tenero abbraccio a tutti!)


 


Ritratto di figura


Si fermò, sulla soglia, esitando

come se qualcuno l'avesse chiamata,
si guardò intorno per qualche momento,
poi la varcò decisa e apparve
nella via assolata
d'un sole tenue diafano d'inverno,
illuminando i muri, i palazzi grigi,
le vaste piazze, i parchi,
con il pallore del suo volto incontaminato.

Istintivamente, gli astanti
sospesero i loro uffici e le loro cure
per un istante, come quando
all'inatteso riapparire del sole
da sotto le nubi dense e nere e gonfie
ognuno inavvertitamente sospende
per una frazione di secondo
il suo respiro, e il battito del cuore.

La figura così nobile, così fremente
come una pianta, verde, elevata,
lanceolata, i lunghi capelli
verdeblu che le facevano corona,
come viatico alla purezza:
chi la prima volta la vedeva allora apparire
così, improvvisa, imprevista, scarmigliata,
era certo d'aver veduto una sfrontata santa.

Non vacillavano le caviglie sottili sui tacchi,
il petto si gonfiava fiero in un sospiro d'ansia,
le mani ai fianchi come a imporre il potere
della sua salda certezza, gli occhi ombrosi
ad esplorare già la rotta: tra poco,
sapevano gli ammutoliti astanti,
ella si sarebbe avviata, e come una nave
dalle lussureggianti vele gonfie al vento

presto sarebbe svanita all'orizzonte.


Marianna Piani
Plateau d'Assy, France, 26 Dicembre 2013

domenica 23 febbraio 2014

"Parlare del mare d'inverno"



Amiche care e amici,

Ecco una composizione dedicata, anzi, in certo modo dovuta a un'amica molto, molto cara.
Per "parlare alto"... la "genesi" di questi versi è tra le più classiche e tradizionali.
Era l'inizio di Dicembre, e io partivo per un breve viaggio a Trieste, che come sapete è la mia città di nascita, e la base delle mie radici culturali e sentimentali: si tratta di escursioni che faccio appena posso, per ritrovare l'atmosfera che mi appartiene, e che sento più intimamente, nonostante la quasi quindicina di anni ormai che mi trovo a vivere a Milano, città a suo modo ebbra e affascinante, ma che non sono mai riuscita ad accettare e sentire come pienamente "mia".
Ebbene, saputolo, Mara mi inviò un messaggio in cui mi raccomandava di "salutare il mio mare" e di raccontargliene, appena fossi arrivata. Un invito che colsi al volo, ovviamente, poiché il mare, quel fazzoletto di mare, forse più simile a un grande lago salato che a un vero e proprio mare, privo di ambizioni oceaniche, eppure così carico della forza e della suggestione di questo grande mezzo di comunicazione e di divisione, questo mare è da sempre nel mio sangue, nel mio patrimonio genetico, e probabilmente non si potrebbe mai comprendere il mio modo di pensare e di vedere le cose se si prescindesse dal fatto che io nacqui - appunto - sulle sponde di un mare, e per di più spazzato sovente da un vento teso e nervoso, potente e spiazzante.

La mia visita di allora fu dunque breve, ma intensa. E fui fortunata, perché incontrai giornate chiare, insolitamente quiete di vento, più da Autunno inoltrato che di un Inverno ormai avviato.
E non mancai - lo faccio sempre, quando arrivo da quelle parti - di andare a fare una passeggiata lungo le rive, fino in cima al grande molo, alla capo del quale si ha la sensazione di essere a prua di una grande nave, nel mezzo della baia, con il vento a folate che portano con sé sbuffi di salsedine marina che irrora e scompiglia il viso e i capelli. Chi l'ha provato, sa che cosa intendo. Davanti si stende fin dove l'occhio può il mare, con le sue onde brevi e scintillanti; alle spalle, tutto l'arco della città, con, al centro, la Piazza (una delle piazze più belle del mondo, a mio avviso), il Municipio, costruzione tra il severo e l'ironico, priva di solennità ma non leziosa, tipica insomma di questa città, e la Torre dell'Orologio.


Così, come una pittrice dilettante, ho puntato il mio cavalletto, e ho fissato le mie impressioni sulla tela dei versi, che ho subito inviato a chi me li aveva sollecitati.

Il risultato, eccolo ora, condiviso con voi, amiche dilette e amici cari, come sempre, con amore.

M.P.

 


"Parlare del mare d'inverno"

 

Siamo ancora noi due su questa riva
ad ascoltare il sommesso brusio
delle onde calme sulla banchina
e lo schiocco della risacca
sui gradini della scaletta
che s'immerge profonda nell'abisso.

Siamo, ad ascoltare il nostro
commosso parlare di speranze,
di rimembranze, di vita vissuta
oppure negata, di bellezza,
e di tradimento, di rispetto
e di pianto: ci siamo accanto.

Siamo così, la mano dell'una
racchiusa in quella dell'altra,
come l'ostrica nelle sue valve,
tenaci, certe, vitali. Così come
la mente abbraccia la mente
(e due parentesi custodiscono un pensiero)

Non si odono ora i gridi dei gabbiani
rifugiati tra le zolle dei campi,
il sentore acuto del salso
ristagna nelle piccole cale
in attesa di esser disperso
tra le vie e le corti e le case.

Pigramente, tintinnano le sartie
delle barche alla fonda, dormienti.
Le spaventose tempeste d'estate
sono dimenticate, ora è il tempo
delle nebbie fugaci, in cui smarrire la rotta,
e dei silenzi che annunciano neve.

Quando scende la neve poi, sul mare,
è strano vedere i fiocchi uno a uno
annegare, senza alcun grido, o lamento.
Vorremmo salvarli, afferrarli,
lasciarli posare sul palmo, contenti,
dove spirerebbero presto in una goccia di brina.

Ma oggi è il sole, che ci confonde
all'orizzonte, in una precoce effimera festa
di tinte pastello, profuse in un dipinto,
dove il cielo si versa nel mare,
e l'illuminazione stradale crea costellazioni
che vibrano nel nero riflesso dell'acque.

Andiamo, passo passo, lungo la riva,
ad ogni passo misurando il pulsare
del nostro respiro: nell'umido freddo
il fiato s'addensa, parlando del mare:
il mio sbuffo incontra il tuo, piccolo soffio
innocente, e in esso si fonde.

Entrambi infine svaniscono, confusi,
avvinghiati sopra le trepide onde.



Marianna Piani
Trieste, 14 Dicembre 2013
Dedicata a Mara

sabato 22 febbraio 2014

Quei voli


Amiche care, amici,

Da innamorati, non si scrive dell'amore: lo si vive.
Così non accade che nel pieno di una temperie di passione si prenda la penna e si descriva le proprie emozioni, quasi come una cronaca in tempo reale. O meglio, può accadere, ma è difficile che ne scaturisca qualcosa di valido, al di là del proprio più intimo privato: le passioni, nel loro culmine, sono totalizzanti, e possono dettare soltanto parole che suonano inadeguate, inutili, banali, prive di contenuto.
Chi si lascia sedurre da questa tentazione per fini letterari, compie l'errore più imperdonabile del dilettante ingenuo: credere che l'espressione poetica sia la traduzione diretta, immediata e "spontanea" dei propri sentimenti. Non è così. L'espressione poetica è lavoro, lavoro e ancora lavoro. È analisi, è tecnica, è scrittura, è fatica, è analisi, è sintesi, è esercizio quotidiano... ed è dominio delle proprie emozioni, non il loro scatenamento istintivo. Così come in qualsiasi altra arte: quanto lavoro, applicazione, fatica sono necessari ad una danzatrice per interpretare con apparente leggerezza e "facilità" i suoi passi sul palcoscenico, di fronte a mille persone, e riuscire a comunicare emozione? Non è perché la scrittura appare "alla portata di tutti" che non richieda altrettanta applicazione e difficoltà.
Inoltre, una composizione scritta sotto l'urgenza di una forte emozione non sarà in grado di comunicare nulla più di nude parole, poiché lo scrittore da quell'emozione è dominato, e non è in grado di dominare in pieno il proprio strumento. È una caduta libera. È un disorientamento senza possibilità di recupero. È un canto a squarciagola, insensato.
Questo non significa che le composizioni efficaci non abbiano origine da un'urgenza, da un sentire, da un'emozione intensa e profonda. Tutt'altro.
Significa solo che quando la penna incontra la carta, quest'emozione, come una pioggia torrenziale d'estate, è di solito già cessata, e il terreno irrorato, facendo germogliare i semi sepolti, può dare i finalmente suoi frutti.

Così accade che sia la memoria a narrare, oppure, come per i versi che vi offro qui oggi, la speranza, o il desiderio ancora inespresso, oppure l'illusione. In questa composizione in particolare la memoria dei luoghi si fonde al desiderio, e crea la necessità dell'espressione...

Per voi, amiche dilette e amici, come sempre, con amore.

M.P.





Quei voli



L'ombra della montagna si distende nella valle
come un'immensa gatta che si stira pigramente
ridestandosi dal suo sonno carico di mistero.

Gli abitanti delle case serrano le imposte
e indugiano nei salotti illuminati dalle trepidanti
fluorescenze dei televisori come da cerulei fuochi.

Sarà presto neve nell'atmosfera: i vecchi
già da tempo l'hanno fiutata e pregustata
nella brezza che giungeva a gelare nelle ossa.

Il silenzio, denso come panna, presto trafilerà
sopra ogni oggetto, per ogni strada, in ogni memoria,
cancellandone l'aspetto in un unico freddo soffio.

Larghe fasce di alabastro e porcellana
si alternano nel cielo come onde nella baia,
rari uccelli arditi si avventurano in brevi voli.

Tu ed io siamo in quei voli: alti voli, precipitosi,
e poi quieti, e poi ardenti, e poi trepidi, e poi affranti,
e poi redenti, e poi - disperatamente - folli.

Mai più, mai più allo schiudersi del portale arancio
e grigio acciaio delle forre dell'inverno, mai più saremo sole.
Le nostre voci, come squilli di clarini argentei e campane,
 

faranno eco all'eco, in festa,  fino al fondo della valle.
Fino a dove il fiume carica impetuoso come una fiera, e la chiusa
quasi a pena non si schianta nello sbarrargli il passo.

Vicino al cielo, si frantumano le muraglie del ghiacciaio,
noi - rondini - gridando ci tuffiamo a picco nei crepacci,
e ne risaliamo trionfanti le pareti, recando lo stendardo

sotto il cui garrire condurremo in trionfo il nostro cuore.
Il mondo ci vorrà bene, per il bene che ci vorremo.
E l'amore nostro sarà chiamato amore, come ogni amore.




Marianna Piani
Milano, 11 Dicembre 2013

mercoledì 19 febbraio 2014

Tu sei bella



Amiche dilette, amici
 

come molti di voi sanno, io adoro dedicare i miei versi alle amiche che amo. Per me è un modo per instaurare un dialogo più profondo, più vibrante, di lasciare un pezzetto di me a queste persone un po' speciali, che mi danno tanto, con la loro presenza, con il loro affetto, con la loro stima.
Si tratta anche di una composizione che parla d'amore. L'amore di cui parlo, però, non necessariamente, non sempre, è amore nel senso di passione, di attrazione fisica, di carnalità. In molti casi, come in questo, è amore inteso come ammirazione ed amicizia, affetto e simpatia.

La bellezza, quella femminile in particolare, per me ha un valore di vitalità, di contentezza assoluta. Mi piace immensamente osservare la bellezza delle mie amiche, e anche delle ragazze che posso incrociare per caso, qui, o per strada. Non ne sono gelosa, tutt'altro. Mi ritengo anch'io una donna piacevole, e piuttosto desiderabile (senza peccare di falsa modestia), e ne vado fiera, e quando e come posso esalto volentieri questo aspetto della mia femminilità. Tuttavia godo della bellezza delle donne che mi circondano, e di cui mi circondo, la ritengo un dono prezioso anche nei miei confronti. E non è vero che la bellezza, quella vera intendo, è solo un dono naturale di cui non abbiamo alcun merito, e sapete perché? Perché la bellezza di cui parlo è sì quella esteriore, che però acquista una dimensione del tutto unica e superiore alla luce della bellezza interiore. Le persone che amo, e in particolare le donne, ma anche gli uomini, irraggiano da sé questo genere di bellezza, profonda, vivida, che sostiene, esalta e giustifica quella di superficie. Ragazze come Rosanna, Mara, Sonja, Carolina, Stefania, tutte le amiche che ammiro, e ne dovrei citare tante ancora, hanno questo di particolare, hanno tutta la bellezza abbagliante di un gioiello illuminato da uno spot di luce viva, che è la loro intelligenza, la loro grazia, la loro eleganza, la loro vitalità.
Ecco, la Sabrina cui ho dedicato questa piccola composizione è dotata di questo genere di bellezza. Una bellezza che arriva anche al di là delle immagini, una bellezza che si sente, si percepisce con certezza.
Certo, ho incontrato anche uomini dotati di questo genere di bellezza, ne conosco più d'uno, e uno in particolare ho amato per un periodo della mia vita proprio per questo motivo.
Le donne hanno però dalla loro una naturale predisposizione alla bellezza, come se la Natura, attraverso di loro, avesse dato del suo meglio, poiché sapeva che esse sarebbero state lo strumento della sua perpetuazione.


Condivido con voi, amiche bellissime, e amici cari, queste riflessioni. Con Amore
M.P.




Tu sei bella


Sei bella: due parole, chiare
come le note di un arpeggio,
scintillanti gocce mattutine
sul tuo viso di cristallo.

Sei bella: e tu indossi queste parole
come l'ardente pizzo
che t'abbraccia aderente il petto
come neve sopra i colli.

Tu sei bella. Vorrei essere una tela
per contenere la figura
del tuo volto d'aspetto antico,
immerso in un'aura di distacco.

Vorrei essere il tuo specchio
per rimandare a te la luce
delle tue labbra di corallo
e fragole umide di pioggia.

Tu sei bella, come è bella
la mia abetaia in fronte al lago,
e la dolce riva che lo adorna
di perle bianche e bianche case.

Tanto bella sei quanto
questo calice di un giglio, colmo
fino all'orlo del rosso vino
della passione che ci inebria.

La larga gonna di tulle arioso
che indossa la bionda aurora,
e la coroncina di usignoli
che adorna i suoi capelli, è bella.

E bella è la camicetta tesa
sopra il seno della luna
mia velata sposa, e le scarpe in filigrana
ai suoi piedi snelli e audaci.

Bella è la nebbia che mi cela
e protegge nell'inverno del mio male,
come il germoglio di verbena dorme
sotto la bruna coltre di foglie morte.

Bella è la camelia sul balcone
della mia speranza, bella è la canzone
dell'ape che la corteggia, bella è l'ala
del gabbiano adorante il suo mare.

Bella la vela del vascello dispiegata
bianca al vento, bella la nuvola che sovrasta
indicandole il cammino, bella è la danza
del pulviscolo dentro i raggi

del giallo sole che taglia la navata
della foresta; e bella la giunchiglia
del flessuoso tuo corpo di sirena,
belle le tue braccia nude appassionate,

belli i tuoi occhi immensi, color del miele,
e i capelli come raggi mattutini:
tu sei bella, come un sogno appena desto
già svanito. Poiché sei bella, e allora,

io t'amo, amore, come l'amore,
per puro amore.



Marianna Piani
Per Sabrina, amica bellissma
Milano, 8 Dicembre 2013

domenica 16 febbraio 2014

Il ponte


Amiche dilette e amici,

oggi vi proporrò ancora una lirica di carattere fortemente intimo e personale.
A volte mi chiedo se pubblicare o no questi pensieri, dal momento che appartengono a una sfera così fusa nella mia anima, nei i miei più riposti sentimenti, da rasentare la confessione.
Ma nel momento in cui prendo la penna e scrivo le parole che l'emozione mi detta, non mi pongo il problema. Se lo faccio è proprio perché sento la necessità di esprimere la tempesta, o il vento, o il sereno, che sento scatenarsi dentro di me. Penso che comunicarlo serva a renderlo comprensibile, in qualche modo a dominarlo, e a darne una ragione.
La poesia lirica in questo principalmente si differenzia dalla prosa. Tratta direttamente dell'anima di chi scrive, anzi, in qualche modo, è l'anima stessa che si impossessa della tecnica di scrittura per rendersi percepibile, sensibile.
La musicalità dei versi si intessono al significato, rendendolo universale. Almeno, questo è il tentativo, lo sforzo che ogni scrivente fa per rendere significativa la propria scrittura, per conferirne un valore che non sia di puro e sterile sfogo.
Nel dipingere un tramonto sopra il mare, un pittore di talento si sforzerà non di restituire delle forme, delle tinte, poiché una fotocopia ottico-meccanica potrebbe farlo assai meglio di lui, dal punto di vista della fedeltà al percepibile.
Lui cercherà di estrarre dai tubetti di colore la luce, e la profondità dell'atmosfera, il vibrare delle foglie sulla riva e la mobilità stessa, inafferrabile, delle onde.
Chi vedrà poi il quadro, non vedrà una riproduzione di un angolo di natura, ma vivrà una esperienza, completa, di sé stesso immerso in una visione emotiva, coinvolgente.

Ebbene, il ponte è quello che a un certo punto della mia vita ho attraversato, tra il segreto e il sensibile, tra il vero e il falso della mia vita, lasciandomi per sempre alle spalle una certa serenità "borghese" - sostenuta però da un carico di falsità e menzogne nei confronti di me stessa e del mondo, nutrita da anni di paure, di sensi di colpa, di vergogna e di ipocrisia - per raggiungere la scomoda ma definitiva realtà della mia esistenza. Il ponte che ho scientemente attraversato tra la rassegnazione del sopravvivere e la volontà di vivere pienamente. Finalmente me stessa.

Condivido con voi, care e cari lettrici e lettori, questi pensieri, con amore.

M.P.





Il ponte


Ti ho attesa, Dio mio quanto a lungo ti ho attesa
all'altro capo del ponte, dov'era destinato da sempre
il nostro incontro, mia elusiva, inavvicinabile fiera.

Tale era la tua bellezza, da farmi gemere, fino al cuore,
per l'acuta spina del desiderio che mi puniva
dei miei temerari, inconcepibili pensieri: tu eri pura.

Pura come un pugno di neve appena caduta,
come l'alito di una ninfa, profumato di ranuncoli
e di gelso, come l'icona dorata di una Vergine sacra.

Che diritto avevo io di graffiare la tua innocenza,
di tentare i tuoi sensi con carezze e promesse
così simili a nubi estive, che indugiano, ma poi

subito dissolvono al primo sole del giorno?
Come potevo tuttavia rimanermene inerte
ad assistere allo spiegarsi del tuo splendore

come petali di sole, che accecano - già all'alba?
E al tuo incedere folgorante, tra la gente, priva
del benché minimo pudore, o titubanza: potevo?

Tu eri allora come una Diana incarnata nel marmo,
le braccia nude meravigliosamente tese a piegare
la possenza dell'arco, nel mirare al designato bersaglio.

I muscoli, i tendini, il viso, contratti allo sforzo, le mani
sbiancate dalla tensione, le unghie di porpora,
e le vene blu sull'esile collo irrigidite dal cimento.

Eppure, dalle labbra che erano petali di seta, mi sorridevi.
Scuotevi leggermente i capelli, lasciando che il vento
ne prendesse possesso, litigando con il sole, e sorridevi.

A me sorridevi! Ed io rimanevo in silenzio, immobile:
come nel cogliere una cerbiatta che ci osserva, e non si vuole
che il minimo rumore, il più piccolo gesto, possa provocarne la fuga.

Questo, questo in te adoro, come una adepta che adora
la sua dea nel tempio: questo tuo essere cristallo, e marmo, e oro
incorrotti e perfetti, e insieme essere carnalissimo senso.

Frutta, frutta di labbra, frutta di seno, arancia lucente, ciliegia,
pesca protetta dal finissimo vello, impalpabile uva dorata,
frutta di grembo, melograna spaccata al sole da un colpo di spada!

Ho passato, quel ponte, da tempo, per quanto fosse
aspro il cammino, e vorticoso, e rabbioso lì sotto il torrente,
gonfiato dai nubifragi e dai naufragi della mia vita disfatta.

L'ho traversato, e con me ho portato la visione del tuo sorriso.
E da allora ti ho attesa, resistendo alla pioggia, e al gelo,
poiché sapevo che prima o poi saresti giunta, con la levità

e la impareggiabile grazia della tua falcata. Dietro i tuoi piedi -
candidi gigli - sarebbero spuntate piccole viole, ad ogni passo.
Mi avresti sorriso, e io t'avrei accolta, aggrappandomi alle tue mani.

Ma quanto tempo, amor  mio, invano è trascorso.
Quanto tempo ti ho attesa!...



Marianna Piani
Nebbiuno, 5 Dicembre 2013

sabato 15 febbraio 2014

Le innamorate



Amiche dilette, amici

dopo qualche tempo, ritorno ai miei temi più cari, la spiritualità, la sensualità e la carnalità dell'amore.


Scrivere d'amore, o di sesso, più o meno esplicitamente, equivale ad avventurarsi in un campo minato. Da migliaia di anni l'umanità gode soffre e canta attorno questi argomenti, ed è pressoché impossibile evitare il già detto, il banale, il provvisorio, l'inconsistente.
In questo caso il fatto di esercitare la mia attività di scrittura in un ambito del tutto amatoriale, devo dire, mi aiuta. Se coltivassi ambizioni letterarie di qualunque tipo, dovrei evitare come la peste di avventurarmi in questi territori: il rischio del Kitsch, o del sentimentalismo melenso, da una parte, e quello dell'erotico/pornografico e voyeuristico dall'altra è decisamente troppo pesante. Ma io di queste ambizioni non ho traccia, come amo ripetere, e di fronte alla pagina bianca mi sento esattamente come la pagina stessa, vuota, non prescritta, libera come l'aria.
Ciò non significa che io mi abbandoni con voluttà al risaputo, beninteso. Ma di questo solo i lettori possono essere i giudici finali. A me tocca il compito - e la responsabilità - solo di essere sincera. Significa soltanto che posso permettermi di esprimere emozioni intime e profonde senza farmi condizionare da definizioni, categorie o apparati critici.
Semplicemente, quasi in un ritorno "ideale" all'adolescenza, lascio che sia l'ispirazione a dettarmi le parole, i pensieri, i concetti, e a esprimere ciò che si agita in fondo alla mia anima.
"Svelare" è la ragione primaria di questi versi: svelare ciò che amo e ciò che sono, di fronte al mondo, e svelare le emozioni perché anche altri ne possano, se vogliono, far parte.

Dedico queste riflessioni in versi a tutte voi, amiche care e amici, come sempre e più che mai, con amore.


M.P.



Le innamorate


Innamorata
lo è l'onda dello scoglio,
dopo il lungo estenuante viaggio
dai mari più profondi,
dalle più remote spiagge,
raggiunge il suo destino
e con voluttà vi si abbatte tutta.

Innamorata è la tramontana
della quercia secolare
e dei suoi rami aggrappati al cielo,
come in un sospiro la raggiunge
e vi si getta, componendo
per il suo amore un alto canto,
il lamento d'un addio per sempre.

Innamorata è la luna
del suo lago, il dolce specchio
in cui riflette la sua bellezza,
nelle notti cariche di stelle
e colà si spoglia delle nubi
come un'amante delle vesti,
e nuda giace e si concede.

Innamorata è la neve
della collina e della sua vigna;
come un manto di ermellino
copre le spalle alla Regina,
così il bianco molle vello
si adagia sopra i prati
e i filari già quasi spogli, e li riscalda.

Innamorata è questa donna
della sua splendida compagna:
corre a perdifiato a lei e afferra
l'oro dei capelli tra le labbra,
esplorando febbrilmente con le dita
la temeraria sua sfuggente pelle
per violarla dolcemente

e dolcemente morirne assieme,
morirne assieme di piacere,
fatalmente.



Marianna Piani
Milano, 2 Dicembre 2013

martedì 11 febbraio 2014

Undici di Febbraio




"The moon has nothing to be sad about,
Staring from her boot of bone.

She is used to this sort of thing.
Her blacks crackle and drag."

                          (Sylvia Plath)


Londra, 11 Febbraio 1963, un appartamentino elegante al 23 di Fitzroy Road, poco distante da Primerose Hill, zona tra le più esclusive della città.
L'edificio ha un qualche valore storico, e un tocco di predestinazione, avendo ospitato in passato il grande Poeta Irlandese, William Butler Yeats.
Prima dell'alba, una donna di trent'anni, sottile, di aspetto nobile e dal bel viso intenso, caratterizzato da uno sguardo appassionato che colpiva chiunque la vedesse per la prima volta, rendendola indimenticabile, si aggira con movimenti pigri, trattenuti, ma sicuri, tra la cucina e la stanzetta dove riposano i bambini, con l'espressione assente e dolcissima che hanno tutti i bimbi immersi in un sonno profondo. Capelli lisci e lunghi, e una profondissima malinconia in ogni movimento, come se un peso immenso la schiacciasse, meticolosamente e con studiata premeditazione, riordina la cucina, socchiude la finestra della stanza dei bimbi e con panni umidi ne sigilla accuratamente l'uscio,  mentre in cucina un sibilo sottile, suadente, la invita ad unirsi a lui, come per un viaggio in qualche luogo lontano, meraviglioso: in Italia, ad esempio, oppure a Parigi. O a Cape Cod, il suo amato rifugio, tra le rammendatrici di reti.
Senza esitazione, lucidamente, si inginocchia davanti alla bocca del forno, spalancata da un pezzo ormai, impaziente, e si sistema alla meglio, stringendosi nelle spalle, all'interno della cavità, ancora intrisa dagli odori familiari di alimenti e condimenti combusti.
La gonna le pende sui polpacci inerte, e presto, dopo qualche debole convulsione, anche lei si affloscia, al pari di quel tessuto, come uno straccio dimenticato.


La ritroverà qualche ora più tardi la governante, dopo essersi fatta aprire - allarmata - dal custode dello stabile.
Così si concludeva la vita di una delle più grandi poetesse del '900, togliendoci per sempre la possibilità di avere da lei altri tesori distillati dalla sua sconfinata sensibilità e dal suo immenso talento.

Conosco questo male di vivere, conosco questa terribile compagna che ti occupa il cervello, che ti rode da dentro, togliendoti ogni capacità di reagire, ogni volontà di sopravvivere a te stessa. Da anni devo quotidianamente affrontare un sentiero in salita, aspro, ripido, spietato, che mi porta faticosamente avanti, verso la fine della giornata.
Da anni medito se vale la pena questo sforzo continuo, se non sia più facile abbandonarsi al destino, lasciare le redini sciolte e permettere al puledro che abbiamo dentro di gettarsi a corsa pazza nella prateria, per non tornare più indietro.
E ogni volta ritorno, faticosamente, coraggiosamente o vilmente, non so, ritorno, per le persone che amo, per quelle che mi vogliono bene, sempre in attesa del momento in cui anche questo sostegno mi venisse a mancare, oppure non mi fosse più sufficiente, perché troppo violenta la forza che mi attrae verso il fondo.

Per questo, tra tanti scrittori e Poeti, più che nessun altro mi sento vicina a Sylvia, nel suo incomprensibile gesto. Incomprensibile per chiunque non ci sia passato.
Un gesto che è come un grido, in cerca d'aiuto, e come esso incomprensibile e incompreso.
In apertura ho citato i suoi ultimissimi versi, datati a poche ore prima della morte:


"La luna non ha nulla di che essere triste
mentre s'affaccia dalla sua volta di ossa

Lei è usa a questo genere di cose.

Le sue oscurità crepitano e strascinano."

L'enigma di Sylvia Plath pervade ogni sua composizione, rendendola quasi intraducibile, anzi, intraducibile proprio, per quanta arte, abilità e amore ci si possa mettere. È impossibile strappare dalle sue parole l'anima che contengono, che pur si percepisce, si coglie, si comprende. Io tutte le volte che mi ci cimento, ne esco stremata e sconfitta. E arricchita di un'esperienza in altri modi irraggiungibile. L'enigma di Sylvia Plath pervade ogni suo verso, ogni sua parola, esattamente come pervade la sua vita, fino alla fine, nel consumato squallore di quel forno a gas Westinghouse, di lamiera, dall'odore di pollo e di unto. Cornice invereconda e vile di una mente straordinaria, di una donna sfolgorante.

Con amore, per sempre

M.P.





Sylvia Plath
(Boston, October 27, 1932 - London, February 11, 1963)





Undici di Febbraio
(Omaggio a Sylvia Plath)


Se mai volessi - o potessi scegliere
quando abbandonare questo viaggio,
l'undici febbraio sarebbe il giorno
che mi sarebbe caro. Dieci anni
quasi esatti dopo quel freddo giorno
io nacqui, in tutt'altro mondo.

Dieci anni esatti vedrà presto la mia vita
più della vita che vide sulla terra
quella sirena di mare, quella rammendatrice
di reti e di parole, quella cercatrice
di conchiglie negli abissi dei sensi,
e di un senso alle proprie inestimabili doti.

Eppure, questa donna che comprese
tutto in sé il suo tempo, ma non di sé
seppe confidare, questa femmina dal dolce
ma ferito sguardo, sfidata da una bellezza
tanto intensa, tanto violenta, quanto impotente
a controllare il suo genio e la sua mente:

questa donna fluisce in me come una dea,
come il fiume scorre sotto il ghiacciaio,
come la corrente abissale porta
l'oceano da un continente all'altro,
con sé recando i banchi di salmoni dal Nord
e i solenni letali squali bianchi dall'equatore.

Come sotto una sottile coltre di roccia
scivola la lava incandescente del vulcano
irrefrenabile, ineluttabile, tremenda.
E l'Uomo nulla può allora, se non levare
un alto canto, o una preghiera, o un pianto,
mentre i suoi edifici si disgregano nel fango

senza un motivo, o una accettabile ragione.
Voci di mare, burrascoso e invitto, voci di selva
percorsa dal maestrale, voci di antichi miti
scolpiti sui visi dei vecchi chini sui moli
a sgusciare valve come memorie, voci di case,
di strilli di bimbi, di cigolare di culle.

Voce sua sublime di officiante, anima sospesa
tra il celeste e l'umano, tra il sogno e l'illusione,
tra l'incanto e il selciato, voce ascoltata, amata,
eppure del tutto incompresa e, infine, tradita:
lascerò che giunga, quest'undici febbraio, e riudirò
il sibilo di quel forno, la bocca che divorò via la vita

a un'anima infinita.



Marianna Piani
(11-12 Ottobre 2013 - 11 Febbraio 2014)

sabato 8 febbraio 2014

Cinque Pezzi Facili - V


Amiche care e amici,

Ed eccoci giunti alla conclusione di questo breve ciclo ispirato, originato e dedicato alla musica.
E mi piace concludere tornando all'antico, alla musica riservata, all'intavolatura, con un brano e un autore (P.P.Borrono) assai meno noto degli altri presentati fin qui, nemmeno io conoscevo questo pezzo prima di averlo ascoltato dalle mani magiche della mia amica I.P. e del suo strumento, mentre dell'autore avevo solo delle vaghe reminiscenze.

Ho provato a rendere la cadenza nobile, quasi solenne della Pavana, in contrasto con il timbro scintillante dello strumento originale, il liuto.
E per completare il gioco in omaggio alla mia sorella di pensiero, vi ho incastonato tra i versi un piccolo riferimento, in accordo all'epoca, che non vi rivelo direttamente, ma tramite il dipinto che inserisco in copertina (anche perché non ho trovato un ritratto certo attribuibile all'autore di queste musiche): è molto facile, stavolta.

Il testo e l'ispirazione comunque intrecciano in un gioco polifonico la percezione del suono e ritmo del pezzo, con il ricordo di una delle mie passeggiate nel cuore di un borgo medievale (Orta San Giulio), che a queste suggestioni offre una architettura, anch'essa tra il severo e il rustico, di antiche pietre, muri tormentati e ripide calli discendenti quasi a salti fino al lago.

Condivido questo ultimo accordo, dolce e gagliardo, con voi, come sempre, con amore

M.P.


Cinque pezzi facili

Una Offerta Musicale
 (Ascoltando I.P.)

Melozzo da Forlì (1438-1494)




V

Pavana
(da Pietro Paolo Borrono 1490-1563)


Il ritmo che m'incuora è una danza
liquida, lenta, cadenzata, altera:
archi di pietra nell'antico borgo,
ricordo di Storia millenaria, eterna,
incrostata negl'intonaci di salnitro,
aderente alla pietra come alla carne la pelle.

Aristocratiche mura, silenziosi androni
nascoste e segrete corti, porticati ombrosi,
gente che occhieggia alle finestre sgusciate,
eco dei passi nelle anguste calli,
lindi panni stesi tra muro e muro,
ogni cosa, ogni viso sa qui d'antico e d'eterno.

Mutevole è il tocco del musico sullo strumento,
una carezza un momento, l'altro dopo un graffio,
scorre le corde come il felino alla preda, oppure
indugia in un adagio vellutato come un sipario
che s'apre arioso a un paesaggio di morbidi colli,
arditamente s'inerpica su ripidi sentieri dell'alpe,
naviga le acque quiete del lago, che subito si fanno
tempestose: e intanto la danza si scioglie libera,
estatica, in un'architettura di geometrici accordi.



Marianna Piani
Per I.P.
Milano, 20-30 Novembre 2013

mercoledì 5 febbraio 2014

Cinque Pezzi Facili - IV


Amiche care, amici
sebbene assai in ritardo oggi, eccomi all'appuntamento di metà settimana, con la quarta "canzone" ispirata al suono della chitarra di una mia amica carissima.

Qui cambiamo completamente epoca, e clima, con un Autore e un brano assolutamente celebri e celebrati. Chi non ha mai sentito, in qualche versione, "Asturias" di Albéniz? La quintessenza dell'anima ispanica, così come secoli di Storia - anche tormentata - e di temperie culturale sono giunte fino a noi.
Dalle traduzioni che faccio, e che spesso pubblico qui, chi mi conosce sa quanto ami questa lingua e i suoi cantori. Per questo non potevo certo rinunciare all'occasione di esprimere in qualche modo "diretto", per una volta, questi sentimenti, accompagnata da una musica di grande fascino e intensità.
Per mia fortuna padroneggio piuttosto bene la lingua Spagnola, per cui ho potuto approfondire la lettura di Autori di immenso valore, che mi hanno arricchito infinitamente, fin dalla mia prima giovinezza.
Qui la citazione quindi, per me, era d'obbligo, perfino scontata, in un certo senso, e non è troppo difficile individuarla, nel mio piccolo gioco a chiave attorno a cui ho voluto intessere queste composizioni: la trovate alla sesta stanza, e si riferisce, naturalmente, a Federico García Lorca, uno dei poeti da me più amati in assoluto, e al suo "Epitafio a Isaac Albéniz", che chiude con questi versi:

…«¡Oh música y bondad entretejida!
¡Oh pupila de azor, corazón sano!

Duerme cielo sin fin, nieve tendida.
Sueña invierno de lumbre, gris verano.
¡Duerme en olvido de tu vieja vida!»

(…"O musica intessuta di dolcezza!
O pupilla di falco, cuore spavaldo!

Dormi, cielo senza fine, neve sparsa.
Sogna, luminoso Inverno, Estate di foschia.
Dormi ora, e scorda la tua antica vita!")


Io l'ho parafrasata e incastonata nella mia composizione, in un gioco di rimandi artistici che mi hanno emozionata:
la trascrizione per chitarra dall'originale per pianoforte che la mia amica ha interpretato deriva di certo da quella del grandissimo Andrés Segovia, per cui c'è un intreccio di genialità, con Lorca che omaggia Albéniz - in occasione della inaugurazione di un monumento intitolato al Maestro - restituito al suo sapore più gitano dalla mano di un Maestro come Segovia.
È bello assistere a questo intreccio di Arti, e a come la Musica si fonde indissolubilmente nella Poesia.
Io mi ci sono accostata in punta di piedi, cercando di restituire il suono e la suggestione di questi suoni, e di questi luoghi, che io ho avuto la fortuna di poter visitare, un paio di anni fa.

La condivido con voi, amiche dilette e amici, come sempre, con amore!

M.P.



Cinque pezzi facili

Una Offerta Musicale
 (Ascoltando I.P.)

Isaac Albéniz (1860-1909)




IV
Asturias
(da Isaac Albéniz)


L'onda giunge alla riva, gioiosa, festosa,
l'onda strappa con sé brandelli di costa,
e li restituisce al mare, l'onda consuma
come l'attesa, impercettibile, inesausta.

La costa è un susseguirsi di visioni
di piccoli porti esposti ai marosi,
il profumo acre del salso aggredisce le cose,
e le confonde, senza fretta, nella caldaia del tempo.

Le ruggini penetrano l'anima in profondo,
schietti pescatori dal viso di cuoio
ritirano, oppure riparano le reti, e ci osservano
dai loro occhi di petrolio e di sigaro spento.

Il sangue dell'uomo si spande sulla terra
irrorandola di speranza e di futuro,
ma il sangue del poeta versato innocente
è in un'anfora di gloria, non si rapprende,

non coagula in grumi di fiele come quello
delle fiere inutilmente massacrate nell'arena.
Il sangue del poeta canta, canta ancora,
canta per sempre su questa musica gitana:

"Quale musica, intessuta di tenerezza!
Occhio acuto dello sparviero, cuore spavaldo!"
Ecco l'uomo, ecco il Poeta, ecco il cantore,
ed ecco il gitano, sangue del sangue di quelle terre.

Da Granada all'abbagliante luce catalana,
alla barbarica costa battuta dalle tramontane
rabbiose, laddove si spalanca l'oceano alla rotta
dei conquistadores crociati assassini di genti...

Ecco, suona questo arpeggio, mia gitana,
accarezza le tue corde come l'amante
ardente afferra i miei capelli tra i suoi denti
di madreperla, e v'ispira tutta la passione.

Suona, adorata, suona chiudendo gli occhi
che imprigionano visioni, e io con te invocherò
gli amori, aspirerò i sapori, gusterò gli odori
di quel mare, di quelle terre, di quelle labbra

riarse di sangue d'odio e di sete di passione.
Quelle tue mani candide danzatrici delle Muse,
evocatrici di poeti, quelle mani che coprirò di baci
come la neve le tenere alture che guardano il mare:

    Dolcemente.
         Semplicemente.
               Armoniosamente.


Marianna Piani
Milano, Novembre 2013

domenica 2 febbraio 2014

Cinque Pezzi Facili - III



Amiche dilette e amici,

Terzo appuntamento con il nostro piccolo "ciclo poetico" dedicato alla musica, e in particolare ai pezzi meravigliosamente suonati da un'amica molto cara, di cui continuerò a conservare gelosamente il nome, e il suono.

Qui cambiamo atmosfera, e siamo in compagnia di un grandissimo poeta della musica antica, John Dowland.
Io personalmente nutro un amore speciale per la musica pre-bachiana, polifonica, di intavolatura, rinascimentale da Dufay a Palestrina, a Monteverdi. Si tratta di un approccio musicale di cui vado orgogliosa, perché è del tutto personale, e non deriva come in altri casi da una eredità paterna (Bachiano e barocco) o materna (Mozartiana e romantica), e ha richiesto una ricerca ed un approfondimento e un impegno tutti "farina del mio sacco", per così dire.
Ho tentato di rendere il suono dolce e finemente arabescato di questa danza un po' saltellante ("frog", appunto) con una versificazione molto classica, modulata, un po' trovadorica, appunto. In fondo il mio tentativo è di rivaleggiare in virtuosismo tecnico - e in sensibilità poetica - con la mia amica, ma vi assicuro che si è trattato di un cimento veramente impossibile da sostenere, tutta da sola.
Per questo qui ho voluto chiamare in aiuto un grandissimo, conterraneo e quasi contemporaneo di Dowland: il Signor William Shakespeare, il Bardo, nientemeno! - e ho incastonato tra i miei (modesti, mamma mia!) versi, come una gemma, un frammento parafrasato da uno dei suoi celebri sonetti (Sonnet 8). Ecco qui la versione originale:

"Mark how one string sweet husband to another.
Strikes each in each by mutual ordering;
Resembling sire, and child, and happy mother,
who all in one, one pleasing note do sing"


Nulla di più appropriato, vi pare? Riuscite ad individuarlo nel mio testo? A questo punto è facilissimo, ma certo questa volta il gioco in chiave era molto segretato, e credo pochissimi specialisti avrebbero potuto "pescarlo" senza una traccia, anche se nei miei versi l'avevo di proposito quotato.


Per voi, amiche care e amici, e per lei, amica mia fraterna, con amore

M.P.


Cinque pezzi facili

Una Offerta Musicale
(Ascoltando I.P.)

John Dowland (1563-1626)



III
The Frog - Galliarda
(da John Dowland)


Siedi accanto a me, dolce signora,
siedi e accarezza con portento
il tuo strumento, in alto, e in grave
del suo registro ancestrale.

I tuoi capelli discendono come onde
sulle tue spalle bianche, scoperte,
la veste ti arricchisce come la corolla
d'un fiore raro, inebriante.

Vorrei, oh come vorrei posare la mia mano
e poi le labbra, su quelle onde chiare,
come fa il gabbiano che sfiora il mare,
e pescare il tuo guizzante amore!

Come vorrei annegare in quel tuo sguardo
tanto compreso nel suo canto
da parere un oceano di luce, profondo
quanto basta per scomparire,

e mai più esser ritrovata. Come vorrei
tesoro mio diletto, abbandonare la mia fronte
sulle tue ginocchia, nel rapimento folle
della tua bellezza e della certezza

della tua voce intensa. "Amore - mi dici - guarda,
guarda come ogni corda con dolcezza
sposandosi con l'altra, vibra nell'altra come padre
madre figlia, nell'ordine d'un perfetto accordo".

Volesse il Cielo ch'io fossi quella corda,
toccata con sapienza dalle tue dita,
potessi essere il vibrante canto
del tuo madrigale, d'ora e per sempre.

Ascolto il sibilare leggero dei polpastrelli
sulla tastiera, sfreccianti come uccelli
nell'aria, ascolto il riverbero degli armonici
dalla pregiata cassa di profumata essenza.

Quanto vorrei che questo suono fosse
il suono del vento stesso, senza tempo,
e senza affatto fine. Quanto vorrei, mia cara,
sfidare il mondo intero, e in te legarmi,

come l'argento all'oro, la pioggia al suolo,
la luna alla notte, la chitarra al canto:
canto antico, canto amoroso, un canto solo,
e ti sfiorerò le spalle, e sarò al tuo fianco.


Marianna Piani
Milano, Novembre 2013


sabato 1 febbraio 2014

Cinque Pezzi Facili - II



Amiche dilette, amici,

Secondo appuntamento del piccolo "ciclo" ispirato dalla chitarra classica della mia fraterna amica - di cui manterrò riservato il nome, e che per inciso ha compiuto gli anni giusto ieri.
Il titolo del frammento è bene augurante, quindi,  e glielo dedico con raddoppiato affetto.

Avevo progettato di inserire qui anche i brani musicali che mi hanno dato l'ispirazione, ma la mia amica ha preferito di no, per motivi strettamente personali, ed io rispetto la sua volontà, ovviamente (ci  mancherebbe!). Mi ha suggerito di inserire dei brani di altri esecutori recuperati da YouTube, ma non sarebbe stata assolutamente la stessa cosa! Queste mie piccole composizioni nascono dal suono di QUELLA (preziosa) chitarra, e di QUELLE (bellissime) mani. I brani sono ben noti, a chi ha una buona cultura musicale, e può (spero) sentirli evocati nella propria memoria, oppure può eventualmente andare a recuperare la esecuzione che preferisce.

Per voi, amiche care e amici, questo piccolo brano (anche il suo riferimento musicale è breve), come sempre, con amore

M.P.

(P.S: In questo brano, la "chiave nascosta" del gioco è molto facile da individuare, se osservate bene, e si riferisce al tono e colore del brano stesso. Lascio a voi il piacere di scoprirla. Fatemi poi sapere se l'avete "indovinata")





Cinque pezzi facili

Una Offerta Musicale
(Ascoltando I.P.)

Mauro Giuliani (1781-1829)


II
L'Allegria
(da Mauro Giuliani - Op. 148)


Ascolta - il bel petto procace appoggiato al davanzale -
la scintillante festosa notte che in laguna s'avanza,
libera come soltanto la donna veneta sa stare, vitale
emozione che cresce come un respiro; sul collo un sospiro
germinerà come una collana di diamanti, cercheranno
ricoveri gli amanti fuggitivi per consumare i loro amori
ombrosi e fecondi, al lume della luna soltanto.

Cogli il tempo, e nel ritmo che scorre con gaiezza
ogni battito del tuo cuore ti sia di sollievo: nella danza
nativa delle tue membra i pensieri conoscano sempre nuova
baldanza, saggezza sia nel movimento delle tue mani;
ritrova l'antico nobile rintocco delle corde tormentate -
intimo e affettuoso sia il tuo intessere suono al piacere,
orgoglioso sia il fuoco dell'impareggiabile tua virtù.


Marianna Piani
Milano, Novembre 2013