«La Poesia è Scienza, la Scienza è Poesia»

«Darkness cannot drive out darkness; only light can do that. Hate cannot drive out hate; only love can do that.» (Martin Luther King)

«Não sou nada. / Nunca sarei nada. / Não posso querer ser nada./ À parte isso, tenho em mim todos los sonhos do mundo» (Álvaro De Campo)

«A good poem is a contribution to reality. The world is never the same once a good poem has been added to it. A good poem helps to change the shape of the universe, helps to extend everyone's knowledge of himself and the world around him.» (Dylan Thomas)

«Ciò che premeva e che imparavo, è che in ogni caso non ci potesse mai essere poesia senza miracolo.» (Giuseppe Ungaretti)

lunedì 11 dicembre 2017

Prendermi cura di te


Amiche care, amici,

Un poco in ritardo sul mio impegno settimanale con voi (perdonatemene), vi offro una breve lirica, dedicata tutta al mio amore. E ai giorni in cui mi risveglio sola, sola trascorro la mia giornata, e sola la chiudo, coricandomi sola, lei lontana, e immagino e ricordo di quando invece lei c'è, e mi concede il suo sguardo, mi affida la sua stanchezza, magari dopo un concerto (un concerto per un musicista è un impegno mentale e fisico inimmaginabile, per noi "mortali"), e lascia che sia io, proprio io a prendermi cura di lei…

Amiche dilette e amici, grazie infinite per essermi sempre vicini e per regalarmi la vostra attenzione. Con amore, sempre.
M.P.




Prendermi cura di te


Ecco, ora viene sera,
e mi prende questa malinconia
profonda, senza te
nella stanza a respirare
la mia tenerezza che si libera
nell'aria, come un profumo,
un soffio lieve - che ti veste di attesa.

Ecco, alla sera
tu rientri stanca, e io
t'accolgo tra queste mie braccia
e sorrido, immaginando il tuo viso
come uno sgualcito abbozzo
della tua incomparabile bellezza.

Più che abbracciarti, ti sorreggo,
poi, con un bacio posato di passaggio
sulle tue labbra schiuse,
ti sollevo piano, grata nel sentire
che t'abbandoni a me, e ti poso
sul nostro fiorito giaciglio - piano.

Tu socchiudi gli occhi
quasi stupita, mentre passo
la mia mano tra i tuoi capelli
fini e impalpabili come raggi
d'un tramonto autunnale,
e tu - indulgente mi lasci fare.

Ora, ti dico,  lascia
che mi prenda cura di te,
mia cara sposa.
Da ora, forse per sempre.



Marianna Piani
Nebbiuno, 5 Giugno 2017
.

sabato 2 dicembre 2017

Germane



Amiche care, amici,

mi capita spesso di passare davanti al portone del liceo dalle parti di casa mia, a Milano, proprio nell'ora in cui studenti e studentesse, finite le lezioni, escono per tornare a casa.
Le ragazze, in particolare, sembrano davvero tutte comprese in un mondo soltanto loro, esclusivo...

A loro, e alla loro irripetibile giovinezza, dedico questo componimento, senza nostalgia o rimpianto, ma solo il puro piacere di osservare la bellezza nel suo esprimersi libero e unico, così come si prova piacere nell'osservare lo sbocciare di un giardino in fiore.

Con amore

M.P.






Germane


Quelle dieci, o venti, o forse cento
ragazze che sversano sulla via
dal liceo e mi vengono incontro
spavalde, come uno stormo
di germane in decollo sul lago,
e mi sfiorano sbattendo le ali
ignorando del tutto la mia esistenza
nel loro mondo, o tutt'al più
considerandola al pari di quella
dei platani muti del viale,
mi sopravanzano svelte vociando
e seguono oltre, intente solo di sé,
delle compagne e della lezione di Storia.

Già sono consapevoli a pieno
della loro bellezza, senza mostrare
né vanità né protervia, connaturate
nella loro innocenza come bestie
selvagge: ridono, squillano e fumano,
affettando nonchalance, simulando
voluttà eccessive, e gridano rauche
nomi maschili e femminili, a rinfusa,
così come è confusa questa loro
luccicante, acerba intelligenza.

Mi fermo, per dar loro il passo: tanto
se lo sarebbero preso comunque, tanto
io non sono che un'ombra sul loro cammino
e tra un secondo più nulla,
nemmeno un'increspatura nella memoria.
Mi fermo, e loro mi vengono incontro
come se volessero accogliermi tra loro,
ma all'ultimissimo istante, scartano a lato
come i capi d'una mandria in corsa
scansano un albero morto,
mi passano oltre, sempre vociando,
e nel contempo immerse ciascuna
nel suo cellulare: quante conversazioni
simultaneamente tengono e reggono
queste fanciulle dorate? Mai nulla
pare minare la loro fede, nulla
sfiorare la loro perentoria bellezza.

Le seguo per un tratto, con lo sguardo,
mentre sprofondano nel viale alberato
verso la metropolitana: invidio ora forse
questa loro sfacciata giovinezza
che già fu la mia - e ora posso soltanto
ammirare? Rimpiango forse
questa loro proterva bellezza,
assieme così ricercata e così naturale,
mentre intanto sfiorisce ciò che fu
la mia primitiva incoscienza, perdendo
petali cari che inaridiscono uno per uno,
e uno a uno cadono, perduti per sempre?

No, davvero, non v'è in me rimpianto,
né invidia, né rancore. Invece, loro svanite
ormai da tempo nelle stesse loro ombre
svelte e nervose come impavide cerve,
aspiro ancora per qualche istante
nell'aria già estiva il loro profumo:
morbido e dolce, con un fondo
di acre selvatichezza, un profumo
inconfondibile di giovinezza,
che come appena appare, già fu.



Marianna Piani
Milano, 30 Maggio
.

domenica 26 novembre 2017

Alta via



Amiche care, amici,

la montagna per me è il luogo della purezza, dell'innocenza, e della bellezza.
È per amore di questa bellezza che ho esercitato per diverso tempo l'arrampicata su roccia, finché ho potuto farlo. La salita di una vetta alpina è una perfetta metafora della vita, e della necessità prepotente che abbiamo di elevarci, non sopra il mondo, o altre persone, ma sopra noi stessi. Ed è anche una metafora perfetta dell'arte, dove solo uno sforzo e un impegno al limite delle nostre capacità fisiche e mentali ci consente di raggiungere un punto di vista nuovo, più chiaro e illuminante della verità che ci è data conoscere. Anche la progressione su roccia dunque, se applicata in modo sincero e senza arroganza, è ricerca di conoscenza. E la bellezza che riusciamo a raggiungere alla fine della nostra salita rappresenta questa conoscenza.

I versi che seguono sono il racconto di un episodio vissuto, anni fa, in compagnia di una amica con cui per un certo periodo ho effettuato alcune delle mie più memorabili arrampicate in montagna, sulle Dolomiti Bellunesi. Le "Torri" citate nel testo sono il gruppo delle Cinque Torri, a sud-ovest di Cortina d'Ampezzo, luogo di molte delle mie arrampicate, sempre tecnicamente molto semplici, tengo a dire.  Lei, che chiamo per discrezione con il nome fittizio di Erica, è una ragazza che era nata e vive tuttora tra quelle montagne, e che mi condusse per qualche tempo su alcune delle vie che conosceva, fuori dai percorsi più usuali e turistici.
Fu un periodo per me meraviglioso, lei mi parlava delle sue montagne, di come erano regolate da leggi antiche le valli, ancora non contaminate da un turismo sempre più violento e irrispettoso, io per lo più tacevo ed ascoltavo affascinata.
Certo, io mi innamorai di lei, ma naturalmente mi guardai bene dal rivelarglielo, anche se so che lo aveva in cuor suo intuito. Mai e poi mai avrei osato incrinare la sua cristallina innocenza, perché so che ciò avrebbe distrutto per sempre questo nostro legame di puro e fraterno affetto. E certo per me non fu facile, perché lei aveva dentro di sé tutto il fascino, la purezza e la bellezza di questi paesaggi, aspri e dolcissimi, che trasparivano come specchi lacustri dai suoi grandi e sognanti occhi celesti

Si è sposata con una Guida Alpina del suo paese, e ha due meravigliosi figli, un maschietto e una bambina. Entrambi hanno ereditato i suoi incomparabili occhi. Non la vidi più per anni, fino all'anno scorso, proprio a maggio, quando venne con la famiglia a Milano per un giro turistico, e mi chiamò. L'incontrai, per una giornata le feci da guida, tra il Duomo e il Castello. Poi, segretamente e dolcemente, piansi: succede quando ciò che di più bello ci donò il passato, casualmente, ci ripassa accanto, intatto. Come le sue montgne.

Con amore

M.P.







Alta via


Venne all'alba, Erica, l'amica
che tanto amai senz'esserne mai
stata amante, venne all'alba a destarmi.

L'amica dagli occhi glauchi
più puri d'una polla di fonte,
lei, dalle guance candide infocate

da un vigoroso pudore, come
al tramonto le cime cristalline
che le sono sorelle: venne

al mio fianco, nel nostro giaciglio
in quel maggio precoce, nella gelida
stanza di quel rifugio alle Torri.

Venne all'alba, e il mio corpo
ebbe un tremito al raro contatto
delle sue mani, e al suo fiato

soffiatomi come una brezza sul viso
mentre mi diceva, destandomi
con una dolcezza che mi pareva irreale:

"Vieni, vieni a vedere", ed è
ciò che feci, commossa, anche
un po' scossa, ma docilmente: e vidi.

La notte aveva donato, nel consueto
perfetto silenzio di queste vette
un inatteso manto bianco, ampio

e sontuoso, come un velo da sposa,
e ora, sempre in quel silenzio profondo,
riluceva contro il sole radente

come una seta preziosa d'oriente.
Una vista che pochi al mondo
hanno ventura di cogliere in vita.

Quelle vette, quei pinnacoli chiari
da parer trasparenti, quella piana,
inclinata al cielo e talmente bianca.

E quei i torrioni viola proprio sopra
di noi, severi e incombenti,
e le nubi in gara tra loro

per celarsi tra gli anfratti, questo era
il paesaggio attorno a noi, abbracciate,
e custodito in lei, Erica chiara,

come il tesoro in una segreta,
nella sua innocenza, adamantina
come la torre che avremmo salito

assieme quella stessa mattina.




Marianna Piani
Trieste, 20 Maggio 2017
.

venerdì 17 novembre 2017

Strada Napoleonica



Amiche care, amici,

mi piace, di tanto in tanto, affidarmi alla armonia dal sapore antico (e in certo modo senza tempo) di una forma chiusa, classicamente conclusa, e breve come il respiro di un pensiero preso un attimo prima che sfugga alla nostra memoria.
In questo caso il ricordo lontano di un luogo e di un affetto - le passeggiate per mano con mamma - mi hanno suggerito il motivo assolutamente "nobile" di un sonetto metricamente quasi "perfetto".
Decenni ormai di verso libero hanno reso il ricorso alle forme chiuse - di cui il sonetto di modello petrarchesco rappresenta forse quella più consolidata e tuttora insuperata - una scelta del tutto voluta, che ha un senso già nel fatto stesso di sceglierla tra le tante, anzi infinite possibilità.
In ogni caso, la forma chiusa in sillabe e rime precise e codificate costringe a una espressione estremamente sorvegliata e perfettamente calibrata, nulla può essere fuori posto, nulla affidato al caso, meno che mai all'alea dello stream of consciousness tipica delle espressioni poetiche contemporanee, con il rigore di una formula matematica.
L'emozione si affida a un codice di scrittura, proprio come la scrittura di una partitura musicale. Mantenere la spontaneità e la freschezza dell'ispirazione è la prima difficoltà, ma la rinuncia a priori della spesso abusata "facilità" compensa con una maggiore profondità e, alla fine, paradossalmente, a una maggiore autenticità.





Strada Napoleonica: sullo sfondo, il Castello di Miramare


 

Per chi non è nato e cresciuto come me a Trieste, dirò che la "Strada Napoleonica"  è storicamente una delle mete preferite per le passeggiate degli "indigeni" locali, una strada che percorre per un tratto la costiera a una non trascurabile altezza dal mare sottostante, offrendo un panorama impagabile sulla città, il suo golfo, e i dintorni.
Cito:

"La strada Napoleonica va dal parcheggio di borgo San Nazario, in periferia della frazione di Prosecco, sino alla piazzola dell'Obelisco di Opicina, e si trova quindi interamente nel comune di Trieste.
Il nome ufficiale del sentiero è strada Vicentina, dal nome dell'ingegner Giacomo Vicentini che ne progettò il tracciato e ne iniziò la costruzione nel 1821. La conformazione attuale è dovuta agli interventi di miglioramento effettuati nell'immediato secondo dopoguerra.
Sono circa 3,7 chilometri sul ciglione carsico, in alto rispetto al mare, con stupendi panorami su Trieste e sul suo golfo. Il sentiero è largo, praticamente in piano (si passa dai 276 m s.l.m. delle rocce di Prosecco ai 343 m della piazzola dell'Obelisco), e con buon fondo (strada bianca). La passeggiata è soleggiata ed al riparo della bora, per cui è piacevolmente percorribile anche d'inverno."

Con amore, amiche dilette e amici

M.P.







Strada Napoleonica


L'
accidentato sentiero percorso
da me bambina aggrappata serena
alla mano di mamma – svolta appena
dalla pineta sopra un mare pietroso.

Non ho rimpianto, né punto rimorso
d'avere abbandonato questa scena
di dolcezza e di pace – ormai lontana:
solo l'amaro del tempo trascorso.

Lo sciabordio del mare ed il sentore
dei gelsi fusi ai pini e alla aspredine
slava e mediterranea sono l'incanto

che dalla memoria travolge il cuore
come una mai obliata abitudine.
Ciò mi consola e mi ricovera il pianto.



Marianna Piani
Milano, 18 Maggio 2017
.

sabato 11 novembre 2017

La nuda assenza



Amiche care, amici

vivere un amore a distanza è qualcosa di esaltante e doloroso insieme. La persona che si ama è fisicamente con noi solo per brevi tratti della nostra vita, per il resto ci separano miglia e miglia di volo. Oggi è tutto meno drammatico, grazie a skype e a molti modi di rimanere in contatto, ma certo non è la stessa cosa. Poi avviene che ci si incontri, finalmente, lei da me o io da lei, magari dopo mesi di lontananza, e la vita diventa di colpo come un meraviglioso sogno, la solitudine svanisce d'incanto, è come innamorarsi di nuovo per la prima volta. Così non c'è mai il tempo di costruire una consuetudine, l'emozione è intensa quasi come quella della prima notte assieme, il tempo diventa prezioso e viene vissuto come non ci fosse mai stato un passato e non ci fosse mai più un domani, minuto per minuto, con la massima intensità emotiva immaginabile.
Ma poi giunge, inesorabile, già largamente programmato ma sempre come fosse inatteso, e sempre troppo presto, il momento di un nuovo distacco, della partenza, del dirsi addio, e si cade nell'abisso dell'abbandono, anche se si sa bene che è un abbandono temporaneo. E davanti a noi si aprono ore e giorni e settimane, e forse mesi, che ci sembrano di colpo vuoti, insensati.
Questo rinascere e poi morire e poi rinascere, ciclicamente continuamente rinnovato, in questo tipo di amori è come dicevo all'inizio una dannazione e una benedizione insieme, un mettersi alla prova continuo, costante, un esercizio che, in quanto regge e si perpetua, rafforza indicibilmente il legame che ci unisce all'altra persona. Lungi da logorare il rapporto d'amore, lo tempra.
Ma, in prospettiva, rimane sempre quello che pare un sogno irraggiungibile, ma che presto si realizzerà: quando saremo finalmente e stabilmente insieme, a costruire finalmente la nostra dolce, meravigliosa consuetudine coniugale…

Vi lascio, dilette e cari, come sempre, alla lettura - con amore.

M.P.








La nuda assenza


Primo giorno, prime ore
senza lei, dopo
la sua partenza: ora
passerà il tempo, un tempo
vuoto, cavo, deprivato,
negato, lei assente,
un tempo, questo tempo
che non inizia, né
mai si esaurisce,
un tempo di per sempre,
un tempo di niente.

Camminare, ecco,
per un poco camminare
è ciò che mi resta
da fare: non pensare
al distacco, soltanto
camminare, qui nel parco,
un passo appresso all'altro,
tra i passanti indifferenti,
che non vedono, non vivono,
e non sanno il mio dolore,
e i cani, a spasso coi padroni,
occhi umidi che mi osservano
innocenti, annusandomi
interroganti
la mano tesa
ad accarezzare.

Camminare, per un'ora
o due, o tre,
in attesa di qualcosa
che non so, che forse
non voglio neanche sapere,
con un'ansia del tutto
vana, perché ormai
è già tutto fatto e non c'è
nulla d'inatteso, di temibile
nel già avvenuto; e così
camminare lungo i vialetti
sullo sterrato con i tacchi
che affondano come coltelli
nel vivo corpo della mia
desolazione – o è ghiaia –
non mi consola,
non mi solleva,
non mi lascia forza quasi
per respirare.

«Ecco, ora il volo sarà
quasi sopra il mare...»
mi dico, ad alta voce,
come se avessi qualcuno
di fronte a me, e invece
è solo il muro vecchio
d'un palazzo,
e solo così realizzo
d'essere uscita a parlare
a un cieco e muto
intonaco scrostato.

Devo accettare,
devo anzi prima capire
questa assenza sua
dalla mia vita,
sconvolta vita fatta
di ore che seguono a ore
come macerie,
questa mia vita
senza di lei.
Vorrei che fosse già finita,
così come assai presto
il destino comunque vorrà
in vece mia.

Penso soltanto che, presto,
presto, presto,
lei ritornerà, e con lei
tornerà a me
tutta la mia vita, tutta
la mia volontà di vita.



Marianna Piani
Milano, 16 Maggio 2017
.

domenica 5 novembre 2017

La mia femminile bellezza


Amiche care, amici,

posso dire di essere una donna bella, abbastanza bella, insomma. E la mia (seppure non clamorosa) bellezza è un dono e un fardello che mi accompagna fin da ragazzina.
Sì, per una donna la bellezza è un dono, ma anche un grave fardello.
La bellezza fisica, per una donna in particolare, è attrazione, è seduzione, è qualcosa che può aprire porte ma anche spalancare baratri inaspettati. Ed è una condizione di continua, estrema fragilità, poiché ogni bellezza comporta l'onere di un costante giudizio esterno e di infiniti incessanti pre-giudizi. Senza contare poi il costo di una lunga e faticosa e dolorosa conquista di una percezione ed accettazione di sé stesse.

Credete che esageri? Ma pensate a cose minimali, quotidianissime, come ad esempio la libertà di uscire, e non solo la sera o la notte, da sole, senza camuffarsi, o tentare di rendersi invisibili. Un maschio giovane, normalmente di bell'aspetto, non ha problemi a farlo, è libero come l'aria. Una ragazza no, quasi mai può farlo senza incappare come minimo in sguardi e commenti, e spesso purtroppo anche peggio. Quante volte nella mia non lunghissima vita sono rientrata a casa con l'affanno, col batticuore, a volte piangendo di paura, di rabbia e impotenza!

Infine, ma non da ultimo per importanza, la bellezza, la bellezza fisica di una donna, per tutto l'arco della vita ha da confrontarsi con la sua inesorabile caducità.
Io sono giunta a una età in cui - sul mio volto, sul mio corpo - si iniziano a percepire i chiari segni di una mutazione, simmetrica e contraria ma non meno drammatica e profonda di quel catastroifico mutamento che ci ha cambiato la vita per sempre: la pubertà. Metamorfosi, entrambe, più sconvolgenti e impressionanti di qualsiasi metamorfosi ovidiana.
La saggezza, che dovrebbe gradualmente arricchire la nostra vita con la luce dell'esperienza e della conoscenza, e quindi sostituire la dote dell'esteriore con l'interiore, in realtà non consiste affatto in una compensazione o una consolazione che ci è concessa con la così detta "maturità" (un obbiettivo mitico di completamento e perfezione, per definizione impossibile da raggiungere da un mortale). Serve in realtà soltanto a renderci coscienti di questa mutazione, e a renderci impraticabile ogni possibile alibi o fuga. Con l'inesorabile obiettività di uno specchio.
L'unico - ma importante - riflesso positivo di tutto questo è il fatto di riuscire finalmente a renderci conto (anche se ormai in irrimediabile ritardo) dell'autentico, immenso valore di ciò che ci è stato donato, assieme alla nostra capacità di comprenderlo e diffonderò.

Vi lascio alla lettura, amiche dilette e amici cari, se lo vorrete, come sempre - con amore.
M.P.





La mia femminile bellezza


Che fine avrà, che fine farà
la mia vita, mi domando ora,
quando infine mi sarò smarrita?

Sarà un lungo male, o un taglio netto,
oppure sarà un volo, oppure un sorso
di veleno, o una improvvida disgrazia?

Sarò ancor giovane, dotata
della mia prodiga bellezza, oppure
sarò una vegliarda, cieca e demente?

Mi trascinerò, semincosciente
per le vie cittadine, immemore
del mio passato, incapace al presente,

oppure toglierò potere al male
battendolo sul tempo, raggelando
d'un colpo solo il mio splendore e il mio

declino? Che vorrà da me il buon Dio?
E il Dio ch'è giusto? E quello di vendetta?
Forse ogni divinità mi ignora

poiché non sono che un nulla di tinta
pinta sulle pareti della chiesa
per immortalare il vestigio di ciò

che fu la mia femminile bellezza:
una vita spesa a essere un fiore,
per poi sfiorire, appena è sera.



Marianna Piani
Milano, 9 Maggio 2017
.

sabato 28 ottobre 2017

Ma ti amo


Amiche care, amici,

ho esitato a lungo prima di decidermi a pubblicare questa poesiola, per la sua estrema intimità, scritta nel tentativo di cogliere dalla memoria l'attimo dell'incontro tra due persone proprio mentre si innamorano una dell'altra, e, superando di colpo ogni barriera, gettano la propria vita ciascuna nelle braccia e nella carnalità dell'altra.
La poesia è nata in un attimo, felice e del tutto libera, ignorando ogni pudore, poiché il pudore è un sentimento che non rinnego, anzi amo, ma che non ha spazio tra chi con passione si incontra e per passione si sceglie.

Poi ci lavorai per diversi mesi, per renderla sempre più concentrata, immediata, per toglierle possibilmente ogni traccia di retorica, e di sentimentalismo. Per ottenere una composizione d'immagine, non di parola.
Volevo raffigurasse l'incontro di due corpi e di due anime, come un'istantanea presa con un otturatore a un millesimo di secondo, volevo esprimesse la gioia e insieme la completezza assoluta di un incontro, semplicemente, pianamente realizzato.

Poi la sentii così personale e segreta, così rivelatrice dell'anima, che, come dicevo prima, pensai di tenerla tra me e la mia compagna, come ho fatto e faccio con altri componimenti molto segreti e personalissimi.
Ma poi, alla fine, rileggendo, ho sentito che dietro, anzi, al di sopra di questo personalismo e questa intimità vi fosse una universalità che mi piace condividere con voi, miei pochi e carissimi lettori e lettrici, perché forse, parlando dell'amore mio posso trovare una sintonia con gli amori vostri. Perché, come dico sempre, l'amore è amore, la passione è passione, senza distinzione.  È in questa sintonia che si esprime tutto il miracolo di una composizione "riuscita". Ed è nell'amore, e più che mai nell'amore appassionato, in cui noi esprimiamo intera la nostra umanità più vera e profonda.

Grazie di cuore amiche dilette e amici cari per la vostra affettuosa attenzione.

Naturalmente, con amore
M.P.






Ma ti amo


Mi dicesti: "ma ti amo"
con quel viso da bimba
imbronciata, e io
credetti e ti cedetti: come fare
a non credere all'innocenza –
e a non cedere alla tua incoscienza?

Poi, semplicemente,
ti liberasti della tua maglietta,
e attendesti che io accarezzassi
quel tuo bel seno, candido e carnale
con due roselle scure al colmo,
perfetto, come un marmo del Canova.

Piano presi tra gl'incisivi quei bottoni,
quei due boccioli che di miele sanno,
e tu t'inarcasti sussurrando
il mio nome, lento e piano:
Ma-rian-ne, cadenzasti maliziosa,

per un vezzo tuo pronunciandolo
in francese, mentre io
ti discendevo tutta
palmo a palmo fino
a quel mio palmo ultimo

                      di paradiso.




Marianna Piani
Milano, 21 Aprile 2017
.

sabato 21 ottobre 2017

Lei che parte



Amiche care, amici,

ecco, viene il giorno della partenza, del distacco, della lontananza. Viene sempre...
Non so farmene un'abitudine, non so accettare la solitudine che dopo si impossessa della mia vita, non so non piangere agli aeroporti, o alle stazioni, non so sentire il gelo dopo il calore dei giorni, delle ore trascorse tra le sue braccia, non so consolarmi nel pensare che presto tornerà…
In amore, come per i bambini, conta ciò che è ora, adesso, il passato non c'è più, il futuro non c'è.

Per tutte voi, amiche dilette, e amici, che amate chi vi ama…

M.P.





Lei che parte


È l'ora: e lei parte.
Non la seguirò all'aeroporto,
solo un bacio in fretta nell'alba
ancora madida di notte,
mentre un Roma 48 attende
fermo al nostro androne.

Non sarò con lei all'imbarco
a frignare tutta sola
sotto il pannello che s'aggiorna.
Resto piuttosto sola a casa,
a fissare una parete vuota
per un quarto d'ora ancora.

Sono le cinque scarse,
vorrei dormire, non pensare.
Non è per lei che però mi sento
così deserta e priva di pensiero:
ho l'amore, ho chi mi ama,
dovrei essere d'animo ricolmo.

Invece io mi sporgo
alla finestra del mio cuore
e vedo il vuoto, sotto di me
soltanto un severo vuoto,
Come un mare immoto
che mi chiama a sé insistente.

Oh, tuffarsi in questo mare!
Oh, lasciarsi andare
nelle onde gelide e profonde!
Oh, confondere i capelli
con le nere alghe, le falde
della mia veste con le meduse!

Oh, fermare il tempo della giovinezza,
farsi ritrovare, come una medusa
esanime sull'ultima battigia,
il volto al sole, la giovane bellezza
ancora intatta, la purezza
dell'anima ancora immacolata!

Penso che questo sia un privilegio
riservato all'anime più coerenti
e più dotate di coraggio.
Io so solo rimanere
aggrappata a questa vita
come un'ostrica allo scoglio.

(Non è, non sarà la prima volta
che un'amante lascia l'amore
per un'ora, un giorno,
o una vita intera: accade,
accadde, accadrà ancora.
La vita pare un valzer senza senso.)

Nel buio dell'aurora
che tarda ancora, canto a mezza voce
(chissà perché) una melodia d'Irlanda
che lei m'apprese, e intanto conto i tocchi
dei suoi tacchi sui gradini
come i rintocchi d'una condanna.

Ferma, ascolto: la vettura mormora
sotto il balcone e si allontana presto
nella caligine dell'abbandono.
A breve, il volo, e tra non molto
ci saranno mille miglia almeno
tra me e la mia vita.

La mia vita è in quel volo,
la mia anima nel suo petto,
il mio pensiero
è nel suo sguardo: qui da sola
sono solo una cosa sola,
sono solo una cosa morta.



Marianna Piani
Milano, 3 Maggio
.

mercoledì 18 ottobre 2017

Il tuo sguardo


Amiche care, amici

Pubblico oggi una lirica dedicata all'amore della mia vita, che vorrei condividere con voi.
Ho scelto di liberare il verso in un componimento in forma chiusa, affidandomi a una musicalità "antica" per esprimere sentimenti e sensazioni antiche e senza tempo, e ho cercato di sbozzare un ritratto vivo della persona, partendo da ciò che fin dal primo incontro mi ha colpito, affascinato, soggiogato: lo sguardo, il suo modo indagatore, severo, eppure dolcissimo e innocente di guardarmi, dritta negli occhi.

Ma voglio lasciare spazio ai versi, poiché altro, o di più, non potrei dire.

Con amore

M.P.




 
Il tuo sguardo


Sempre tenero, chiaro e variato,
il tuo sguardo sul mondo,
ha proprio il denso colore del prato
il tuo occhio profondo

pur sempre così inondato di luce,
ansioso di scandagliarmi la mente
incapace di mentire, incapace
di ogni pudore, eppure innocente.

Al destarsi del giorno
tra i viali, le buie corti e gli androni
questo tuo sguardo piano

indugia sul mio viso, adorno
delle tue emozioni
e mi prende per mano.

Assieme seguiremo questo raggio
nostro di luce, con fede, e coraggio.



Marianna Piani
Milano, 26 Aprile 2017
.

sabato 14 ottobre 2017

Tra non molto



Amiche care, amici,
ritorno alla mia "ispirazione" preferita, una schietta, semplice poesia d'amore, anzi, di passione, non temo di ammetterlo.
Io e il mio amore abitiamo. viviamo, lavoriamo lontane, e solo strappando ore e giorni alla nostra attività, alla nostra quotidiaità, viaggiando da un capo all'altro dell'Europa, riusciamo, non senza difficoltà, ad incontrarci. Per questo gli incontri sono rari, ma intensissimi, desiderato tanto a lungo da farci impazzire. Sempre una emozione quasi fosse il primo appuntamento.
Nei giorni in cui lei è da me, in Italia, di solito è perché si è presa una pausa dal lavoro, mentre io sono sempre pressata dalla mie scadenze, per cui mi capita di lasciarla a riposare, mentre io corro da qualche Agenzia per consegnare, discutere o acciuffare al volo un lavoro, un incarico. In quei casi mi affretto a ritornare il più presto possibile, sperando sempre di ritrovarla lì, da me, proprio dove e come l'avevo lasciate. Questo è qualcosa che mi dà un senso di intimità, di tenerezza e di serenità indicibili: è così che immagino, quando sarà, la nostra vita insieme, lei a riposare e a esercitarsi per prepararsi alle serate, io al mio tavolo da lavoro (digitale) oppure in giro dai committenti. E poi... tutto il resto…

Un componimento lieve, scritto in punta di piedi, in terzinette sciolte: la dedico a colei che amo, e a voi, amiche dilette e amici…

M.P.




Tra non molto
- mi alzerò.


Ormai la livida opacità
dell'alba spia tra le cortine azzurre
appena un poco scostate.

Mi alzerò, piano per non svegliarla,
ma per ora la osservo, nell'ombra,
vedo la morbida curva del fianco

adagiato, anzi abbandonato al riposo,
con un languore che mi travolge,
dopo la nostra notte senza respiro.

Vorrei carezzarle i capelli, ora,
ma non voglio destarla: li lascio
sciolti e arruffati sull'omero bianco

a figurare le fiamme del mio
desiderio, anche ora, anche adesso
acceso, mai sopito. Del resto

come potrei ignorarlo?
Guardo ancora un istante quelle mani
che paiono così grandi, e forti,

assuefatte a strappare il canto
dagli antichi strumenti -
e a modulare in me il piacere

con pari maestria, fino a farmi
impazzire. Ora vorrei baciarle,
quelle mani, ma non voglio destarla.

Tra poco, lo giuro, mi alzerò,
ricoprirò il mio corpo
con qualcosa che troverò lì al volo,

poco, niente trucco, tranne
sulle labbra quel tono di rosso
che amo, perché mi ricorda di lei.

Me ne andrò, piano, senza
far cigolare la porta, le scarpe
per mano, la borsa riempita

alla rinfusa, le chiavi
nel pugno serrato perché
non un solo rumore è ammesso:

non la voglio destare, la voglio
trovare così, quando ritorno...
Che sogno, ricominciare proprio


daccapo, da dove abbiamo lasciato.


Marianna Piani
Nebbiuno, 18 Aprile 2017
.

mercoledì 11 ottobre 2017

Via Zamboni



Amiche care, amici,

come avevo anticipato, ecco il secondo componimento "autobiografico", dedicato a un periodo della mia vita tanto importante e decisivo quanto poco rivisitato, lasciato come in un canto della mia memoria, forse perché ancora troppo vicino e vivo (ma sono passati ben più di vent'anni, anzi, quasi un quarto di secolo), forse perché sentito come troppo emotivamente vicino alla nostalgia, un sentimento che non amo frequentare.
La memoria, il ricordo, doloroso o felice, sono sentimenti costruttivi, positivi, non cercano mai, in ogni caso, di sostituirsi alla realtà. La nostalgia, il rimpianto, sono invece come dei freni, dei rifugi illusori che lasciano il vuoto attorno, sono privi di senso, perché il vettore tempo ha una sola ed unica direzione, ogni ripensamento o tentazione di ritorno all'indietro è destinato a fallire, e spesso con rinnovato dolore.

Quegli anni a Bologna furono forse i più intensi e formativi di tutta la mia vita. Anzi, senza il forse. Lì, in quella giovanile confusione mentale tra bene e male, di bellezza e sordidità, di creatività e di autodistruzione, in quella nebbia ancora adolescenziale di incoscienza e di ribellione, lì si plasmò, intellettualmente, culturalmente, anche sessualmente, nel bene e nel male, la donna che sono. Sotto i portici di Via Zamboni, in quelle aule, nelle case di amiche e amici, nelle vie e nelle piazze, la ragazza, per certi aspetti la bambina che vi era approdata, sola e ingenua fino a poter attraversare con totale innocenza ogni cosa, divenne donna, conquistò, a costo di quell'innocenza, la Conoscenza, di sé e del mondo.
D'altra parte, questo in un modo o in un altro, con tempi e modi diversi, è ciò che accade a tutte e a tutti. Io ebbi il privilegio di poterlo fare nel modo più indolore, in fondo.

Con amore, sempre

M.P.





Via Zamboni

Ciò che più ricordo
di quegli anni strani e sprecati
sono i portici di via Zamboni,
San Petronio e la sua piazza,
la gente meravigliosa, la calata
così melodiosa anche
quando partiva una bestemmia,
le infinite notti a parlare
di cinema e di politica,
quasi sempre terminate
a far l'amore in qualche stanza
di qualche studentessa del terzo anno,
così focosa e spudorata
da travolgermi senza scampo;
oppure - col giovane assistente
così fragile, così dolce e ombroso,
quello di Potere Operaio,
che leggeva i suoi versi più ispirati
in stile Pasolini, e mi seduceva
nonostante gli occhiali spessi
e il naso a becco adunco
che lo faceva quasi
un giovane Pavese.

Quei muri alti e freddi
della mia cella da due soldi
a due passi dai porticati,
sapevano i miei sogni
e le mie illusioni, che allora
io chiamavo i miei progetti:
nonostante fossi donna,
anzi proprio perché lo ero
sentivo un peso di storia
gravarmi sulle spalle.
Avrei fatto tutto da sola,
non era nei miei pensieri,
nemmeno lontanamente,
l'idea d'una famiglia.
Facevo libera l'amore
perché ardevo dell'energia
che mi scoppiava in cuore,
m'innamoravo d'un ragazzo
o d'una compagna, oppure
di un saggio di Ripellino,
o dei folli versi di Majakóvskij,
che m'ostinavo inutilmente
a leggere dal Russo.
Era tutto amore, per me,
né sapevo allora (come oggi
ancora) distinguere l'amore
dalla passione, e dalla fame.

Quella mia nuda cella conventuale,
quei muri alti, in gesso
che sfarinava sotto i polpastrelli,
sapevano di me
e delle mie passioni, ogni passione,
ogni pentimento seguìto ancora
da una nuova più torrida passione,
sapevano dei miei anni
più preziosi consumati
in onde colme di sesso e pensiero
come ramoscelli fluttuanti
in balìa delle maree.


. . . . . . . . . . . . . . . . . .

(Ogni mattino, infine, uscivo all'alba
per recarmi alle lezioni,
quasi correndo lungo Via Zamboni –
in fondo, ora che ci ripenso,
era questo, anche più che far l'amore,
ciò che allora, lo crediate o no,
più mi dava pienezza e gioia.)


Marianna Piani
Milano, 14 Aprile 2017
.

sabato 7 ottobre 2017

Come uno spreco




Amiche care, amici,

Compii i miei studi a Bologna, e fu un periodo folle, fecondo, disordinato, irripetibile, e bellissimo.
Non avevo vent'anni, né probabilmente una coscienza vera di me e del mondo, lessi molto, studiai con frenetica passione, scrissi e disegnai in modo furioso, feci politica, anche un poco esteema, ed ebbi molte relazioni e storie, tutte importanti, insostituibili, rabbiose e felicissime.
In realtà raramente ci torno ora, col pensiero, a quegli anni tumultuosi e fertili, forse perché ho la sensazione che avrei potuto viverli in modo più consapevole e pieno, ma il tempo, una volta fuggito, non torna più indietro, ciò che rimane è solo la sua traccia nella memoria. E la memoria è forse l'unica cosa che ci tiene in vita. Che iscrive la nostra vita in una storia, nella Storia.
Le mille e mille poesie e versi che scrissi in quegli anni sono andati tutti perduti, tra un trasloco e una fuga, poi, terminata quell'esperienza, non scrissi più un verso per anni, come se tutto si fosse consumato, bruciato assieme alla giovinezza "dissoluta". Solo ora, dopo tanto tempo, riesco pian piano a riprendere a scriverne, chissà perché mai. Ma così è... se vi pare..

Ecco dunque in questa lirichetta una memoria del mio primo anno di solitudine, studio, libertà e licenza.

Care, dilette amiche e amici, lettori e lettrici, grazie di esistere, vi abbraccio, con amore.

M.P.



Come uno spreco


Quello fu il mio primo anno a Bologna
Avevo poco più di diciott'anni,
sola stavo in una stanzuccia fredda
e male illuminata non lontana
da Via Zamboni.
Muri grigi, quasi una cella.

Ero disorientata e folle
in questa mia prima autonomia,
ma negavo qualunque nostalgia
della mia stanza al quarto
con la finestra che vedeva il mare
non lontano, bianco.

Divampava intanto la giovinezza
nel mio corpo, e la bellezza
degli anni miei mi spalancava il mondo:
il giorno ero immersa
in tutto ciò che più adoravo,
studiavo fino a morirne, senza tregua.

La notte mi consegnavo all'amore
travolta dal calore dei miei sensi
tumultuanti, a femmine e ragazzi
non importa, punita puntualmente
da un costante greve senso di colpa
per gli uni e per le altre, e per me.

La disistima per me stessa era
pari al mio piacere. No, non era senso
del peccato, non era pruderia,
in famiglia m'avevano educata
a un pensiero aperto: era un senso
come di spreco che mi opprimeva.

Era il non sapere chi io fossi,
lo spreco degli anni miei più fecondi,
il desiderio intenso
per quanto più ero diversa
di essere normale, una ragazza
banale - come tante.

La sensualità straripante
di quei miei vent'anni da incosciente
mi tradiva apertamente.
Studiosa, ero, con tutta la passione,
nottetempo invece ero
una puttana della passione.

Ma posso dire, a mia discolpa,
non era poi lussuria quella,
poi che m'innamoravo d'ogni oggetto
del mio desiderio – perdutamente.
Era follia forse, ma certamente
era anche l'insaziabile mia


bramosia di conoscenza.

 


Marianna Piani
Milano, 8 Aprile 2017
.

sabato 30 settembre 2017

Il male



Amiche care, amici,

ancora un piccolo spunto di riflessione sul dolore, quasi un frammento di diario di un ricovero ospedaliero, a proseguimento e completamento ideale dei versi che ho pubblicato pochi giorni fa.
In realtà per me  non fu nulla di troppo drammatico, si trattò in tutto di una quindicina di giorni trascorsi in degenza, e il male sopportato un'inezia in confronto a molte delle sofferenza che mi trovavo attorno; tuttavia, forse non c'è nulla che incide sull'esistenza come il trauma di uno spostamento così netto e improvviso della propria realtà, da una quotidianità a volte anche mal vissuta, a una realtà del tutto diversa, non più centrata sulla nostra volontà e arbitrio e pensiero, ma solo sulla nostra pura e semplice sopravvivenza, sulla nostra più basilare fisicità.
E non vi è nulla di più incisivo e permanente nel nostro animo come la vicinanza, il contatto, con il dolore e la morte che si esprime e mostra, senza pudire, tutto attrono a noi, come accade nella corsia di qualunque struttura ospedaliera.
Lentamente, gradualmente, dopo essere sprofondati nella crisi e dopo che, per fortuna e non senza pena e sofferenza, ne emergiamo, recuperiamo una conoscenza di noi stessi che non sarà mai più, in ogni caso, quella che era in precedenza.
Il dolore non è una benedizione o una espiazione - come in alcuni casi le religioni virrebbero farci credere - ma certo, che lo vogliamo o no, si tratta di una maturazione, e, sempre, di un percorso di conoscenza. Conoscenza di noi stessi, e del senso della nostra esistenza.

Amiche dilette, amici, grazie per la vostra presenza, sempre3 con amore

M.P.




Il male


Ė un'aspra continua lotta, il male,
tra lo spirito che non si piega
e il corpo che si ribella.

Il giorno pare troppo in luce,
abbaglia, ma rimane ancora
tutto intorno una parvenza di reale.

La notte invece tutto, corpo, l'anima,
le membra, tutto trasfigura, a noi
non rimane che il senso del dolore.

Le ore, quelle sono vere, quelle
che trascorrono goccia a goccia
mentre la sonda ci perfora il braccio,

e scende il torpore goccia a goccia
nelle vene, rendendoci immortali,
finché non sopravviene l'ora del reale,


la luce all'improvviso erompe ancora
nella stanza, come se fosse un Dio
a imporla dal suo trono astrale.



. . .

Vorrei sopirmi ancora, ma gli alati
messaggeri predano il mio sangue,
e con esso gocce del mio sentire.

Ricomincerà la pena del giorno
che non ha tregua perché non ha ombra,
e perciò rifugio. No, non lo so

                     se infine reggerò.



Marianna Piani
Milano, 4 Marzo 17
.

mercoledì 27 settembre 2017

Poi che c'eri



Amiche care, amici, terminata la mia piccola raccolta di "graffiti urbani", e al termine ormai l'estate, riprendo la normale pubblicazione, e la riprendo con una lirica che è la memoria di un paio di settimane trascorse a soffrire, per un banale incidente, ma che poteva costarmi caro, in una corsia d'ospedale.
Non c'è nulla più del dolore, parlo di quello fisico, per farci riflettere sulla violenta, assoluta voglia di vivere che nonostante tutto abbiamo dentro di noi. In quei momenti l'istinto prevale su tutto, la morte ci è più vicina che mai, ma non la corteggiamo, vogliamo vivere, solo questo conta, ci ritroviamo ridotti alle nostre funzioni fisiologiche più basilari, quando, per fare un esempio, anche la minzione dipende dalla cura di un operatore, a noi del tutto estraneo, che ci porta il recipiente, lo colloca in posizione, lo ritira e lo svuota.
E in quei momenti la presenza di una persona che ci ama, accanto a noi, diviene forse il più prezioso dei doni. Le regole crudeli dell'istituzione limitano di molto i tempi di questa presenza, confinandola a poche ore nella giornata, rendendola più preziosa ancora, semplicemente vitale. In quei giorni si vive in attesa di quella presenza, che non lenisce il nostro male, non potrebbe, ma fa di più, lo condivide.

La morte ci passa accanto, e noi comprendiamo quanto la vita sia preziosa, e quanto sia prezioso l'amore che essa può esprimere.

(PS: la donna che si lamentava e che poi, seppi, morì, in realtà non era nel mio reparto, ma qualche stanza più in là, ma la morte, quando ci passa così vicina, lascia segni indelebili del suo passaggio nel nostro cuore.)

Vi lascio, come di consueto, se vorrete, alla lettura, amiche dilette e amici, con amore dalla sempre vostra

M.P.




Poi che c'eri


Come quando ti raccontai di me
nel delirio ciò che avevo celato
dentro me, lungamente: e tu tacesti.

Fosti accanto a me, a fianco
di quel letto di corsia, bianco,
e io, nonostante tu ci fossi,

nonostante i motori che l'inclinavano
in mille modi al mio comando,
non trovavo pace, al male.

Tu stavi, anche allora, senza dir nulla,
a parte le parole di conforto
che m'attendevo da chi mi amava.

Tacevi, e mi guardavi, io piangevo
nelle tue mani. Poi mi calmavo.
Era questo tutto il tuo dono:

          tu c'eri, io mi calmavo.

Tu c'eri, al mio fianco, e io mi calmavo:
tutto poteva andare, allora, anche
la notte desolata che mi attendeva

nelle luci gelide della corsia,
e la sveglia all'alba, anzi, assai prima,
per i lamenti della donna al 300.

Se tu c'eri, tutto era un passaggio
senza traccia nella mia vita,
anche il dolore, anche la nausea

che ne deriva, anche lo strazio
di udire chi soffriva a sei metri scarsi
dalla mia fredda branda bianca.

La donna di quei lamenti morì
solo poche albe dopo il mio rilascio:
fu il destino, mi disse poi qualcuno.

Ma poiché tu c'eri, io mi calmavo.
Forse mi salvasti allora, salvifica
presenza, poiché c'eri -

          c'eri sempre, al mio fianco.



Marianna Piani
Milano, 2 Aprile 2017

domenica 17 settembre 2017

Graffiti urbani - 10



Amiche care, amici,

con questo breve componimento chiudo questo ciclo, dedicato alla memoria del mio sofferto trapianto dalla città materna, la bella Trieste, a questa Milano per cui nutro un sentimento contrastante, di amore e odio.
Amore di certo, perché poche città al mondo, nel complesso, mi avrebbero accolta così com'ero, ragazza giovane, senza un soldo, completamente sola, dotata soltanto del mio assai modesto talento, artista spiantata e anche un poco "strana". Qui ho trovato il modo di sopravvivere, ricordo con angoscia e un filo d'orgoglio quando ho girato tutte le agenzie della città con il mio porfolio (all'epoca non c'era ancora l'uso generalizzato dei computer, il portfolio consisteva materialmente in una grossa - e pesante - cartella infarcita di disegni e bozzetti). Il ricordo è angoscioso, perché sono sempre stata (e sono tutt'ora) mortalmente timida, insicura del mio aspetto (nonostante tentassi di coprire questo mio lato caratteriale con abiti piuttosto, diciamo, aggressivi, e tacchi vertiginosi) per cui ogni appuntamento era una tortura, era una tortura decidermi di suonare il citofono e dire il mio nome, una tortura aspettare (spesso assai a lungo) che arrivasse il mio "contatto", una tortura atroce sciorinare i miei lavoretti - che visti con lo sguardo che ho ora, ora che mi capita di frequente la da me pochissimo ambita responsabilità di stare dall'altro lato della scrivania a giudicare giovanissimi artisti, mi pare incredibile di aver trovato così qualcuno che mi desse credito e mi facesse iniziare.
Orgoglio perché, in un modo o nell'altro, ce l'ho fatta.
Ma erano inveo anche altri tempi, i ragazzi oggi, me ne rendo conto appunto quando ho quelle occasioni di cui accennavo sopra, hanno è vero molte facilitazioni dovute a una tecnologia inimmaginabile quando ho iniziato io, ma anche una immensa difficoltà a far emergere il loro valore.
Nel mio campo c'è sempre stata una lurida fogna di approfittatori, gente che si industriava di fare i soldi con il lavoro e il talento di altri, specialmente se giovani, o gatti&volpi che tentavano di spacciare illusioni in cambio della tua passione e credulità. Io non mi sono mai prestata, fin dall'inizio, ed ero un po' "famosa" per questo in ambiente, per la mia combattività, che mi ha anche fatto "perdere" non poche "occasioni". Ma oggi vedo che tutto questo si è elevato a sistema. ormai lo sfruttamento schiavistico di ragazzi appassionati a costo zero (lo ripeto: a costo zero. Ai miei tempi erano compensi bassissimi o pagamenti dilazionati all'infinito, ma oggi è il tempo del "gratis") è diventato ormai prassi consolidata, assieme al ritardo di pagamento delle fatture ormai definitivamente fissato ai 90/120 giorni, quando va MOLTO bene, che costituisce un UNICUM credo al mondo (io lavoro per fortuna anche all'estero, Francia, Germania, Irlanda, Cina, Australia, e posso testimoniarlo).

E questa è una delle ragioni per cui anche "odio" questa città, ma anche per la progressiva nevrotizzazione dei suoi abitanti, per la cafonaggine diffusa, per le immense sperequazioni miseria-opulenzaesibita cui si deve assistere, per non pensare alla crescente aggressività di frange di manifesta intolleranza e razzismo, un carattere che non centra NULLA con la grande tradizione di accoglienza e tolleranza che è sempre stato il carattere di questa città, brutta e sgraziata in confronto ad altre grandi città Italiane, dal punto di vista urbanistico ed architettonico, ma di grande cuore per la sua meravigliosa gente, per il suo popolo. Qui oggi ha la sede centrale un "partito" xenofobo e razzista, con un largo consenso, e questo deprime non poco, nella città di Strehler, Dario FO, del Cabaret, del Teatro Verdi, della Cultura con la C maiuscola…

Concludo dunque questo breve itinerario, come chi ha avuto la bontà di seguirmi avrà notato, molto sofferto, corrusco, non facile (e vi ringrazio di cuore, perché mi rendo conto che questa "difficoltà" del percorso lo è stata anche per voi) con un sonetto: perché ho sentito il bisogno di concludere con una ricerca di armonia, di plcarmi, in vista di prospettive nuove che forse per me si aprono, saldando questa città a me, Triestina ma anche, stendhalianamente, "MIlanese".
E cosa c'è di più armonico, placato, di un sonetto?

Dalla prossima settimana riprenderò la pubblicazione "normale".

Grazie, amiche dilette e amici, come sempre, con tanto amore.

M.P.


10
Commiato


La prima notte fu agitata: ero
troppo eccitata e in ansia per sopirmi
più d'un paio d'ore. Prima dell'alba
mi rigiravo desta nel giaciglio

dell'albergo da due soldi adiacente
al grande viale della tangenziale –
una livida luce dalle tende
ingrigite preannunciava il giorno.

Ma prima del chiarore venne un suono
un rombo cupo come un sordo tuono
in un lentissimo crescendo alieno.

Era il respiro di un leviatano
che si destava: quella era Milano.
Questo il mio primo tormentato giorno.


Marianna Piani
Milano, 29 Marzo
.

domenica 10 settembre 2017

Graffiti urbani - 9



Amiche care, amici,
ultima stazione di questo viaggio. Vi sarà poi un commiato, il decimo e conclusivo componimento di questa serie, ma il viaggio idealmente termina qui, davanti a un muro graffito in una qualunque via cittadina, forse periferica, di questa Milano con cui mi sono confrontata per la prima volta anni fa, giovane ragazza sola, con un bagaglio di speranze, di illusioni, e anche un bel po' di ambizioni.
Il "riscatto" dal sogno e dall'incubo, qui così inestricabilmente confusi, per me è rivelato tutto in quel gesto, primordiale, di espressione di un "libero pensiero" che è l'eponimo di tutta questa raccolta. Questa era, e rimane, la mia via di salvezza. E su quel mattone ho costruito la sopravvivenza del mio corpo, e, ciò che più conta, della mia anima.

Vi lascio dunque, se vorrete, amiche dilette e amici, alla lettura.
Questa collana, più di altre analoghe che ho pubblicato precedentemente su queste pagine, in realtà andrebbe letta in quanto tale, come una raccolta di versi e di stanze in cui ciascun episodio prende senso e motivo dal precedente e lo passa al successivo, anche se il legame che li tiene assieme appare paradossalmente più esile e sfumato, e anche se non vi è - volutamente - una vera progressione narrativa, ma si tratta piuttosto di una serie di appunti sparsi. Proprio per questo, per questa difficile costruzione di senso dal nonsenso (questa in fondo è la città, un immenso postulato di non senso) vi ringrazio di cuore di essere rimasti con me, al mio fianco, con pazienza e disponibilità, lungo questo percorso.

Con amore
M.P.




9
Graffito


Davanti a questo muro
finisce ora il mio percorso
di storia e di memoria.
Qualcuno nella notte

vi ha lasciato il segno
del suo pensiero,
un pittogramma astratto
non bello o brutto, incompiuto.

Segni che non hanno
nulla d'esoterico, soltanto
un paio di colori primi
che s'intersecano nelle forme

d'un alfabeto ignoto
ai più, per un racconto
monco, interrotto
nessuno saprà mai perché.

Di là dal muro,
oltre l'inferriata,
un altro mondo attende
il mio risveglio finalmente

da questo sogno: forse,
tra me penso,
tutta la mia vita ora
riparte da questo muro.

Forse dietro i segni rossi
e neri e gialli del graffito
rimasto a mezzo
e senza autore sia

l'idea di un riscatto, forse
una salvezza rivelata
tra il rosso e il nero
di un libero pensiero.



Marianna Piani
Milano, 28 Marzo 2017

domenica 3 settembre 2017

Graffiti urbani - 8



Amiche care, amici,

questo componimento, ottava stazione del nostro viaggio urbano, è l'ideale proseguimento del precedente.
La notte, quasi senza che vi sia segno di tale passaggio, sfuma presto nell'alba.
Pochi sono gli indizi che la distinguono, l'oscurità è ancora profonda, le voci sono ancora quelle della notte, e così i silenzi. È in questo momento che si rivela in tutto il suo severo rigore la solitudine metropolitana, quell'essere da solo di ogni individuo pur immerso in una folla sterminata di solitudini come la sua.
I versi qui sono volutamente spezzati, discontinui, aritmici, per lo più brevi e molto brevi, ho scelto parole di un vocabolario urbano, rumoroso, impoetico. Il pigro ambiente della provincia è già ormai un vago ricordo, sostituito dal fermento inquieto della Grande Città. Questa città, che non fu, e non sarà mai, anche dopo anni, la mia.

Vi affido questi versi, amiche dilette e amici, come sempre - con amore

M.P





8
Alba



Prima dell'alba, di là
dalla finestra chiusa
le voci che s'odono sono
solo quelle delle
spazzatrici meccaniche
che soffiano via lordura
dagli scoli ai lati
delle carreggiate,
e qualche acuto isolato
strillo di ragazza, in distanza,
mentre i woofer di una vettura
diffondono un cupo rimbombo
nel trascorrere tra i palazzi,
grev, più che severi,
che incoronano il centro.

Le voci, e i suoni,
giungono annebbiati
dai doppi vetri, ma basta
per apprendere l'idioma
delle divinità notturne,
quelle dei nostri sogni
sconsiderati, quelle
dei nostri incubi
improvvidi, ricorrenti:
narrano, le voci,
storie di solitudini
umane, ai margini
dell'indifferenza del mondo
dei vivi, di morte anime
e morti cuori dispersi
nelle vie senza fine
e senza traccia
di pietà e accoglienza.

I suoni e le voci, remote,
sono solo  un'eco
tra muri di pietra
e androni deserti, tra piazze
desolate e i rintocchi
di qualche lontana
campana di Dio: l'eco
di un collettivo
salmo all'abbandono
e al dolore di questa città
che mi ha adottata,
ma mai per me sarà

la madre ormai perduta
indimenticata.


Marianna Piani
Milano, 25 Marzo
.

domenica 27 agosto 2017

Graffiti urbani - 7



Amiche care, amici,

la notte è l'altro volto della città, quello più intimo e segreto.

Ciò che in natura è solo silenzio, oscurità e riposo, nella città è vita e agitazione, ansia di riprendersi il piacere che sfugge nel giorno bruciato dai traffici e dalle attività.
La notte a Milano è un groviglio di umanità che cerca un senso al proprio esistere, ognuno a suo modo, e una fuga dalla propria incommensurabile solitudine, prima che tutto ricominci uguale a prima.

Settima stazione di questo piccolo viaggio in metropolitana.
Grazie per essere con me, a farmi compagnia.

Con amore
M.P.




7
Notte


Il fervore della notte urbana,
da sempre, mi sorprende:

il silenzio pare inondare
i viali e le autostrade,
e intanto dentro le mura, nel ventre
delle ringhiere, al di là dei navigli,
tra i locali in schiere,
invece brulica il popolo inquieto,
giovani perduti a consumarsi,
ragazze assetate di sesso e sballo,
vagabondi del vuoto nulla
che ai luoghi elegge l'oscurità
della notte e della ragione,
sublimi prostitute e transessuali
dedicate all'amore dato
come angeli d'un paradiso in terra
turpe ma ancora amato
da un Dio di misericordia.

Colpisce all'incrocio deserto
il semaforo che lampeggia
in sincrono con l'altro all'altro lato,
e aspetta, così come io aspetto,
chissà perché, qualcosa che so bene
non potrà avvenire né ora
né mai: sola, l'ombra di una vettura
si ferma all'angolo accanto.
Discende una donna bruna, indossa
un lungo paltò che cela e rivela
un abito succinto
e bianche lunghe gambe.
In fretta, la fretta ansiosa di chi
teme l'ombra e l'essere da sola,
si getta in un uscio nero, e scompare.

Questo l'unico segno di vita ora
nella mia vita, mentre alcuni tocchi
dicono dal campanile vicino
che sono appena le tre del mattino.
 


Marianna Piani
Milano, 23 Marzo 2017
.

sabato 19 agosto 2017

Graffiti urbani - 6



Amiche care, amici,

questo, in lieve antocipo sulla tabella di marcia (domani sono in viaggio per lavoro), è il sesto appuntamento di questa raccolta, che è essenzialmente una raccolta di memorie e piccole note tracciate su un taccuino, mentre la mia vita prendeva un corso, anzi una svolta, che avevo tanto voluto, ma anche temuto. Allora che finalmente, con rabbia, vi ero riuscita, mi sentivo il cuore vuoto, esaurito, e malinconico come non avevo mai provato prima. Forse quel passo, deciso a seguito di molti eventi che mi avevano scossa dalle certezze della prima giovinezza, rappresentava il passaggio, non simbolico, ma duramente concreto, e comunque improvviso, catastrofico, dall'infanzia all'età adulta, quasi senza avere il tempo di passare attraverso la stagione della pubertà.
Non so se furono le circostanze particolari che mi investirono in quegli anni, ma il mio sviluppo,  quello fisico e sessuale prima di quello mentale, fu rapido, davvero quasi esplosivo, anche a confronto con tante mie coetanee.
Ad ogni modo, il sangue da navigante che avevo nelle vene mi spinse subito al viaggio, all'andar via, a tagliare ponti e ormeggi. Sono sempre stata così, ed è paradossale per quanto nel contempo la memoria, anche il rimpianto, e il senso di solitudine, sia parte della mia personalità. Ho sempre cercato strenuamente e altrettanto strenuamente detestato la mia solitudine. A pensarci bene, forse questo è il seme profondo della mia ineguatezza a vivere. Della mia psicosi, come poi si è espressa e radicata negli anni.

Me ne andai dunque sola, quasi senza danaro, pochi abiti, di più scarpe (accessorio che ho sempre adorato e a cui non ho mai saputo fare a meno), il mio prezioso portfolio (una cartellona più grande di me, a quel tempo era ancora tutto su carta), e una incontenibile rabbia nel cuore. E me ne andai in treno.


Il ricordo di questa partenza è l'argomento di questi versi, e lasciare Trieste (o arrivarci) in treno è un'esperienza penso molto particolare, per chiunque: la ferrovia si snoda per alcuni chilometri lungo la costa, da Miramare fino alla vicina cittadina di Monfalcone, a una certa altezza dal mare, regalando uno spettacolo davvero unico. Il percorso è ricco di curve, per seguire l'andamento relativamente frastagliato della costa rocciosa, per cui il convoglio deve procedere a velocità assai moderata, così si ha modo, se è giorno, di gustare un panorama che poi non si ritroverà più, divenendo presto il monotono susseguirsi di campi e pianure comune a tutti i percorsi ferroviari del mondo.

Bene, mi tolgo, e vi lascio alla lettura, se lo vorrete.
con amore

M.P.



6
Oltre Monfalcone



E così lasciai i luoghi
che mi videro nascere e crescere
come una puledra libera
e sfrenata,
incosciente della propria bellezza,
impavida nel correre sola
contro il vento della marina.

Me ne andai giuro senza
rimpianti, con tutta la mia rabbia:
mi sentivo tradita
da chi più avevo amato,
straziata, ferita
da ciò che avevano fatto
alla mia infanzia.

Ma forse, anzi di certo
mi sentivo di più tradita
da quella fanciulla che ero ancora
che già si faceva donna:
perdio, troppo in fretta,
senza neppure avere il tempo
di un addio, di un abbraccio, di un pianto.

Ancora avrei rincorso
le nubi sul filo dell'orizzonte
così, per dare un nome
alle forme bizzarre
che vi vedevo, tra il cobalto
e il livido smalto
della fine del giorno.

Ma ora andavo, su quei binari
che seguivano la linea di costa,
e mi dicevo, pensavo
che non avrei mai più fatto ritorno
a quel mare piumato
che mi salutava festoso
da ogni baia, da ogni piccola cala.

Mentre gli ultimi pugni di case
aggrappate al declivio pietroso
fino alle ampie rarefatte pinete
accorrevano là sotto
come a volere proteggere il mare:
io non sentivo dolore, distacco,
solo più urgenza di fuggire lontano.

Poi, dopo le curve screanzate
che scuotevano le carrozze
e i passeggeri intontiti dal sonno
seguì il lungo tedioso sfilare
in un rettifilo lungo una vita
di campi e capannoni industriali,
di campanili e filari di pioppi.

Giunsi dunque alla fine del viaggio
come in un lungo delirio
di monotonia: piangevo, alla stazione,
balzando giù dal treno, non pentita,
ma sapendo che una parte -
la più magica - della mia vita
quel giorno era finita.



Marianna Piani
Milano, 19 Marzo 2017
.


domenica 13 agosto 2017

Graffiti urbani - 5



Amiche care, amici,

ciò che scoprii, quando giunsi nella Grande Città, fu questo sistema di trasporto pubblico, assente nella mia cittadina di origine, la Metropolitana Milanese, detta familiarmente la Metro, un sistema piuttosto carente in confronto ad altri che conobbi in seguito girando il mondo (uno per tutti, quello di Monaco, incredibilmente efficiente) ma che era e rimane il mezzo più rapido e relativamente economico per spostarsi in città, per quello che mi riguarda esclusivamente per motivi di lavoro: dalle mie abitazioni al di là della cerchia centrale alle Grandi Agenzie per cui lavoravo, tutte a quel tempo (ora la situazione è in parte cambiata) lussuosamente situate in pieno centro.
Per una piccola (davvero, in tutti i sensi) provinciale proiettata nella metropoli delle attività frenetiche, delle diseguaglianze laceranti (mai avevo visto lusso e miseria così strettamente accostate), della puntualità insensata, fu, e tutt'ora rimane, un'esperienza in qualche senso traumatica, e viva, il luogo in cui davvero, costretta, mi confondevo incontrando la componente umana - corpi, fiati, sguardi assenti, a volte anche mani lunghe addosso al mio corpo - di questa città.

Per voi, amiche dilette e amici, con tutto il mio amore per seguirmi in questo mio viaggio di memoria e presenza, di cui questa è la quinta stazione, metà dell'itinerario.

M.P.





5
 

Metro


La mia ha un nome che suona  pomposo —
Amendola Fiera — e narra di gente
indaffarata che incrocia tra casa
e riunioni nel centro, studentesse
di buona famiglia al ritorno dagli
atenei, impiegati delle filiali
circondariali di banche e servizi
intenti a sognare mete lontane.

Per anni, l'altra fermata fu Gioia,
nome quasi vezzoso da ragazza
saltellante sui tacchi fin troppo alti,
indossati per pura ostinazione;
ma non era così gioiosa, Gioia,
troppo vicina alla ferrovia —
Stazione Centrale, con il suo carico
amaro di fuggitivi e migranti.

Sempre per me fu la cosa più prossima
all'inferno la metro, la cloaca
della metropoli gonfia di folla.
Qui scendevo quasi correndo, spinta
dai corpi in caduta alle mie spalle,
e ogni volta temevo di restare
indietro, travolta, ingoiata per sempre
nel ventre del mostro — del leviatano.

Riemergevo esausta, come dopo
una lotta, ancora sulla mia pelle
l'essenza dei corpi surriscaldati,
come da un recinto una mandria muove
alla illusoria affannata rincorsa
dietro una vita che sfugge ogni giorno.
E ogni giorno, sapevo, senza fine
si ripeteva questa liturgia.

Liturgia insana dell'Uomo violato
che non potrà giammai prendere il volo,
fuggire via, se non dopo la morte.



Marianna Piani
Milano, 16 Marzo 2017

domenica 6 agosto 2017

Graffiti urbani - 4



Amiche care, amici,

dalla pietra bianca e corrusca del Carso al cemento grigio e corrotto della Grande Città, questo il mio itinerario, quasi una metafora in sé di un percorso d'esilio fortemente voluto e altrettanto subìto.
Nessuno lascia le sue terre con gioia. Lo si fa con rabbia, con dispetto, con  paura, con dolore. Mai con leggerezza. E tanto più è greve il fardello che ci si porta appresso quanto più si sa che il passo può essere definitivo, senza ritorno.
Ero arrivata quale ero, donna, giovanissima, sola, e avevo trovato ad accogliermi un'ondata di sensazioni nuove e ostili, di luoghi artificiali in cui non pareva vi fosse alcuno spazio per me, alcuna benevolenza, pietà nessuna, solo necessiità di lottare.

In tutto questo non c'era spazio per il rimpianto. Occorreve urgentemente vivere.

Vi lascio alla lettura, amiche dilette e amici, con amore, poiché alla fine è solo quello, l'amore, a rendere vivibile la vita.

M.P.





4
Pietraia



A lungo, a lungo cercai
in questa pietraia di case e strade
e vetture in moto come fiumane,
e folle disumane di piccoli bancari
e agenti immobiliari stremati
dai completi blu rituali o grigi rigati.

A lungo attesi, cercai tra gli anfratti
un vestigio, un ricordo, una traccia
di umanità così come io
la rammentavo dalle mie vite passate:
qualcosa che respirava, e aspirava
a una ascesi a qualcosa di umano.

Ma non v'era traccia: solo uno scolo
tra un tombino e l'altro, a memoria
della pioggia recente, che sembrava
un momentaneo sollievo, almeno, e invece
non purificò nulla. Soltanto nell'aria
aveva lasciato quell'umido afrore.

Non m'illudevo. Sapevo
ch'ero giunta al mio inferno in terra,
sapevo che i miei anni d'aurora
si sarebbero spenti tra quelle grate,
in quegli interstizi, annegati
tra milioni di altre vite sprecate.

Tutta una classe, un'intera
generazione, consumata nell'immane
destino di quel traffico veicolare
del tutto insensato, tutta la mia
bella sana incosciente giovinezza
destinata a frangersi come un'onda

su questa spiaggia lorda d'idrocarburi.
Rimango sempre a cercare, in silenzio,
l'incauto rimpianto per il mio mare.



Marianna Piani
Milano, 15 Marzo

domenica 30 luglio 2017

Graffiti urbani - 3



Amiche care, amici,

terzo appuntamento con questa mia piccola raccolta di "graffiti urbani".
Graffiti, ma non dipinti: graffiti come il loro nome vuole, graffiati, intagliati a punta di ferro sopra i muri della memoria. Ciò che il poeta sa è che ogni parola non deve essere scritta, ma incisa in profondità nella materia per poter significare, per poter emergere oltre il tempo. Sa che la sua è una lotta - impari, perché comunque impossibile da vincere - contro il tempo, sia il tempo contingente, che sfugge tra le dita inesorabile e imprendibile, sia il tempo della memoria, che si deposita e muore, rendendo per questo vana ogni vita.
Il poeta sa che la parola è vita mutata in tempo, proiettata al mondo, a chi vuole ascoltare, e per questo destinata a varcare il confine del suo tempo. Una immensa responsabilità, e un privilegio che si paga, sempre, con il dolore.

Amiche dilette, amici, vi lascio alla lettura di questi versi, come di consueto, con tutto il mio amore.

M.P.




3
Il muro



 

Il lungo muro, al termine della via
della mia infanzia, è scabro
e fatto delle dure pietre rapprese
del Carso, e mostra graffi e ferite
come il dorso provato
d'un antico guerriero
reduce dalla sua guerra al Tempo.

Io mi soffermavo, lungo quel muro,
a giocare, fantasticando
tra quegli anfratti storie di draghi
o di prìncipi e fanciulle
perdute, rapite da qualche mago
dall'orrido sguardo, e infine
ero io quel principe che le baciava.

Oppure correvo, ridendo,
lungo quel muro, e mi slanciavo
sopra di esso, sbucciandomi talvolta
le palme delle mani, o i gomiti arrossati,
per guardare oltre, nella piana
di rovi e di sterpi che si stendeva
per un tratto selvaggio, sbarrato

alla vista e al passaggio, fino al prossimo
blocco di case, allora ancora
in lenta costruzione.
E oltre le case, annunciato
dal girotondo solenne dei gabbiani
e da alcuni pennoni pigramente
oscillanti – si scorgeva il mare.

Fortunata città quella
dove il mare accoglie
e conclude la vista giù per le strade
traverse, per le vie che scendono
come donne alla sera per il ritorno
degli amanti, in fretta, in ansia,
correndo alla marina!

Sopra quel muro
ho scritto la mia storia, ho inciso
i luoghi i fatti i dolori
della memoria, con un chiodo
nella pietra viva che si ribella
al ferro stridendo e digrignando
poiché sa che quel segno sarà eterno.



Marianna Piani
Milano, 14 Marzo 2017

domenica 23 luglio 2017

Graffiti urbani - 2


Amiche care, amici,

seconda stazione di questa mia breve raccolta, dedicata alla mia piccola "migrazione" personale, dalla città nativa, stretta tra il mare generoso e pieno di promesse e una terra aspra, dirupata e angusta, ma ricca di pensiero e ricordi - e la "grande città", che prometteva sogni e speranze, e illusioni.

Ecco, partivo non disperata o priva di tutto, come le persone che in questi anni lasciano le loro terre spinte da fame, paura, violenza, abbandono, ma ricca, ricca non di danaro - che non avevo davvero un quattrino - ma di privilegi, il più importante dei quali era, come è tuttt'ora, di essere libera.

E di essere donna.

Essere donna, ed essere libera, di spirito e di mente, è, credetemi, il privilegio più grande che mi è stato dato, senz'altro merito che quello di esserci nata.

Amiche dilette, emici, vi lascio alla lettura, scusandomi per la minore frequenza delle mie pubblicazioni in questo periodo, dovuta non come potrebbe sembrare a vacanza, ma, al contrario, a impegni di lavoro troppo pressanti.


Con amore, come sempre

M.P.




2
Privilegi


La mia giovinezza è stata libera
di legami, di padroni, di tiranni
sia pur mentali, di ingiustificate
discipline e di liberalismi
troppo scontati: libera mente in
libero spirito in libero corpo.

Nascere donna ho sempre creduto,
anche nei momenti più tetri, anche
quando piansi, anche quando disperai,
e quando fui abbandonata, anche
quando mi sentii violata: che fosse
un privilegio, e la miglior fortuna.

Ho avuto salute e bellezza, e forza
da vincere montagne, da amare
chiunque m'amasse, giovani bruni
dai ricci ribelli, o ragazze in fiore -
rosse chiome come corolle, occhi
celesti da confondere di baci.

Ho amato queste pietre e questi muri
della mia terra, madre, gelosa,
aspra terra consumata dal mare
e al mare avvinghiata, per non franare
dalle dirupate creste di calcare
bianco eroso e corrotto dalle alghe.

E in quegli anni infuocati ho potuto
segnare la carta a quadri grandi
dei miei quaderni mai smessi
di voci e di suoni che avevo nel cuore,

e urgevano d'essere dette
per rimanere, sì, per rimanere...



Marianna Piani
Trieste, 11 Marzo 2017
.

domenica 16 luglio 2017

Graffiti urbani - 1



Amiche care, amici,

ero giovane, disorientata e sola quando giunsi dalla mia Trieste, quasi in fuga, nella Grande Città, questa Milano che ancora accoglie e trattiene la mia vita, il mio lavoro, i miei affanni, le mie illusioni, i miei amori.


Sono passati molti anni da allora, anni in cui ho girovagato ancora molto, soggiornando e frequentando per periodi più o meno lunghi città che ho tutte in modo diverso ma fortemente amato (Monaco, sopra tutte, e poi Parigi, ovviamente, e Dublino, Copenhagen, Berlino, Bilbao, Seattle, L.A.) ma questo è rimasto il porto di partenza e ritorno, la mia casetta, i miei libri, il mio tavolo da lavoro, il mio giaciglio.
Sono passati molti anni, ma non ho mai dimenticato quel primo arrivo, in treno, con poche cose, proprio come un'esule (e forse questo è uno dei motivi per cui non posso non solidarizzare e comprendere le genti che arrivano qui da noi da lontano, migranti o rifugiati o disperati, per inseguire una illusione o fuggire un incubo), con l'unico pensiero di abbandonare un cumulo di ricordi, belli e dolorosi, per affrontare la vita cercando di mettere a frutto il mio assai modesto ma unico talento. Qui a Milano c'erano le Opportunità, pensavo, e forse non avevo torto. A quel tempo era ancora relativamente facile per una ragazza, sia pure appunto di talento certo non eccelso ma con grande capacità di lavoro, di inserirsi in una "macchina produttiva" (agenzie pubblicitarie, editori, case di produzione video, ecc.) ancora viva e fin troppo opulenta. Oggi tutto questo mondo è in gran parte finito, morto, e un azzardo come il mio sarebbe del tutto irrealizzabile.

Ecco, in questa breve collana che inizio oggi a pubblicare, dieci componimenti tutti diversi formalmente tra loro, in gran parte in versi liberi e sciolti, ho raccolto una serie di impressioni, tutte legate a quella mia piccola personale migrazione, certo non drammatica e atroce come quelle cui assistiamo in questi anni, ma comunque densa di implicazioni profonde, di profondi rivolgimenti della mia vita. Se fossi rimasta nella mia (amata e rimpianta) città, ora io non sarei quella che sono, sarei un'altra persona, e certo se ora incontrassi per caso quella me stessa di certo non la riconoscerei.
Sono tutti componimenti legati da un filo sottile, come fotografie sparse uscite da una scatola dimenticata in fondo a un cassetto, impressioni, pensieri, raccolti e annotati senza un ordine preciso.

Per questa sua casualità e libertà istantanea, e le stesure a tinte primarie, ho intitolato la raccolta "Graffiti Urbani".

Amiche dilette, amici, vi lascio alla lettura, se vorrete, con amore.

M.P.







Graffiti urbani



1

Questa città s'apre al viaggiatore
come una pietraia, grigia, color
calce, ceneri e liquami, e un'aria
di vapore fosco, una cataratta

spaccata: nulla d'umano l'accoglie
di là dalla lastra del finestrino,
scomparto dodici, classe seconda,
non fumatori, macchie sul sedile.

Fili e metalli intrecciano una tela
di legami ai pensieri, mentre il treno
sobbalza sugli scambi e si fa strada
tra le pensiline irte di figure disperse.

Giungervi è disumano, rimanere
anzichè fuggire è imperdonabile,
ritornarvi non costretti è del tutto
insano: eppure fu che vi rimasi.


Marianna Piani
Milano, Marzo 2017
.

domenica 9 luglio 2017

La finestra



Amiche care, amici,
lo sprazzo di un ricordo, un viaggio, una stanza, la città dove ero nata, il tramonto che si fa sera, poi presto la notte, pensieri dolci, poi oscuri, poi ancora dolci, timori confusi dal sonno, e infine il richiamo alla vita, e il sogno che vi si confonde.

Per voi, amiche dilette e amici, che mi leggete con fiducia, con tutto il mio amore

M.P.





La finestra


Oggi dalla finestra
della mia casa natale ho guardato
il sole morire in un tripudio furente
di rovente rubino aranciato.

Tu giacevi dormiente,
stremata dal viaggio, sopra il mio letto;
potevo sentire il tuo fiato
lento e quieto e appena un poco affannato.

Intanto che l'astro incandescente
s'immergeva sfrigolando nel mare,
strisce di nubi a pennellate dense
assediavano un cielo impaziente.

Io mi perdevo a indovinare
i tuoi pensieri, celati nel fondo
di occhi chiusi da palpebre abbassate
come sipari tra te e il resto del mondo.

Ma in fondo, riflettevo, in quel momento
tu non pensavi a me, non mi sognavi
come io invece sognavo di te, vegliando,
e trepidavo ch'eri via da me.

E forse, che strano, ora ero anch'io
perduta nel mare della mia infanzia,
ora che anche il sole di questa stanza
mi abbandonava e andava a morire.

Breve fu il tempo trascorso
prima che tu ti destassi un momento
e mi chiamassi: "vieni - qui da me"
interrompendo il mio viaggio a ritroso.

La stanza, che per un momento
fu vuota di noi, d'incanto
s'empì del nostro fulgore,
del nostro mutuo calore.

Alla finestra, il sole era ormai spento.




Marianna Piani
Milano, Febbraio 2017

martedì 4 luglio 2017

Odio cieco


Amiche care, amici,

quando accadono certe cose, quando inaspettatamente la violenza e l'odio ci trovano sulla loro strada e si abbattono all'improvviso su di noi, non si ha tempo di avere paura, nemmeno di reagire, solo di lasciare che la vita abbia il suo corso e che quegli istanti si marchino a fuoco nella nostra memoria e nella nostra anima.
Anche una violenza fortunatamente senza conseguenze, come questa che traggo dal profondo della mia storia di donna, repentina e subito finita, lascia tracce indelebili, e ci lascia diverse da come eravamo prima che accadesse.
Sta solo a noi, in questo noi donne siamo sempre lasciate del tutto sole, sta solo a noi e alla nostra forza d'animo - quando non ci sono ovviamente altre risultanze, anche fisiche, più gravi - di attraversare questa esperienza e di riuscire a mutarla in una crescita, di consapevolezza, di orgoglio, di volontà.

La violenza contro le donne ha questo di inconfondibile: non avviene mai e non si esaurisce mai nell'istante, nell'atto. Coinvolge l'intero nostro essere, la nostra dignità, e le nostre emozioni.

Un abbraccio, amiche dilette e amici, con amore.

M.P.





Odio cieco


      Uomo che d'odio ti accechi,
tu che quel lontano mattino
mi aggredisti alle spalle
con un duro spintone, e poi
mi abbattesti con un ceffone
che mi fischiò nelle orecchie
per ore, e sibilasti lesbica,
lercia puttana di merda!

      Tu che ti credi potente
e non sei che il niente d'un niente!
Tu che mi fissasti torvo
senza emozione da occhi
vuoti come già morti,
tu che sei morto nel cuore
prima che in corpo: tu mi rivelasti,
proprio tu, la chiave del mio riscatto.



Marianna Piani
Milano, 19 Febbraio 2017
.

mercoledì 28 giugno 2017

L'imbarco


Amiche care, amici,

l'eterna metafora del viaggio - e per me in particolare, per origine e cultura atavica, del viaggio per mare, dove gli orizzonti si saldano al cielo, il futuro al passato, le correnti che ci trascinano a ciò che ci spinge ad andare, la memoria alla speranza, e la disperazione alle illusioni.
Ma ciò che mi affascina e atterrisce di più non è tanto il viaggio in sé,: quanto è il momento della partenza. Il momento in cui ormai tutto è deciso, e tagliamo gli ormeggi che ancora ci legano a terraferma, alle nostre radici e alla nostra storia.
Questo è il momento più desiderato e più temuto, il più intenso e vissuto.
Ogni partenza è un po' come una morte, si dice, ed è vero. Perché non vi può essere rinascita senza prima morire almeno una volta. Perché soltanto da questo morire e rinascere possiamo essere artefici del nostro destino.

Per voi, amiche dilette e amici, con amore.

M.P.




 

L'imbarco


Quando fu l'ora d'imbarco sentii
un'alta voce chiamare il mio nome,
da un navigante - il mozzo alla fune,
o forse il capitano: com'è strano,

mi dissi, come poteva costui
sapere il mio nome? Ma nel contempo
un immenso gabbiano sfiorò il ponte
di prora, indifferente a ogni umano.

Strillarono ragazze intimorite
da tribordo, e il nobile animale
mosse lento l'ali e impennò il suo volo
con un sussiego da ultimo sovrano.

Io non temevo alcuna bestia, e meno
che mai i gabbiani cui invidiavo il volo
libero, senza meta e scopo alcuno,
e tutto l'oceano ch'è nei loro occhi.

In quel momento udii l'imbarcazione
che sciabordava ansiosa lungo il molo
mentre sfilava cauta dagli ormeggi
e un urlìo di sirena empiva il porto.

Lo scafo ondeggiò con lenta indolenza,
come un cetaceo destato dal sonno,
appoggiò a dritta, e prese la sua via,
senza fretta, come fosse un destino.

Io guardavo oltre il vetro imperlato
di gocce frante da prora, i motori
parevano il lungo cupo grugnito
di qualche bizzarro mostro marino.

Il mio fiato s'addensava sul vetro
mentre pensavo alle tante partenze,
alle tante mete che mai raggiunsi,
ai tanti, troppi subìti naufragi.

Anche gli occhi si velarono mentre
la mente era percorsa dai rimpianti
abbandonati ormai in terraferma,
e io mi chiesi quando questo viaggio,

questo nebbioso viaggio senza meta,
avrebbe avuto mai fine.



Marianna Piani
Milano, 16 Febbraio 2017

.

mercoledì 21 giugno 2017

Più della mia vita




Amiche care, amici,

la persona che amo - come affermo qui "più della mia stessa vita" - è spesso lontana, per lavoro, per il corso della vita di due anime che si sono scelte pur vivendo in due paesi lontani tra loro. Per questo spesso la solitudine, intesa come mancanza, bisogno fisico della sue presenza, del contatto del suo corpo, della sua voce che mi racconta di sé mentre stiamo abbracciate, a lungo, prima di assopirci assieme, è sovente la mia compagna, al posto suo.
In realtà non temo la solitudine in sé, ma l'amore trasforma l'assenza in un dolore acuto, un senso di soffocamento, di bisogno d'ossigeno.
Devo dire che non ho mai condiviso la mia passione di scrittura con lei, non so nemmeno esattamente perché, forse perché temo che si annoi, dato che più volte mi ha espresso il suo scarso interesse in generale per la poesia. Probabilmente la sua Musa, la Musica, è gelosa e non la lascia frequentare volentieri le altre sue colleghe, la vuole per sé in esclusiva. Ad ogni modo, non le ho mai inviato, mostrato o letto i miei testi.
Questo che segue avrebbe dovuto essere una eccezione: lo avevo stilato di getto, anzi quasi d'impeto, in una notte in cui la sua mancanza era divenuta insostenibile. Avevo sognato di lei e con il realismo sconcertante che hanno certi sogni legati ai nostri più vivi desideri, e mi ero svegliata agitata e fremente.
Stavo per copiare il testo e inviarlo via mail, ma poi, aocnra una volta, qualcosa mi trattenne, e non lo feci.
Le telefonai, invece, anche se era piena notte…

Vi lascio alla lettura, amiche dilette, amici, come di consueto, anzi, di più, con amore.
M.P.

(PS: Ora lei è qui, rimarrà tutta la settimana con me, è l'alba e dorme serena nella stanza accanto; è bellissima. Non sa che sto scrivendo di lei...)




Più della mia vita


Le stelle han fatto corona
alla mia fronte, mentre
il cielo sgombro attorno a me
s'apriva in un abbraccio.

Vagavo — sola — nella piazza
vuota; in fondo, oltre i ritti
piloni delle bandiere, spogli,
mormorava un mare amaro.

Alito di brezza empiva salmastra
una vela che tardava alla deriva,
e quel mare conteneva in sé
già la notte e il suo lamento.

Io in quel momento
respiravo unicamente
perché dovevo, e intanto
ti pensavo a me accanto, così

pur se non c'eri ti vedevo
al fianco del mio riflesso
nelle onde tremule
che abbracciavano la sponda.

Mi dicevo che non t'avrei
mai lasciata, ora che t'avevo,
sebbene ecco che tu non eri
allora che nei miei pensieri.

I miei pensieri seguivano verso
occidente il corso delle correnti
e gl'impetuosi venti che spingevano
alla deriva la mia mente scossa

come un natante erratico divelto
del suo timone. Vanamente
il suo nocchiero interrogava l'ago
dello strumento e gli astri muti.

Per l'intera vita, e oltre ancora
t'avrei cercata, fuori ogni rotta,
poiché tu eri, e sei, e sarai colei
che amo più della mia vita.



Marianna Piani
Trieste, Milano, 30 Gennaio 2017
.

sabato 17 giugno 2017

Vetrine




Kees Van Dongen





Amiche care, amici,

Mi permettete un piccolo autoritratto?
Con un po' di civetteria, come s'addice a una signora.
E con la leggerezza di una canzonetta, in versi sciolti.

Eccolo dunque, per voi, con amore

M.P.




Vetrine


Rammento quando passando lanciavo
uno sguardo fugace alle vetrine,
o uno più prolungato allo specchio
del guardaroba prima di uscire
per aggiustare l'orlo della gonna,
o l'onda dei capelli studiatamente
sciolti sulle spalle, il nero sul bianco.

A volte allora mi sentivo a disagio,
e distoglievo subito lo sguardo
come se quel corpo minuto di donna
non mi appartenesse affatto. A volte
sentivo invece in me fiorire tutta
la giovane bellezza; e in quell'incertezza
tra la luce e l'ombra - io soggiornavo.

Mi atterriva quasi la perfezione
del seno piccino, che palpitava
candore da sotto la seta bianca,
l'innocenza delle mie spalle nude,
la molle curva dei fianchi che
inequivocabilmente diceva
tutto il mio essere femmina al mondo.




Marianna Piani
Milano, Gennaio 2017
.

mercoledì 14 giugno 2017

Scimmiotto blu pervinca



Amiche care, amici,

da innamorate, noi donne, indipendentemente dall'età siamo sempre bambine.
L'amore consumato è solo una piccola parte - importante ma non esclusiva - di un rapporto importante, il resto è passione e vita assieme. E in questo, lo scambiarci dei doni diventa un linguaggio amoroso che si aggiunge ad altre espressioni, verbali o corporee.
E non si creda che il dono debba essere prezioso in sé, un gioiello, un abito emozionante, no:
anzi, i doni più amati sono i più semplici, i più "poveri", ma ricchi della propria anima, della propria sensibilità.
Questa che segue è la storia del piccolo dono - infantile - che siglò l'unione con la persona che amo.
Un peluche dall'aria un po' stupita, che rimane con me sempre, anche e soprattutto quando essa si allontana da me, a volte per lunghi periodi.
È in lui che sento pulsare il suo affetto, è da lui che sento venire il suo profumo, le tracce del contatto con le sue mani…

A voi, amiche dilette e amici, come sempre e più che mai
con amore.

M.P.




Scimmiotto blu pervinca



È quasi notte, la città è celata
dietro le cortine bianche
che m'hai donato, dietro
una foschia diffusa, muta.

Ho indossato la vestina chiara
che so che ami, lieve,
profumata sulla pelle
come un petalo di neve.

Ho mondato il mio viso
d'ogni tinta, d'ogni trucco,
perché so quanto tu mi voglia
spoglia d'ogni finzione, nonché

d'ogni affanno, di ogni pudore.
Ho raccolto i miei capelli
scuri come è scura questa notte
senza luna, con un nastrino rosso.

Questo, io ti conosco, ai tuoi occhi
fa di me ancora la ragazza
che tu ami ritrovare: questa coda
sulla nuca da puledra pazza.

T'ho atteso accoccolata come una gattta
sulla sedia da te più amata,
osservando dai vetri giù la via
quietamente imbambolata.

Ho camminato ansiosamente
dalla cucina al lettino della stanza,
a piedi nudi, assaporando
il gelido marmoreo distacco

del pavimento piastrellato. E ho stretto
al mio petto il tenero scimmiotto
blu pervinca che mi hai lasciato
a starmi accanto. E l'ho baciato!

Ho lasciato che il tempo percuotesse
il mio cuore in pena a ogni tocco,
trasalivo a ogni rombo di motore
proveniente dalla strada,

a ogni svelto scalpitìo di tacco
sul selciato, a ogni porta d'ascensore
che s'apriva al mio piano, a ogni
voce di ragazza, sia pur lontano.

Riverrai, presto, tra le mie braccia.
Ma intanto questa attesa, scampolo
di vita sospesa in uno spazio vuoto,
mi consuma come un fiume in piena

che erode in sabbia ogni roccia.


Marianna Piani
Milano, 23 Gennaio 2017

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sabato 10 giugno 2017

A una scomparsa



Amiche care, amici,

ho esitato a lungo, molto a lungo prima di pubblicare o no questa poesiola, tenue traccia del dolore per la scomparsa, avvenuta nell'Agosto dello scorso anno, di una persona da me amatissima, a cui ero (e rimango - oltre la morte) legatissima.
Mi sembrava una cosa così intima e così confusa al mio sangue, alle mie viscere, e così indicibile il dolore e lo smarrimento, che metterlo "in piazza" pubblicando questi pochi versi (che sono gli unici che sono riuscita ad esprimere direttamente su questo evento) mi pareva un sacrilegio, una mancanza di rispetto nei confronti della persona in questione, e per me personalmente un torturare i margini di una ferita profonda ancora aperta.
Alla fine però ho pensato che l'artista non può sottrarsi alla propria vocazione, nemmeno se oppresso, annichilito da dolore, e ho pensato all'espressione di un dolore simile, straziante e totalizzante, da parte di un grande in assoluto come Giuseppe Ungaretti che ha generato un capolavoro come la sua raccolta intitolata proprio "Il Dolore".

Queste poche, povere parole siano dunque un omaggio, espresso al mondo, per una persona straordinaria, unica, adorata.

. . .


Come ho scritto in altre occasioni, la Poesia, scrivere versi, non è per nulla un linimento, una medicina. Non guarisce, e nemmeno lenisce, angoscia, dolore, crollo di fede.
Invece è una necessità, come il respirare, anche se non vorremmo e preferiremmo morire, ci tiene in vita. Questo ò tutto.

Vi lascio alla lettura, con amore
e un rinnovato immenso senso di vuoto.

M.P.






A una scomparsa


L'esile, piccola, fragile barca,
slacciata ormai dall'ormeggio
va libera alla deriva, in mare aperto.

Tanto fu il dolore, e tanto l'affanno
nel contrasto impari con la tempesta,
che pur non bastò a disalberarla.

Il legame, logoro di salso, sangue
e tempo impastato d'alghe, pur tenace,
giunse al momento di disfarsi.

Da quell'istante, fu libera la chiglia
da ogni vincolo e ogni guida,
libera di cogliere la corrente.

La meta non ebbe più alcun senso,
né l'ebbe il tempo che ogni cosa doma,
né l'infinito, né l'eterno l'ebbe.

Tutto si spense, tranne la memoria
impressa nell'amore dato immenso
e in quello avuto: tutto il resto è nulla.



Marianna Piani
Trieste, Agosto 2016

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