«La Poesia è Scienza, la Scienza è Poesia»

«Beauty is truth. truth beauty,- that is all
Ye know on earth, and all ye need to know.» (John Keats)

«Darkness cannot drive out darkness; only light can do that. Hate cannot drive out hate; only love can do that.» (Martin Luther King)

«Não sou nada. / Nunca sarei nada. / Não posso querer ser nada./ À parte isso, tenho em mim todos los sonhos do mundo» (Álvaro De Campo)

«A good poem is a contribution to reality. The world is never the same once a good poem has been added to it. A good poem helps to change the shape of the universe, helps to extend everyone's knowledge of himself and the world around him.» (Dylan Thomas)

«Ciò che premeva e che imparavo, è che in ogni caso non ci potesse mai essere poesia senza miracolo.» (Giuseppe Ungaretti)

domenica 27 gennaio 2019

Giornata Della Memoria, 2019




Giornata Della Memoria - 2019






Amiche care, amici,

oggi, mentre si ravviva il braciere della Memoria, la Poesia tace, annichilita:

nulla al mondo, e quindi neppure la poesia, anche quella più grande e insostituibile, potrà mai essere adeguata a commentare, a rappresentare una tragedia immane e immonda quale fu la Shoah.
Ogni parola è inadeguata, l'arte è accecata, il pensiero si arrende, ammutolisce, la Ragione stessa arretra sconvolta di fronte alla Follia Assoluta.
Solo la Testimonianza può avere il coraggio di prendere la parola.

E intanto la testimonianza diretta sta lentamente ma inesorabilmente abandonandoci, lasciandoci nudi, indifesi e soli di fronte alla Storia. Presto, troppo presto purtroppo, anche gli ultimi testimoni diretti ci lasceranno. Quelli che ancora ci rimangono, pur carichi di anni e di dolore, ancora sentono come un dovere indifferibile quello di continuare a raccontare, a scrivere, a portare al mondo, a tutti noi la loro testimonianza. Di questo dobbiamo essergli infinitamente grati, per la loro forza, il loro coraggio, la loro formidabile resistenza.
E infatti siamo tutti atterriti al pensiero che presto queste persone non ci saranno più, accanto a noi. Resteranno certo i segni del loro operato, gli scritti, i documenti, le immagini. Ma loro, le persone, saranno altrove, ognuno nel luogo che la sua fede avrà eletto a suo ultimo approdo, e riposo.
Perciò tutto il peso della testimonianza rimarrà interamente nelle nostre mani, e interamente nostra sarà presto la responsabilità di tenere viva la fiamma della memoria, per tenere lontane le tenebre dell'odio, della paura, dell'ignoranza, della bestialità.
Non avremo più alibi, saremo come ragazzini cui mancano di colpo i genitori, che devono provvedere improvvisamente alla propria sopravvivenza. Tutto dipenderà da quanto salda sarà la NOSTRA coscienza, e solo su di essa si baserà la speranza che quanto è accaduto non debba MAI PIÙ ripetersi.


Pensiamoci: è una resposabilità immensa, su cui dobbiamo vigilare, da cui non dobbiamo flettere nemmeno per un istante. Perché la Storia - i nostri testimoni - ci hanno insegnato che il Mostro non si presenta tutto in un tratto come tale, ma che inizia con subdola intelligenza criminale ad insinuarsi nelle pieghe, nei recessi degli animi, intossicandoli, si manifesta inizialmente in piccoli dettagli, cose che sembrano trascurabili, e gradualmente, passo per passo, fa filtrare narrazioni e pensieri e azioni che istintivamente rifiutiamo di credere possibili o reali, di cui non riusciamo a valutare la pericolosità, anche per il semplice fatto che non riusciamo a riconoscere il Male camuffato nella sua goffa, a volte ridicola Banalità; e non riusciamo proprio a concepire come sia possibile che nostri simili possano davvero incarnarlo, esercitarlo, accettarlo. La nostra stessa fiducia nell'Uomo, la nostra umanità, paradossalmente, ci rende più vulnerabili perché non riusciamo a credere che certe cose siano possibili, oppure (vedi il dramma orribile dei Migranti in mare di questi giorni) pur vedendo l'atrocità daventi a noi non sappiamo riconoscerla, non sappiamo connetterla alle altre atrocità passate o presenti come un disegno unico di morte, non riusciamo a capire che ciò che sta accadendo a persone che sono lontane e diverse da noi, un giorno, in qualunque momento, una volta scatenato il Mostro, potrà riguardare direttamente anche ciascuno di noi.

Per questo, per questo incrocio di contingenze inquietanti e concretissime, proprio in questo 27 Gennaio dell'anno 2019, il Giorno della Memoria assume un significato diverso, se possibile perfino più forte e impositivo di quelli passati.

Un vento di Oblio, cavalcato da nuovi zombies usciti dal processo di putrefazione, e banali Lanzichenecchi del Male, sta attreversando l'Europa e quello che ancora possiamo chiamare il Mondo Libero.
Non a caso, secondo me, proprio ora che si sta indebolendo, come ho detto prima, la evidenza fisica delle Testimonianze Dirette, e siamo nel pieno di questo delicatissimo passaggio di consegne tra loro e noi, il Male ne ha approfittato per emergere dalle discariche della Storia e per sferrare un nuovo attacco in forze. In questo preciso momento si è creata una incrinatura nella nostra coscienza collettiva che ha indebolito, per così dire, le difese immunitarie della nostra Società, e il cancro sta tentando di insinuarcisi, con ogni mezzo, con quell'abilità sinistra che le forze del male hanno sempre mostrato nell'utilizzare le più avanzate conquiste tecniche della stesso tessuto sociale che mirano a infettare e distruggere. Questo cancro sta penetrando fino dentro le nostre vite, nelle nostre dirette conoscenze e famiglie, dividendo persone, spezzando affetti, ed è in una fase di pericolosissima espansione. Questo cancro ha un nome preciso, non voglio rimanere nel vago della metafora, si chiama nazionalismo populista (sebbene ora si presenti con molteplici falsi nomi, come "sovranismo", "leghismo", "negazionismo", ecc.), e quando avrà metastatizzato l'organismo della democrazia, allora sarà troppo tardi, e potrebbe allora (con altri modi, tempi, nomi, perché la Storia si ricicla, ma non si ripete mai uguale) scatenarsi la tragedia. Perché le tragedie epocali sono i "meccanismi automatici" di autodifesa con cui le società cercano di evitare l'estinzione. Naturalmente a costi altissimi, inimmaginabili, se non a cose finite, come sappiamo bene appunto dalla Storia.

Per questo, in questo anno particolare, in questo luogo che io riservo alla mia piccola modesta riflessione poetica, sento di dover lascare spazio al silenzio (non saprei proprio, oggi, come fare a proporre uno dei miei piccoli componimenti sulla bellezza e l'amore), e limitarmi alla testimonianza.

Perché di questo dobbiamo renderci conto, e sarà sempre più così: la testimonianza non è solo quella diretta, del martire, del sopravvissuto, di colui che l'inferno lo ha attaversato personalmente e fisicamente. È anche quella che ognuno di noi può dare, mantenendo saldi i nostri valori, agendo nella realtà coerentemente ad essi, resistendo e combattendo con la persuasione e se necessario con il rigore inflessibile della ragione contro e idee maligne e i loro profeti. Combattendo la paura, l'odio, l'ignoranza, il razzismo, con le armi più efficaci che abbiamo: la conoscenza, la cultura, la bellezza, l'amore.


Già, l'amore:
Io concludo sempre questi miei interventi con un saluto a tutte voi e tutti voi, che avete la bontà di "seguirmi" su queste paginette, con un augurio d'amore.
Perché, per quanto possa sembrare banale, solo l'amore può vincere l'odio.
E se il male e banale, il bene è complesso, difficile, impegnativo, spesso ingrato, doloroso.
Eppure, poiché la nostra stessa condizione umana è fondata su un atto d'amore primario, l'amore, sempre e comunque, vincerà sull'odio. Questo è inevitabile.
Così come la Ragione vincerà sempre, prima o poi, sulla barbarie, poiché è questa la linea e la direzione da almeno tre milioni di anni (Homo Abilis) della evoluzione della nostra Specie.

Con amore

Marianna Piani
Kilkenny, Irlanda, 27 Gennaio 2019



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sabato 19 gennaio 2019

Incontrandoti, al mio arrivo



Amiche care, amici,
dunque quasi un anno è passato. Non un anno ancora, certo, ma quasi. E, come capita spesso in questi casi, pare ieri.

Oppure, a volte, mi pare un passato così remoto da non riconoscerlo più parte del mio stesso vissuto, ma ormai storia.
Arrivai all’aeroporto in mattinata, stanca, piuttosto disorientata, lei mi attendeva. Non parlammo molto lì, solo un lungo abbraccio all’arrivo, e un bacio, lunghissimo quanto a lungo atteso, poi con la sua macchina fino alla meta finale. In macchina parlai, sì, certo, ma non ricordo di cosa. So che come al solito parlai io, tanto, mentre lei guidava in silenzio, com’era il suo uso, rispondendo più coi suoi sguardi verdi, intensi come quelli di una gatta, che a parole.
All’arrivo – nevicava – ci fermammo brevemente in un caffè, prima di salire a casa, per ristorarci (il viaggio dall’aeroporto è di due ore abbondanti). Nevicava. Mi disse che era raro che accadesse, in Irlanda, e che quindi la neve era venuta per festeggiare il mio arrivo, proprio così.
Solo allora, credo, realizzai che davvero la mia vita aveva preso una nuova strada. Milano, la mia Milano in cui avevo vissuto tanti anni, era lontana, ma non solo nello spazio, anche nel tempo, sebbene fossero passate solo poche ore.
Naturalmente avevo portato poche cose con me, quel poco consentito dalla Compagnia Aerea. I nostri due gatti sarebbero arrivati il mese dopo, con un viaggio apposta, peraltro difficilissimo da organizzare e molto costoso. Il resto, l’essenziale, lo avevo stipato e spedito in una dozzina di casse, che sarebbero arrivate nel giro di una settimana. Pensavo ai miei libri, in gran parte li avevo dovuti lasciare a Milano, erano davvero troppi per pensare a un trasferimento completo. Avevo dovuto selezionare quelli per me irrinunciabili. Gli altri, assieme a molti oggetti e mobili, sono rimasti nella mia casa di Milano, che abbiamo tenuto, per vari motivi, e che comunque tutt’ora non abbiamo ancora deciso se tenerla così, venderla oppure affittarla.
Ma questi sono dettagli e pensieri per il futuro: in quel momento ciò che contava era che ce l’avevamo fatta, che il nostro progetto, a lungo meditato, su cui avevamo tanto lavorato, si era realizzato, finalmente.
E di questo parlammo, quel pomeriggio, in quel baretto accogliente e caldo, mentre fuori cadeva silenziosamente una neve rara che ci pareva festante tutta per noi.

E di questo momento parla la lirica che pubblico qui, che è la prima cosetta che scrissi quassù, pochi giorni dopo il mio arrivo.
Parla di paura, e di fiducia, i sentimenti primari che chiunque sia migrante prova, anche un migrante enormemente privilegiato come sono io. Paura e fiducia, progetto e realizzazione, passato e futuro, commozione e disorientamento, ma nessun rimpianto.

Con amore
M.P.





Incontrandoti,
al mio arrivo


Pomeriggio, ore tre.
Amica mia, ora
siediti accanto a me,
parliamo, tesoro...

Così, vicine, mano
nella mano, soffiando
sul tè scuro bollente
di quando in quando:
parliamo, contente.

Di te, di me, del nostro
sogno ostinato; perché,
perché temere alcunché
se ora siamo così
vicine – e ci sfioriamo?

Non ci potranno mai più
fare del male, a gesti
o a parole o coi pensieri.
Saremo oggi più di ieri
forti, più forti che mai.

Tu ed io vicine,

qua in cima lontano:
te lo dissi, infine,

quanto ti amo?


Marianna Piani
Kilkenny, 5 marzo 2018


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domenica 13 gennaio 2019

Andare


Amiche care, amici,
poco prima di partire per il piccolo esilio dorato nel mio “nuovo mondo”, in terra d’Irlanda, scrissi questi pochi versi, due liriche, anzi una lirica e un frammento, che così sono proprio le ultime da me scritte in Italia. Un dettaglio che per il lettore ha poca rilevanza, ma lo ha ovviamente per me.

La prima è soltanto un frammento, solo due versi, semplici semplici, un endecasillabo e un settenario
La sintesi ungarettiana non è certo usuale nel mio "repertorio" lirico, né la bella sintesi è il mio forte in scrittura, ma questa volta dopo quelle poche parole proprio non sono riuscita ad aggiungere altro. Il tema, autoreferenziale (la “Poesia”), è di quelli che occupano nella Storia corposi trattati, e studi, e analisi infinite. Per questo credo che l’unico, onesto modo per me di parlarne, e per cercare di esprimerne per me l’importanza, sia di affidarsi all’intuizione, e a ciò che rappresenta lo strumento espressivo primario della poesia, la concentrazione. Quella che ho chiamato, in altri miei interventi su queste pagine, la densità.

Il secondo componimento, con un respiro per me più usuale, cerca di esprimere il senso della mia imminente partenza, che tra tutte le partenze e gli arrivi della mia vita, rappresentava allora qualcosa assolutamente al di fuori dell’usuale, una vera e radicale discontinuità di ciò che allora era ancora il mio presente, e un balzo verso un futuro ancora oscuro, ma già pensato come definitivo. E tutto ciò che in quel momento sentivo come esigenza preminente, era l’atto stesso del partire: più ancora che il senso del “movimento”, del “viaggio verso” sentivo in quel momento l’urgenza e la perentorietà di quel “andare”. Andare, non “partire”, l’atto tutto spirituale di questo “muoversi verso” contro l’atto meramente fisico del “viaggio”. Movimento come mutazione anziché  semplice spostamento: lo “spostamento” è un moto fisico, lineare, di un corpo nello spazio e lungo un vettore preciso. Mentre “mutazione” è il movimento in coordinate di spazio e tempo, strettamente connesse, e senza una direzione necessariamente precisa, e meno ancora predefinita.

Anche per questo mi è sembrato naturale che il titolo (una parte della struttura di senso di un componimento che io non trascuro quasi mai) si inglobasse in certo modo nel corpo stesso – significante – del testo.

Le presento assieme, queste due liriche così diverse, quasi antitetiche, non solo perché scritte in immediata sequenza temporale, e non soltanto per la brevità della prima, ma perché questa, in qualche modo, è la premessa necessaria della seconda. Sono vincolate tra loro in modo sottile e misterioso, e quindi mi sento di doverle pubblicare insieme, con una numerazione che ancor più le lega in un discorso unitario.

Vi lascio alla lettura, amiche e amici, con gratitudine, sempre, per la vostra presenza, e con amore.

M.P.




1


Poesia



Svagàti versi, per persi pensieri,

 

e daccapo, ripresi.






2


Andare


amica mia, per le vie affollate
rumorose e cieche della città
malata, della città genuflessa
che accoglie e ripudia
in un solo gesto magnanimo
e insieme infame, che include
e rigetta tra i liquami la stessa
propria Storia; che non sa più pregare.

Andare, passo per passo, perdute
nel vuoto del nostro pensiero,
lasciare che siano gli istinti
a dettare le svolte, le rincorse,
le fughe, gli sbandamenti, e le cadute:
così non dovremo biasimare
per nulla più la nostra viltà:
tutto sarà alla fine spiegato.

Andare a cercare le luci
per non svagare, per il terrore
che ci impone la tenebra
quando ci avvolge di confortevole
ambascia, e per la luce offesa
che ci rivela la via percorsa
e quella che ancora ci resta
da fare, arrancando, esauste.

Andare: riconoscere in questo tempo
ormai avaro, oramai inumano,
ormai del tutto sottratto di senso
e di direzione, andare, e riconoscere
le tracce del nostro passato,
sconcertate. Non possiamo più
indugiare, ogni minuto trascorso
non è più ciò che per noi fu,
in passato, quel minuto: un passo
ancora verso il futuro: ora è solo
tempo perduto, e dimenticato.

Per questo, amica mia,
potrei andare, così, anche con te,
procedendo all'infinito, illusa,
come fosse un'orbita finita
a chiudere l'ellittica della vita,
ritrovando il senso primordiale
dell'infanzia che ebbi libera,
e ribelle, e sana: colà
dove tutto di me ebbe inizio.

Che fu principio; e subito la fine.



Marianna Piani
Milano, 20 Febbraio 2018


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domenica 6 gennaio 2019

Come una profezia




Amiche care, amici,

buon inizio anno, innanzi tutto, a tutte e a tutti coloro che hanno la ventura di passare, anche solo per una veloce occhiata, tra queste pagine.
Ho già espresso ciò che più mi angustia, in questo periodo, e ciò che in un modo o nell’altro mi spinge ancora a scrivere, qui e altrove, nonostante tutto, nonostante l’impegno e a volte la disperazione che questo comporta.

Vorrei aggiungere che il “lavoro” della scrittura per me si svolge prevalentemente – se non esclusivamente – di notte, non prima delle 23, più spesso dopo le 24, e si protrae nelle ore “piccole”, a volte fin dopo le tre o quattro del mattino.
Questo non soltanto perché il resto della giornata è occupata dalla attività che mi dà da vivere (e io lavoro da freelance, quindi senza orari e compresi i sabati e le feste comandate), e nemmeno per la forza di una abitudine che risale ancora ai tempi dell’adolescenza, ma piuttosto perché quelle sono le ore in cui posso avere un rapporto più diretto e concentrato sui pensieri e sulle parole che sento la necessità di esprimere. Se l’architettura si avvale di pietre e mattoni, la musica di strumenti e suoni, la pittura di forme e colori, la scrittura ha la sua materia prima nella parola. E non solo nel significato di essa, e nel rapporto che essa ha con le altre parole per organizzare un discorso, una narrazione, o una narrazione; ma anche, forse addirittura prevalentemente nel caso della poesia, nella sua forma più materiale, visibile, di forma, suono, accento, fino all’intreccio visivo dei caratteri tipografici che la compongono.
Per raggiungere questa profondità di indagine, almeno per me le ore notturne sono da sempre l’ambiente ideale, in ogni caso l’unico che può darmi la necessaria concentrazione, la solitudine, il silenzio – anche mentale.

Naturalmente so che si tratta di una cosa del tutto personale: ogni scrittore, grande, meno grande o infimo, intrattiene un suo approccio “privato” e unico con la scrittura. Non ci sono formule o ricette, per quanto si sforzino le scuole di scrittura creativa. Esistono sono scrittori la cui chiarezza mentale è così solida e sicura da poter essere tradotta nella scrittura anche in mezzo alla confusione, in mezzo a una folla, o in situazioni di stress che per me sarebbero insostenibili.
La mia capacità di concentrazione è invece decisamente fragile, insicura, evanescente, e quindi devo proteggerla da sovraesposizioni all’esterno se voglio cercare di coglierla viva.

Vi lascio alla lettura di questa riflessione, come sempre, se vorrete.
Con amore

M.P.





Come una profezia


A notte fonda mi vengono in visita
le parole, che non sono voci,
non son pensieri, né formule di
preghiera, né intenti precoci:
sono solo parole, in fila, con il lume
nelle mani, come una processione
di vergini la prima notte spose,
a voler scacciare il buio ansiose.

È il momento, non c'è chiasso
della folla, né fracasso di vetture
e furgoni, né scampanìo volgare
di telefoni cellulari.
Per questo vengono, una per una,
le parole, e s'affollano per uscire
allo scoperto, non più impaurite
dal clamore del mondo intorno.

(Tutto questo, solo questo,
è la poesia - come l'intendo io:
nulla che non sia già detto,
che viene in luce dalle tenebre
dell'oblio, che si svela
nuda parola per nuda parola
sola e trepida nella notte -
come una profezia.)



Marianna Piani
8 febbraio 2018

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