«La Poesia è Scienza, la Scienza è Poesia»

«Beauty is truth. truth beauty,- that is all
Ye know on earth, and all ye need to know.» (John Keats)

«Darkness cannot drive out darkness; only light can do that. Hate cannot drive out hate; only love can do that.» (Martin Luther King)

«Não sou nada. / Nunca sarei nada. / Não posso querer ser nada./ À parte isso, tenho em mim todos los sonhos do mundo» (Álvaro De Campo)

«A good poem is a contribution to reality. The world is never the same once a good poem has been added to it. A good poem helps to change the shape of the universe, helps to extend everyone's knowledge of himself and the world around him.» (Dylan Thomas)

«Ciò che premeva e che imparavo, è che in ogni caso non ci potesse mai essere poesia senza miracolo.» (Giuseppe Ungaretti)
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sabato 20 ottobre 2018

Passo passo




Amiche care, amici,

racconto il passo di due donne nella vita, il mio e quello di una giovane sconosciuta.
Entrambe un poco incerte, sempre in equilibrio instabile, apparentemente precario, sui nostri lussureggianti e fieri tacchi a spillo, cui dovremmo rinunciare per tener fede ai nostri ideali e alle nostre aspirazioni, ai nostri legamenti articolari, e non lo facciamo, chissà, forse per ispirazione, forse per disperazione.
Forse è un gioco, il nostro, forse un impegno, certo i maschi non hanno tacchi, e vanno via spediti, sicuri, vanno anche in guerra, e noi incerte, precarie in apparenza (e anche in sostanza) ma sempre alte e fiere, insane ma, nonostante tutto, salde.
Padrone della nostra bellezza, e dei nostri desideri.
Tacchi o non tacchi, le donne procedono, nella Storia che mai le avvantaggia, procedono sempre, vincenti.

Con amore, vostra

M.P.





Passo passo





La tipa che mi precede
maltratta il marciapiede
con i suoi alti tacchi ostinati,
forse incolleriti: saperlo...

La seguo un poco, senz'intenzione,
ammirando quel suo passo svelto,
che somiglia al mio (anch'io traballo
su tacchi alti e aguzzi come illusioni
e non cado), ma non è il mio quel passo.

Quello è un passo
da venticinquenne.

Fiero, direi bastardo, scanzonato,
arrogante anche, temerario,
il passo di chi percorre la sua via
la prima volta, con la certezza
che il suo tempo sia infinito ancora.

A prescindere dalla sorte.
A prescindere dalla morte.

Che squisita prospettiva,
dice il passo mio, prendere il volo
a venticinque anni,
e non dovere mai penare
la fatica, la pena del risalire.

Il mio passo questo dice, ritmando
una stanchezza che adagio cresce
a ogni passo verso l'oblio,
verso l'esser nulla, verso ciò
che da giovani più ci inorridiva.

Ci dividiamo, lei si perde
tra la folla della Galleria,
io proseguo, rallentando,
vacilla la caviglia, quasi si piega
per un istante: il mio passo è stanco.


Marianna Piani
Milano, 15 Gennaio 2017


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lunedì 2 aprile 2018

Prima Primavera



Amiche care, amici,

una donna in amore, quale sono io ora, dimentica, trascura, abbandona tutto, ogni cosa, si lascia andare in un vortice di sensi e azioni attorno al solo centro gravitazionale della sua vita, in quel momento, il suo amore.
Così è anche per ciò che di più essenziale vi è al mondo, per me, la poesia, e anche per questo incontro periodico qui, con voi, che avete la pazienza e la bontà di soffermarvi su queste pagine a leggere i miei pensieri, e che ho trascurato, colpevolmente.
Perdonatemi.
So che mi perdonerete, per la mia sincerità.

Ma essere innamorate è anche rompere gli schemi, è una rivoluzione della propria vita, una rivolta alle convenzioni e alle abitudini, è un rinnovamento, una rinascita; e così anche qui, oggi, questo per voi voglio fare.
Non pubblico mai - come sapete - un solo verso prima che sia passato del tempo, anche molto tempo, prima di aver avuto il modo e la lucidità di riprenderlo, rielaborarlo, se necessario anche stravolgerlo del tutto. E mai pubblico ciò che ho appena scritto, magari di getto, mai alla prima stesura.
E non pubblico quasi mai versi così direttamente occasionali, come questa cosetta che esplicitamente intitolo alla Primavera che inizia appunto in questi giorni, clamorosa e luminosa come non mai.
Ecco. Oggi faccio eccezione. Cento eccezioni. Lo voglio fare, perché mi sento felice, così come sento felici questi ultimi versi, non sento nemmeno la necessità di rileggerli, perché parlano semplicemente di sensazioni che ho provato, che sto provando, perché sono nudi e sinceri, e veri, e parlano di me e di colei che amo, direttamente, senza "letteratura" o orpelli di stile. E l'amore che provo è tutto ciò che ho da dire, e da condividere con voi, amiche dilette, amici cari. Forse me ne pentirò… No non me ne pentirò: dell'amore non ci si pente, mai.

Perciò, per tutto ciò, ecco una poesia d'occasione, dedicata a colei che amo, a lei che, cattiva! non legge mai le mie poesiole…

Con amore

M.P.





Prima Primavera


Spalanco l'uscio di casa,
esco, quasi irrompo nel porticato:
il rigoglio precoce delle foglie
d'edera a cornice m'accoglie
come una sovrana salvatrice
del suo caro regno, e intanto
in disparte so che sta mia moglie
e m'osserva con la sua dolce
indulgenza amorosa, silenziosa.

È già tempo di gambe nude
e calze a sopire nel cassetto,
di vesti lievi che rivelano
più di quanto vogliano coprire,
del sentire la carezza delle gonne
che accolgono nell'intimo la brezza
eccitante e satura di voluttà
della natura che sospira di bellezza -
é tempo di obliare ogni volontà.

E così sia: per questo giaccio
abbandonata sul vimini a guardare
il cielo, che si svela azzurro
come un vaso di porcellana,
di quel blu banale, da dipinto
dozzinale da mercatino turco,
eppure così sereno da comunicare
serenità e quasi oblio del mio male
d'anima, che oramai è nel passato.

Sento intanto il verde del suo sguardo
indugiare tra i miei capelli sciolti,
e sulla fronte appianata (finalmente),
e poi discendere con grazia
e perfetta innocenza alle mie labbra
ancora umide di baci, e fermarsi
come in rapita contemplazione
sul balcone del mio seno, laddove
sotto palpita più tenero il mio cuore.

Darei un battito di quel cuore,
un intero battito per sapere
ciò che pensa ora la mia compagna:
forse è tanto immersa nella bellezza
di questo istante rubato al tempo eterno,
da non vedermi neanche... Oppure, oppure
vede di me ciò che di lei io vedo,
una fiamma che arde come vessillo

al nostro primo primaverile amore.


Marianna Piani
Ovunque con te, 01 Aprile 2018

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domenica 25 febbraio 2018

...a mai più tornare



Amiche care, amici,

questo che segue potrei definirlo un autoritratto in versi, anche se sfuggente e vago, proprio come l'immagine che ho di me stessa.
Quante volte, davanti allo specchio, mi sono chiesta: quella donna, oltre il vetro, sono proprio io?

Cosa, quanto c'è davvero di me in quell'immagine riflessa, dicono, in modo del tutto oggettivo e freddo, in base alle leggi universali dell'ottica e della geometria? Davvero è un gesto narcisistico, di segreto autoerotismo, il mio affacciarmi a quella me stessa riflessa, o non nasconde invece una profonda, disperata insicurezza? Vedo ciò che sono, o piuttosto ciò che vorrei essere? Quegli abiti eleganti, quei capelli ben curati, quel trucco leggero ma sapiente, sono gesti di compiacimento e vanità, volontà di seduzione, o non piuttosto un modo per celarmi al mondo, per far sì che la mia femminilità, con tutta la sua fisicità, faccia da schermo, come una maschera, alla mia estrema fragilità interiore, al mio dubbio d'essere profondo? Tutta quella attenzione quasi maniacale al dettaglio, tutto il tempo che dedico alla cura del mio aspetto, quello stesso rimirarmi - e torniamo allo specchio - prima di uscire per un'occasione importante, o anche, se pur meno e più alla svelta, tutti i giorni, rivela una volontà di essere ammirata, desiderata, magari perfino invidiata, oppure non è che un modo per consentirmi semplicemente di uscire e muovermi tra la gente, nonostante tutta la mia trepidazione, la mia ansia lancinante, la voglia che avrei, piuttosto, di rimanermene nel mio letto, ricantucciata, protetta, magari abbracciata stretta al mio amore, forse per sempre - e nient'altro?

Amiche dilette (soprattutto voi, oggi), amici cari, vi lascio a queste riflessioni, se vorrete, con amore.

M.P.






...a mai più tornare

A
lla finestra, chiusa - fuori è buio -
vedo riflesso il mio ritratto, un flebile
raggio, tenue nelle forme e nel colore.

È un lampo appena, ma son pur io
quella donna dagli occhi troppo grandi
e ombrosi, il viso candido e lucente.

Sono io la donna che intravvedo,
le labbra un poco schiuse, illuminate
dal rosso fuoco del rossetto mio

prediletto. Sono io, quella femmina

fiera, busto eretto, nel mirabile
squilibrio dei suoi sandali a stiletto.

Eppure ora, ricusando
da riconoscer me stessa,
mi accingo a fuggir lontano.

Lontano ovunque sia, via,
pronta a un viaggio ineludibile
nel dolore, disposta forse

a mai più tornare.



Marianna Piani
Milano, Luglio 2017.
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sabato 17 febbraio 2018

Scogliera



Amiche care, amici,

una breve lirica di passione, memoria di quando, bambina e poi adolescente, mi affacciavo sulla riva del mondo e sognavo di spiccare il volo, per andare chissà dove, purché via, lontano, con quello spirito da migrante che ogni nato in una terra di naviganti istintivamente ha dentro di sé, incoercibile e sano.

Da ragazza volevo presto essere donna, anche perché dalle mie parti c'è stato sempre un che di fiero e orgoglioso nell'essere nata femmina, forse la cultura mitteleuropea in tema di emancipazione è sempre stata un poco più avanti di quella mediterranea, e forse c'è nella mentalità  delle donne nate lassù, in mezzo a traffici e commerci e letteratura, un senso più spiccato di appartenenza a un genere "eletto", una indipendenza e riconoscimento maggiore in confronto con gli standard di altre regioni d'Italia.
Fatto sta che io mi sono sempre sentita fiera e fortunata di essere nata donna, e avevo fin da piccina una gran fretta di manifestarmici in pieno, fiera e libera, intellettualmente e spiritualmente, come lo fu la mia mamma, con il suo grande esempio di artista, intellettuale e lavoratrice.

Non sapevo, allora, quanto di quella scogliera bianca sopra un mare mite, capace solo di quando in quando di piccole furie infantili, che si figurava come me di essere oceano, quanto di quei luoghi e di quello spirito mi sarei portata appresso, per sempre. Senza nostalgia o rimpianto. Ma con la persistenza di una radice tenace e inestirpabile.

Con amore
M.P.






Scogliera


I roccioni calcarei, soli, candidi
e spaccati come ossa snudate,
infitti ciechi sopra il mare
che li bagna di onde scarmigliate.

I gabbiani che non hanno pace.
Forse abbisognano di un momento
di riflessione, prima di gettarsi
a capofitto nella loro rotta

oceanica, mentale se non reale.
Io come loro, spalanco le ali,
ali piccine, fragili, da pulcina,
e ci provo, a volare, sopra il mondo.

So che sarò una donna, un giorno,
e marcerò su gambe lunghe e rette,
avrò un seno fiero e generoso,
e infuocate labbra rosse d'amore.

Sarò spiata, concupita e odiata
per la bellezza ostentata o segreta,
sarò più sola quanto più ammirata.
Ma avrò sempre la forza per volare?


Marianna Piani
30 Luglio 2017
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sabato 20 gennaio 2018

Miroir


Amiche care, amici:

Uscire...
E prima di uscire, mentre sappiamo che chi amiamo ci aspetta con ansia e desiderio, il piacere tutto nostro, privatissimo, di renderci desiderabili e belle.
Non vi è nulla in quei gesti, così consueti e naturali, se non la sensazione di benessere che dà, almeno per un momento, il sentirsi perfettamente adeguate, nonostante tutte le insicurezze che ci divorano l'anima e che ci sforziamo di celare sotto una per noi greve maschera di cinico orgoglio.
La nostra femminilità è come un delicato fiore di serra, che proteggiamo con gelosa riservatezza, ma in questi particolari, specialissimi momenti lo lasciamo sbocciare, sotto i nostri occhi, perché è il dono che vogliamo recare a chi ha trovato la strada per penetrare e comprendere il nostro cuore.
La bellezza per una donna, e in questo senso davvero ogni donna è bella, è un abito assai difficile da portare, questo lo sappiamo tutte. Il più delle volte il nostro rapporto con la nostra stessa bellezza è conflittuale, teso, spesso addirittura negato. Esprimere la propria bellezza, liberamente e disinvoltamente, è un privilegio di poche, e anche queste poche spesso pagano un conto salato per questo stesso privilegio.
Ma quando l'amore, l'essere innamorate, ci porta questi momenti di abbandono, in cui non pensiamo più a noi stesse, ma semplicemente a vivere, per noi e per chi amiamo, ecco, scopriamo, e gustiamo, forse il più alto, delicato ed esaltante privilegio che, come donne, ci è concesso: il piacere di piacere, il piacere della seduzione.

Per tutte voi, amiche dilette e amici, questo autoritrattino allo specchio, dichiaratamente narciso, in forma, direi quasi ovviamente, di sonetto.

Con amore

M.P.



Miroir


Raccogli i neri capelli in un nastro
di raso. Nulla abbisognano gli occhi
per risaltare quel loro notturno
chiarore, più di un cielo settembrino.

Le labbra invece vogliono un audace
sboccio di rosso, caldo e vivo come
lo smalto sulle tue dita sgorgato
da una puntura di rosa fiorita.

Copri il timido seno con il velo
d'una camicia di seta, sincera
nel far vedere quell'orlo di pizzo

antico, e indossa la gonna, svasata
come una aperta corolla di giglio
sopra le gambe da cerva fuggita.



Marianna Piani
Milano, 26 Giugno 2017
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domenica 5 novembre 2017

La mia femminile bellezza


Amiche care, amici,

posso dire di essere una donna bella, abbastanza bella, insomma. E la mia (seppure non clamorosa) bellezza è un dono e un fardello che mi accompagna fin da ragazzina.
Sì, per una donna la bellezza è un dono, ma anche un grave fardello.
La bellezza fisica, per una donna in particolare, è attrazione, è seduzione, è qualcosa che può aprire porte ma anche spalancare baratri inaspettati. Ed è una condizione di continua, estrema fragilità, poiché ogni bellezza comporta l'onere di un costante giudizio esterno e di infiniti incessanti pre-giudizi. Senza contare poi il costo di una lunga e faticosa e dolorosa conquista di una percezione ed accettazione di sé stesse.

Credete che esageri? Ma pensate a cose minimali, quotidianissime, come ad esempio la libertà di uscire, e non solo la sera o la notte, da sole, senza camuffarsi, o tentare di rendersi invisibili. Un maschio giovane, normalmente di bell'aspetto, non ha problemi a farlo, è libero come l'aria. Una ragazza no, quasi mai può farlo senza incappare come minimo in sguardi e commenti, e spesso purtroppo anche peggio. Quante volte nella mia non lunghissima vita sono rientrata a casa con l'affanno, col batticuore, a volte piangendo di paura, di rabbia e impotenza!

Infine, ma non da ultimo per importanza, la bellezza, la bellezza fisica di una donna, per tutto l'arco della vita ha da confrontarsi con la sua inesorabile caducità.
Io sono giunta a una età in cui - sul mio volto, sul mio corpo - si iniziano a percepire i chiari segni di una mutazione, simmetrica e contraria ma non meno drammatica e profonda di quel catastroifico mutamento che ci ha cambiato la vita per sempre: la pubertà. Metamorfosi, entrambe, più sconvolgenti e impressionanti di qualsiasi metamorfosi ovidiana.
La saggezza, che dovrebbe gradualmente arricchire la nostra vita con la luce dell'esperienza e della conoscenza, e quindi sostituire la dote dell'esteriore con l'interiore, in realtà non consiste affatto in una compensazione o una consolazione che ci è concessa con la così detta "maturità" (un obbiettivo mitico di completamento e perfezione, per definizione impossibile da raggiungere da un mortale). Serve in realtà soltanto a renderci coscienti di questa mutazione, e a renderci impraticabile ogni possibile alibi o fuga. Con l'inesorabile obiettività di uno specchio.
L'unico - ma importante - riflesso positivo di tutto questo è il fatto di riuscire finalmente a renderci conto (anche se ormai in irrimediabile ritardo) dell'autentico, immenso valore di ciò che ci è stato donato, assieme alla nostra capacità di comprenderlo e diffonderò.

Vi lascio alla lettura, amiche dilette e amici cari, se lo vorrete, come sempre - con amore.
M.P.





La mia femminile bellezza


Che fine avrà, che fine farà
la mia vita, mi domando ora,
quando infine mi sarò smarrita?

Sarà un lungo male, o un taglio netto,
oppure sarà un volo, oppure un sorso
di veleno, o una improvvida disgrazia?

Sarò ancor giovane, dotata
della mia prodiga bellezza, oppure
sarò una vegliarda, cieca e demente?

Mi trascinerò, semincosciente
per le vie cittadine, immemore
del mio passato, incapace al presente,

oppure toglierò potere al male
battendolo sul tempo, raggelando
d'un colpo solo il mio splendore e il mio

declino? Che vorrà da me il buon Dio?
E il Dio ch'è giusto? E quello di vendetta?
Forse ogni divinità mi ignora

poiché non sono che un nulla di tinta
pinta sulle pareti della chiesa
per immortalare il vestigio di ciò

che fu la mia femminile bellezza:
una vita spesa a essere un fiore,
per poi sfiorire, appena è sera.



Marianna Piani
Milano, 9 Maggio 2017
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martedì 4 luglio 2017

Odio cieco


Amiche care, amici,

quando accadono certe cose, quando inaspettatamente la violenza e l'odio ci trovano sulla loro strada e si abbattono all'improvviso su di noi, non si ha tempo di avere paura, nemmeno di reagire, solo di lasciare che la vita abbia il suo corso e che quegli istanti si marchino a fuoco nella nostra memoria e nella nostra anima.
Anche una violenza fortunatamente senza conseguenze, come questa che traggo dal profondo della mia storia di donna, repentina e subito finita, lascia tracce indelebili, e ci lascia diverse da come eravamo prima che accadesse.
Sta solo a noi, in questo noi donne siamo sempre lasciate del tutto sole, sta solo a noi e alla nostra forza d'animo - quando non ci sono ovviamente altre risultanze, anche fisiche, più gravi - di attraversare questa esperienza e di riuscire a mutarla in una crescita, di consapevolezza, di orgoglio, di volontà.

La violenza contro le donne ha questo di inconfondibile: non avviene mai e non si esaurisce mai nell'istante, nell'atto. Coinvolge l'intero nostro essere, la nostra dignità, e le nostre emozioni.

Un abbraccio, amiche dilette e amici, con amore.

M.P.





Odio cieco


      Uomo che d'odio ti accechi,
tu che quel lontano mattino
mi aggredisti alle spalle
con un duro spintone, e poi
mi abbattesti con un ceffone
che mi fischiò nelle orecchie
per ore, e sibilasti lesbica,
lercia puttana di merda!

      Tu che ti credi potente
e non sei che il niente d'un niente!
Tu che mi fissasti torvo
senza emozione da occhi
vuoti come già morti,
tu che sei morto nel cuore
prima che in corpo: tu mi rivelasti,
proprio tu, la chiave del mio riscatto.



Marianna Piani
Milano, 19 Febbraio 2017
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sabato 17 giugno 2017

Vetrine




Kees Van Dongen





Amiche care, amici,

Mi permettete un piccolo autoritratto?
Con un po' di civetteria, come s'addice a una signora.
E con la leggerezza di una canzonetta, in versi sciolti.

Eccolo dunque, per voi, con amore

M.P.




Vetrine


Rammento quando passando lanciavo
uno sguardo fugace alle vetrine,
o uno più prolungato allo specchio
del guardaroba prima di uscire
per aggiustare l'orlo della gonna,
o l'onda dei capelli studiatamente
sciolti sulle spalle, il nero sul bianco.

A volte allora mi sentivo a disagio,
e distoglievo subito lo sguardo
come se quel corpo minuto di donna
non mi appartenesse affatto. A volte
sentivo invece in me fiorire tutta
la giovane bellezza; e in quell'incertezza
tra la luce e l'ombra - io soggiornavo.

Mi atterriva quasi la perfezione
del seno piccino, che palpitava
candore da sotto la seta bianca,
l'innocenza delle mie spalle nude,
la molle curva dei fianchi che
inequivocabilmente diceva
tutto il mio essere femmina al mondo.




Marianna Piani
Milano, Gennaio 2017
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mercoledì 22 febbraio 2017

Stiletti


Amiche care, amici,

o meglio, in questo caso in particolare le amiche, che forse mi comprenderanno: non l'ho mai nascosto, ho una passione, del tutto futile, e anche — devo ammetterlo — un po' costosa (come ogni droga che si rispetti): sono una shoe addicted, e come ogni drogata di scarpe che si rispetti, adoro non tanto acquistare, possedere, ma proprio indossare ogni tipo e foggia di questi femminilissimi accessori-gioiello, e in particolare adoro i tacchi, i più alti che mi è possibile, dal 10 in su.
Certo, occorre una tecnica tutta particolare, affinata in anni di pratica, per poter indossare e camminare con sufficiente disinvoltura questi accessori, che altrimenti sarebbero soltanto ciò per cui penso siano stati originariamente concepiti, degli strumenti di tortura per sottomettere la femmina nel suo procedere libero nel mondo.
Ma io sono un soldino di cacio, alta un 152 poco più, e sono leggera in proporzione (e ho praticato molto sport), per cui questa proiezione verso l'alto mi dà sicurezza senza in realtà incidere più di tanto sulla mia libertà e agilità di movimento.
Non disdegno le scarpe basse, le flat, quando ci vuole, ad esempio in un viaggio, o quando ho in programma di camminare per ore, purché siano carine e molto femminili; e ovviamente nelle mie corsette mattutine va d'obbligo la ipertecnica scarpa da running, delle brooks color fucsia nel mio caso. Tuttavia il tacco è la mia vera passione, e frequento di rado le misure intermedie, le 6, le 8, che trovo prive di fascino e personalità.
Scarpa alta, dunque, sempre, e non solo la sera, ma nella vita di tutti i giorni...


Il tacco, il passo femminile nel mondo, per me infine è anche... poesia…

A questo accessorio infatti ho dedicato diverse composizioni, alcune le ho pubblicate su queste stesse pagine. Questa che vi presento oggi è l'ultima nata di questa piccola serie in onore della sublime futilità femminile.

Amiche dilette, la dedico in special modo a tutte voi, con amore

M.P.



M.P.2017




Stiletti


      Puntati
   sulle pietre disfatte
dei ciottolati antichi, battuti
tocco a tocco sui porfidi
dei viali e i marmi
e delle cattedrali,

      confitti
   passo passo nell'asfalto
arroventato
di pubbliche strade,
coniando piccoli fori
come file di stelle,

      fieramente eretti
   come proclami
della nostra libera bellezza,
picche scagliate in altezza
in un cielo di pensieri,
alcuni intensi, altri
superbamente leggeri,

      piantati spietati
   nel cuore e nel furore,
e alti, più alti ancora,
fino alla vertigine
e lo sbilancio incombente
a ogni gradino affrontato,

      stretti
   da fiere cinghiette
alla caviglia segnata
in solchi profondi
come la vita dai ricordi
infitti nelle nostre coltri,
che non sanguinano sangue
ma febbri d'amanti
nell'alcova nuziale,

      incrociate spade
   in duello con quelli
della mia sposa, pronta
alla sfida,
e alla battaglia amorosa,
in corpo-a-corpo brucianti.

      Spilli, coltelli,
   guglie di templi.
Verticali emozionanti strumenti
di vanità e femmineo pensiero
che ci avvicinano, passo passo,
a ogni passo,
al cielo!



Marianna Piani
Milano, 06 Aprile 2016
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sabato 18 febbraio 2017

Autodafé


Amiche care, amici,

In questi versi parlo semplicemente da donna, storicamente gravata di troppi secoli in cui, in quanto donna, ha dovuto “apparire” negando il suo “essere”, nascondendo, mascherando, sacrificando il propiro pensiero come fosse una macchia, rimanere in silenzio, oppure trovare mille escamotages per potersi in qualche modo esprimere, ma sempre ai margini, sempre in nicchie, in riserve “concesse” dall’alto. In questi versi ho voluto ritrarre me stessa, il mio essere donna oggi che, come gran parte delle donne, cerca di evadere gli schemi, infrangere le regole imposte dai pregiudizi, per vivere finalmente in prima persona femminile.
È questa in fondo la specificità della cosiddetta "scrittura femminile", affrontare senza false protezioni la realtà del mondo, la vita, uscendo allo scoperto, esponendo la propria sensibilità al vento della Storia, e sopportarne le ferite. Ritrovare anche in queste ferite la propria identità di donna. Come donna - narrare, testimoniare. Al costo di esserne travolta.
Vi lascio alla lettura, amiche dilette e amici, sempre con amore


M.P.





Autodafé


Donna io, dovrei essere ridotta
ai miei capelli bruni, all’abito
color vino, alle mie scarpe bordò
con il tacco, allo sfumato morbido

dell’ombretto, alla mia borsetta
ricolma di fatue cose, ai miei fiori,
ai miei strani folli disperati amori,
ai miei cicli, alle mie lune, alle maree.

Ebbene, che lo crediate o no,
io lo sento, il mio Tempo, e ascolto
la voce della Storia, che lo vogliate
oppure no, io lo vedo, il mondo.

Lo vedo non da lontano, non dal fondo,
ma dal cuore del suo cuore d’anima,
di sangue e sterco e fango, laddove
il mio sguardo posa, con sgomento.

Vedo anime che affollano cattedrali
senza santi, né dei, né officianti,
e corpi che s’ammontano in tetri tumuli
e bruciano in cenere la memoria.

Vedo genti godere di ricchezze
invereconde, e — attorno — torme patire
miserie più invereconde ancora
premendo al valico della Storia

assetate, lacere, offese, irate,
pronte a travolgere in un istante
la risibile fortezza che presidiamo
invano, i giusti con gli ingiusti,

i turpi con i puri, i rei con gl’innocenti.
Che lo accettiate o no, io vedo, e parlo,
e canto, e rifletto ciò che vedo
come lo specchio quieto del mio lago.

In questa quiete ove mi annullerò
annegando.



Marianna Piani
Trieste, 15 Dicembre 2015
.

martedì 14 giugno 2016

Fiore di Sangue


Amiche care, amici,

é il tabù dei tabù: questa nostra macchia di sangue legata alla luna, tanto è tabù, da sempre, che pare straniante parlarne così, in modo lirico ma aperto, esplicito e svelato.
È la macchia che marchia la Femmina da sempre, in tutte le culture, è il mistero che il Maschio non può condividere né veramente comprendere, tanto che in tante religioni e ordinamenti sociali essa è considerata impura, una lordura, una colpa, il "peccato originale", sebbene ogni essere umano, maschio o femmina, sa bene di essere stato generato in e da quella "macchia".
Io poi, come sanno coloro che mi conoscono da un poco di tempo, sono una donna sterile, fisiologicamente e definitivamente incapace di generare. E questa macchia ricorrente torna a me dolorosa come un richiamo alla mia inadeguatezza. La sua "inutilità", la sua gratuità, che è comune a tutte le donne per la maggior parte della loro vita, quando appunto non stanno generando, per me assume un aspetto di ironia beffarda e permanente, è il segno di una ferita dolorosa, che non si rimargina.

Con la ripetizione ossessiva della parola "sangue" ho cercato di rendere qui la ricorsività, la ricorrenza "ineluttabile" del ciclo, e la sua impotenza, nell'esprimersi e sconvolgere il mio corpo. La mia femminilità viene ogni volta riaffermata e poi negata; il gesto intimo e segreto, vagamente colpevole, di raccogliere, raggomitolare e gettare il panno macchiato, come una sindone della nostra passione, per me ha ogni volta il senso di una sconfitta, di una abdicazione dal mio ruolo primario di femmina d'uomo…

Mi affido per questa pagina delicata e sensibile, alla sensibilità e delicatezza della vostra lettura.
Semplici terzine, a schema libero, come in un idillio.

Con amore

M.P.






Fiore di sangue


L'osservo, questo fiore dall'incarnato
caldo, umido, dolce, impresso
sul cotone bianco, immacolato.

Pare un piccolo garofano rosso
sgualcito, schiacciato, un po' slabbrato,
oppure la traccia profonda d'un morso

questo mio marchio mendace
di femmina feconda. A ogni luna
lo osservo, con malinconia profonda.

Rifletto quanto una donna sia una
con il proprio sangue: fu di sangue
la prima notte, l'amore è di sangue,

di sangue ogni umore, di sangue
il frutto del suo ventre di carne,
generato da un fiotto di sangue.

Penso alla desolazione, all'onta
di questa macchia, che mi schiaccia
al mio destino di arida fonte,

inutile, ironica, perpetua traccia
d'una femminilità rinnegata
da questa infertile vizza pancia.



Marianna Piani
Milano, 8 Ottobre 2015
.

mercoledì 1 giugno 2016

Un breve riposo


Amiche care, amici,

la scrittura poetica per me è uno strumento d'indagine, come dice la frase di Ezra Pound in testa a queste pagine. Uno strumento per sondare la propria esistenza, la propria ragione d'essere, il proprio arco esistenziale. Una composizione vera e sincera è sempre un aratro che scava oltre la superficie del quotidiano, per rivoltare la crosta, per far emergere dalla profondità gli umori, le radici, la semenza, le larve di vita.
Non sempre la scrittura così è una "passeggiata nel bosco narrativo" (per citare Eco), è piuttosto una esplorazione, un combattimento, una dura aspra risalita dal fondo. Come la risalita in montagna, per me personalmente la metafora delle metafore, dove ogni metro conquistato in direzione della trascendenza di una cima che si affaccia al mondo è segnato dal dolore, dalla sofferenza, dal cimento dei propri limiti più ancora che dalla fatica.

L'ottava, con la sua cadenza lunga, come un'onda al largo nell'oceano, è la forma d'elezione per me in questi momenti di riflessione intima e senza autoindulgenza. Sono una donna che tra poco compierà i suoi quarantatré anni, anni che iniziano a pesare, anni in cui la riflessione su sé stessa di una donna non si ferma più sulla superficie di uno specchio (per me ancora piuttosto indulgente, per fortuna), ma la sfonda, va in quel territorio "dietro" inesplorato, dove il mondo dell'Alice che è in noi si incontra e scontra con la perdita definitiva della sua innocenza.

Un breve riposo, per ripensarci… Lo condivido con voi, se vorrete, amiche dilette e amici.
Con amore.

M.P.





Un breve riposo


Prendi fiato, riposa un istante,
finalmente, sul crinale di questi
tuoi anni dispersi, sfuggiti, sfarinati
come farina al vaglio,
il sentiero non è più tanto lungo,
ormai, e l'aurora che ti lasciasti
alle spalle a fondo valle,
non è più che un vago lucore.

I tempi in cui il tempo abbondava come
l'acqua nel mare, si sono asciugati,
ora ogni minuto rimasto ha un nome,
un luogo, una voce, un motivo.
Ora la castità delle ore, vestali
del giorno e della notte, è violata
dalla conoscenza del dolore,
e dall'incertezza di Dio: un sovrano

tiranno o misericordioso?
Oppure, puro nudo concetto?
Donna che t'aggrappi alla tua Fede
nell'Uomo, come a un appiglio
sulla tratta più aspra della salita,
senti la presa farsi men salda
più incerta anch'essa, ora, dolorosa,
scorticata di gelo e di sole.

Gli anni della bellezza ignara,
della Natura che nel tuo corpo
esprimeva un'armonia,
si stanno offuscando ormai,
come il vetro appannato
dal respiro tuo e dal suo fiato
nelle notti d'inverno trascorse
al solo vostro reciproco calore.

Che sarà di te, tra non molto,
quando le pieghe di una
indesiderata saggezza
segneranno il tuo viso,
e i solchi saranno ciascuno
il ricordo d'un dolore, il calco
d'una perdita senza ritorno,
i margini aperti della ferita

di un abbandono, privo anche
dell'agra consolazione del lutto?
Che sarà di te, di quella figura
nello specchio, che controluce
raccoglie con grazia i capelli
dietro la nuca e dolcemente
osserva sé stessa dal nero fondo
dei propri occhi scuri d'ombra?

Prendi fiato, dunque, riposa,
preparati per l'ultima tratta,
quella più dura, e pur più breve,
guarda le tue mani, ancora quelle
eleganti, sensuali, non grandi,
le dita fini e titubanti,
quelle della tua giovinezza,
folle e senza certezza.

Stringi tra quelle dita i fili d'erba,
umidi già della notte vicina,
con dolcezza infinita, come quando
accarezzi il suo grembo offerto,
e lascia che il vento porti lontano
il tuo odore, confuso al suo profumo
e a quello delle viole, e riposa ora,
prima dell'ultima più ripida tratta.

Tu sai, non torneranno mai
i giorni che hai perduto
né quelli che hai vissuto
né i sorrisi e gli sguardi dati
né quelli ricevuti, non tornerà
l'affanno delle corse a perdifiato
a piedi nudi sull'arenile,
né la pura gioia del gioire.

Riposa ora, riprendi fiato,
anima di donna, incerta,
prima di sfinire.



Marianna Piani
Milano 30 Settembre 2015
.

sabato 23 aprile 2016

Promessa


Amiche care, amici,

narro quidi un semplice sogno d'amore, un incontro tra anime prima che tra persone, l'innamoramento e poi la consuetudine, la tenerezza di un gesto, di un dolce scambio d'affetto, e il bisogno segreto e intenso che tutto questo possa essere accolto, compreso dal mondo, accettato e benvoluto, e che chi ci circonda e ama possa partecipare della nostra gioia, della nostra pienezza.

Nulla di diverso dal sentimento d'amore di chiunque, e di ogni tempo, che si chiude in sé stesso ma nello stesso tempo ha bisogno di comunicare all'esterno la propria esistenza, il valore e la legittimità del suo progetto di vita.
Vi lascio alla lettura, se vorrete, amiche dilette e amici, con fiducia, e amore, come sempre, più di sempre.

M.P.




Promessa


Il sogno - è questo, precisamente,
un sogno d'altri tempi, quando
lungo il viale - mano nella mano -
passeggiavo con te che amavo tanto.

T'avevo atteso accanto al chiosco,

infinita mia ansiosa attesa,
finché giungevi in gran ritardo
come sempre, sorridendo, arresa.

Il desiderio era giustappunto
quel vivido rossore delle guance,
e bastava alla felicità perfetta
quella sosta per sceglierci un gelato.

Tu, alla frutta, fragola preferibilmente,
io cioccolato e crema, invariabilmente,
e col pizzicore sul palato, passeggiando,
svelte ci scambiavamo un dolce bacio.

Non era raro vedere in quel viale,
due amanti tenere in gonnella, ma
l'anziana gelataia, e il vigile al cantone,
preferivano pensarci solo amiche.

L'intima bellezza, la segreta grazia
era l'esserci promesse, tutte agghindate
in pizzo bianco sotto la quercia
che assistette al nostro primo incanto,

al primo nostro folle appuntamento
al nostro primo assurdo bacio.
Da allora tutto è cambiato,
e due vite si son confuse in una.

Questa promessa, d'altri tempi,
che ci ha fatto palpitare il seno,
ci dà diritto ora a questo abbandono
la mano nella mano, e a questo bacio

casto, sotto i platani del viale
silenti, dolcemente consenzienti.



Marianna Piani
Milano, 8 Agosto 2015
.

mercoledì 30 marzo 2016

Stella all'incrocio



Amiche care, amici,

Ancora un ritratto urbano e notturno, questa volta un paesaggio con figure, o forse un piccolo reportage fotografico, in BN, alla maniera di un
Robert Doisneau.
La Stella di cui si occupa questo componimento è una giovanissima prostituta, che ho visto "esercitare" all'incrocio situato a poche centinaia di metri da casa mia, a Milano, una notte che rientravo tardi da una riunione a bordo d'un taxi.
È stato un lampo, un passaggio rapido, come uno scatto fotografico, sotto i fari violacei della vettura.
Quel tanto per cogliere una bellezza non vistosa, nemmeno virginale ovviamente, ma incredibilmente "innocente". Da qualche indizio (ma non posso esserne sicura, perché era di corporatura minuta, la pelle bronzea, perfetta, mani e piedi piccoli, femminilissimi) potrebbe essere stata una giovanissima transessuale, poiché la zona è frequentata da questo genere di prostituzione, ma ciò non importa, anzi, sarebbe ancor più sorprendente - e in certo modo inquietante - questa bellezza chiara, emozionante, al limite dell'adolescenza, incastonata in un quadro così sordido e cupo.
Un contrasto in qualche modo intollerabile, quale solo le metropoli di una certa dimensione sanno dare.

Tristezza estrema della condizione femminile, del mercato del sesso e del  corpo tacitamente tollerato, forse perfino incoraggiato, sui bordi delle nostre strade.
Che storia, che vita si cela dietro quell'esile e perfetto, giovanissimo corpo di donna (un transessuale, se tale fosse, è una donna, forse per certi aspetti perfino di più di una donna "vera", perché è il risultato di un percorso umano, e non di una casualità biologica)? Quale è e sarà il suo destino?
Questo pensiero mi trasmette una malinconia infinita.


Con dolente amore


M.P.






Stella all'incrocio

 

Quella ragazza, forse vent'anni,
le lunghe infinite bellissime gambe
elevate al cielo da quei tacchi
spropositati, i capelli in noce pregiato
che piovono molli, appena ondulati
fino alla vita, fino alle anche,
le braccia brune atteggiate
e rifinite come quelle d'un marmo
canoviano, così fini e sottili
da dare emozione al solo mirarle.

Quella ragazza, della bellezza
e splendore del Sole di Giugno,
lo sguardo lontano - offuscato
da un'ombra liquida e greve -
lontano da quelle pupille, impure
ma innocenti, come gemme
prima del taglio,
e quelle labbra,
purpuree e risolute,

troppo avvezze a mentire.
(Oh, quelle labbra, un poco
imbronciate, quelle labbra,
che grazia, che incanto!)

In questa Milano umida e calda
come una vagina, e deserta
come un campo di marte,
che incongruenza una stella,
o un angelo male caduto,
con quelle gambe brunite
come fusti di canna,
che lampeggiano ai fari passanti
nella liquida notte urbana
come ali pronte alla fuga,
che miraggio di giovinezza
quel corpo perfetto, snello,
sinuoso, quella fattezza
ancora infantile, indifesa,
gentile... Un monile. Di vetro.
Sottile. Già in pezzi.


* * *
 

Un colpo di brezza greve
solleva le scorie, le lordure,
i bocconi di cibo avariato,
dal selciato, la polvere bigia
prodotta da milioni di combustioni
irrita gli occhi a un pianto fugace,
alcuni lacerti di carta
organizzano un mulinello,
una danza strisciata,
un Tango frusciante,
quasi sensuale,
lì in mezzo all'incrocio stradale.

E quando alla fine
la Skoda giallina accosta,
l'Angelo, il Canova, la Stella,
la fanciulla Sirena, si porge
al finestrino abbassato e lascivo,
vi appoggia le braccia di marmo
con ostentata indifferenza,
gonfia il seno che trabocca
lo scollo, allusivo, votivo.
Due frasi sibilate,
così terrene,
e l'idillio è sedato.

Non seguo oltre.
Non assisterò
a questo finale,
non voglio ripensare
a quelle labbra,
che hanno del santo,
e a ciò che ora sapranno fare.
Rimane l'idea, il sogno,
e la bellezza che aleggia
a quel crocicchio, selvaggia,
irreale, assurdamente
incontaminata.




Marianna Piani
Milano, 27 Luglio 2015
.

martedì 8 marzo 2016

Le ragazze innamorate



Amiche care, amici,

Anticipo a oggi, 8 Marzo, la pubblicazione di questa lirica breve, che avevo precedentemente programmato per mercoledì.

Da qualche giorno meditavo di come dare voce a questa festa, ormai un po' ritualizzata e un poco, come dire, stanca, e avevo pensato di lavorare attorno a un tema che mi sta molto a cuore da sempre, quello della violenza contro le donne, quella violenza in particolare che si consuma giorno per giorno, quasi invisibile, tra le mura domestiche o nelle stanze degli uffici, una violenza sottile, continua, di cui di rado emerge qualche punta estrema, ma il corpaccione grosso e pesante rimane sommerso, difficile da valutare di dimensione se non che abbiamo la sensazione che sia molto vasto e profondo. Una forma di violenza non espressa in atti o fatti, ma che che noi donne subiamo da millenni e che siamo abituate a sopportare per la grandissima parte dei casi - nostro malgrado - in silenzio, con un atteggiamento che va dalla alzata degli occhi al cielo al pianto doloroso, segreto.
Non dirò oltre, perché tutte voi sapete bene di cosa parlo.

Ma si tratta di una festa, perdio, io personalmente sto passando un periodo difficile, e contemporaneamente esaltante, con un amore nuovo, sorgente, che impegna tutto il mio cuore e la mia mente, e con il lavoro che mi occupa la giornata con esigenze pesanti, assillanti, e con assai magre soddisfazioni economiche (
Ormai, anche per comprarmi un paio di scarpe devo pensarci cento volte, e alla centunesima rinuncio…), e su tutto questo qualche indizio preoccupante di recrudescenza del mio male, dopo un lungo periodo di "silenzio", come i primi tremiti sotterranei di un vulcano in quiescenza.

Per questo, trovandomi a riprendere questa poesiola lieve, dedicata esplicitamente alle giovani donne -  ragazze normali e magari, come me, innamorate (lo si capisce da un certo sguardo, da una certa luce negli occhi, inequivocabile), ragazze più giovani di me che rendono con la loro bellezza più bello tutto ciò che le circonda, anche il grigio ostile paesaggio urbano - per questo, dicevo, ho pensato di cogliere l'occasione  per dedicare questa cosetta a noi donne, tutte, quelle giovani e quelle giovanili, tutte bellissime, come siamo quando esercitiamo semplicemente e con Grazia il privilegio del nostro essere donne.

Buon otto Marzo amiche mie dilette, per voi questo mazzolino fiorito, non giallo - quello lasciamo che ce lo dedichino i nostri amici, compagni, amanti e colleghi - ma multicolore.

Un bacio, con amore

Vostra
Marianna





Le ragazze innamorate


Punteggiano i viali dei loro sorrisi
illuminano le attese di sguardi svagati
appoggiano lievi il trepido seno
ai balconi fioriti, abbracciando
chi forse arriva, e chi certo parte,
e chi le accende di ansia e di dubbi.

Ma i loro cuori non alloggiano dubbi,
le loro labbra hanno baci e sorrisi,
l'Universo intero è dalla loro parte,
e come gli angeli volano vaghi
incontro al cielo, così nell'abbraccio
palpita voluttà nel loro petto audace.
 


* * *

Passeggiano leste lungo le vie
impazienti di giungere al luogo
del loro convegno con l'anima amata,
corrono agili e pronte a balzare
sui mezzi o a sorvolare i gradini
delle metropolitane e a svanire.

Sognano di lasciare tutto e partire
come il vento che spazza le vie
del centro, di risalire i gradini
della passione, fino al luogo
dove gioiose si potranno gettare
tra le braccia della persona eletta

che - in amore - le aspetta.


Marianna Piani
Milano, 24 Luglio 2015
.

mercoledì 2 settembre 2015

Camicia bluette


Amiche care, amici,

vi propongo un'altra canzonetta lieve, che parla di abiti, d'amore, di un appuntamento, della primavera incipiente e di una ragazza innamorata, non si sa se più della primavera, del suo amore che la attende, o della vita stessa.

Indossa un abito leggero, vaporoso (amici cari, pochi di voi maschi possono comprendere l'intenso piacere, un vero e proprio piacere fisico, che una donna prova nell'indossare un abito scelto con amore e immaginazione!), incarnando in sé tutta la dolcezza primaverile, ed esce libera nel mondo.
Sono io un tempo? Sono io oggi? È un ricordo? Un'immagine mentale?

Non importa, in realtà: è solo una canzone, e una canzone è sempre un mondo a sé.

Non commento oltre, non appesantisco di parole questa cosetta, cerco di lasciarne intatta la leggerezza, la affido alla vostra affettuosa lettura, se lo vorrete.
Amiche dilette e amici, per voi, come sempre, con amore

M.P.






Camicia bluette


1

 
Ho indossato una camicina bluette
con bianchi graziosi pallini, socchiusa
sul seno a lasciare adocchiare
l'orlo del pizzo che m'adorna la pelle.

Quella gonna bianca al ginocchio
che tanto amo, a larghe pieghe,
stretta sul fianco quel tanto
da farmi sentire sicura, e ancora

ai piedi quei sandali - bianchi anch'essi -
appena acquistati, alti abbastanza,
allacciati da un cinturino sottile
alla caviglia, da segnarne le carni.

Una borsa sformata color cammello,
due gioie al polso e alle orecchie,
per luccicare di gioia all'incontro.
Niente orologio, non voglio sapere

il tempo che manca ancora all'arrivo,
né quello che ho trascorso sognando
e fantasticando le nostre notti,
e nemmeno il tempo che coglieremo per noi.


2

 
Ma ora esci Marianna, piccola donna,
in questo sole che già sa d'Aprile,
lasciati inondare di luce e di sguardi,
e una brezza impaziente ti sfidi,

ti sfiori le gambe, rendendoti audace,
e ti spinga sulla via affollata
come fa il maestrale con il veliero:
il candore della veste si slarghi

come una vela, e respiri con te,
respiri di liberi mari, liberi
cieli, e albe, e tramonti, e profumi
di monti, e poggi fioriti di viole.

E per un istante, oh, solo un istante,
dimentica chi t'attende, chi per te
è tutta la vita, chi per te è capace
di bloccare il tempo tra le sue braccia.

Ora, in quest'unico istante, raccogli
ciò ch'è di te, tra le pieghe vivaci
della tua gonna, e la pelle pulsante
contro la seta di questa camicia bluette.



Marianna Piani
Milano, 25 Marzo 2015


mercoledì 12 agosto 2015

Ragazze


Amiche carissime, amici,

permettetemi di confessare (cosa che di norma qui cerco di evitare per lasciare a voi, lettrici e lettori, piena libertà di opinione) che amo particolarmente questa piccola composizione, un poco in tono di ballata, nata quasi per gioco, mentre osservavo dal tavolino di un bar un piccolo sciame di ragazze, bellissime, impegnatissime, libere come farfalle, uscire chiacchierando tra loro dal portone della Statale per la "pausa pranzo", il tutto in una limpida giornata di Febbraio, di quelle che a Milano sembrano preludere a una primavera ancora piuttosto lontana.
Di solito butto giù degli appunti rapidi, dove sia, taccuino o risvolto d'un libro o biglietto della metro, che più avanti eventualmente (non sempre, a volte tutto muore lì) riprendo e sviluppo in qualcosa che magari finisce per prendere una strada del tutto diversa dalle intenzioni originali.
Anche in questo caso è avvenuto qualcosa del genere. Un bozzetto tracciato alla svelta, più nella mente che in scrittura, con uno sguardo leggero, divertito, poi si è sviluppato in qualcosa di più intenzionale, di più meditato.

Ma il motivo della mia predilezione sta nel soggetto piuttosto che nello svolgimento o nella realizzazione, che spero comunque sia per voi efficace.
Tutta questa bellezza, tra il consapevole e l'inconsapevole, di queste giovanissime, e la loro libertà di speranza e anche, ancora intatta, di illusione mi hanno riportata fulmineamente ai tempi della "mia" università, ai miei vent'anni o poco più, e in un certo modo mi sono sentita parte di loro, comprensiva della loro intelligenza vivida e imprevedibilmente saggia, in costante equilibrio tra il profondo e il superficiale, tra il futile e l'appassionato.
E in tutto ciò ho percepito con vivezza quella forte appartenenza di genere, quell'orgoglio che noi tutte (perdonate, amici e compagni, se un po' vi escludo, ma voi avete altri imperativi, altre emergenze, in quanto maschi) ci rendono solidali nell'essere donne, anzi, nell'essere ragazze, prescindendo da ogni epoca, e ogni età…

Vi lascio questi pensieri, amiche dilette e amici cari, come sempre, con sempre rinnovato amore.

M.P.







Ragazze



Che fanno le ragazze
affacciate ai balconi
sulle vie affollate nell'ora
di punta, che cosa fanno
sui cornicioni di vetusti
palazzi, accosto ai lampioni
che costeggiano i viali,
raggomitolate sugli orli
dei moli a ricevere folate
di salso e di promesse false,
oppure ritte sulle terrazze
che guardano sul mare
a lasciar correre il vento
tra le gonne, lungo le gambe,
fino all'inguine palpitante?

Che fanno nelle cornici
degli androni a chiacchierare
di smalti e di Schopenhauer,
le studentesse, che fanno
sfilando pei portici degli atenei
a braccetto tra loro, sfoggiando
sorrisi e ombretti azzurrini,
che fanno balzando con i tacchi
dai torpedoni che incrociano
come megattere tra il bassifondo
e le banchine luride del porto?
Che fanno
col loro trepido affanno
nel vagar tra le vetrine
titillando il telefonino
trotterellando sulle gambe snelle
per lasciarsi ammirare
da ogni passante casuale,

distratto o attratto,
nella irripetibile bellezza
e nel fascino ingenuo
della loro prima - o ennesima -
fuga per amor di giovinezza?

Che fanno, le ragazze sole
al sole dei loro occhi
di giada e di smeraldo
nel popolare le piazze
e le banchine delle stazioni
come fiori selvaggi i prati,
lampeggiando di rosso
di oro di bruno di viola
le loro novelle arruffate corolle?
Perché questo loro affrettare
a erodere la vita
in un sogno che ha il nitore
di una serena speranza
ad attenderle a ogni varco?
Che fanno aggrappate
ai loro purosangue, lanciate
a perdifiato sulle autostrade,
singhiozzando
per l'eccitazione di stringere
saldo tra le ginocchia in arcione
il loro avvenire, e avere il vento
che sibila tra le ciocche,
i ricci, le onde agitate delle chiome,
qual loro fido compagno di viaggio?

.  .  .  .  .

Ogni domanda siffatta
rimarrà insoluta:
la bellezza,

così come il cielo
nei giorni d'Aprile,
la libertà incoercibile
della giovinezza,
il fiorire dei giardini
sugli argini dei fiumi,
le betulle che s'affollano
sulle sponde del lago
per specchiare le loro chiome
argentate, i petti frementi
rigonfi di piacere, torniti dal piacere,
le file garrule eleganti
delle rondini fanciulle affacciate
alle infinite balaustrate della vita,
i cirri come volute barocche
nel cielo, che annunciano
la fine del gelo, qui sulla terra,
con l'arrivo di Maggio
a destare le messi, gli sbocci
e le voluttà dell'amore...
tutto questo amici
rimarrà mistero.

Insoluto, sepolto nell'argilla
del nostro sesso docile e impuro.



Marianna Piani
Milano, 19 Febbraio 2015


sabato 23 maggio 2015

Tulle


Amiche care, amici

la scrittura, la poesia, è universale e non ha genere, o sesso. Eppure ciò che una donna scrive è inevitabilmente segnato dalla sua femminilità.
Per me a volte la poesia è come uno specchio, attraverso il quale indulgo a osservare il mio aspetto, che di volta in volta può apparirmi orribile o passabile, o perfino bello.


Avevo acquistato un delizioso abitino chiaro, e avevo scelto una sera d'autunno, limpida e spazzata da una brezza frizzante ed insistente, per indossarlo per la prima volta in occasione di un aperitivo di lavoro con alcuni colleghi, colleghe e collaboratori, in centro. Credo che solo una donna conosca la sensazione di pienezza e insieme di incertezza (starò davvero bene? sarò adeguata all'occasione? eppure quest'abito mi dona… Ma sono un giudice sereno, di me stessa?) dell'indossare per la prima volta in pubblico un abito scelto da poco con grande cura e trepidazione, dopo lunghe sofferte prove in camerino, e poi a casa, lungamente davanti allo specchio. Camminando verso il proprio appuntamento come a un destino, lo sguardo cade sulle vetrine, istintivamente, per cogliervi rispecchiata la figura di sé stesse in movimento, circondate dalla città e dalla gente. Sentirsi non solo a proprio agio, ma valorizzate da un abito che esalta la figura è un grande privilegio - e un ineffabile piacere - riservato al nostro sesso. Credo...

Una poesiola, in sestine, dedicata semplicemente a un abito che è subito entrato nel mio guadaroba e nel mio cuore, tra i preferiti. Scrittura al femminile? Perché no?

Per voi, amiche dilette e amici cari, con amore

M.P.





Tulle


Quell'abitino di tulle bianco che a sera
indossavo recandomi verso il centro
mi vestiva come una corolla di camelia,
e mi commuoveva come un abbraccio
la carezza della gonna ariosa e ampia
che sfiorava dolcemente il mio polpaccio.

Camminando lungo il viale autunnale
costeggiato di vetrine linde come specchi
mi vedevo come figura di donna fiera
passare avvolta dalle luci scintillanti
della sera, e lo schietto suono dei miei tacchi
farsi strada regalmente tra i passanti.

Il corpetto lineare mi disegnava il busto
come la matita d'un maestro di figura,
ornando il seno di panneggi orientaleggianti
che si tendevano come vele a ogni passo.
Dall'orlo della gonna traspariva pura
la falcata delle mie gambe impazienti:

nel vento il velo impalpabilmente le rivelava
fino al limite della spumeggiante veste chiara,
mentre io come facevo fin da fanciulla
vedendomi riflessa mi chiedevo con pudore
se quella donna che lì vedevo fosse bella,
bella abbastanza da suscitare amore.

Il bianco e il crema mi donavano una luce
che accendeva di innocenza il mio pallore,
ondeggiavano neri della notte i miei capelli
e s'agitavano per provare a catturare il vento
cadenzati dal metronomo dei piedi belli,
e dall'oscillare della pochette - e dal mio cimento.

Come se nulla mi potesse mai fermare
procedevo verso una meta che già scordavo

quale fosse, né che m'importava più di avere,
mi bastava scivolare nel mondo così qual ero
e lasciare che mi giungessero gli sguardi
ammirati - e quelli obliqui o insinuanti.

Quell'abitino di tulle bianco che mi faceva
come un fiore che sbocciava nella sera
era la femminile grazia che m'indorava.



Marianna Piani
Milano, 18-21 Dicembre 2014


sabato 22 novembre 2014

In Nomine - III


Amiche care, amici

terzo appuntamento con la mia raccolta di sonetti "al femminile".
Come dicevo, i nomi che cito appartengono ad alcune amiche, ma non ne sono  necessariamente il ritratto, non un ritratto fisico, comunque, piuttosto una "radiografia", un esplorare il sentimento e lo spirito che si cela dietro ogni nome, dietro ogni destino.
Io sostengo che ogni nome racchiude in qualche modo un destino, ogni nome ci somiglia, ci rappresenta, e, inconsapevolmente ci guida nel nostro modo d'essere.
Molti di questi nomi di donna, come avevo già osservato, sono doppiamente significativi, rimandano a un significato sensibile, a un'immagine, a un concetto. Pensate a quelli citati fin qui: Gloria, Gioia, Costanza, Serena… Non sembrano essi in sé, con il loro significato letterale, un ritratto dell'universo femminile, delle sue emozioni, delle sue speranze? Ah, la bellezza intensa e intima di questi nomi!
E qui oggi onoro due tra quelli che mi sono più cari, Rosa, forse il più autentico, profumato, femminile che si possa immaginare, e Domenica, che da solo evoca la festa, la disponibilità, suoni e voci, solarità…
Non pensate anche voi, amiche dilette, amici cari, che tutto questo sia una magia?

Con amore

M.P.




In Nomine
Quattordici sonetti in libero canto


5

Rosa


Rosaura, Rosalba, Rosamaria,
di tanti modi di essere Rosa
non è la spina, o il velluto del cuore,
mia cara, che ti distingue, piuttosto

la tua temeraria grazia fiorita
di carne e di sangue e odore di selva:
unica corolla in questo giardino
rimasta a guardare oltre la siepe.

Nel giardino, rinchiuso da una cinta
di bosso, ti risvegli e spalanchi
ogni tuo tenero petalo al sole.

Uno è il tuo sguardo, l'altro è il tuo orgoglio,
il terzo è il sogno di essere colta
innocente, da una mano fervente...


Marianna Piani
Annecy, 12 Giugno 2014


6

Mimma


La Domenica, la luce, e il mare
che se ne pasce, e il canto lontano
di un peschereccio al largo, nella baia,
che insegue la linea dell'orizzonte.

E i tuoi capelli rosso fiamma contro
il cobalto del cielo e gli occhi
fiammanti anche quelli, pronti a salpare
per infinite avventure oltremare.

Il profilo del vulcano, impresso
nella tua mente, magma ribollente,
libera e ribelle senza padroni.

E il pino leggendario, che come te
si sporge dal promontorio sulle onde
schiumanti la folle passione del vento!


Marianna Piani
Milano, 15 Giugno 2014