«La Poesia è Scienza, la Scienza è Poesia»

«Darkness cannot drive out darkness; only light can do that. Hate cannot drive out hate; only love can do that.» (Martin Luther King)

«Não sou nada. / Nunca sarei nada. / Não posso querer ser nada./ À parte isso, tenho em mim todos los sonhos do mundo» (Álvaro De Campo)

«A good poem is a contribution to reality. The world is never the same once a good poem has been added to it. A good poem helps to change the shape of the universe, helps to extend everyone's knowledge of himself and the world around him.» (Dylan Thomas)

«Ciò che premeva e che imparavo, è che in ogni caso non ci potesse mai essere poesia senza miracolo.» (Giuseppe Ungaretti)

sabato 28 febbraio 2015

Quelle scabre murate


Amiche care, amici

Un tempo ammiravo e invidiavo la Sintesi in scrittura, così come il brutto anatroccolo ammira e invidia le pompose papere bianche che si pavoneggiano per l'aria, esibendosi a tutti con il loro ineffabile piumaggio e il loro volo supponente e rumoroso.
Ora, maturando una mia ragione di stile e di pensiero, ho iniziato a rivalutare la mia scrittura fluente e a volte traboccante.
Ma perché mai dovrei limitarmi? Perché dovrei forzarmi a una "brevità" che non sento come mia, che non sento nella mia natura? Non è la scrittura espressione libera e propria? Perché dovrei sentirmi in colpa per esprimermi con un certo respiro, con una certa ampiezza di ritmo e di tempo?
D'accordo, la prolissità, la ripetitività, la sovrabbondanza, non sono certo vizi da coltivare, pena il far morire di noia i propri malcapitati lettori. Ma chi ha detto che la sintesi e la brevità siano in sé valori?
Certo alla lunga ho iniziato a trovare spocchiosi, modaioli e senza sostanza i troppi richiami alla "scrittura breve" che, complici i nuovi media come Twitter, stanno dilagando un po' ovunque, un po' troppo, un po' fastidiosi, spesso mediocrità coperta sotto un pastrano pseudoculturale.
Io credo che ci sia di certo del genio in un aforisma di due righe, in una strofa di quattro versi, quando sono riusciti, ma, appunto, occorre del genio. E il genio, mi si dice, è tale perché è raro, estremamente raro.

Invece della opposizione "brevità-lunghezza" io preferirei parlare della dicotomia "densità-rarefazione", qui sì il sotteso di valore è evidente. La scrittura deve essere non "brave", ma "densa" - intensa, concentrata, essenziale. Può essere "densa" una lirica di poche sillabe, come può essere denso un romanzo di ottocento pagine. Questo è un valore certo.
Al contrario, la rarefazione, di idee, di concetti, di pensiero, di sintassi, di prosodia, sono la "via facile" allo svuotamento della lingua, al suo imbarbarimento nella semplificazione e nella depauperazione.
Intendiamoci, non intendo con questo gratificarmi di una autovalutazione positiva d'ufficio alle mie composizioni "lunghe", il merito di un giudizio di valore non spetta a me, ma esclusivamente ed interamente al lettore. Voglio dire soltanto che non mi sento più "in colpa" come un tempo se la mia penna si concede una certa fluvialità di scrittura, altrimenti sarei una cattiva critica di me stessa. Perché ciò che conta non è la lunghezza, o la quantità in sé, ma la qualità. E se devo infliggere a un mio eventuale lettore un componimento di cento e più versi, occorre che ci lavori con centuplicato ardore, per fare sì che tutti questi versi, dal primo all'ultimo, siano essenziali, insostituibili.

Tutto questo preambolo per farmi "perdonare" da voi, amiche care e amici, questa canzone, beh, sì, relativamente lunga. Ma il soggetto era così ricco per me che proprio non potevo esimermi da trattarlo con una certa ampiezza, perché troppi i riferimenti, troppe le suggestioni, troppe le emozioni che da sempre mi suscita: ho avuto la fortuna di abitare a Venezia, nella Venezia un poco defilata dai percorsi turistici obbligati, per un periodo breve ma intenso, che non potrò ovviamente mai dimenticare.

E spero tanto che questa "pagina di diario" della memoria possa donare anche a voi qualche emozione, qualche immagine, qualche diletto.

Per voi, carissime amiche e amici, come sempre, comunque, con amore

M.P.









 Quelle scabre murate

 

Amara città, Venezia, per chi
nonostante tutto l'ama, nonostante
i muri erosi dalle visioni
di milioni di pellegrini, illusi
di rivivere il loro sogno, bramosi
di respirare nell'umido diffuso
una gloria che si sbriciola
al contatto, e sfarina in nulla.

Non v'è luogo, ormai,
che non sia calpestato da milioni
di viandanti, stupefatti, e smarriti,
o del tutto privi di coscienza
del motivo del loro peregrinare.
Non v'è calle, non v'è rio,
che non sia immerso,

come in una nebbia esiziale,
nel campo visivo di milioni di occhi,
nell'ombra di milioni di orbite
vuote, come bocche affamate
di Storia e Bellezza,
così avidamente cercate
in un mondo che ne è così deprivato.

Lo sciabordio notturno
nel silenzio che regna a tratti
tra campi e vicoli nascosti
è il sinistro gorgoglìo profondo
d'un organismo che esala
l'ultimo respiro, non il canto
che i due amanti sull'arco
del piccolo ponte, avvinghiati,
s'illudono d'udire.
E il loro bacio, lungo, abissale,
si espande lungo il canale
come l'ombra della basilica accanto
chiusa al culto, dalle bifore murate,
eppure tutt'ora in sé solenne.

La gloria, e il fasto, e l'Arte
non sono più di questi luoghi,
non lo sono da quando
la vita ha cessato di frequentarli.
Il vero retaggio
è celato, invisibile, insospettato,
occorre cercare, dirigendo lo sguardo
dove nessun altro si sofferma
a osservare, occorre vedere
oltre il manto sdrucito della Storia,
oltre la smodata ricchezza
consumata dall'erosione di una
millenaria esposizione
allo stupore profano del mondo.

Sono le scabre murate
degli antichi palazzi, battute
dalle onde di milioni
di imbarcazioni, per millenni
di rotte tracciate, e percorse.
Sono i mattoni e le pietre
ai piedi delle basiliche eterne
corrotti nei secoli dall'amaro
del salso e delle antiche disfatte.
Sono la segreta misteriosa selva
di tronchi sommersi, a migliaia,
migliaia di torsi d'Atlante
anneriti da immemorabile tempo,
che reggono il peso, da soli,
di quell'immenso feretro
di pietra e di marmo.

Sono le finestre sbarrate,
come occhiaie cucite su orbite
vuote, a guardare senza espressione
che tradisca un dolore
il corso dei canali argentati,
un tempo fiumane di gloria,
ora sudari senza memoria.
Sono gli intonaci grigi
che sfarinano al tocco,
come cortecce di alberi morti,
Sono le voci e i richiami
ormai perduti per sempre,
all'orizzonte del mondo.

L'ultima voce che canta
dalle più appartate corti,
lontano dalle folle randagie,
lontano dai motori pulsanti,
è il battito discreto della marea
sotto le pance ricurve
delle chiglie lasciate a languire
vincolate alle cime che pendono
inerti dalle banchine
d'un approdo nascosto,
dietro un ponte o nel fondo
d'un fondaco dimenticato.

Appartata, anch'io ascolto
quest'ultima voce di mare,
quest'ultimo odore di laguna,
e penso al solitario gabbiano
che m'ha salutata, immobile
dalla cima della sua bitta,
come un guardiano
in livrea bianca, come
un malinconico spettro
proprio all'accesso
a questo spettrale palazzo.

E quando infine quel gabbiano
prenderà il volo, forse mosso
dal passaggio troppo da presso
di una lancia, o di un barcone,
muoverà con lente onde
le immense solenni ali,
ricordando al mondo e al cielo
il suo essere ancora sovrano
sopra questi mari.
Fastosi di troppa Storia.



Marianna Piani
Milano, 1 Ottobre 2014

mercoledì 25 febbraio 2015

Il ragazzo sul filo


Amiche care, amici,

questo è un concetto che da sempre mi ha accompagnata: il giocoliere, il funambolo, il trapezista sono artisti, così come un artista è funambolo, giocoliere, trapezista della propria arte.
L'arte circense, l'abilità meravigliosa di un grande acrobata, è la quintessenza "pura" dell'arte, di qualunque arte.  Ammiriamo un dipinto, un romanzo, un brano musicale per quanto ci comunicano in emozione e pensiero, ma lo ammiriamo anche per quella componente "virtuosa" che ne determina la bellezza, per quel senso di meraviglia nell'assistere a una performance al limite dell'abilità umana. Il volo leggero e potenzialmente mortale di un trapezista tra un bilanciere e l'altro è bello in sé, per l'eleganza, la leggerezza, la perfezione del gesto; ed emoziona, perché ci emoziona vedere un corpo sospeso nel nulla a quell'altezza, rischiare la propria incolumità per un motivo totalmente e unicamente estetico; infine, ci sorprende, ci meraviglia, per l'abilità che sfoggia, frutto sappiamo di anni e anni di esercizio, al limite e anche oltre delle capacità umane.
Allo stesso modo l'Opera d'arte, ci raggiunge e commuove con la sua bellezza, ci emoziona per la sua umanità,  e ci affascina per la maestria. Se eliminassimo la maestria, e la meraviglia che suscita in noi, anche la bellezza non ci toccherebbe, perché spogliata della sua eccezionalità.

In questa canzone, mi è piaciuto fondere le due figure, l'artista e l'acrobata, in una unica anima in volo, al culmine della parabola, quando l'unica essenza della vita si fonde con la sospensione del tempo e dello spazio, e nulla esiste più se non il gesto in sé, e la sua intrinseca bellezza.

Dedico questa composizione alla cara Rossella che, indirettamente, me la ispirò con una delle immagini della sua inesauribile collezione.
E la condivido con voi, amiche dilette e amici, come sempre, con amore.

M.P.




Il ragazzo sul filo


Controluce, l'ho visto, oscillare,
mentre un vento fresco che non sapeva
se essergli amico, oppure nemico,
si limitava per ora a giocare

e a zufolare un qualche motivetto
nei suoi bei capelli, ricci e neri
come il vello ribelle d'un capretto,
o la chioma di un ladruncolo gitano.

Soltanto il cielo lo sovrastava
di nubi grigie e sfrangiate e - sopra -
quella cerulea cupola violetta
di porcellana opalescente.

Sotto di lui s'apriva un abisso
ma ciò non gl'importava, poiché
la sua arte pura gli dava l'ali
e il cuore per rivaleggiar col sole.

Il filo teso d'acciaio legava
le sponde opposte di ieri e del domani,
di noto e ignoto, di disperazione
e fede, d'abbandono e di perdono.

Da quaggiù quel filo mi appariva
fine e lucente come un capello,
un lungo fragile capello biondo
del mio amato bene; e quella figura

sospesa alla propria arte in cielo
m'appariva come ciò che di più uguale
a un angelo poteva darsi
in questo mondo di sensi e carne.

Pensai dunque che sarebbe bastato
un singolo pensiero, o un soffio
appena più deciso di quel vento
per recidere il filo e spalancare

il precipizio. Ma il ragazzo bruno
non se ne curava, e s'involava
ormai lontano da ogni passato,
del tutto estraneo a qualunque futuro.

Appagato pienamente, e sazio
di quell'attimo di vita sospeso,
di quell'infinito libero spazio,
di quel vivere così senza peso.

Dietro e davanti a lui v'era la notte
qui ora sfolgorava il pieno giorno,
svaniva il confine tra vita e morte,
ogni singolo istante era un dono.

Io quaggiù osservavo, questo gioco
di elusione assurda dalla sorte,
e comprendevo ora poco a poco
come fosse a reggere quel volo solo

l'audace ala della giovinezza.



Marianna Piani
Nebbiuno, 20 Settembre 2014

Per Rossella, con amicizia, affetto, stima

sabato 21 febbraio 2015

E26 - Richtung Berlin



Amiche care, amici,

questo che segue è un ricordo del mio primo viaggio a Berlino, diversi anni fa, in compagnia di un'amica.
Scendevamo da Copenhagen, dove avevamo soggiornato per una settimana per seguire un corso di specializzazione, e ci avvicinavamo a Berlino da nord, in piena notte, dopo aver trasbordato dal traghetto a Rostock (se ricordo bene), seguendo la 19 e poi immettendoci (sempre in macchina) sulla E26, che alla fine mi pare immetteva sulla 10, ormai già nella cintura urbana.
Arrivavamo dunque in piena notte, attraversando chilometri e chilometri di Foresta, in perfetta solitudine (il traffico era quasi nullo in quelle ore), ed essendoci alternate alla guida, in quella parte del viaggio ero io al volante. Lascio il resto del racconto alla composizione, ma vi posso dire che non dimenticherò mai come - dopo ore di viaggio nell'oscurità quasi assoluta - fece presagire la sua presenza la città immensa, ancora qualche ora prima dell'arrivo vero e proprio, con questa luminescenza spettrale, all'orizzonte, data dal sommarsi di tutta la rete di illuminazione concentrata nella metropoli. Ne serbo ancora un ricordo vivo ed emozionante.

Per voi, amiche dilette e amici, questo piccolo diario di viaggio, come sempre, con amore

M.P.







E26 - Richtung Berlin


Così profonda e scura era la notte
mentre correvamo sull'autostrada
che disseziona la foresta,
rettilinea e tesa e lustra
come una spada d'asfalto grigio
e di squame di cemento.

Nemmeno i fari, puntati quasi
senza speranza nel nero nulla,
potevano nulla chiarire, tranne
una pezza in fuga di carreggiata
non più lunga d'un istante,
non più ampia della mia attesa.

Non una luce, non una presenza,
non un'altra vettura che ci incroci,
per lungo, lungo tempo, un tempo
smisurato, mi pareva, dilatato
dalla solitaria e densa bruma
della notte, in quei luoghi incontrastata.

Tu dormivi allora, al mio fianco,
forse già da qualche ora,
l'ultima tua voce che ricordo
fu il tuo sì a una mia domanda
che non comprendesti di certo a pieno,
e che forse nemmeno udisti.

Io dunque, accanto al tuo respiro,
ero sola, in compagnia soltanto
del mormorìo opaco del motore -
che sembrava volermi dir qualcosa
senza riuscirci - e dell'ipnotica danza
del nastro che si torceva sulla strada:

come una serpe giallastra,
fosforescente. Scure sfilavano le masse
degli abeti e delle querce,
ai due lati, compatte come muri
elevate fino a immergersi nel cielo
fondendosi con esso, nero dentro nero.

Sperduta, dopo lunghissimi minuti,
forse dopo ore, una vettura sfrecciava
sulla corsia opposta, ferendo
con una coppia di fari viola
come occhi agghiaccianti,
il miei sguardi, stanchi,

riflessi per il tempo d'un respiro
sul parabrezza, come uno spettro
fugace, vinto, e senza pace.
Veder così sé stessi, all'improvviso,
viso a viso contro l'ombra
della notte, è sconcertante.

La Natura, che ora assisteva
da lì fuori al mio viaggio, silenziosa,
mi aveva dotata di quelle forme,
quel naso regolare e dritto
tra due occhi davvero troppo grandi
per essere così ombrosi.

E mentre la mia mente si chiedeva
chi era la ragazza nel riflesso
che subito svaniva - e tu eri immersa

nelle onde della tua incoscienza,
quella stessa che m'aveva arresa -
all'improvviso un Dio mi apparve.

Nel lampo dei fari, per un istante,
per una frazione minima di vita,
gli occhi in fiamme d'un maestoso daino
immobile sulla banchina incolta
incontrarono i miei, faccia a faccia,
lasciandomi del tutto stupefatta

di quanto la natura di noi sappia
più di quanto noi stessi ci illudiamo,
confidiamo di sapere, e quanto di saggezza
e di sapienza possa essere racchiusa
in una singola pagliuzza della pupilla
della natura che, muta, osserva.

Osserva, imperturbata, la nostra tenera follia.

Così, svanì per sempre, dietro di noi, la fiera...
Ancora poco, e all'orizzonte
nell'oscurità assoluta, siderale,
si sarebbe profilata la cupola di luce
traslucente, accogliente come il seno

d'una vergine, suadente, prosperosa.
Era quella la Città, immensa,
che s'annunciava ai viaggiatori,
come il dorso immane, curvo ad arco,
d'un cetaceo che emerge, spaventoso,
da un oceano di tenebra, prima d'inabissarsi.

Trascinando noi per sempre nel suo gorgo.



Marianna Piani
Milano, 18 Settembre 2014

mercoledì 18 febbraio 2015

Quegli imperdonabili errori



Amiche care, amici,

una mia "poesia degli errori"… che io ora non farò l'errore di introdurre con una interpretazione personale, almeno dal punto di vista testuale.

È un problema che mi pongo, ve lo giuro, ogni volta che mi accingo a pubblicare una delle mie composizioni: la "presento", così come si fa nel presentare una figlia in società, cercando di dare delle indicazioni di lettura e di interpretazione,? Oppure la lascio da sola a conquistarsi una qualche comprensione tra i possibili lettori?
Di solito la mia stessa insicurezza mi spinge verso la prima soluzione, anche se certo dovrei accordare maggiore fiducia - e rispetto - nei confronti dei miei (pochissimi, ma tutti meravigliosi) lettori, e lasciarli liberi di trovare nelle mie parole un senso, se c'è, che possa avere un qualche valore per loro.
Del resto la mia ricerca, perché posso assicurarvi che si tratta di una ricerca assai cosciente, caparbia, impegnata, per nulla facile e scontata, è proprio quella di conservare alla poesia un carattere di comprensibilità, di comunicazione, spero per chiunque vi si accosti, senza erigere barriere intellettualistiche o superfetazioni letterarie, o chiavi esoteriche, per coprire quello che in molti casi non è altro che un vuoto di idee e di significato.

Poiché per me la poesia, anche quella poesia lirica in certo modo "confessionale" che maggiormente pratico, non dev'essere per chi scrive strumento di espressione solipsistica e narcisistica del proprio ego, o veicolo d'una ambizione edonistica qualunque essa sia (mondana, culturale, economica, letteraria), ma invece una necessità comunicativa "gratuita" nella sua accezione letterale: il senso - pur senza perdere la sua complessità, senza la quale non vi sarebbe quell'entropia da caos a ordine, fondamentale per lo stesso attuarsi di una qualsiasi comunicazione - è alla base stessa della poesia, e dell'arte in generale, almeno così come l'intendo io. Senza una radice sensuale, e senza una trasmissione di senso, il gesto artistico sarebbe privo di qualsiasi consenso, ovvero di quella singolarissima congiunzione astrale a doppio vettore tra scrittore e lettore che gli conferisce un ruolo, un significato e una "funzione" irrinunciabili nella Storia dell'Uomo.


Perdonatemi questa digressione un poco complicata, per esprimere un concetto in realtà semplicissimo: io scrivo per trasmettere delle emozioni, solo ed esclusivamente per questo. E mi compio solo quando ci riesco.

Vi lascio dunque alla libera lettura, se vorrete, amiche dilette e amici cari, di questa mia creatura. Errori imperdonabili, dunque, commessi per orgolio, o passione, o disperazione. Ma senza rimpianti.

E sempre, con amore

M.P.




Quegli imperdonabili errori


Quanti, e quali imperdonabili errori
ho commesso - nella mia esistenza.
Errare, ha il valore di vagare,
svagare, allontanarsi dal centro:

E quanto ho vagato, a Dio piacendo
in questi anni, senza rassegnazione,
in questi anni privi d'un inizio
e di una fine che fosse silenzio.

Quante vie ho percorso, e sentieri
che rampicavano frane di sale
calcinate dal sole che s'alterna
al gelo delle notti in alta quota.

Ogni sentiero scavava ferite
nel fianco fragile della montagna
e graffi alle mani e alle ginocchia
di chi come me cercava una via.

Quante illusioni, e quante occasioni
abbiamo perduto, lungo la via,
quasi quante le amate persone
che in questo tempo ci hanno lasciato.

Quali assenze, e quanti abbandoni,
quante morti, e quali tradimenti
hanno inciso i loro nomi su pietra
per gravarci per sempre sul cuore.

La pietra è nera, come un basalto,
il cielo è ceruleo e dorato, come
un mosaico, il mio cuore è purpureo,
iconicamente, come un tizzone ardente.



Marianna Piani
Milano, 14 Settembre 2014

sabato 14 febbraio 2015

Freddo il mattino




Amiche care, amici,

un consueto mattino di lavoro, all'inizio della giornata, quando tutti si affrettano, spesso ancora divorati dal sonno, e la città ha il suo quotidiano risveglio: Fatto di rumori, di suoni, di movimenti, di persone, e in un paesaggio urbano che tutto avvolge in una bruma stanca.
Quante volte ho vissuto questi momenti, quante volte li ho osservati, percepiti, assimilati.
Per un paio d'anni mi sono trovata a fare l'impiegata, in un ufficio, che svolgeva non so bene che tipo di mansioni per clienti che non avrei mai visto di persona. Erano solo numeri e cifre su moduli e report che io avevo l'incarico, grazie alla mia facilità di scrittura e alla mia abilità di dattilografa, di sviluppare e di redarre in una forma leggibile, spesso anche in altre lingue.
Ogni santo giorno, alla medesima ora, percorrevo lo stesso itinerario per raggiungere l'ufficio, e dunque questa che descrivo in questa composizione "urbana" è stata parte della mia vita. Ora il lavoro è molto diverso, non ho orari così regolari e rigidi, anzi potrei dire che non ho orari del tutto.
Ma anche così, mi sveglio all'alba tutte le mattina, e ascolto il respiro della città che si sta destando. Ricordo con vivezza: venendo dalla provincia, i primi tempi in cui risiedevo a Milano questo respiro, questo rombo cupo che pian piano montava dal silenzio della notte mi impressionava, mi agghiacciava. Mi pareva qualcosa di minaccioso, come un rantolo, l'annuncio non di un risveglio della vita, ma dell'avvio ineluttabile di una immensa, fredda, inumana macchina.

Condivido con voi, amiche dilette e amici, questi pensieri, come sempre, con amore.

M.P.





Freddo il mattino


Freddo sa essere il mattino, prima dell'alba,
prima che una umanità dolente risorga
tutta votata al destino d'una nuova croce,
gelido l'affanno della città che si torce
in una ipnosi ancora priva di voce,
greve come il sonno d'un morto.

Gelido il fiato del tempo che ci respira addosso
la brezza che spinge dai tunnel dei sottopassi,
e malato sembra il rombo dei primi autotreni
che si riversano sulla tangenziale, uno
in coda all'altro come vermi in processione,
rauchi i loro fari violetti puntati a ferire la nebbia.

E rauca, grigia, la voce di questi muri
che stringono d'assedio le pallide strade,
le imposte, serrate, come lapidi sui cuori
dei residenti, perduti nelle loro stanze
senza sogni, né incubi, o miraggi, o speranze.
Costoro, che presto si muteranno in passanti

dal volto dilavato di pioggia, oppure
offuscato da un sole che è un venefico fiore
cresciuto su un'orizzonte giallo-ambrato,
tra i silos in fatiscenza e le officine dismesse
d'una civiltà in rapido annichilimento:
costoro hanno l'impudenza di vivere ancora?

A breve, io sarò tra quei gladiatori a lottare
in un'arena priva di qualunque parvenza
d'umano, ferraglia senza alcuna speranza,
che mi assedia, mi assale puntando i fanali
come occhi di serpi, mi sospinge e respinge
per conquistare un metro di asfalto e arrivare.

Arrivare ora, non tardare, arrivare prima d'un altro:
ma dove, arrivare, e a quale obbiettivo?
Dio mio, e perché mai farlo? Perché invece
non fuggire, sfuggire all'abbraccio mortale
delle folli vie centrali, gettarsi decisa
oltre le nebbie dei canali all'idroscalo?

Ebbene, presto si arrovescerà il giorno
sui viali e le piazze, e spegnerà i lampioni,
e coglierà tutti a metà del loro viaggiare
consci ormai che la meta non sarà mai raggiunta,
e più lente ancora sfumeranno le ore nel nulla
fino a sera, quando - rassegnati alla disfatta -

sprofonderemo tutti nei nostri stremati ritorni.



Marianna Piani
Milano, 10 Settembre 2014

mercoledì 11 febbraio 2015

Giustificare Sylvia


Amiche care, amici,

come oggi, undici Febbraio del 1963, un lunedì, alle 4 e 30 di una fredda alba inglese, nella cucina di casa, a pochi passi dai suoi bambini che dormivano presumibilmente sereni nell'altra stanza, si toglieva la vita uno dei fari della poesia mondiale, quella Sylvia Plath che aveva già allora prodotto capolavori assoluti, e che ora con un atto inconcepibile e imperdonabile, ci privava, noi suoi figli, di una delle voci più alte e chiare della bellezza e della innocenza. Sì, in quegli anni gli americani, e con loro il nostro mondo, perdevano per sempre la loro innocenza, con una serie di morti premature e inconciliabili, iconiche e bellissime, come Kennedy (1963), Marilyn Monroe (1962), Martin Luher King (1968) e, tra loro, prima di loro, con loro, in certo senso più di loro, Sylvia.
Forse era la crisi del millennio che stava emettendo i suoi primi gridi, quella crisi che si sarebbe compiuta definitivamente con lo spettacolare, simbolicamente hollywoodiano collasso delle torri di Manhattan.


Noi, figlie e figli di quella mente acuta e sensibilissima, ormai sappiamo con chiarezza di vivere in un mondo morto, e anche per questo non riusciamo a esaltare quella decisione così egoista, solitaria, disperata, anzi, non riusciamo proprio a perdonare lei, per averci abbandonati così, lasciando dietro a sé una tale testimonianza d'amore, ma proprio per questo un così straziante rimpianto dell'amore e del conforto che avrebbe ancora potuto darci.
Noi, con lei accanto, avremmo forse potuto vivere con qualche speranza ancora nel nostro sguardo. Senza lei, siamo più soli e basta.

Con il mio ferito amore

M.P.




Sylvia with Frieda and Nick (about 1962)
"Even amidst fierce flames the golden lotus can be planted"




Giustificare Sylvia


I

Non so se avrei mai perdonato la mamma
se m'avesse fatto ciò che fece lei ai suoi bimbi,
non so se non l'avrei piuttosto odiata
per tutta l'eternità del suo disperato affetto.

Se in un mattino freddo, alla porta accanto,
avesse scientemente immolato la sua grazia,
la sua bellezza illuminata, la sua vitale
infallibile mente alla desolata cavità d'un forno.

Se dopo aver lottato a lungo, come una fiera,
contro il vento della Storia, e l'orizzonte degli eventi,
avesse preso quella via, così priva di coraggio.

Non avesse avuto il cuore così grande, e l'intelletto immenso,
e la facoltà del canto, e il dono d'incidere i pensieri
sul muro dell'anima di ogni gente, avrei compreso, forse.

E avrei pianto, come si piange d'un Uomo probo in morte.


II

Ma poiché fu un angelo annunziante, poiché
la sua voce fu il fraseggio di un organo divino,
poiché un Dio le donò lo sguardo d'un aruspice moderno,
per questo gesto suo mai potrei trovar perdono.

Per tutto quanto di vivo e bello e audace
che con quel gesto ci negò per sempre.
Per l'inestimabile tesoro di pietà e coscienza
che trascinò nel suo naufragio disperdendolo in eterno.

Verticale è la via all'abisso che per sé ha cercato,
verticale l'ascesa alle stelle che sovrastano il pensiero,
verticale la scala delle sue parole verso questo cielo,

Verticale l'orgoglio del giudizio estremo,
verticale il picco inviolabile della sua bellezza,
verticale ora, insuperabile, la mia ricerca

d'un qualche finale senso al nostro male.



Marianna Piani
A Sylvia Plath
Milano, 6 Agosto 2014 - 11 Febbraio 2015



         "... It is more natural to me, lying down.
          Then the sky and I are in open conversation,
          And I shall be useful when I lie down finally:
          The the trees may touch me for once, and the flowers have time for me."


          (Sylvia Plath - "I'm Vertical") 










sabato 7 febbraio 2015

Se son rose...


A Rose in my Garden - Personal shot


Amiche care, amici,

"Se son rose fioriranno" era la frase che la mia mamma amava ripetere, non senza una viva irritazione da parte mia, ogni volta che le presentavo, o le parlavo di un mio nuovo "fidanzato", con cui naturalmente ero decisa a trascorrere il resto della mia vita, preferibilmente in una splendida casa riccamente arredata nella quale avrei allevato i miei quattro bambini, due maschietti e due femminucce, in ordine alternato.


A quei tempi la mia sessualità era in piena eruzione, ma era ancora lontana da una vera consapevolezza di sé. Semplicemente, tutte le mie amiche avevano i loro ragazzi, e la mia urgenza era di averne sempre qualcuno al mio fianco. La solitudine era vista come una devianza dal gruppo, allora, e la devianza - quella che poi si sarebbe rivelata la mia, molto dopo - non era nemmeno considerata come una realtà da prendere in considerazione.
Per la verità le mie tendenze erano già chiare, solo che non riuscivo a riconoscerle come mie proprie. Avevo di quando in quando brevi avventure "diverse", ma erano per me allora più che altro origine di profondi sensi di colpa, di dolorosi sentimenti di vergogna e di senso di "depravazione". Della mia diversità la mia mamma non seppe mai, e questo devo dire fa parte dei miei rammarichi più grandi. Non so come avrebbe reagito oggi al mio coming out, piuttosto tardivo e sofferto, ma sono certa che alla fine mi avrebbe accettata, mi sarebbe rimasta vicina e mi avrebbe sostenuto: lei era un'artista, e anche come tale aveva un animo aperto e libero, estraneo a qualsiasi pregiudizio.
Dunque, come tutte le mie amiche e compagne, in perfetta "normalità", avevo il mio ragazzo, il mio "fidanzato" più o meno ufficiale, che di solito era timido e impacciato: con me i gradassi fichi e arroganti, quelli che apparentemente più cuccavano… proprio non cuccavano un bel nulla.


E questa poesiola è un omaggio a quei tempi ancora così innocenti e incoscienti, a quel vivere in cima all'onda della nostra giovinezza, prima dei dolori, prima delle delusioni, prima della angosciosa e gioiosa consapevolezza della nostra esistenza e, insieme, della nostra finitezza.

La condivido con voi, amiche dilette e amici, come sempre con amore.


M.P.




Se son rose...


 

… fioriranno. Diceva mamma quando
le confidavo dei miei primi amori.

Erano i giorni belli dei ragazzi
ai cancelli, o sui muretti a nulla
fare che spidocchiare, annoiati,
ostentatamente, addentando cicche
e sigarette per sentirsi fichi
e onnipotenti sulle loro Honda
e motorini: di quando in quando uno di loro
spiccava il volo con un rombo, e ritornava
poco dopo con inutile fracasso.

Come i piccioni sbattacchiando ali
avanti e indietro dai cornicioni
per rimarcare il loro essere vitali.
E noi colombe, ingenue fintamente,
stavamo appollaiate ad osservare
quelle parate, tubando e cicalando liete,
gonfiavamo le nostre penne bianche
esponendo le gambe snelle
e i capelli liberi a sfidare il vento.

Poiché a quel tempo eravamo dee:
immortali, non ci sfiorava il tempo
con le sue cupe minacciose ali.
Una di noi, il più esile fuscello, un dì
s'uccise scaraventandosi giù in cortile;
ma non importa: il senso della morte
non apparteneva alle nostre verdi menti,
né alle nostre anime ferventi
tutte intente a sbocciare solamente.

Si volava sopra i giardini e i campi
di papaveri girasoli e rose.
Il ragazzo schivo dai ricci neri
arrossiva vivamente ogni volta
che gli puntavamo gli occhi al viso,
e noi crudeli piccole creature
gli cedevamo il premio d'una illusione.
In quel giardino rigoglioso in pieno fiore
ogni corolla anelava d'esser colta.

E io intanto, segretamente
m'innamoravo delle rose.



Marianna Piani
(Alla mia mamma diletta)
Milano, 1 Settembre 2014

mercoledì 4 febbraio 2015

Sistiana e Sirena





Amiche care e amici,

Una cosetta leggera, oggi, un ricordo infantile, di quando passavo le mie mattinate estive al mare.
Sistiana, o più precisamente Sistiana Mare, è una località che si affaccia su una piccola baia con un porticciolo di piccolo cabotaggio, a pochi chilometri da Trieste, la mia città natale. E a due passi di quella Duino cantata da Rilke nelle sue Duineser Elegien.

Sistiana è storicamente una delle mete più amate dei triestini per "andare al mare" in estate, grazie ai suoi antichi stabilimenti balneari e alla stupenda posizione sul golfo. E da piccola era infatti uno dei luoghi frequentati dalla mia famiglia, anche se non la più frequentata in assoluto.

Inizio con due versi nel mio dialetto, per dare subito il sapore del luogo. Li traduco, per chi non conoscesse questa parlata, di radice veneta ma più asprigna,  molto contaminata per la sua posizione di confine:

"Fa freddo pungente, e la bora soffia forte:
Nemmeno i gabbiani s'avventurano in mare stamattina"


Per una bimba com'ero io allora, ogni cosa è magia, ogni cosa è reale, e ogni sogno è a portata di mano

La dedico alla mia amica Paola C., che in quella località vive (come l'invidio), e la condivido con tutti voi, amiche dilette e amici cari, con amore.

M.P.




Sistiana (TS)





Sistiana e Sirena


«Xe zima e bora, la sufia forte,
gnanca i cocai i va in mar stamatina»

sentivo dire dal vecchio affacciato
su dai gradini del seminterrato.

Io ero la pupetta che giocava
sulla battigia di ghiaia e di sassi,
Attendevo che la mamma chiamasse
ancora una volta - un poco alterata.

Così vicina alle onde, sentivo
di tramutarmi in bambina-sirena.
Ero talmente minuta e leggera
che una folata più forte m'avrebbe

strappata dal suolo, come una foglia -
o un foglio di diario - a Primavera.
M'avrebbe portata in mare aperto,
fin oltre le dighe che chiudono il porto.

Mi avrebbe posata come una perla
tra le valve sontuose d'una conchiglia,
mi avrebbe donata forse a un Nettuno
o a un giovane Giove come una piccola

Venere in costumino di rose
e rosse stelle marine.



Marianna Piani
Milano, 28 Agosto 2014