«La Poesia è Scienza, la Scienza è Poesia»

«Darkness cannot drive out darkness; only light can do that. Hate cannot drive out hate; only love can do that.» (Martin Luther King)

«Não sou nada. / Nunca sarei nada. / Não posso querer ser nada./ À parte isso, tenho em mim todos los sonhos do mundo» (Álvaro De Campo)

«A good poem is a contribution to reality. The world is never the same once a good poem has been added to it. A good poem helps to change the shape of the universe, helps to extend everyone's knowledge of himself and the world around him.» (Dylan Thomas)

«Ciò che premeva e che imparavo, è che in ogni caso non ci potesse mai essere poesia senza miracolo.» (Giuseppe Ungaretti)

mercoledì 21 giugno 2017

Più della mia vita




Amiche care, amici,

la persona che amo - come affermo qui "più della mia stessa vita" - è spesso lontana, per lavoro, per il corso della vita di due anime che si sono scelte pur vivendo in due paesi lontani tra loro. Per questo spesso la solitudine, intesa come mancanza, bisogno fisico della sue presenza, del contatto del suo corpo, della sua voce che mi racconta di sé mentre stiamo abbracciate, a lungo, prima di assopirci assieme, è sovente la mia compagna, al posto suo.
In realtà non temo la solitudine in sé, ma l'amore trasforma l'assenza in un dolore acuto, un senso di soffocamento, di bisogno d'ossigeno.
Devo dire che non ho mai condiviso la mia passione di scrittura con lei, non so nemmeno esattamente perché, forse perché temo che si annoi, dato che più volte mi ha espresso il suo scarso interesse in generale per la poesia. Probabilmente la sua Musa, la Musica, è gelosa e non la lascia frequentare volentieri le altre sue colleghe, la vuole per sé in esclusiva. Ad ogni modo, non le ho mai inviato, mostrato o letto i miei testi.
Questo che segue avrebbe dovuto essere una eccezione: lo avevo stilato di getto, anzi quasi d'impeto, in una notte in cui la sua mancanza era divenuta insostenibile. Avevo sognato di lei e con il realismo sconcertante che hanno certi sogni legati ai nostri più vivi desideri, e mi ero svegliata agitata e fremente.
Stavo per copiare il testo e inviarlo via mail, ma poi, aocnra una volta, qualcosa mi trattenne, e non lo feci.
Le telefonai, invece, anche se era piena notte…

Vi lascio alla lettura, amiche dilette, amici, come di consueto, anzi, di più, con amore.
M.P.

(PS: Ora lei è qui, rimarrà tutta la settimana con me, è l'alba e dorme serena nella stanza accanto; è bellissima. Non sa che sto scrivendo di lei...)




Più della mia vita


Le stelle han fatto corona
alla mia fronte, mentre
il cielo sgombro attorno a me
s'apriva in un abbraccio.

Vagavo — sola — nella piazza
vuota; in fondo, oltre i ritti
piloni delle bandiere, spogli,
mormorava un mare amaro.

Alito di brezza empiva salmastra
una vela che tardava alla deriva,
e quel mare conteneva in sé
già la notte e il suo lamento.

Io in quel momento
respiravo unicamente
perché dovevo, e intanto
ti pensavo a me accanto, così

pur se non c'eri ti vedevo
al fianco del mio riflesso
nelle onde tremule
che abbracciavano la sponda.

Mi dicevo che non t'avrei
mai lasciata, ora che t'avevo,
sebbene ecco che tu non eri
allora che nei miei pensieri.

I miei pensieri seguivano verso
occidente il corso delle correnti
e gl'impetuosi venti che spingevano
alla deriva la mia mente scossa

come un natante erratico divelto
del suo timone. Vanamente
il suo nocchiero interrogava l'ago
dello strumento e gli astri muti.

Per l'intera vita, e oltre ancora
t'avrei cercata, fuori ogni rotta,
poiché tu eri, e sei, e sarai colei
che amo più della mia vita.



Marianna Piani
Trieste, Milano, 30 Gennaio 2017
.

sabato 17 giugno 2017

Vetrine




Kees Van Dongen





Amiche care, amici,

Mi permettete un piccolo autoritratto?
Con un po' di civetteria, come s'addice a una signora.
E con la leggerezza di una canzonetta, in versi sciolti.

Eccolo dunque, per voi, con amore

M.P.




Vetrine


Rammento quando passando lanciavo
uno sguardo fugace alle vetrine,
o uno più prolungato allo specchio
del guardaroba prima di uscire
per aggiustare l'orlo della gonna,
o l'onda dei capelli studiatamente
sciolti sulle spalle, il nero sul bianco.

A volte allora mi sentivo a disagio,
e distoglievo subito lo sguardo
come se quel corpo minuto di donna
non mi appartenesse affatto. A volte
sentivo invece in me fiorire tutta
la giovane bellezza; e in quell'incertezza
tra la luce e l'ombra - io soggiornavo.

Mi atterriva quasi la perfezione
del seno piccino, che palpitava
candore da sotto la seta bianca,
l'innocenza delle mie spalle nude,
la molle curva dei fianchi che
inequivocabilmente diceva
tutto il mio essere femmina al mondo.




Marianna Piani
Milano, Gennaio 2017
.

mercoledì 14 giugno 2017

Scimmiotto blu pervinca



Amiche care, amici,

da innamorate, noi donne, indipendentemente dall'età siamo sempre bambine.
L'amore consumato è solo una piccola parte - importante ma non esclusiva - di un rapporto importante, il resto è passione e vita assieme. E in questo, lo scambiarci dei doni diventa un linguaggio amoroso che si aggiunge ad altre espressioni, verbali o corporee.
E non si creda che il dono debba essere prezioso in sé, un gioiello, un abito emozionante, no:
anzi, i doni più amati sono i più semplici, i più "poveri", ma ricchi della propria anima, della propria sensibilità.
Questa che segue è la storia del piccolo dono - infantile - che siglò l'unione con la persona che amo.
Un peluche dall'aria un po' stupita, che rimane con me sempre, anche e soprattutto quando essa si allontana da me, a volte per lunghi periodi.
È in lui che sento pulsare il suo affetto, è da lui che sento venire il suo profumo, le tracce del contatto con le sue mani…

A voi, amiche dilette e amici, come sempre e più che mai
con amore.

M.P.




Scimmiotto blu pervinca



È quasi notte, la città è celata
dietro le cortine bianche
che m'hai donato, dietro
una foschia diffusa, muta.

Ho indossato la vestina chiara
che so che ami, lieve,
profumata sulla pelle
come un petalo di neve.

Ho mondato il mio viso
d'ogni tinta, d'ogni trucco,
perché so quanto tu mi voglia
spoglia d'ogni finzione, nonché

d'ogni affanno, di ogni pudore.
Ho raccolto i miei capelli
scuri come è scura questa notte
senza luna, con un nastrino rosso.

Questo, io ti conosco, ai tuoi occhi
fa di me ancora la ragazza
che tu ami ritrovare: questa coda
sulla nuca da puledra pazza.

T'ho atteso accoccolata come una gattta
sulla sedia da te più amata,
osservando dai vetri giù la via
quietamente imbambolata.

Ho camminato ansiosamente
dalla cucina al lettino della stanza,
a piedi nudi, assaporando
il gelido marmoreo distacco

del pavimento piastrellato. E ho stretto
al mio petto il tenero scimmiotto
blu pervinca che mi hai lasciato
a starmi accanto. E l'ho baciato!

Ho lasciato che il tempo percuotesse
il mio cuore in pena a ogni tocco,
trasalivo a ogni rombo di motore
proveniente dalla strada,

a ogni svelto scalpitìo di tacco
sul selciato, a ogni porta d'ascensore
che s'apriva al mio piano, a ogni
voce di ragazza, sia pur lontano.

Riverrai, presto, tra le mie braccia.
Ma intanto questa attesa, scampolo
di vita sospesa in uno spazio vuoto,
mi consuma come un fiume in piena

che erode in sabbia ogni roccia.


Marianna Piani
Milano, 23 Gennaio 2017

.

sabato 10 giugno 2017

A una scomparsa



Amiche care, amici,

ho esitato a lungo, molto a lungo prima di pubblicare o no questa poesiola, tenue traccia del dolore per la scomparsa, avvenuta nell'Agosto dello scorso anno, di una persona da me amatissima, a cui ero (e rimango - oltre la morte) legatissima.
Mi sembrava una cosa così intima e così confusa al mio sangue, alle mie viscere, e così indicibile il dolore e lo smarrimento, che metterlo "in piazza" pubblicando questi pochi versi (che sono gli unici che sono riuscita ad esprimere direttamente su questo evento) mi pareva un sacrilegio, una mancanza di rispetto nei confronti della persona in questione, e per me personalmente un torturare i margini di una ferita profonda ancora aperta.
Alla fine però ho pensato che l'artista non può sottrarsi alla propria vocazione, nemmeno se oppresso, annichilito da dolore, e ho pensato all'espressione di un dolore simile, straziante e totalizzante, da parte di un grande in assoluto come Giuseppe Ungaretti che ha generato un capolavoro come la sua raccolta intitolata proprio "Il Dolore".

Queste poche, povere parole siano dunque un omaggio, espresso al mondo, per una persona straordinaria, unica, adorata.

. . .


Come ho scritto in altre occasioni, la Poesia, scrivere versi, non è per nulla un linimento, una medicina. Non guarisce, e nemmeno lenisce, angoscia, dolore, crollo di fede.
Invece è una necessità, come il respirare, anche se non vorremmo e preferiremmo morire, ci tiene in vita. Questo ò tutto.

Vi lascio alla lettura, con amore
e un rinnovato immenso senso di vuoto.

M.P.






A una scomparsa


L'esile, piccola, fragile barca,
slacciata ormai dall'ormeggio
va libera alla deriva, in mare aperto.

Tanto fu il dolore, e tanto l'affanno
nel contrasto impari con la tempesta,
che pur non bastò a disalberarla.

Il legame, logoro di salso, sangue
e tempo impastato d'alghe, pur tenace,
giunse al momento di disfarsi.

Da quell'istante, fu libera la chiglia
da ogni vincolo e ogni guida,
libera di cogliere la corrente.

La meta non ebbe più alcun senso,
né l'ebbe il tempo che ogni cosa doma,
né l'infinito, né l'eterno l'ebbe.

Tutto si spense, tranne la memoria
impressa nell'amore dato immenso
e in quello avuto: tutto il resto è nulla.



Marianna Piani
Trieste, Agosto 2016

.

mercoledì 7 giugno 2017

Non chiedere, non dire



Amiche care, amici,

innamorarsi, sempre, è un dono immenso.
Innamorarsi "da grandi", a quarantadue anni, è qualcosa di sconvolgente.
Perché abbiamo passato un pezzo della vita a capire noi stesse, e ora che, finalmente, ci pare di aver risolto qualcuno degli enigmi più tormentosi della vita, tutto viene sconvolto, tutto viene rimesso in discussione.
La passione piomba improvvisa, come un vento che tracima dalle montagne e precipita a valle, e tutto, vita quotidiana, lavoro, impegni, interessi, tutto viene messo sottosopra, tutto passa in secondo piano, tutto si esaurisce nell'attesa del prossimo bacio, del prossimo incontro.

È magnifico anche perché, ebbene, a quarantanni e oltre non diamo più nulla per scontato, meno che mai l'amore, quello vero che "strappa i capelli" - come scriveva e cantava Faber - e se all'improvviso si presenta davanti a noi in tutto il suo splendore, non possiamo quasi credere ai nostri occhi, e alla fortuna che ci tocca. Non è vero che l'età, la "maturità" porti equilibrio, spenga le passioni, tutt'altro, credetemi: la maggiore coscienza di sé, il maggior peso delle proprie responsabilità, l'aver in qualche modo molto "da perdere", rende l'incontro con la passione ancora più intenso, totalizzante, vivo. L'importante è non perdere la ragione, o meglio, lasciarsi prendere dalla follia con quel poco di "metodo" che la vita ci ha insegnato. Perché l'amore, la passione, sia davvero il fondamento di una nuova fase di vita, una rinascita, una primavera, un progetto da realizzare, un sogno da cogliere al volo.

Dedico tutto l'amore a voi, amiche dilette e amici. Col cuore.

M.P.




Non chiedere, non dire


Non chiedermi chi sono,
non dire nulla, solo
stringimi la mano
forte, più forte
tra le tue mani,
e non lasciarmi inabissare.

Risalirò a te dal fondo
inarcando il dorso
come una sirena,
per baciarti sulla fronte
e odorare il tuo profumo
di alga e stella di mare.

Tu socchiuderai
quei tuoi larghi occhi chiari
come uno scrigno schiude
sul suo tesoro,
e mi offrirai la fronte al bacio
come una rosa al sole.

E quando mi sarò avvicinata
tanto da sentirti palpitare,
con un veloce scarto
alzerai il capo, a sorpresa,
così che le mie labbra
s'uniranno alle tue, come per caso.

E in quell'istante
io sospenderò il respiro,
e ogni battito di cuore,
e ogni pensiero, e ogni suono
della voce, e ogni parola.
Sbalordita da questo farsi vero

di ogni mio riposto ardito sogno.



Marianna Piani
Milano, 27 Dicembre 2016
.

domenica 4 giugno 2017

«Uno, qualcuno, centomila»

(Editoriale)



(by David Hettinger)




Amiche care, amici,


concedetemi una breve premessa: non sono né mai sono stata una fanatica dei numeri o delle classifiche in rete. Ad esempio non ho mai sottoscritto quegli strumenti un po' tra il patetico e l'infantile che consentono di tenere un conto pedissequo, in tempo reale, dei followers e unfollowers, né mi sono mai curata del numero di "likes" o menzioni che ricevono i miei interventi, qui o altrove.
Se dicessi che non m'importa nulla che ciò che scrivo venga letto e considerato da più persone possibile sarei un'ipocrita bella e buona, ma non posso evitare di pensare che il freddo dato numerico in questi casi non sia che un vuoto dato statistico, che non tiene conto per prima cosa di ciò cui io invece tengo di più: la qualità.
Intendo dire, ed è del tutto ovvio dirlo, che per me vale assai più la presenza nella mia TL, o nel mio Blog di una singola persona che ammiro e stimo piuttosto che di cento anonimi "followers" conquistati magari a colpi di foto sexy delle mie (peraltro scarse) tette.
Per questo sono una frequentatrice assai sporadica delle "statistiche" che mi offrono gli strumenti standard del Blog, dato che continuo anche in questo caso a dare rilevanza alla qualità di chi mi "segue" piuttosto che al loro numero puro e semplice.

Tuttavia, poiché sono fatta di carne e narcisismo anch'io, di quando in quando vi butto l'occhio, osservo con curiosità la curva saltellante dei "contatti" nel corso del tempo, con interessanti picchi e avvallamenti, considerandoli in parallelo ai testi pubblicati, e non manco di riceverne qualche soddisfazione, forse anche proprio perché lascio passare diverso tempo tra una "sbirciata" e l'altra e quindi più marcate sono le differenze rilevabili.

E così è avvenuto che qualche giorno fa ho scoperto di aver superato "di slancio" il simbolico muro delle centomila visualizzazioni.

Non posso dire che la cosa non mi abbia fatto piacere: razionalmente, sì, so bene che questo numero rappresenta in modo cieco e acritico OGNI tipo di contatto, anche di chi capita qui per puro caso, o per errore, di chi apre, guarda e scappa due secondi dopo, di chi legge e pensa "che schifo è questo?" e chiude per mai più tornare. Tuttavia si tratta pur sempre di un parametro, di una indicazione grezza ma "oggettiva", e considerato che questo non è un fashion blog, ma uno spazio dedicato esclusivamente alla poesia, e non alla poesia in senso generico, critico, storico o antologico, ma proprio alla MIA personale scrittura poetica (incluse le traduzioni da grandi poeti del passato), io penso che sia un dato numerico tutto sommato interessante. Anzi, se ci penso, centomila "pagine aperte" sulle mie cosette, in un tempo così relativamente limitato, è un dato che mi impressiona, mi sorprende, e mi fa sentire anche una grande responsabilità.

Dunque, credetemi, ben lontano da me ogni intento "celebrativo", ma voglio cogliere l'occasione per ringraziare, davvero e dal profondo del cuore, tutte le persone che hanno trovato il modo di dedicarmi qui un poco del loro tempo e della loro attenzione, e che con la loro presenza, crescente nel corso degli anni, hanno dato un senso al mio lavoro.
Nessuna scrittura ha senso, secondo me, se non incontra sul suo cammino dei lettori: l'atto d'amore della scrittura si consuma sempre in due, con l'incontro spirituale tra chi scrive e chi legge, e solo così è feconda.
E nel caso poi di una scrittura viva, in opera e sviluppo nel presente, è difficile dire chi ne sia alla fine il maggiore beneficiario, se il lettore o proprio lo scrittore.

Voi tutte, amiche carissime e amici, mi avete certamente dato tanto, tantissimo, con la vostra presenza, con i vostri commenti, anche e più che mai con le vostre critiche, sempre puntuali, rispettose, illuminanti. Avete apprezzato quel pochino o tantino di buono che avete saputo scoprire nelle mie parole, e avete pazientemente tollerato i miei cedimenti, i miei risultati più deboli o corrivi. Mi avete accompagnato, passo passo, in quella che spero sia una crescita nella evoluzione di una "scrittrice" che ho sempre voluto definire "dilettante", definizione in cui avete saputo cogliere non una abdicazione, ma anzi una maggiore assunzione di responsabilità.

Questo freddo dato numerico in certo modo mi conferma della vostra presenza, e della vostra preziosa amicizia, e mi stimola a tentare sempre più di compensare la vostra fiducia e il vostro interesse con tutta la mia passione, tutta la mia costante ricerca, tutto il mio appassionato lavoro. Continuerò ad aprire per voi la mia anima e il mio cuore, con onestà e sincerità, cercando sempre di condividere con voi le mie emozioni e la mia piccola esperienza di vita, e di regalarvi qualche piacere con oggetti plasmati con cura e convinzione.
La poesia è un'arte delicatissima e difficilissima, abusata in mille modi da mani maldestre, o decisamente inette, da persone attratte dalla sua apparente facilità tecnica, che invece nasconde una immensa complessità di realizzazione anche per il solo minimo risultato, appena al di sopra della più corriva mediocrità. Il mio rispetto per questa forma nobilissima e primaria di espressione, vi assicuro, va di pari passo con il mio rispetto per voi in quanto lettori. Ed è l'unico e solo obbiettivo che mi prefiggo, libera da ogni fardello di ambizione e di mondanità.



Approfitto di questa occasione, inoltre, per ringraziare tra voi in modo particolare tutti coloro, più che mai assai pochi ma assai imporanti per me, che hanno confermato la loro fiducia ordinando il mio libretto, il mio esordio sulla carta stampata "Le solitudini e i luoghi".

Grazie infinite a voi per aver compreso la mia scelta di non aver voluto affidare i miei versi a un mezzo "facile" e smerciabile come lo e-book, di certo assai più economico di un libro "tradizionale". Il costo che ho potuto spuntare (che copre esclusivamente i costi vivi di materiali e stampa, senza alcun ricavo per me) è sempre, aggiungendo anche i costi di spedizione, piuttosto impegnativo, me ne rendo conto. E questo aumenta la mia gratitudine nei vostri confronti.
È una esperienza nuova per me, che certamente ripeterò, che ha un valore di prova per i miei versi, togliendoli dalla aleatorietà del Blog per consegnarli alla "definitività" della carta stampata, e vuole essere nel contempo anche un omaggio sincero e convinto nei confronti di questo secolare e fondamentale oggetto di memoria e diffusione della Cultura che è e rimane - e spero rimarrà per sempre - il libro quale lo conosciamo.

Perciò, doppiamente grazie a tutti voi, amiche dilette e amici cari, prometto di proseguire questo cammino, se mi vorrete, assieme a voi finché il talento e le forze - e il vostro affetto - mi sosterranno.

Un abbraccio forte, con amore


Marianna
.

sabato 3 giugno 2017

La ragazza di vetro



Amiche care, amici,

oggi vi propongo un autoritratto, in una figurina di vetro di Murano...
O meglio, un autoritratto ideale, metaforico, ma in qualche modo assai vicino al vero.
La materia di cui è fatta la mia anima accoglie la luce, la trasmette, la riflette, la rifrange. In alcune circostanze è anche in grado di trasformarla in una corona iridescente proietteta sulla parete della stanza.
Ed è fragile, basta un movimento maldestro, un urto allo scaffale su cui è appoggiata, l'urto involontario di un libro nell'estrarlo dalla fila proprio dietro di lei, e la sua fine, in frantumi, è certa.

La trasparenza e la bellezza hanno un prezzo...

Per voi, amiche dilette e amici, come sempre, con amore

M.P.







La ragazza di vetro

Sono io
quella ragazza di vetro
sul terzo scaffale (dall'alto)
della libreria, proprio davanti
alla "Certosa di Parma".

Quando un raggio di sole,
solitamente a Maggio,
filtra dalla persiana,
dalla sua anima irrompe
un fitto baluginio
di vividi colori.

Ha le gambe diritte
e sottili come steli di grano,
che si trema a sfiorarle
temendo di spezzarle.
La veste è congelata
in un ampio panneggio
che mai muterà nel tempo.

Ha gli occhi grandi ma chiusi,

come se stesse sognando,
e i capelli, creati
con un solo gesto sapiente
dall'artigiano alla fornace,
sono raccolti alla nuca
in un piccolo vezzoso
aristocratico chignon.

Il suo cuore
è un grumetto di vetro
che solo il sole di Maggio
a volte incendia
e confonde.
Le mani, infantili,
accennano a un grazioso
timido gesto di danza.

Non importa di quale materia
sia la figurina, in trasparenza
appare in essenza
fatta di luce soltanto.
Ma domani una spinta leggera,
senza volerlo,
basterà a precipitarla
fatalmente nel vuoto.

Dove si frantumerà
in una costellazione
di minuscoli cocci.



Marianna Piani
Milano, Dicembre 2016
.

mercoledì 31 maggio 2017

Ciò che è tuo



Amiche care, amici,

chi mi conosce da un po' di tempo sa che di quando in quando mi piace abbandonarmi semplicemente all'amore, alla scrittura per amore, la più antica e difficile (perché logorata, ma mai logora) del mondo, qualcosa nell'ambito della famosa rima "cuore/amore" reclamata con polemica grazia in piena temperie versoliberista dal grandissimo Umberto Saba.
E ho scelto di osare a visitare una tradizione altissima della prosodia Italiana, la terzina classica, per affidarvi un pensiero di puro e palpabile desiderio. Quello di lasciarsi prendere, di abbandonarsi e di appartenere. Appartenere interamente, corpo e anima, alla persona amata. La forma chiusa per me è a volte l'unico modo per imbrigliare la mia passione, per impedire che tracimi in un incomprensibile sfogo di parole e sentimenti.

E l'amore, amiche dilette e amici, è l'unico vero antidoto alla disperazione e alla morte che dilaga, l'unica barriera perché essa non ci vinca dentro e ci annulli.

M.P.





Ciò che è tuo


Prendimi: prendi ogni mia sostanza,
ogni fibra, ogni turgore, ogni flusso
d'energia del corpo mio, ogni essenza.

Prendi, a piene mani, bevimi adesso
ogni mio sospiro, ogni respiro
speso per starti accanto, sorso a sorso:

Prendimi ogni battito, ogni mio vivo
palpito sottopelle, ogni mio brivido
di sesso, ogni gemito ansito grido

che io ti voglio, prendi il mio timido
destino tra le tue mani, accarezzane
gli aneliti, gli entusiasmi, il vivido

nostro sogno, prendine la bellezza
come d'un abbagliante fiume al sole.
Prendimi ogni pensiero, ogni speranza

che vi scorre, ogni moto, ogni parola,
ogni sguardo a te diretto, ogni motto
ogni pensiero scritto per te sola.

Prendi solo ciò ch'è tuo: prendi tutto!



Marianna Piani
Milano, 25 Novembre 2016

.

sabato 27 maggio 2017

Questo anelito di libertà



Amiche care, amici

una pausa, di fronte a un evento di morte, è necessaria, per riprendere, dopo lo choc immediato, a credere in qualche modo alla continuità della vita.
Io, come chiunque si sia trovato nella mia situazione, ho passato tutti gli stadi, dalla incredulità alla rabbia impotente, dalla rassegnazione al dolore che strazia spirito e carne.
Poi, per salvarmi, come fa un naufrago tra i vortici di un torrente furibondo che lo sta travolgendo, per puro istinto ho allungato un braccio sopra i flutti e ho afferrato un ramo che sporgeva su di me, come ultima salvezza.
Nel mio caso, come sempre mi è accaduto, questo ramo di salvezza è la scrittura.

Non vi è prigione al mondo più rigida e severa del proprio dolore. Per questo, più dell'istinto di sopravvivenza, ciò che mi ha spinto a cercare una salvezza è stato il bisogno di ritrovare e di riappropriarmi in qualche modo la mia libertà, ciò che considero il bene più prezioso ed irrinunciabile.

Come scrivevo nel mio primo tentativo di scrittura dopo la lunga pausa di disorientamento, pubblicata qualche giorno fa: "occorre riprendere il canto…"

Vi lascio alla lettura, amiche dilette e amici, con amore

M.P.







Questo anelito di libertà


Fuori da queste mura
oggi, ora, adesso,
due soli passi certi
e in certo modo fieri,
in fine alla vertigine
che mi affogò la mente.

I primi passi veri
in fine a giorni, mesi,
che parvero decenni
di tenebra e naufragio,
ora, adesso io provo
questo nuovo anelito

di libertà. Di fronte
a questo piano d'erba
che mi accoglie e avvolge
come una placenta,
di fronte al sole vivo
d'autunno che m'abbaglia.

Da quel poderoso masso
di fronte a questo mare,
aperto e immenso come
il cuore di mia madre,
addosso al vento florido
delle mie terre agre.

Nuda e candida come
una pallida sirena
mi offro e apro, al Dio
dei flutti e degli abissi
che mi generò, e genera
i sogni come figli.

In questo abbandono,
sensuale come il palpito
del corpo dell'amante
che tutta mi possiede,
in questa chiara estasi,
in questo oblio veggente.

In questo nuovo giorno
che sorge, che s'infiamma,
dopo secoli di tenebra
ritrovo nel mio petto
il primo mio respiro
straziante come quello

del neonato che affronta
la sua primissima ora,
ecco, sento montare
dentro me come un'onda,
come vento nei capelli,
questo anelito di

serena libertà.



Marianna Piani
Trieste 14 Novembre 2016
.

mercoledì 24 maggio 2017

Occorre riprendere il canto



Amiche care, amici,

scrissi questi versi dopo un lungo periodo, in seguito a un grave lutto personale, in cui non fui in grado di scrivere una sola parola, cosa che non mi accadeva da lungo tempo. Semplicemente non ero più in grado di fermarmi a pensare, lasciavo che la vita mi scorresse addosso, cercando di averne meno dolore possibile. Anche scrivere, perfino lo scrivere, che di solito è sempre stata la mia consolazione e ultimo rifugio, mi era divenuto intollerabile.
Riemersi a fatica, lentamente, dalla disperazione. Come dopo un naufragio, l'organismo si riprende dal terrore e dal dolore, piano piano, e ritrova gradualmente un equilibrio.
Con esso il bisogno di espressione, di riprendere la parola...

Vi lascio alla lettura, amiche dilette e amici, con amore.
M.P.





Occorre riprendere il canto


Perduta parola, ma dove
e come sei svanita
dalla mia vista, dal paesaggio,
dalla memoria, come
una pozza d'acqua che asciuga
sotto il sole, e non lascia
la più flebile traccia?

Ma dove, sotto quale forma
vaga ti celi, come
è avvenuto quel mutamento,
questa metamorfòsi
che ti ha mutata da
pensiero, a nullo oggetto —
volatile inafferrabile
indicibile vuoto?

Dove, fuggita, dove
hai trovato la pace,
poi che non tolleravi
più ormai la tua stessa presenza
a un mondo che pareva
voler rinunciare — per sempre —
ad amare?

Vedi come ora disperando
ti cerco ad ogni istante
del mio destino, in ogni canto
segreto o palese
del ricordo che affiora,
della mia immaginazione,
di tutta la mia Storia.


Marianna Piani
Ottobre 2016
.

mercoledì 17 maggio 2017

Poiché mi apro


Amiche care, amici,

ritorno a una passione mai sopita, il sonetto classico, la più perfetta forma per esprimere sentimenti d'amore, non fosse altro per i secoli e secoli in cui in questa forma l'amore, fin dalle origini della nostra Lingua, si è espresso.
Qui mi affido quasi solo all'eleganza metrica pura e semplice del verso - rinunciando alla rima - e alla sua perfetta brevità: nulla in un sonetto può essere lasciato al caso, nulla alla ridondanza, tutto è essenziale.

Poesia d'amore e di desiderio acceso e, infine, soddisfatto.
Per voi, amiche dilette e amici

M.P.




Poiché mi apro


Poiché mi apro, come una corolla,
come una rosa al sole, come un prato
alla bruma d'ottobre, come il lago
al respiro delle selve: io mi apro

quando mi vieni incontro, e mi raggiungi
come in volo, sull'alea del tuo sguardo
di sogno, tempestato d'illusioni;
quando su me discendi, come il vento

e ti riposi, per un solo istante
o per sempre — il capo come fiamma
ardente abbandonato sul mio ventre

e le tue braccia nude come rami
mi cingono del tuo vigore i fianchi.
Mi guardi: allora m'apro. E tu mi prendi.



Marianna Piani
Trieste, Settembre 2016
.

domenica 14 maggio 2017

"Supplica a mia madre" di Pier Paolo Pasolini


Supplica a mia madre


È difficile dire con parole di figlio
ciò a cui nel cuore ben poco assomiglio.

Tu sei la sola al mondo che sa, del mio cuore,
ciò che è stato sempre, prima d’ogni altro amore.

Per questo devo dirti ciò ch’è orrendo conoscere:
è dentro la tua grazia che nasce la mia angoscia.

Sei insostituibile. Per questo è dannata
alla solitudine la vita che mi hai data.

E non voglio esser solo. Ho un’infinita fame
d’amore, dell’amore di corpi senza anima.

Perché l’anima è in te, sei tu, ma tu
sei mia madre e il tuo amore è la mia schiavitù:

ho passato l’infanzia schiavo di questo senso
alto, irrimediabile, di un impegno immenso.

Era l’unico modo per sentire la vita,
l’unica tinta, l’unica forma: ora è finita.

Sopravviviamo: ed è la confusione
di una vita rinata fuori dalla ragione.

Ti supplico, ah, ti supplico: non voler morire.
Sono qui, solo, con te, in un futuro aprile…


Pier Paolo Pasolini


In ricordo di mamma, l'intero mondo per me, che ora è altrove.
M.P.

sabato 13 maggio 2017

Il senso del mare


Amiche care, amici,

questa composizione segue immediatamente quella pubblicata qualche giorno fa, "Essere",  e risponde alla stessa ispirazione, osservare il mare e desiderare di abbandonare tutto e di abbandonarsi, come una sirena pentita di aver voluto essere umana, e di lasciarsi andare in esso, non importa se ormai ho perduto la capacità di respirare nell'acqua, e che questo mio tuffo in un mare di rimpianto e nostalgia sarebbe il mio ultimo volo.

In forma di idillio, o di canzone, tutto appare così rasserenante.

Vi lascio alla lettura, amiche dilette e amici, come sempre - con amore

M.P.






Il senso del mare


Una giovane vita
appare tra le onde
e poi presto scompare,
e riappare più avanti
dalla riva distante,
fragile e incerta, eppure
del tutto gioiosa a cantare
parole d'amore
e di libera scelta.

Tornerà mai in terraferma?
Troverà mai approdo
meno inquieto del suo vagare?
Risponderà al nostro saluto,
se mai lo scorgesse?
Riuscirà così a fuggire
ciò che la schiaccia,
fidando nelle vigorose
tenere braccia
odorose d'alga marina
che la cingono ai fianchi?

Giunge l'onda più lunga
che precede la marea
della sera, che poi si fa notte.
Giunge l'onda e travolge
le piccole barche alla fonda,
che oscillano a lungo
come in una allucinante
berceuse di vetroresina e legno:
questa è l'onda, dico,
che mi rapisce, finalmente
mi strappa di terraferma
e mi trascina alla fine
del mondo e delle cose.

Laddove la vita non ha
altro senso che quello profondo
del verde gelido mare.



Marianna Piani
(Trieste, Agosto 2016)
.

mercoledì 10 maggio 2017

In-folio






Marianna Piani
"Le solitudini e i luoghi"
Poesie scelte 2012 - 2013

Prefazione dell'Autrice
In appendice 10 poesie inedite.

200 Pagine BN 14,8 X 21 paperback
€ 6.00 (scontato) + Iva e spedizione 
ISBN 978-0-244-60015-0




Dopo lunghe e tormentose titubanze,
alla fine il narcisismo
ha vinto sulla ritrosia:

pubblico il mio primo volumetto in versi...



Amiche care, amici...

ebbene sì, da molto tempo accarezzavo questo progetto (se mai un progetto si può "accarezzare", come fosse un gatto), ma proprio il mio amore per i libri e per la poesia mi bloccavano, non per umiltà o modestia beninteso, io sono tutt'altro che "umile e modesta", ma per una elementare questione di coerenza e di rispetto. Non mi sono mai considerata una "scrittrice", men che meno una "poetessa", ma piuttosto una dilettante, certo appassionata, anche evoluta spero, ma sempre una dilettante. Ovvero una persona che scrive non per lavoro, per guadagnarsi il pane, ma per puro, sia pure serio, divertimento.
E anche in questo caso mi ritengo tale non per un senso di modestia, piuttosto per il mio amore di libertà: cos'altro ci può dare più libertà dello scrivere come ci piace, quando ci piace, ciò che ci piace, dove ci piace?
Poiché esercito professionalmente in un diverso settore artistico, in parte anch'esso legato all'editoria, so bene quanto possa essere vincolante e limitante, a quanti e quali compromessi, a meno di non essere degli artisti ben affermati e riconosciuti, si debba scendere per portare a casa la (spesso anche piuttosto magra) pagnotta quotidiana.
Conosco un certo numero di editori con cui ho avuto e ho a che fare, per questa mia attività, ma mi è difficile pensare di recarmi da loro anziché con il mio solito lavoro grafico (il più delle volte commissionato), con un mio manoscritto (senza ombra di illustrazione) a chiedere udienza, o di concedermi la loro lettura, o a chiedere una pubblicazione.
Non perché temessi un rifiuto, una eventualittà che considero comunque inevitabile - e quindi perché "temerla"? No, il mio timore era opposto: se qualcuno mi avesse inopinatamente accettata, avrei mai potuto scegliere cosa pubblicare, quanto pubblicare, in che modo, quale prezzo avrebbe dovuto figurare in copertina? E, più ancora, avrei potuto evitare l'aborrito, abominevole formato e-book?



Poi però, sempre per motivi di lavoro, ho conosciuto questo servizio di self publishimg online - lulu.com - che consente di pubblicare in proprio con una una certa dignità "professionale", a costi quasi nulli, e con discrete possibilità di "distribuzione". E questo alla fine mi ha convinta, ritenendolo coerente con il mio status di "dilettante" e con le mie convinzioni.
Mi sono quindi decisa al "gran passo".
Anche in questo caso, naturalmente,  senza alcuna ambizione o irrazionali attese: anche se certamente farò più "promozione" possibile con i miei limitatissimi mezzi (la scrittura ha senso se si rivolge a un certo numero di lettori, pochi o tanti che siano) sono ben consapevole che un volumetto così, senza avere alle spalle un minimo di struttura distributiva (che invece un editore tradizionale dovrebbe assicurare) e per di più in un settore così di nicchia come la poesia, non avrà di certo alcuna posibilità di spuntare una diffusione maggiore di qualche sparuta copia qui e là. Ma su questo, amiche care, e amici, conto su di voi, spudoratamente.
Il vero motivo però per cui alla fine ho vinto le mie remore e le mie timidezze (narcisismo a parte) è che ho sentito che le mie creature fossero ormai "mature" abastanza per uscire dall'astratto e un poco asettico spazio del blog e provare ad affrontare con le proprie forze la "dura realtà" della pagina (di carta) stampata, nero su bianco. La poesia è nata per essere cantata, per la musica vocale e strumentale, o recitata, questo lo si sa bene, ma dopo la "rivoluzione" gutenberghiana ha acquisito anche lo statuto di essere scritta e stampata, divenendo a tutti gli effetti "letteratura", e da quel momento è sorta la necessità di "reificarla" nelle pagine dei libri e di trovare posto nelle biblioteche, i Templi per eccellenza della Memoria e della Cultura Umana.

Fino ad oggi ho rinviato questo appuntamento anche per un altro motivo, per dire il vero, legato più direttamente alla mia proverbiale e vergognosa pigrizia: in questi ultimi anni, da scribacchina patologica quale sono, ho scritto, e di conseguemza "pubblicato" (qui sul blog e su Medium) molti testi, diverse centinaia di titoli, e poiché sarebbe stato impensabile e anche un poco ridicolo proporre un "tomone" non postumo di mille e più pagine (ammesso che qualcuno se lo sarebbe mai sorbito), occorreva una drastica e (per me, essendone l'autrice, anche ardua) selezione. E non solo: sapevo bene che ognuna delle composizioni selezionate avrebbero abbisognato di una accurata revisione, certo non potevano finire sulle pagine a stampa (virtualmente per sempre) tali quali appaiono qui sul Blog.
Il Blog (come ogni mezzo digitale, incluso il suddetto e-book) è intrinsecamente effimero e provvisorio. Il libro invece è potenzialmente definitivo. Come paragonare un castello di sabbia sulla spiaggia di Milano Marittima a un edificio di pietra e cemento.
Questo lavoro, sapevo, mi avrebbe certo preso molto tempo, una risorsa che ho sempre molto scarsa, e devo dire che ho sempre trovato più soddisfazione nel tentare il nuovo che nel rivangare il passato.
Alla fine però, ho trovato l'idea che poteva sbloccare la situazione, e da questa è nata la struttura portante di questo libretto.
Ho dunque deciso di selezionare solo una parte delle mie composizioni, diciamo dal 2012, l'anno di inaugurazione di questo blog, a tutto il 2013.
Si tratta quindi di testi di quattro o cinque anni fa, ma chi mi conosce già da qualche tempo non si sorprenderà se dico che proprio questo li rendono più adatti alla pubblicazione. A distanza di tempo è decisamente più facile compiere una lettura obbiettiva, o almeno avvicinarsi ad essa. Posso considerare i miei testi più facilmente a distanza, proprio come da una certa distanza si riesce a comprendere meglio l'effetto di un dipinto. Pur essendone l'autrice, li sento ormai meno "miei", sono coinvolta meno emotivamente e più razionalmente, e quindi riesco a selezionarli e a giudicarli con più distacco. Ognuna delle composizioni selezionate è stata quindi rivista, emendata e in molti casi, se necessario, riscritta, per cui alla fine nessuna delle poesie raccolte è risultata in realtà una copia identica e conforme a quella che potete trovare sul blog.
Ho mantenuto in ogni caso la datazione originale, che corrisponde sempre alla data di prima stesura e non a quella di prima pubblicazione (che ne differisce spesso di molto). Alla fine del volumetto ho aggiunto una piccola appendice con una decina di componimenti del tutto nuovi e inediti, destinati a rimanere esclusivi di questa pubblicazione: un piccolo bonus aggiuntivo d'affetto e riconoscenza per i miei eventuali, carissimi lettori.

Ho voluto una edizione tipograficamente molto sobria, con una grafica ed una impaginazione lineare, minimalista, di puro testo, senza immagini o illustrazioni. Può sembrare paradossale, dal momento che io sono di mestiere una illustratrice, ma proprio per questo motivo io ritengo che la poesia debba rimanere indipendente dall'immagine, poiché è essa ad avere il compito di creare le immagini nella mente del lettore, e il lettore sarebbe distratto o perfino sviato dal'impatto di una illustrazione "preconfezionata". Una prassi che ho sempre tenuto con coerenza anche in "rete", qui nel Blog e in Medium, dove i miei "post" sono volutamente assai avari di foto o illustrazioni, in controcorrente rispetto al il trend normale, che privilegia invece l'immagine ovunque. Di solito l'immagine (a volte anche assai poco pertinente) ha la semplice funzione di specchietto per catturare le "allodole", segnatamente contatti e "like". Ma dal momento che io, pur apprezzando ovviamente il fatto di avere dei lettori, pongo il valore numerico all'ultimo posto dei miei interessi, non si tratta di un gran sacrificio per me: non fa nulla se ho poche "allodole" nel mio giardino, in cambio quelle che lo visitano sono bellissime e preziose.

Per la parte grafica ho avuto in più la grande fortuna di ricevere l'aiuto, del tutto gratuito, di una amica meravigliosa, Mimma Rapicano, una grande professionista in campo grafico, oltre che scrittrice lei stessa, che non solo ha sistemato con pochi tocchi magistrali l'aspetto della copertina, ma mi ha anche dato validi suggerimenti sul formato, sugli stessi testi che raccoglievo. Un tesoro di amica: sulle amicizie, come ho detto sopra, ho davvero molta fortuna!
Sul prezzo di copertina, ho seguito anche qui con coerenza il mio pensiero di sempre: la poesia è un dono, è un dono leggerla, ed è un dono avere il privilegio di scriverla, per cui, non potendo permettermi di offrire tutto gratis come utopicamente avrei desiderato, ho curato di tenere il prezzo di base più basso che mi era consentito dal servizio di edizione prescelto, in pratica quello necessario a coprire i soli costi vivi di stampa e per il compenso nei confronti del servizio stesso. Più una piccola percentuale di diritti d'autore, che però ho stabilito di devolvere "automaticamente" (cioè direttamente dal servizio, senza mio intervento) e interamente a una ONLUS internazionale. Preservando così (almeno simbolicamente) sia la mia libertà intellettuale di dilettante pura che la "gratuità" virtuale di cui dicevo prima.

Anche se sono consapevole che perderò per questo motivo molti potenziali lettori, nonostante il servizio di edizione scelto me lo consentirebbe facilmente, non ho intenzione di affiancare a questa "cartacea" alcuna edizione in formato e-book o simile - un supporto che io detesto cordialmente e che ho sempre combattuto. Quindi questo libretto rimarrà l'unico mezzo al di fuori di questo stesso blog per accedere ai miei testi.
A chi avendo acquistato il libro me ne facesse richiesta, sarò felice tuttavia inviare personalmente e gratuitamente una versione digitale in formato PDF (con dedica personalizzata) non stampabile, per la archiviazione e consultazione tramite il dispositivo che gli fosse più comodo e congeniale.
Infine spero in un futuro non lontanissimo di ripetere l'esperimento e di pubblicare un nuovo volumetto come questo con altre mie composizioni più recenti. Ma per questo c'è tempo e molta acqua ha da passare sotto i ponti...

Grazie amiche dilette e amici, come ho sempre ripetuto non ritualmente alla fine di ogni mio intervento su queste pagine, "con amore"


Vostra
Marianna




Marianna Piani
"Le solitudini e i luoghi"
Poesie scelte 2012 - 2013

Prefazione dell'Autrice
In appendice 10 poesie inedite.

200 Pagine BN 14,8 X 21 paperback
€ 6.00 (scontato) + Iva e spedizione
ISBN 978-0-244-60015-0





Consigli per un eventuale acquisto

Il volumetto, esclusivamente in forma cartacea, è reperibile per ora solo presso il servizio di self-publishing cui mi sono appoggiata, raggiungibile direttamente da questo link, o da quelli sopra riportati. Occorre credo creare (gratuitamente e senza impegno) un account e inserire il libro nel "carrello", come in tutti i siti online analoghi.
A breve comunque il volume sarà reperibile anche presso altri siti come Amazon o Barnes&Noble, appena avrò espletato tutte le procedure necassarie alla distribuzione "allargata".

Come dicevo poco sopra, io mi sono adoperata per tenere il prezzo il più basso possibile, in pratica il minimo che mi era consentito, dato il formato del volumetto, dal servizio di publishing, per coprire i costi di stampa e la piccola percentuale riservata al servizio stesso.
Il prezzo nominale è quindi di 10.00 €, che però, se lo ordinate on line al suddetto link - si abbassa a 6,00 €, grazie allo sconto del 40% da me preordinato di default.
Il sito poi  provvede alla stampa e alla spedizione della/e copia/e ovunque nel mondo.
Purtroppo però devo dire che proprio i costi di spedizione (e l'IVA)  fanno lievitare questo prezzo in modo considerevole. In particolare la spedizione, se si opta per il corriere internazionale, è piuttosto dispendiosa.


Da ora però c'è anche l'opzione Amazon, imbattibile in termini di velocità di consegna, che offre il libro a € 10,71 IVA e spedizione incluse (Anche in Prime).

Ancora grazie di cuore per il vostro affetto e attenzione.

M.P.
.

sabato 6 maggio 2017

Essere


Amiche care, amici,

scrissi questi versi in un momento di profondo sconforto, in prossimità della morte di una persona immensamente amata, un periodo di prostrazione e intensa sofferenza, unita a incredulità di come possa essere fragile e provvisoria la nostra esistenza; l'unica cosa che mi dava conforto in quei giorni era di essere vicina al mio mare, ai miei luoghi, alle mie solitudini. Tanta la voglia di confondersi in tutto questo, e di non tornare più nel mondo.

Amiche dilette, amici, vi lascio alla lettura, ringraziandovi per esserci, con tanto amore.

M.P.






Essere


Essere onda, essere mare,
essere vento che sfiora l'acqua
modulando un canto
a solo, essere lo scoglio
che affronta l'onda
che vi s'infrange,
essere la spuma
iridescente che ne scaturisce,
essere una nube, tra mille nubi
che stringono d'assedio il porto,
essere pioggia che schianta al suolo
torrenziale e improvvisa, oppure
lenta e fine, che pare eterna.

Essere foresta, che copre
le alture, essere cerva
che s'avventura in campo aperto,
ed essere l'aperta brughiera
che l'accoglie materna,
essere corvo, o poiana,

o gabbiana, e librarsi
nel cielo, modulando
ancora un ultimo canto
che sia pure stridente,
eppure suadente,
e infine scomparire
dietro quelle nubi scure
laddove nulla impera.



Marianna Piani
Trieste, Agosto 2016
.

mercoledì 3 maggio 2017

Accadde


Amiche care, amici,

questa è la cronaca di una caduta, una caduta improvvisa, prevedibile, ma non per questo meno dolorosa.
Ho frequentato la montagna per anni in diverse stagioni, ma soprattutto in settembre, un mese che può essere davvero magico in quota, con colori indescrivibili e tutta la natura impegnata in un ciclo di cambiamenti e trasformazioni legati all'avvicendamento stagionale.
In questo mese di "passaggio" l'Estate pian piano sfuma, per far spazio — gradualmente — all'autunno, e in alta montagna i segni di questa evoluzione sono ancora più marcati, e a tratti drammatici. Il tramontare sempre più anticipato del sole — rapido, e accompagnato sempre da uno spettacolare display di colori accesi e fiammanti — è il segno più evidente. E càpita di farsi sorprendere dal tramonto quando ancora si deve affrontare una discesa, a volte impegnativa, per rientrare alla base…

Quanto in questa narrazione si tratti di una caduta fisica, concreta, e quanto invece una metafora, di un sogno o una premonizione sta a voi letttrici e lettori, se lo vorrete, interpretare.
Perciò, vi lascio alla lettura, amiche dilette e amici.

Con amore
M.P.





Accadde


Accadde che inseguivo il meriggio
e il tramonto precoce
che presto avrebbe infiammato le rocce
come volti di donne pudenti.

Inseguivo l'ultime luci
che scorrevano nell'alveo pietroso
del sentiero come quello d' un torrente.
Assai presto si sarebbero arrese.

(Giunge improvvisa la notte
a fine settembre, in altura,
e chiude ermeticamente la valle
tra impenetrabili mura.)

Per questo correvo, precipitando
lungo l'impervio, scosceso sentiero,
paventavo la notte, che mi prendesse
senza preavviso, e mi togliesse il respiro.

Sentivo, a ogni passo, il gemere
vetroso dei sassi, e ogni passo affondava
negli sfasciumi di ghiaia, oppure
incespicava sui massi affioranti

saldi come scogli nel mare.
Immoto mare di pietra, bianco
come un nevaio, e come un nevaio
freddo, tagliente, e del tutto innocente.

E dunque, correndo, scendevo,
dove il sentiero impetuoso
mi trascinava, e ben presto fu chiaro,
che non ci sarebbe mai stato arrivo.

E questo accadde, che caddi.
Fui come risucchiata al suolo
con un acuto grido di ambascia
come quello d'un gabbiano in battaglia.

Non ebbi gravi danni, tranne
una profonda ferita al ginocchio,
che sanguinò un lungo tratto.
Questo fu, se volete, il nudo fatto.


Mi risvegliai in salvo.


Marianna Piani
Trieste, 1 Agosto 2016
.

martedì 2 maggio 2017

"Edge" di Sylvia Plath


Amiche care, amici.

Sylvia Plath ha scritto questi versi e, presumibilmente, vi ha posto la data alla fine e sfilato il foglio dal carrello della sua celebre Royal 8.
Era il 5 Febbraio del 1963, a Londra, al 23 di Fitzroy Road, una casa in cui aveva abitato per un periodo William Butler Yeats.  Solo un mese prima lei aveva pubblicato quello che sarebbe stato il suo unico romanzo, "The Bell Jar".

Sei giorni dopo, a trent'anni e tre mesi di età, questa giovane e splendida mente di donna decise che ormai "The woman is perfected" e che "We have come so far, it is over."
E si uccise.
Era l'undici Febbraio del 1963 presumibilmente poco dopo le quattro del mattino. Alle nove del mattino la nurse che l'aiutava coi bambini la ritrovò ormai esanime, in cucina.
Uno dei giorni più neri della Poesia di tutti i tempi.


"Her blacks crackled and drag".


Un verso enigmatico, inquietante e quasi intraducibile che potrebbe essere reso approssimativamente:
"Crepe s'irradiano nei suoi neri pensieri"

Ma nella traduzione qui sotto ho preferito lasciarlo intatto

È l'ultimo suo.

M.P.





Sylvia Plath




Edge


The woman is perfected
Her dead

Body wears the smile of accomplishment,
The illusion of a Greek necessity

Flows in the scrolls of her toga,
Her bare

Feet seem to be saying:
We have come so far, it is over.

Each dead child coiled, a white serpent,
One at each little

Pitcher of milk, now empty
She has folded

Them back into her body as petals
Of a rose close when the garden

Stiffens and odors bleed
From the sweet, deep throats of the night flower.

The moon has nothing to be sad about,
Staring from her hood of bone.

She is used to this sort of thing.
Her blacks crackle and drag.


Sylvia Plath
5 February 1963



Limite


Ora questa donna è perfetta.
il suo corpo

morto ha il sorriso dell'atto compiuto,
l'illusione di un'Ellenica necessità

si riversa nei panneggi della sua toga
i suoi

piedi nudi sembrano dire:
siamo giunti fin qui, ora basta.

Ogni bimbo morto sta, come una candida serpe,
acciambellato accanto alla propria

piccola tazza di latte, ormai vuota
e lei li ha raccolti di nuovo tutti

dentro di sé come si richiudono in sé
i petali d'una rosa allorquando il giardino

s'immobilizza e i suoi profumi sgorgano puri
dalle dolci oscure gole del fiore della notte.

La luna non ha motivo d'esser triste per questo
mentre vi assiste dalla propria cappa di ossa.

Lei è ormai assuefatta a questo stato di cose.

Her blacks crackle and drag.



Sylvia Plath
Versione Italiana di Marianna Piani
21 Aprile 2017



Concludo con questa composizione - che è insieme uno straordinario esercizio poetico, uno straziante messaggio di una donna dal genio troppo alto per poter anche essere felice, un testamento spirituale di un poeta tra i più grandi della sua generazione, un vivo documento di un'epoca tormentata ed esaltante e di una società ancora giovane e attraversata da illusioni e disperazioni adolescenziali (pensiamo a Kennedy, Marilyn Monroe) - questa mia mini-antologia della grande Poesia Americana del '900. Naturalmente non cesserò di frequentare e di proporvi questi grandissimi autori, che sono di grande ispirazione per tutti noi, e che ci ricordano come la realtà americana sia contraddittoria, piena di vivide luci e ombre profonde, certo, e di pesanti responsabilità che derivano dalla sua collocazione politica e militare mondiale, certo, ma anche una fonte di cultura, di pensiero e di creatività, e di libertà, fondamentali e irrinunciabili per la nostra ormai senescente e inferma Civiltà Occidentale. Ma sicuramente NON è ciò che le ultime disgraziate elezioni presidenziali, grazie in gran parte a un meccanismo elettorale obsoleto e ormai privo di senso, ci hanno consegnato. O meglio, non è questa del POTUS Donald Bannon l'America che amiamo, in cui ci riconosciamo, e non è nemmeno l'autentica espressione di maggioranza di questo popolo per tanti versi straordinario, nato nel bene e nel male in parte dalla costola Europea.
In ogni caso, spero che abbiate apprezzato questo mio piccolo contributo e stimolo alla vostra conoscenza.

Vostra, con amore
Marianna


.

sabato 29 aprile 2017

Dalla banchina del porto


Amiche care, amici,

di quando in quando lascio la mia Milano e raggiungo la mia città natale, in treno o con la mia macchinina, per pochi altri motivi che non siano il respirare quel profumo di libertà che chi è nato in riva al mare, solo in riva al mare respira.
Il "mio" mare è un'appendice del Nobile Mediterraneo — culla della Civiltà — piuttosto chiuso, più somigliante a un grande lago che a un oceano, ma con tutti i caratteri distintivi del mare "vero", con quel senso di sconfinatezza che solo il mare ha. Nonostante lo sguardo spingendosi verso l'orizzonte incontri terraferma, da una parte la penisola Istriana, dall'altra l'ampio arco della laguna veneta, comunque dentro di noi, naviganti d'istinto, sappiamo che l'Adriatico si versa nel Mediterraneo, e il Mediterraneo, attraverso una porta angusta ma aperta, sull'immenso oceano: idealmente, partendo da quel molo una imbarcazione può raggiungere ogni altro porto del globo. Il nativo di mare, istintivamente, non conosce confini, non accetta barriere.
E, vi assicuro, non vi è momento più intenso per me, un atto d'amore quasi fisico, quanto quello di sedermi, come facevo fin da bambina, sulla cima estrema di un molo e immaginare di essere in navigazione, respirando, accogliendo sul mio corpo la inconfondibile brezza marina, quella che prende alle spalle e spinge a salpare, ad allontanarsi, ad esplorare e conoscere il mondo.
Chi è un nativo del mare è per natura aperto al mondo, all'accoglienza, al viaggio, all'esplorazione, alla migrazione.

Per voi, amiche dilette e amici, dal mio mare, con amore.

M.P.




Dalla banchina del porto

                                  "E l'infinita vanità del tutto"
                                              (Giacomo Leopardi)


Seduta sulla banchina del porto
pensavo. Narravo al vento un ricordo
di giovinezza. E lasciavo
che accarezzasse sensuale le gambe
sotto il lieve vestito
fatto di un nulla di bianco.

Era il mio amante, quel vento australe
che con vigore spingeva le navi
verso esotici approdi lontani.

Io mi mutavo in un'onda, e irrequieta
avvolgevo lo scoglio
in un tenero abbraccio nuziale.

Facendomi onda così abbandonavo
ogni mia fattezza e gravità umana,
e docilmente mi rendevo oggetto
d'un cieco ma grato destino.
Cui è vano appellarsi.
Cui è stolto sfuggire.

E ora, donna non vecchia ancora,
ma già esauste le ali
della mia giovinezza, guardo l'onda
che non so più incarnare,
la guardo con infinita tristezza
che respira e sospira, mentre intanto
dondolando sul fondo
i paguri trascinano con pena
sulla melma grigiastra
i loro trascurabili averi.
Con qualche ambascia,
e una sorta di muto coraggio.

Un tempo sapevo sognare
di esser sirena, e nuda affidarmi
al piacere del Mare.

Ora ciò è solo un ricordo
impresso sulla riva, sugli scogli,
sulle murate dei bastimenti,
sulle dighe foranee,
sui pontili, le cale,
sui basamenti delle lanterne.

E tutto il resto è nulla.

Il mio mondo è tutto racchiuso
in una bolla di fumo, che intanto
basta un refolo buono
ancora impregnato di odore silvestre,
a far sì che tutto deflagri
e si disperda lontano.



Marianna Piani
Milano, 24 Luglio 2016
.

mercoledì 26 aprile 2017

Il rosso, il verde, il blu e il nero


Amiche care, amici,

la leggerezza, nella intenzione descritta da Italo Calvino nelle sue ben note (ma mai abbastanza comprese, secondo me) "Lezioni Americane", ben lontana da essere sinonimo di "facilità", è invece una conquista di grande impegno e che richiede un grande lavoro di concentrazione e di distillazione dell'essenziale, sfrondato da ogni appendice, da ogni inutile abbellimento.
La leggerezza è fondamentale in poesia, qualunque sia l'argomento d'ispirazione, perché la poesia altro non è che la massima concentrazione in parola della percezione sensibile della vita.

La leggerezza non è un gioco, eppure appare, deve apparire come un gioco, e chiunque si cimenti nella scrittura in versi, come me, deve fare i conti con questa dimensione, che è la dimensione minima della lingua e del canto.
La leggerezza è per definizione libera dal gravame del "letterario", e si avvicina invece all'esperienza viva del lettore, alla sua vera carnalità, alla sua più autentica umanità.
Ls poesia è un gioco, nel senso serissimo che intendono i bambini.

Amiche dilette, amici, vi lascio come di consueto alla lettura, con amore.
M.P.







Il rosso, il verde, il blu e il nero

 

La vampa d'estate inonda il mio corpo
e il cuore assetato, senza preavviso:
nuda, assorta, indifesa, mi apro e assorbo

ogni goccia di gioia del tuo viso
e ogni malinconico riflesso
del tuo raro illuminato sorriso.

Suo è il fuoco che si sprigiona, il rosso
vulcano, il verde del prato, commosso.

Tua tutta la luce del cielo, l' azzurro
profondo del mare e del cielo più puro.

Nere sono le mie pupille, sperdute
tra oceani e praterie sognate.

Il mio cuore in quest'amarti è spezzato
tra vita e destino, tra libido e fato.


Marianna Piani
Milano, 21 Luglio 2016
.

sabato 22 aprile 2017

Estati passate


Amiche care, amici,

riprendo dal mio taccuino una composizione, tracciata in pochi minuti su un foglio volante parecchio tempo fa, e la riscrivo, riordinando un poco quei ghiribizzi (ho proprio una pessima scrittura).  É prima mattina, e dalla mia finestra sul Lago Maggiore, mentre infuria un vento strano di tramontana che imbianca di spuma quasi marina la superficie abitualmente così placida ddel lago, erompe un sole brillante e un poco smargiasso che anticipa una stagione di luce e colori quasi estivi. Anche se la temperatura è bassa, tutt'altro che primaverile: appena 5 gradi. A volte è confortante rifugiarsi in qualche antico ricordo, per togliersi un poco di gelo dall'anima.


Il componimento è proprio questo, un ricordo di certe estati passate in cima all'Adriatico, in una di quelle spiagge dalla sabbia fine e bollente che erano meta di brevi periodi di vacanza famigliare, assieme alla mamma, che ci teneva a bada mentre papà era impegnato con il suo lavoro in città. Un ritaglio di vita famigliare di fine anni settanta, che forse non si può più ritrovare, le famiglie hanno meno danaro, meno tempo libero, anzi, meno tempo del tutto, i periodi di vacanza sono brevi e convulsi, le occupazioni cittadine ci inseguono ovunque sotto forma di smartphone e altri devices indiscreti. A quell'epoca invece il telefono rimaneva saldamente ancorato al muro di casa o della stanza d'albergo (mezza pensione o pensione completa), e con esso nulla della vita d'ogni giorno ci poteva seguire alla spiaggia, e qui tutto era risparmiato della quotidianità, era inconsueto, nuovo, avventuroso.
Noi, mia sorella ed io, piccole gaglioffe, eravamo già consapevoli abbastanza per pavoneggiarci di avere una mamma così bella, specialmente in quella versione Saint-Tropez che lei assumeva quand'era in vacanza marina, e oggetto di attenzioni un poco ovunque, seppure non capivamo come mai mamma il più delle volte rispondeva così dura a signori che a noi parevano gentilissimi.
Ho rivisto molto tempo dopo queste immagini in alcune vecchie diapositive (scattate immagino da papà nei momenti in cui poteva unirsi alla combriccola delle femmine gaudenti) e la mia memoria di certo mi è arrivata anche attraverso quelle immagini. Mamma Oca e le sue due ochette, sempre dietro a lei in disciplinato disordine, eravamo davvero uno spettacolo molto tenero e bello da vedere…
Tutto questo ora non c'è più, tranne nel mio ricordo. Ma come ho detto spesso, il ricordo non genera malinconia né nostalgia. Solo un certo senso di vuoto.

Vi lascio, come sempre, alla lettura. Grazie per esserci, amiche dilette e amici.

Con amore
M.P.





Estati passate
(Gli aironi)



Quelle giornate infinite d'estate,
quelle sfumature dorate, opache,
avvolte a ogni cosa: fino nell'aria
era la doratura, come un fresco
giottesco, e negli stendardi d'un sole
trionfante ancora, sovrano immerso
tra spume di nubi candide e grigie;
quelle passeggiate un poco indolenti
sul lungomare, affollato di gente
del tutto comune, eppure anch'essa
adorna di quegli ambrati riflessi,
e per questo, colta nella sua quieta
vitalità, a suo modo, pur bella.

Mia mamma passeggiava col suo passo
orgoglioso da giovane puledra
dotata d'una sua toccante grazia,
quasi danzando su quei sandaletti
color corallo, indossando un pareo
ornato da grandi orchidee bianche
che le scopriva generosamente
le svelte gambe e la linea del seno;
in capo calzava un largo sombrero
e — sotto — quei grandi occhiali da diva
che le donavano un giusto mistero.

Dietro a lei, come anatrine curiose,
frizzanti, zampettavamo noi bimbe,
Paola, la mia sorellina, e io stessa,
coi zoccoletti da mare, cloc cloc,
e le vestine leggere e ridotte
a variopinti bollini di stoffa
sulla pelle esausta di sole e salso
e sabbia: ancora qualche serpentello
nero di un'alga avvolgeva le spire
alla caviglia, oppure aderiva
all'esile spalla di mia sorella.

Ma quanto eravamo belle, noi tre,
sul lungomare nelle sere estive,
inconsapevoli come quei cirri
che ornavano di volute e rabeschi
un cielo di porcellana, incantati
dal volo di filanti aironi argentati!



Marianna Piani
Milano, 22 Dicembre 2015
Nebbiuno (Arona) Aprile 2017
.

venerdì 21 aprile 2017

"Candles" di Sylvia Plath


Amiche care, amici,

Non sono lontana a concludere, per ora, questo piccolo viaggio nella grande Poesia Americana del 900.
Vi vorrei proporre ancora due stupefacenti liriche di una grandissima Sylvia Plath, sempre ardue e tese, ma in questo caso inusitatamente intenerite, quasi in contemplazione di una felicità quieta e "normale" che lei, per qualche motivo a lei stessa impossibile da comprendere, appariva negata.

Anche questa volta, nel tentativo di rendere in qualche modo il "canto" della poesia di Sylvia, così complesso ma anche così armonico, così ricercato ma nello stesso tempo innocente, mi sono affidata a un metro classico, alternando endecasillabi e settenari.

Vi lascio alla lettura, amiche dilette e amici, grazie sempre, con amore.

M.P.




Sylvia Plath



Candles


They are the last romantics, these candles:
Upside-down hearts of light tipping wax fingers,
And the fingers, taken in by their own haloes,
Grown milky, almost clear, like the bodies of saints.
It is touching, the way they'll ignore

A whole family of prominent objects
Simply to plumb the deeps of an eye
In its hollow of shadows, its fringe of reeds,
And the owner past thirty, no beauty at all.
Daylight would be more judicious,

Giving everybody a fair hearing.
They should have gone out with the balloon flights and the stereopticon.
This is no time for the private point of view.
When I light them, my nostrils prickle.
Their pale, tentative yellows

Drag up false, Edwardian sentiments,
And I remember my maternal grandmother from Vienna.
As a schoolgirl she gave roses to Franz Josef.
The burghers sweated and wept. The children wore white.
And my grandfather moped in the Tyrol,

Imagining himself a headwaiter in America,
Floating in a high-church hush
Among ice buckets, frosty napkins.
These little globes of light are sweet as pears.
Kindly with invalids and mawkish women,

They mollify the bald moon.
Nun-souled, they burn heavenward and never marry.
The eyes of the child I nurse are scarcely open.
In twenty years I shall be retrograde
As these drafty ephemerids.

I watch their spilt tears cloud and dull to pearls.
How shall I tell anything at all
To this infant still in a birth-drowse?
Tonight, like a shawl, the mild light enfolds her,
The shadows stoop over the guests at a christening.


Sylvia Plath
17 October 1960





Candele


Sono l'ultime romantiche, queste
candele: cuori di luce a capofitto
in cima a dita di cera, e le dita
ognuna avvolta dalla propria aura,
come erette lattee figure, chiare
come salme di santi.

È commovente come esse trascurino
tutta un'intera famiglia di oggetti
importanti, soltanto per sondare
le profondità d'uno sguardo
nelle sue cavità più tenebrose,
sfrangiato di festuche,

anche se la sua proprietaria ha ormai
passato i suoi trent'anni, e non è bella
per nulla. Una illuminazione diurna
sarebbe assai più appropriata, e allora
darebbe a ciascuno il suo più gentile
giustissimo ascolto.

Tutto ciò avrebbe dovuto svanire
in volo come una mongolfiera
in uno stereoscopio. Non è tempo
più d'un personale punto di vista.
Quando le accendo mi pizzica il naso.
Il loro incerto, pallido,

giallino evoca fasulle visioni

edoardiane, che rammentano tanto
la nonna materna, che era di Vienna.
Quand'era scolaretta offrì le rose
a Franz Josef. Gli abitanti del borgo
piangevano e sudavano.

Tutti i bambini vestivano in bianco.
E mio nonno rimpiangeva il Tirolo
figurandosi capo cameriere
negli USA, scivolando in un silenzio
quasi da cattedrale tra cestelli
del ghiaccio e tovaglioli.

Questi minuscoli globi di luce
sono dolci come pere sugose.
Assai gentili con infermi e donne
troppo sentimentali, rabboniscono
la calva luna. Nell'anima suore
ardono al cielo, e mai

si sposeranno. Gli occhi della bimba
che sto allattando sono a pena schiusi.
Tra una ventina d'anni apparirò
ormai superata, come le effimere
che frullano nell'aria qui attorno.
Le lor lacrime osservo

che s'offuscano e opacizzano in perle.
Come potrò dire di più a questa
mia neonata che è ancora immersa
nel sonno infantile? Come uno scialle
stanotte l'avvolge la loro tenera
tremula luce. Le ombre

si chinano su lei
come fanno i testimoni al battesimo.



Sylvia Plath
Versione Italiana di Marianna Piani
Milano, 20 Aprile 2017
.

mercoledì 19 aprile 2017

Chiude il cielo


Amiche care, amici,

il sentore di una tempesta che si sta per abbattere sulla mia vita, e mi caccerà per sempre dagli anni dolci della giovinezza per abbandonarmi in solitudine, sugli scogli d'una vita che di colpo non mi parrà più illimitata, o invincibile, o incontaminata, ma fragile, compromessa, e terribilmente breve...

Amiche dilette, amici, grazie per la vostra preziosa presenza.
Con amore

M.P.




Chiude il cielo


Ora chiude il cielo in una coorte
di nubi cupe, tormentate, mentre
risale dalla battigia un sentore
d'alga morta, che s'aggroviglia adagio.

Onde indolenti giungono alla riva
in un liquido sfinimento amaro,
percuotono le chiglie dei natanti
che, agli ormeggi, anelano navigare.

Mi porta lontano il volo largo
del gabbiano, immacolato e fiero
nocchiero alato, sorvoliamo alti
pallide praterie abbruciate al sole.

E infine ci tuffiamo a precipizio
sulla scogliera, bianca e rugginosa
come una chiostra di denti guasti, fratti,
mentre sull'orizzonte ormai di pece

scocca un furtivo lampo, repentino
squarcio sul sudario della notte, quasi
come la promessa d'una oltremorte
accecante e breve come un respiro.

Il candido destriero scarta e impenna
con un colpo d'ala, sale in verticale
finché gli basta il fiato, e intanto
io ricado sulle madide rocce.

No, non potrò evitare la tempesta
che sta per picchiare come un rapace
dalle alture: l'ali dell'innocenza
mi hanno scossa giù sugli scogli, e qui

per sempre abbandonata.



Marianna Piani
Trieste-Milano, 20 Luglio 2016
.

martedì 18 aprile 2017

"Poppies in July" di Sylvia Plath


Amiche care, amici,

vi propongo ancora una lirica di Sylvia Plath, tra le più conosciute, perfetta nella sua struttura, intensa e intimamente tragica, come è nello stile di questa grande poetessa.
È interessante rilevare quanto la Natura sia presente, e con quale importanza, in tutte queste autrici, come abbiamo visto, Marianne Moore, Elisabeth Bishop, e anche la più grande, Emily Dickinson.
Ognuna di esse ha un rapporto tutto suo con la natura, il paesaggio, la flora e la fauna, ma nessuna in modo idilliaco, romantico. Può essere di osservazione oggettiva, di amore intimo e segreto, o come è in Sylvia Plath, conflittuale, drammatico. La Natura però rimane assolutamente protagonista, come lo è nel carattere stesso del popolo americano, abituato per cultura a rapportarsi col "selvaggio", con la potenza degli elementi, con l'immensità degli spazi, con la minacciosa bellezza dell'altro da sé.

Vi lascio alla lettura, amiche dilette e amici, con amore

M.P.








Sylvia Plath






Poppies in July


Little poppies, little hell flames,
Do you do no harm?

You flicker.  I cannot touch you.
I put my hands among the flames.  Nothing burns

And it exhausts me to watch you
Flickering like that, wrinkly and clear red, like the skin of a mouth.

A mouth just bloodied.
Little bloody skirts!

There are fumes I cannot touch.
Where are your opiates, your nauseous capsules?

If I could bleed, or sleep! -
If my mouth could marry a hurt like that!

Or your liquors seep to me, in this glass capsule,
Dulling and stilling.

But colorless.  Colorless.

20 July 1962
Sylvia Plath




Papaveri di Luglio

Piccoli papaveri, piccole fiamme infernali,
non mi farete del male?

Voi sfavillate. Io non potrei nemmeno toccarvi.
Ora immergo le mani tra le fiamme. Non brucia.

E mi sfinisce stare a guardarvi
sfavillare così, rossi e increspati, come pelle

di labbra. Labbra appena insanguinate.
Graziose gonnelline color del sangue!

Vi sono vapori per me insostenibili.
Dov'è il vostro oppio, dove sono le vostre

capsule inebrianti? Potessi dormire, o perder sangue!
Potessero le mie labbra sposare una ferita così!

O potessero almeno i tuoi liquori stillare
fino a me in questa campana di vetro,

e ottundere, e placare.
Ma senza colore. Nessun colore.



Sylvia Plath
Versione Italiano di Marianna Piani
Milano, 16 Aprile 2017
.

sabato 15 aprile 2017

Aquilotta



Amiche care, amici,

ah, la brevità!
Quanto lavoro, quanto studio, quanta fatica per tentare di conseguire, pian piano, il dono inestimabile della brevità.

Personalmente, come chi mi segue da qualche tempo sa bene, io tendo ad essere una scrittrice fluviale, una volta entrata in sintonia con i miei pensieri, i versi si dipanano con una certa facilità, difficile che io mi fermi prima di aver riempito almeno una pagina intera. Per questo a volte mi "costringo" dentro forme fisse che mi impongano una struttura chiusa, con limiti precisi e definiti, come i quattordici versi del sonetto, o i dieci del madrigale antico.
Eppure, da quando dopo una lunga pausa ho ripreso a scrivere con regolarità, la mia ricerca costante è sempre stata quella di rendere "essenziali" le parole. La bellezza della poesia è data in molta parte proprio da questa sua intrinseca essenzialità, nella insostituibilità di ogni suo elemento, "necessario e sufficiente", quello che io ho sempre definito come la sua urgenza.
Naturalmente non ho mai accettato di valutare la poesia con il righello, la qualità della poesia non è in alcun modo collegata alla sua lunghezza: una composizione di cento o mille versi può essere un capolavoro o un penoso aborto, così come una di tre può essere una inestimabile intuizione oppure una vuota filastrocca pubblicitaria.


Per questo al temine "brevità" preferisco quello di "densità", che rende molto meglio un senso preciso di valore. La poesia, per definizione, deve essere densa, indipendentemente dal numero di versi. È densa perché, a differenza della scrittura in prosa, più concentrata sul contenuto, sulla storia, sull'affabulazione, utilizza allo scopo di "commuovere" i lettori ogni livello, ogni artificio, ogni caratteristica della lingua, grafica, ritmica, acustica, semantica.
Per questo in realtà esistono due tipi di brevità, in poesia (ma questo vale anche per altre forme di scrittura): la brevità rarefatta (o vuota), e la brevità densa. La prima trasmette solo povertà di idee, come molti "haiku" che si leggono in giro, frutto di una moda (che si sta sgonfiando) assai più che di una necessità espressiva.
La seconda può essere il frutto di una grande propensione personale alla sintesi, cosa ahimé assai rara, oppure di un lungo e faticoso lavoro di sfrondatura, di distillatura del pensiero, di concentrazione ed esperienza. In un caso e nell'altro essa è la premessa econdizione ineludibile per ogni risultato chesi possa considerare artisticamente valido e significativo.

Questo ritrattino preso al volo una mattina d'estate è un po' come vorrei scrivere sempre, in un arco descrittivo e narrativo che si risolve in pochi versi, dove ogni singola parola è in equilibrio con tutto il resto. Càpitano di rado momenti di "felicità creativa" come questi (a prescindere da ogni considerazione di valore, benintesop, che non compete a chi scrive ma solo a chi legge), e quando càpitano occorre essere pronti a coglierli, senza esitazioni o rinvii..

Per voi, amiche dilette e amici, con amore

M.P.








Aquilotta


Oddio, quanto tempo ti lasci indietro
tu, giovane aquilotta? Sbatti l'ali
e t'involi, lasciando a terra tutti
stupefatti: e a te pare naturale.

Incedi coi tuoi passi svelti, fieri,
sui tacchi alti, acuti come pensieri,
e mentre sfili franca lungo il viale
intenta al tuo sperperarti alla vita

rispondi alla chiamata al cellulare
un poco concitata, gridi, e intanto
sembri guardare tutti giù dall'alto
della tua lieve, fiammante giovinezza.


Marianna Piani
Trieste, 11 Luglio 2016

.

venerdì 14 aprile 2017

"Imsoniac" di Sylvia Plath



Amiche care, amici,

riprendo dopo una pausa dovuta ad altri impegni la mia proposta per una micro-antologia della Poesia Americana del '900. E la riprendo con un Autore fondamentale, che ha anche costituito una svolta nella mia personale ricerca in campo poetico, Sylvia Plath, che non ha certo bisogno di presentazione, e cui ho dedicato una speciale sezione su questo stesso Blog.
È uno dei Poeti più emblematici e profondi di questa fase culturale negli Stati Unniti, ed anche una delle voci poetiche più importanti in campo mondiale, pur essendo il suo lascito mutilato dalla improvvisa, precoce e drammatica scomparsa.

La scrittura di Sylvia Plath, sia dal punto di vista formale che di contenuto, è estremamente complessa, stratificata, per alcuni aspetti enigmatica, seppure per nulla "difficile" alla lettura. Pone comunque non pochi problemi a chi voglia tradurre i suoi testi, per me rappresentano sempre un cimento, una sfida aperta. La traduzione in poesia è sempre una sfida, per certi aspetti direi anche impossibile da "vincere", ma con alcuni autori diventa talmente alta da portare alla rinuncia di una vera e propria traduzione, per cui si hanno di fronte solo due alternative: la parafrasi letterale e puramente strumentale del testo, oppure una interpretazione poetica dello stesso.
Sylvia Plath appartiene a questo gruppo, e impone sempre questa problematica (come accade anche con Emily Dickinson, che proporrò presto alla "chiusura" di questa antologia). In questo caso particolare ho scelto la via di trascurare volutamente la struttura strofica e di cercare di ricostruire il senso e la musicalità della "lingua" di Sylvia con l'artificio più classico e "nobile" della nostra lingua, l'endecasillabo.
Non è una traduzione fedelissima alla lettera, ma in sincero tentativo incarnarne lo spirito. Un poco come quando mia mamma si sedeva al pianoforte ed "interpretava" con la sua tecnica e la sua sensibilità una sonata del grande Genio Salisburghese. Una ri-creazione e l'esplorazione di un affascinante Universo poetico.

Amiche dilette, amici, vi lascio alla lettura, come sempre da parte mia, con amore.

M.P.




Sylvia Plath



Insomniac


The night is only a sort of carbon paper,
Blueblack, with the much-poked periods of stars
Letting in the light, peephole after peephole —
A bonewhite light, like death, behind all things.
Under the eyes of the stars and the moon's rictus
He suffers his desert pillow, sleeplessness
Stretching its fine, irritating sand in all directions.

Over and over the old, granular movie
Exposes embarrassments — the mizzling days
Of childhood and adolescence, sticky with dreams,
Parental faces on tall stalks, alternately stern and tearful,
A garden of buggy rose that made him cry.
His forehead is bumpy as a sack of rocks.
Memories jostle each other for face-room like obsolete film stars.

He is immune to pills: red, purple, blue . . .
How they lit the tedium of the protracted evening!
Those sugary planets whose influence won for him
A life baptized in no-life for a while,
And the sweet, drugged waking of a forgetful baby.
Now the pills are worn-out and silly, like classical gods.
Their poppy-sleepy colors do him no good.

His head is a little interior of grey mirrors.
Each gesture flees immediately down an alley
Of diminishing perspectives, and its significance
Drains like water out the hole at the far end.
He lives without privacy in a lidless room,
The bald slots of his eyes stiffened wide-open
On the incessant heat-lightning flicker of situations.

Nightlong, in the granite yard, invisible cats
Have been howling like women, or damaged instruments.
Already he can feel daylight, his white disease,
Creeping up with her hatful of trivial repetitions.
The city is a map of cheerful twitters now,
And everywhere people, eyes mica-silver and blank,
Are riding to work in rows, as if recently brainwashed.

Sylvia Plath
May 1961


L'insonne


La notte non è altro che una specie
di carta carbone nerobluastra,
con un milione di piccoli fori
di spillo che fan passare la luce,
buchino per buchino — una luce
colore dell'ossa, come la morte,
dietro a tutto.

Sotto gli occhi delle stelle, e la luna
piena, lui sopporta il suo deserto
guanciale, e deprivato dal sonno,
sparge in ogni direzione la sabbia
sua fine e sommamente irritante.

Ancora e ancora il vecchio film sgranato
espone imbarazzanti avvenimenti —
I giorni piovigginosi d'infanzia
e della adolescenza, appiccicati
ai sogni. Visi paterni e materni
sugli alti steli, a volte severi,
a volte afflitti,

un giardino di rose — infestato
di parassiti, dove allora pianse.
La sua fronte è scabra come un sacco
di pietre. Le memorie si azzuffano
per uno spazio, come fallite starlettes.

Immune ai farmaci: blu, rossi, viola —
Come dan luce al tedio della sera
che si prolunga! Questi pianeti
di pan di zucchero, la cui influenza
le diede per qualche tempo una vita
che si poteva chiamare non vita,
e gli stupiti risvegli d'un bimbo

senza ancora memoria. I farmaci ora
sono patetici e un poco ridicoli
come gli dèi antichi, quei colori
loro da ninna-nanna, non potranno
aiutarlo mai più.

Il suo capo è un interno tutto opachi
specchi, ogni gesto si dilegua giù
per una via di prospettive in fuga,
ogni suo senso defluisce come acqua
giù dallo scarico sull'altro lato.
Lui vive esposto in una stanza senza
palpebre, aperte alla luce,

nudi spiragli oculari sbarrati,
raggelati, spalancati all'eterno
baluginare degli avvenimenti.

Per tutta notte invisibili gatti
gridano dal granito del cortile
con voci di donna o di strumenti
scordati. Già percepisce l'arrivo
della luce del giorno, la sua bianca
follia, col cappello ben colmo
di banali imitazioni.

Ormai la città è una mappa di allegri
pigolii, e d'ogni luogo persone
dagli occhi vacui di grigio metallo
vanno al lavoro tutti in fila come
fossero appena stati decervellati.



Sylvia Plath
Versione Italiana di Marianna Piani
Milano, 12 Aprile 2017
.