«La Poesia è Scienza, la Scienza è Poesia»

«Darkness cannot drive out darkness; only light can do that. Hate cannot drive out hate; only love can do that.» (Martin Luther King)

«Não sou nada. / Nunca sarei nada. / Não posso querer ser nada./ À parte isso, tenho em mim todos los sonhos do mundo» (Álvaro De Campo)

«A good poem is a contribution to reality. The world is never the same once a good poem has been added to it. A good poem helps to change the shape of the universe, helps to extend everyone's knowledge of himself and the world around him.» (Dylan Thomas)

«Ciò che premeva e che imparavo, è che in ogni caso non ci potesse mai essere poesia senza miracolo.» (Giuseppe Ungaretti)

domenica 29 dicembre 2013

È il perdono



Amiche care, amici,
Normalmente non passa giorno che io non senta l'impellenza di comporre qualche verso, un'intera lirica, almeno uno spunto. È qualcosa di connaturato in me, non v'è quasi accadimento, o situazione, o impegno, o emozione che possa distogliermene. Di solito, quand'è il momento, inizio ad agitarmi come una gatta inquieta, cerco un angolo di pace, anche solo per un istante, lì dove capita, per appuntare ciò che mi preme dentro. In seguito poi naturalmente lo elaboro, lo raffino, lo rendo leggibile, ma ciò che conta è fermare il momento, "quel" momento. Se non ci riesco, per qualsiasi impedimento - giuro - sto male per giorni.
E per questo quando capitano dei periodi, magari anche di più giorni, in cui questo flusso si interrompe, rimango dentro di me agitata,  ansiosa, come se qualcosa di essenziale mi mancasse, con in più il costante timore di aver perduto per sempre la "vena", la capacità stessa di scrivere. Proprio come un alpinista che perde di vista per qualche passo il sentiero, la via maestra, e rimane dubbioso della propria stessa vita, finché non la ritrova.

Così mi era capitato, qualche tempo fa, per diversi giorni, di non riuscire a scrivere nulla, nemmeno una riga, ed ero caduta diritta nel lato oscuro della mia patologia depressiva: quanto poi la depressione mi impedisse di scrivere, e quanto invece l'incapacità di scrivere alimentasse la depressione, non saprei dire. Probabilmente è un ciclo che si alimenta vicendevolmente.
Ad ogni modo, come per fortuna di solito avviene, alla fine tutto d'un tratto ne uscii, come se nulla fosse accaduto, e nacque la breve composizione che vi propongo qui oggi. Si tratta di una immagine fugace, colta poco tempo prima in riva al "mio" mare, due figure d'amanti intenti forse a ricucire un'incomprensione, uno sgarbo; un piccolo acquerello a tinte tenui autunnali...
Come faccio spesso, ma stavolta con il sollievo del ritrovarmi, la inviai subito alle due (meravigliose) amiche che mi aiutano a custodire tenere ordine nella mia indisciplinata produzione, aggiungendo e dedicando a loro una piccola introduzione in tema, anch'essa, già che c'ero, in forma poetica. La riporto qui assieme al resto della composizione, poiché mi sembra che ne faccia un po' parte integrante.

Ecco, amiche dilette e amici cari, condivido tutto questo ora con voi, come sempre, con amore.

M.P.




(introduzione)

Ho ritrovato la mia vena
è bastato incidere un poco
con le unghie, sottopelle.
Ora, non so se sia sangue,
oppure oro, o acqua chiara
o lava incandescente.
Non so se scorrerà ora per sempre,
oppure per qualche tempo, oppure
soltanto per un effimero istante,
come la vampata di un cerino
che illumina soltanto la mia mano.
Non so nemmeno se ciò sia
perché il mio male mi dà tregua
oppure perché se mi sto perdendo,
se sia ingegno, oppure follia,
se sia l'anima mia oppure l'alchimia
a dettarmi parole, e visioni.
E non so se ciò, alla fine, importi.

Vedo a volte una me stessa
in una casa dell'ottocento,
sperduta in una gonna larga
come una corolla, sprofondata
nei pensieri in un giardino
di oleandri e di rose:
donna sola e forse d'ingegno,
un marito che mi adora
come luce dei suoi occhi
ma che non mi sfiora poiché sa
che non posso amarlo, una fantesca
che si cura di ogni cosa,
e un amore disperato e scandaloso
fuori da queste mura.

Avere tutto il tempo per la scrittura
cui aggrapparmi, come faccio ora,
per non annegare e non morire.
Qui invece, nel mio tempo, nel nostro
mondo, posso solo rubare le ore
al sonno, e ai sogni le illusioni.


Alle mie amiche e custodi - sorelle d'anima
Mara e Sonja
Marianna



* * * * * * * * * *


È il perdono

 

Candido è il perdono tra le rocce
che sbarrano le onde sulla riva,
rumoreggiando nelle sere di buriana.

Tenero lo sguardo, mano nella mano
dei due piccoli amanti, perduti sugli scogli
incuranti dei marosi, e degli occhi indagatori

dei gabbiani e dei rarissimi passanti.
Goccia a goccia su dal cielo cadono le stelle,
e le promesse, pesanti come pioggia

di primo autunno: i pioppi e i castagni
non sanno scuotere le fronde dall'acqua greve,
le più fragili cedono esauste, e schiantano

sul selciato a disseccare, ricoprendo di illusioni
e di scheletri di rami la ghiaia e la speranza.
Camminare occorre lungo la linea delle onde

fino alla fine della scogliera, in silenzio ora,
poiché è stato detto tutto, e non rimane
che ascoltarsi respirare in concerto con il mare.

Verranno altri amanti, in altri giorni, in altri anni,
a indugiare tra gli scogli fino a sera, alla ricerca
d'un solitario ritrovarsi dopo l'amarezza dell'orgoglio.

E verranno altre piogge, e altre onde giungeranno
sulla battigia, a dilavare il dolore dell'assenza
e del disincanto, e a mutarlo in sensuale malinconia.

Candida è la schiuma sulla cresta delle onde
spettinate dal grecale. Due figure sono due ombre
perdute in lontananza, mentre si spegne il giorno.

Guardando intorno ora non v'è altro al mondo,
la pioggia batte piano all'uscio della notte.
Freddo è il vento sulle mani, caldo è il perdono.



Marianna Piani
Milano, 13 Ottobre 2013


sabato 28 dicembre 2013

Non v'era luna



Amiche care, amici
qualcuno che amiamo, di colpo si allontana, e ci lascia.
A volte è un evento a lungo temuto, o atteso. A volte si tratta di un cataclisma improvviso, da noi del tutto imprevisto.
Quest'ultima situazione in particolare ci lascia a lungo intontite, come se avessimo ricevuto un pugno in piena faccia; non riusciamo  credere che sia successo, non riusciamo a riprendere il filo dei nostri pensieri, stentiamo letteralmente a "riprendere conoscenza".
A me, come di certo a tutte voi, ciò è capitato spesso, diremmo anche troppo spesso purtroppo, ma si tratta della vita, accade, non riusciamo a capacitarcene, ma è inevitabile.
Questo era lo stato d'animo in cui scrissi la composizione che intendo condividere con voi stasera.
Avevo investito molto di me stessa, della mia fede, della mia sensibilità, e avevo aperto del tutto il mio cuore nei confronti di una persona che d'un tratto, senza preavviso, senza neppure una spiegazione, si negò a ogni mio tentativo di incontrarla, perfino solo di parlarle. Che si può fare, in questi casi? Io piansi come una matta. Tentai di comunicare con lei, disperata. Ma piangere e mostrare il proprio dolore non serve a nulla, solo ad esacerbare ciò che nell'altra persona ha provocato l'allontanamento.
Ed eccomi allora qui, tutta sola, ad osservare il mondo attorno che prosegue indifferente la sua vita, anche se tutto acquista ora un tono di tristezza, di malinconia infinita…
Un Dio buono, che mi vuole bene, e mi ha dotato del dono della scrittura. Questa capacità consente di esprimerci, ma non lenisce, no affatto, anzi, se mai approfondisce la ferita, come fa il bisturi di un chirurgo che apre il corpo vivo in cerca degli organi da riparare. Ma - almeno - aiuta a comprendere ciò che ci accade, altrimenti la vita sarebbe una foschia insensata in cui ci perderemmo… O almeno io sicuramente mi perderei.

Per voi, amiche dilette e amici dunque, questo mio frammento d'anima, come sempre, con amore.

M.P.





Non v'era luna


U
n semaforo in fondo al viale
lampeggia il suo segnale, esausto,
una figura percorre la banchina
a passo breve, da qui non si può intuire
se sia uomo, oppure donna. Solo un'ombra
senza importanza, nella meccanica rapida
del mondo. Una presenza che sarà
presto assenza: cancellata dalla notte.

Passerà una vettura, di soppiatto,
senza fare troppo rumore: va di fretta,
se pur forse senza motivo a quest'ora.
I fanali scorticheranno le facciate delle case
lampeggiando sulle lastre delle vetrine
e dei balconi, come quella luce repentina
di ripulsa aveva lampeggiato all'improvviso
nelle tue pupille, la notte prima, subitamente.

Non v'era luna, come non v'è oggi,
a illuminare gli angoli segreti del tuo tormento,
e le stelle come oggi non sfavillavano,
soffocate dalla nebbia. Gatti sfioreranno a lungo
con sospetto i muri, come spettri spinti dal timore
del risveglio della ragione. Nessun suono.
Nemmeno un singolo bisbiglio. O un sospiro.
O lo sciabordio d'un passo in una pozza.

Una falena attorno al suo lampione
conduce senza sosta la vana danza,
come il mio pensiero svagando danza
attorno alla tua figura già appannata
di lontananza. Io ti chiamerei, così, nel vuoto,
ma temo echeggerebbe invano la mia voce
nelle ombre della notte, come il lamento
di una nave che non trova più l'approdo.

Come è dolce, e chiara, questa sera
che s'è assopita tra le mie mani,
ignara, come un bimbo nel suo sonno,
della nostra serena lontananza.
Tu - sola, avviata sul tuo sentiero verso il sole,
io - abbandonata immota a riva a contare l'onde
che mi trattengono ancorata alla mia follia.
Ch'è dolce, quando stringo le mie braccia al seno

appoggio il mento sulle ginocchia
e - chetamente - piango.



Marianna Piani
Milano, 11 Ottobre 2013


mercoledì 25 dicembre 2013

preghiera profana


Amiche care, amici,
Giorno un po' speciale oggi, per chi crede e per chi no: in ogni modo è un momento per riunirsi, per interrompere per un istante le consuetudini, per chi vuole è anche un momento di sosta, per ritrovare in sé un attimo di riflessione. Infine poi, per tutti noi, è l'occasione per salutare chi ci sta a cuore, chi amiamo, e chi, nonostante tutto, ci ama e ci fa dono della sua presenza accanto a noi.

Per questo oggi ho pensato di pubblicare questa composizione in forma di "preghiera", una "preghiera profana", che ho scritto un paio di mesi fa, quindi non si tratta di una composizione "di circostanza", ma di una riflessione più ampia, che in una giornata come oggi, ci sta bene.

La condivido con voi amiche e amici diletti, come sempre, con amore, e con un augurio di cuore di poter avere - proprio qui e ora - al vostro fianco la Serenità della vicinanza delle persone amate.

M.P.





preghiera profana

 

Dio dell'uomo, Dio degli Angeli
perdona tu questo mio petto,
questo mio costato, che custodisce
nella sua gabbia serrato un cuore
che ha lungamente dubitato.

Dio delle maree, Dio delle trascorse
stagioni, non biasimare, non accecare
questi miei occhi, queste palpebre
che hanno protetto questo sguardo
fin troppo audace.

Ho proteso il corpo, le membra, le reni,
come un'arco incocca la sua freccia,
sono discesa impetuosa sopra i prati
e i torrenti dei miei desideri con voluttà,
con voluttà dlce e infinita.

Non ho atteso di essere pronta
non ho atteso che un sole rischiarasse
di ragione e pazienza la notte turbinosa
della mia follia, ho cercato risposta al cuore
nel cuore soltanto.

Dio del mondo, Dio della gente,
sii indulgente con il mio respiro,
sii tollerante al mio affanno di sposa
che si affacciò alla sposa fremendo
come donna dentro lo specchio.

In questo mondo ogni passo nostro
fu per noi un cimento, una perdita
del sereno per la tempesta, e poi, la fatica
di reggere addosso il greve fardello
dei mille sguardi di disprezzo.

Dio della bontà, Dio della speranza,
accogli il mio amore nel tempio
sacro della virtù, e della bellezza:
puro e virtuoso è l'amore mio, com'è vero
ogni amore ch'è vero e sincero.

Dio dolce, Dio audace, Dio sereno:
sii anche per me, il mio Dio di pace.

 

Marianna Piani
Milano, 23 Ottobre 2013

domenica 22 dicembre 2013

L'impaziente


Amiche care, amici,

Oggi vi propongo uno dei miei ritrattini all'aria aperta, quel mio personale "life drawing" poetico, in cui mi piace cogliere al volo una situazione, una figura, e fissarla sulla carta, non con il carboncino o il pastello ma con la parola. Data la mia esperienza professionale di disegnatrice, ho scoperto che in fondo non c'è questa gran differenza tra l'attività di un artista figurativo e la scrittura. Beninteso la scrittura consente di penetrare ben oltre la "forma" e la "sostanza", ma lo spirito, e anche il "metodo" sono del tutto simili. Io dall'accademia ho appreso a girare il mondo con il mio blocchetto di carta bianca e la matita a portata di mano, sempre pronte a cogliere al volo un atteggiamento, una posa, una azione, un volto. Con la scrittura è la stessa cosa, anzi si potrebbe tranquillamente condividere lo stesso "strumento" (matita e taccuino), di volta in volta schizzando un disegno, oppure annotando delle parole.
Da un po' lo faccio molto meno - il disegno intendo - meno comunque di quanto dovrei, dal momento che è ciò che in fondo mi dà da vivere. Invece sono sempre pronta ad annotare all'impronta un'idea, un verso, una composizione intera.

Questa cosetta che segue è nata proprio un po' così: le prime due strofe le ho buttate giù "on the road", in seguito all'incontro fortuito con una ragazza sconosciuta, fuori da un bar a Milano, che mi ha colpito per la sua bellezza un po' sfrontata e l'atteggiamento d'ansia trattenuta, che ho presto capito a cosa era dovuto; in seguito l'ho ripresa e completata, la notte stessa, lavorando su memoria ed immaginazione, nella quiete della mia stanzetta.

La condivido ora con voi, amiche dilette e amici cari, come di consueto, con amore.


Il nostro prossimo appuntamento sarà dopo Natale, voglio approfittare qui per rivolgervi tutti i miei auguri più sentiti e appassionati: voi amiche e amici forse non lo immaginate neppure quanto siete importanti e cari per me! Se non fosse per voi, io non esisterei. Un bacio!

La vostra
Marianna




 

L'impaziente


Ragazza: mi guardi quasi in sfida
dall'alto dei tuoi esagerati tacchi,
le tue stupende gambe snudate dalla
corta gonna verde, diritte come lame
infitte al suolo come solide promesse.

Visibilmente, insistentemente ti tormenti
le mani, benedette da un'innata grazia,
le lunghe unghie blu-cangianti come elitre d'insetto
ticchettano una contro l'altra in un'attesa tesa
esasperata. Respiri rapida, nervosa, come una gatta.

No, tu non guardi me, da dietro quelle ciglia dense,
le tue pupille viola non vedono di me
che la mia insignificante ombra. Tu guardi oltre,
nel fondo della tua attesa, attendi l'uomo bruno,
il principe che ti cavalcherà come una puledra.

Eppure, quale spreco, quale sperpero di bellezza!
Questi tuoi fianchi affusolati come un giunco,
questo tuo seno acerbo e sodo e sapido
come due metà di pesca sciroppata,
queste tue labbra commoventi come corolle

di orchidee di selva, e le tue bianche
meravigliose infinite tondeggianti spalle,
in cui mi perderei come una pernice
in un nevaio: tutto questo stupefacente bene
attendeva fremente non me, ma quel tuo cavaliere!

Meno di nulla sono io, ai tuoi occhi, ma non importa,
alla bellezza piace di essere assaporata a lunghi sorsi
e il tuo generoso rivelarti al mondo questo dice:
guardatemi, ammiratemi, amatemi senza ritegno,
io sono la vita che sorge, che accende l'orizzonte.

Rombando infine giunge l'uomo tuo, forte, immenso,
si toglie l'elmo, fiero, scoprendo il capo, bello
da levare il fiato, gli occhi dardeggianti cupidigia,
il viso ispido di maschia sfacciata sfrontatezza.
Tu ragazza ti sciogli e ti fai bimba tra le sue braccia.

Che posso io - mi dico mentre t'allontani
avvolta dal ruggito della cromata belva -
che potrei fare, di fronte alla vita che compie
il suo ineluttabile corso e si consuma? Soltanto, ed è tanto,
cogliere la bellezza, giusto prima che s'involi,

e spillarla nel mio erbario, dove rivivrà per sempre
come una farfalla morta di bellezza.



Marianna Piani
Milano, 9 Ottobre 2013

sabato 21 dicembre 2013

Pagine


Amiche dilette, amici cari,

Dopo le note di ieri in omaggio a Rosanna Marani, questa mia pubblicazione di oggi, oltre ad essere un po'  come una fragile topina in confronto a una leonessa, pare esserne come una diretta continuazione, d'ispirazione, dal momento che tratta di un argomento analogo a uno di quelli trattati ieri, anche se con un'ottica leggermente diversa.
E invece si tratta di una pura coincidenza, dal momento che la scrissi qualche mese fa, e che - se un po' già conoscete il mio metodo della "quarantena" lo sapete - oggi "toccava" a lei, per così dire.
Quanto siano importanti per me i libri, chi mi segue lo sa bene: la loro tattilità, la loro concretezza, la loro durevolezza, come oggetti, sì… Qualcuno mi ha obiettato che il "supporto" non conta, che l'importante è il contenuto. Ma - a parte tutte le altre considerazioni, socioeconomiche, di mercato, di costume, tecnologiche ecc. - pensate al miracolo autentico che è un libro "vero": questo miracolo di trasmutare in "materia" il pensiero, e di renderlo solido, tridimensionale, concreto, maneggiabile, annotabile, consumabile nel senso buono del termine. Il pensiero da frutto astratto del nostro ingegno, si trasmuta in qualcosa di palpabile, di durevole, di usufruibile direttamente ("analogicamente") senza l'interposizione di un "aggeggio", di un "sistema operativo", di un codice unico condiviso - la scrittura e la lingua - senza sovrapposizioni di un ulteriore codice criptato, del tutto al di fuori del nostro controllo.
È vero, siamo, per dirla con Walter Benjamin, nell'era della riproducibilità tecnica dell'Opera ("Das Kunstwerk im Zeitalter seiner technischen Reproduzierbarkeit")
, ma come potremmo mai immaginare un mondo tutto di "riproduzioni", dove vi fossero mille, milioni di riproduzioni fotografica del "Bacchino Malato" di Caravaggio, o del'"Amore e Psiche" del Canova, ma non vi fosse più, da qualche parte, l'originale, l'autentico quadro, la tela, le sue incrostazioni di colore, il marmo che da vicino, e a sfiorarlo con la mano, appare fredda pietra, e a pochi passi di distanza ci appare pelle viva, bollente per l'impeto d'amore. E se vogliamo - sì, è vero, dobbiamo "scomodarci", assumerci l'onere di muoverci dal nostro quotidiano - possiamo sempre recarci a Roma, oppure al Louvre, e vivere direttamente queste sensazioni, queste emozioni, del tutto estranee alla "fredda" e puramente conoscitiva esperienza della riproduzione, qualunque sia. E il libro è qualcosa di straordinario, in questo: esso è la "riproduzione" - in quanto è la copia di una tiratura, di un multiplo - ma è anche l'originale, abbiamo la fortuna di avere l'originale dell'opera nelle nostra mani, per 20 euro... Non è poco!

Mi si dice, amo i libri, ma è così "comodo" averne dieci, cento, mille in un aggeggio di pochi grammi, da portare sempre con sé… Ma perché diavolo dovremmo farlo? Leggiamo cento libri in un viaggio? Ne abbiamo veramente bisogno? Le persone viaggiano il mondo da millenni, e la Cultura si è evoluta e sviluppata comunque. Perché non dovremmo sopportare il peso di qualche volume da portare con noi? Siamo veramente giunti così in là nella nostra ignavia intellettuale?
Ciò che dà una pagina di un libro, un libro vero, nessun altro "mezzo" o "supporto" lo può dare. Non c'è nulla di innovativo o costruttivo in un aggeggio tipo Kindle - a differenza che in altri strumenti della tecnologia attuale - è solo il risultato di uno dei più scoperti meccanismi di consumo da "bisogno indotto" che la storia del capitalismo ricordi.
Mi si obietterà che io stessa, qui, in questo momento, mi esprimo in un sovracodice digitale; ma questa è tutt'altra cosa: questo, il Blog, come alcuni "social", è un mezzo di espressione, autonomo, con suoi codici e forme, ed è un portato positivo e costruttivo della tecnologia; ma "sa" di essere effimero, e non pretende di scimmiottare ciò che non è, e non potrà mai essere. Le mie composizioni sono come canzoni cantate sotto la doccia, destinate a svanire nel nulla in breve tempo, e sono perfettamente cosciente che tutto questo potrebbe acquistare la dignità di una vera "opera" soltanto nel momento decidessi valesse abbastanza da meritare di trovare spazio su una pagina a stampa, in un vero libro…

Scusatemi la "tirannia" piuttosto lunga, amiche care, e amici pazienti, voi sapete che non è mio costume savonaroleggiare, ma questo è uno dei "temi forti e irrinunciabli" della mia esistenza, uno di quelli per cui mi sentirei di sacrificare anche la vita stessa, se occorresse.

Dedico quindi questa "pagina" alla vostra comprensione e al vostro affetto, come sempre, con amore.

M.P.





Pagine


I fogli sono le foglie libere

del nostro sapere,
che s'accresce come un olmo
dalle radici capaci
di sgretolare la roccia viva.

I fogli che con emozione
sfogliamo sono i petali agitati
del pensiero vero del mondo,
il profumo e il fruscio loro
sono il canto e il respiro
della Storia Vera della Terra.

Il peso che grava
tra le nostre mani
è il retaggio di millenni
di giustizia e di ingiustizia,
di eroismo e di nequizia,
di amore e di perdono
e d'intollerabili crudeltà.

Le lettere d'inchiostro
sono stelle di coscienza
sfarinate sopra cieli
di carta, pietra, o pergamena,
le parole sono
costellazioni di conoscenza,
raggrumate in paragrafi
di senso ed emozione.

Pagine, e pagine,
depositate nel mio cuore
strati e strati di memoria,
giacimenti di speranza
sedimenti di dolore.
Figure, miti, storie,
vite, respiri, affanni,
anni, e anni e nomi.
Nomi di persone,
di istanti, di illusioni.

Pagine, come mattoni
del mio edificare il tempo.
Senza di esse, morirei nel gelo
d'un inverno senza sole,
senza luna, senza stelle.



Marianna Piani
Milano, 9 Ottobre 2013

venerdì 20 dicembre 2013

P'ossessione

 Rosanna Marani


 P'ossessione




Amiche care, amici,
Pubblico qualcosa di diverso, oggi, un omaggio a un'amica, a una donna meravigliosa, ma anche un pretesto per parlare di argomenti che come sapete mi stanno molto a cuore, la Poesia, e il Libro...

Perché non vi è nulla più sfuggente e difficile da definire della Poesia.
Chi è un "poeta", cos'è ciò che fa "Poesia" la poesia?
Parlo della Poesia autentica, beninteso. Di ciò che riesce a filtrare al di là del verso, della strofa, della metrica, della musicalità della parola. Tutto ciò costituisce - fabbrica - la Poesia, così come gli strati di tinta lasciati da un pennello, o direttamente da un tubetto di stagno, o tracciati a spatola su una tela, sottili o densi, aerei o materici, costituiscono un dipinto. Ma non "sono" il dipinto, la "Opera".

Nessuno sa veramente dire dov'è e qual'è l'essenza poetica, dov'è il segreto, dove si nasconde il tesoro. Se lo sapessimo, tutti ne attingeremmo a piene mani, e forse il mondo sarebbe di gran lunga migliore.
Tutti però, se appena dotati di sensibilità, sappiamo riconoscere quando incontriamo un qualcosa che vibra e trasmette poesia. Non siamo noi a dirlo, a giudicare, non sono i critici, gli storici, e nemmeno l'autore stesso.
Sono le sue parole, i suoi versi, le sue immagini, i suoi suoni direttamente, a dirlo, ad affermarlo, perentoriamente, a gridarlo, a volte: "Io sono Poesia!". Vi sono strofe, versi, canzoni, che scorrono via senza danno, come acqua fresca, piacevole magari, rinfrescante, ma senza lasciare che una effimera traccia. E poi vi sono quelli, rari, che bruciano, s'impongono, come un marchio a fuoco sulla pelle, e dicono "Sì IO sono Poesia!".


Ebbene, Rosanna è una donna, come sono io, come siete voi, immersa nel mondo, con una vita intensamente vissuta alle spalle, e una più intensa ancora davanti a sé. Appassionata, innamorata, indignata, impegnata, e anche viziata, sensuale, elegantissima, orgogliosa della propria bellezza, come siamo noi tutte.
È una splendida donna, e un'amica con cui è delizioso trascorrere una serata, colta, allegra, ironica, spigliata, e anche dolce, intenerita, capace di commozione. Il tipo di donna che io adoro e di cui mi innamoro regolarmente. Ma è una donna, come siamo tutte noi, una donna vera, e viva, semplicemente una donna.
Ciò che la distingue è una minima segreta parte della sua vita, quando si ferma davanti a un taccuino, o a una tastiera, si concentra, e distilla per noi il suo liquore, il suo essere femmina e la sua sensibilità rutilante.

Lei è pura, in questo, non ha referenti che se stessa, libera come l'aria.
Le sue letture, le sue conoscenze sono certo profonde e vaste, tuttavia tutto ciò non ingombra le sue creature di sovrastrutture intellettuali. Nulla la distoglie da uno stile del tutto suo, personalissimo, unico e - per carità - inimitabile. Non ci sono reminiscenze dai crepuscolari, la iattura di tante poetesse dilettanti come molte di noi, non gli ermetici, nemmeno i classici. Forse, se si volesse cercare, c'è nel suo eloquio maschio e acido, a volte, qualcosa della Beat Generation, di Ginsberg, Keruoac, Ferlinghetti. Ma alla lontana, appena sfiorata come un pensiero subito scacciato.
Lei "lotta" con il significato e proietta parole come frecce da un arco, tante singole frecce, spesso nemmeno connesse da verbi o avverbi, parole pure, che si piantano diritte nel cuore del lettore.


Pesco a caso, dal suo "Orto":


«Estasi
Acquolina
Di midollo
Cruccio
Di desiderio
Uncino
Di piacere
Liturgia
Di corpo
Prece
Di spasimo
Sibilo
Di licore
Arpione
Di inarco»
. . .




Molto di più potrei dire, su quest'amica deliziosa e dolcissima che è anche una poetessa vigorosa e testarda, nel suo scavare spietata nella propria anima, nel suo mettersi a nudo.
Ma a che pro? Ora potete entrare direttamente nel suo "Orto", quando e come volete, non più un effimero orto di "pagine" digitali, ma parole di piombo stampate su carta bianca, che potete toccare, pesare, tenere con voi, in casa, sul comodino accanto al letto, nella borsetta.
Poiché non esiste nulla che possa tracciare il limite della Poesia come "professione", tranne il fatto di trovare spazio su un foglio stampato, diffuso come un viatico di conoscenza ai lettori.
Un libro, un libro vero, sono l'attestato concreto dell'esistenza di uno scrittore, di un poeta. Tutto il resto è fumo, che svanisce nell'aria così come è venuto, in pochi istanti, senza lasciare traccia.
La traccia lasciata da un libro invece si deposita nelle nostre case, negli scaffali delle nostre librerie, e nella nostra memoria, e vi può rimanere potenzialmente per sempre.

Perciò amiche dilette, e amici cari, se amate la poesia, e se le persone che amate, ammirate o stimate l'amano, regalatevi, regalate Rosanna, una Donna Poeta.

E comunque, assieme a lei, regalate pensiero, cultura e verità, donando ai vostri amici, al vostro amore, ai vostri figli, a chiunque amate, LIBRI, resistete alla tentazione dell'effimero gadget, destinato come un paio di calze di mediocre fattura a smagliarsi alla prima occasione.

Ma - vi scongiuro - acquistate, ordinate, leggete, conservate libri come questo, libri veri, "di carta"!
Bandite dai vostri acquisti Kindle e compagnia!

Con amore, e buone feste amiche dolcissime e amici gentili

Vostra
Marianna


mercoledì 18 dicembre 2013

Guadalupa


Amiche care, amici

questo poemetto è l'ultimo di un buon numero indirizzati nel tempo ad un amico e poeta, persona assai importante per me poiché fu lui a spingermi qualche tempo fa su una rotta che esitavo a intraprendere. Ormai da tempo, dopo un diverbio (ma siamo entrambi testardi e tutt'altro che tolleranti su ciò che ci appassiona) mi ha abbandonata "al mio destino", un po' come fa il maestro che sgrida l'allievo, cerca di guidarlo finché può, e infine lo lascia a percorrere la sua strada.
La composizione è ricca di rimandi ed allusioni al nostro dialogo personale, tuttavia rileggendo a distanza di tempo l'ho trovato interessante forse anche per un lettore "estraneo" al nostro carteggio (tra l'altro, altri frammenti di questa storia hanno trovato a suo tempo spazio su queste pagine), poiché permette di ritrovare molta parte di me, del mio mondo e della mia immaginazione. E anche perché è una composizione un poco diversa da quelle che scrivo in questo ultimo periodo.

Per questo, la dedico a lui com'era in origine, ma la condivido con tutte voi, amiche dilette e amici, come di consueto, con amore.

M.P.





Guadalupa

(Never "rough", ever crazy…)
 

Il vascello taglia l'onde
con il filo della chiglia
come una lama di Toledo,
la polena imprigionata a prora
fissa innanzi al petto bronzeo
la tempesta che v'incombe.

Sul pennone gracchia fiera
la bandiera lacerata
da miglia e miglia di crociera,
Morgan doma con fermezza
le ottocento tonnellate e passa
di consumata quercia -

ritto senz'apparente esitazione
o alcuna ombra d'incertezza
in cima al cassero di prora.
Il nostromo urla i suoi comandi
dal bompresso alla maestra
fino alla quadra di trinchetto.

L'occhio del Corsaro
è una fiamma di coraggio
e di peccato consumato
senza traccia di rimorso:
arde da decenni come un faro
da costa a costa dei continenti.

Oggi l'occhio accecato per il salso
è velato di amarezza,
quello sguardo
che mai nessuno ha sostenuto
senza un fremito di terrore
ora è adombrato

da un dolore muto.
Il mozzo giovane di primo imbarco,
quel mozzo gracile e un po' folle
ch'egli aveva reclutato
e che aveva amato come un figlio
lo ha lasciato.

Fuggito quella notte di bonaccia
furtivo come un gatto,
senza fare un fiato,
ha preso il largo
su una fragile scialuppa
armata d'una sola colubrina.

Nelle notti e nei giorni
trascorsi tra le spume
e l'odore delle alghe,
piano piano, senza farsene avvedere,
ogni cosa aveva appreso, al ragazzo
ogni chiave del comando

ogni conoscenza dei suoi tesori,
ogni segreto della scienza
dell'andar per mare.
Credeva allora, e crede ancora
che quel pugno d'ossa
da sempre fosse l'allievo

più dotato. Non fosse proprio
per lo spirito ribelle,
l'odio e il rifiuto a fior di pelle
d'ogni forma di disciplina.
La sua rotta, frutto distillato
da cent'anni di fuga e caccia e corsa,

non bastava più al ragazzo
che cercava la sua propria via.
Morgan era affranto

nel cuor suo, poiché sapeva
che ora la ferrea legge barbaresca
gl'imponeva d'inseguire il fuggitivo

e di ucciderlo sul posto
per l'inaudito tradimento.
Ma rammentò per un istante
il suo passato, anch'egli mozzo,
anch'egli incapace di tollerare
ogni vincolo di comando.

Anch'egli anarchico ribelle,
anche lui  fuggiasco, anch'egli pazzo,
prima di risalire a sanguinosi passi
l'intera gearchia
della trista filibusta,
prima di mostrare in battaglia

quell'occhio suo fiammeggiante.
Quell'occhio che allora come mai prima
pianse, senza che alcuno
se ne avvedesse, tranne forse il vento.
Silenziosa come un fantasma
la goletta virò di bordo

e si allontanò scivolando
nella densa fredda nebbia.

. . . . .

Si seppe un giorno
che il giovane mozzo - anch'egli
affranto - pianse lungamente,
mentre temerario dirigeva la barra

direttamente incontro
al ventre della tempesta.


(Manoscritto ritrovato in alto mare
al largo dell'isola di Guadalupa
in data 8 ottobre 1713)


(Per Altor)
Marianna Piani
Milano, Ottobre 2013


domenica 15 dicembre 2013

Ebdomadario


A volte tutto nasce per un gioco. E la Poesia, come ogni arte, è prima di ogni cosa un gioco.
E a volte poi, almeno per me, una poesia è come una perla, si sviluppa, a strati concentrici, attorno a un unico granello di sabbia, casualmente penetrato nella conchiglia.
Così questa composizione, che è un divertissement di concetti e parole, e che è nata per gioco da un gioco, prendendo spunto dai saluti che tra amiche che talvolta ci scambiamo su twitter.
Qualcuna di loro al mattino augurava, al lunedì: "Buon Lunedì"!
E poi al Martedì, qualcun'altra rispondeva: "Sereno Martedì, amiche care".
E io risposi, così, perché il suono mi piaceva, e per entrare nel gioco: "Marte ci prende - ma Venere ci incanta"
E seguirono i giorni successivi.
E da quei commenti, e dalle risposte ricevute, poi ho fabbricato una piccola collana, infilandoci le perline man mano che venivano, .

Infine le ho riordinate, rivestite, corrette e incorniciate, fino a farne un piccolo "ciclo", come un calendarietto settimanale, in ottica strettamente femminile, in cui ad ogni giorno della settimana corrisponde un astro, un pianeta, e uno stato d'animo.
Le dedico a queste amiche, naturalmente, poiché, qualunque sia il valore di queste composizioni, di scherzo o di pensiero, di bijou o di chincaglieria, sono loro ad avermele ispirate in prima istanza, e ora le condivido con tutte voi, amiche care, e amici, come sempre, con amore.

M.P.








Ebdomadario

Gli astri e i giorni




 

(Sabato)

Saturno ci narra l'estatica bellezza
delle leggi e dei princìpi e la saggezza
che governa i cieli e gli astri, e l'Universo,
Saturno sorge dal profondo
del suo profondo impero per recarci
la luce piena dell'intelletto.
Saturno ci circonda di attenzioni
e ci dedica dolcissime canzoni,
Saturno è saggio, Saturno è savio,
Saturno è amore e conoscenza
Saturno è fervore ed è costanza
ed è sapere il senso di bene e male.
Saturno ci affascina -
ma è Venere che c'incanta.


 

(Domenica)

Solare è il tuo risveglio,
Solare è il tuo viso, ieri stanco,
oggi rifiorito come un campo.
Il Sole abbacina e accende
la tua chiarissima bellezza,
il tuo corpo di brunito rame s'arroventa
sul limitar del mare che l'accarezza.
Io ci sono, al tuo fianco
e trattengo salda la tua mano.
Le ore i giorni si sciorinano
come le onde una appresso all'altra
e si gettano esanimi sulla spiaggia.
Tu ci sei, io ci sono,
e tu sei il Sole che mi tiene in vita,
assieme numeriamo i giorni,
intorno cui il Sole nasce e muore,
così come il nostro amore.
Il Sole ci dà vita -
ma è Venere che ci incanta.


 

(Oh, Lunedì)

La Luna cresce, la Luna scende,
la Luna specchia il letto del torrente,
la Luna impallidisce l'alba
con l'argento del suo sguardo,
la Luna ci è compagna,
e ci è amica, amante, sposa:
la Luna è come guida
al nostro viaggio,
ne sentiamo il profumo
e la seguiamo nel suo cammino.
la Luna è nel nostro essere
femmine incostanti.
La luna ci commuove -
ma è Venere che ci incanta


 

(Martedì)

Marte viene, Marte parte,
Marte indossa fiero
il cimiero rilucente argento e nero
sopra i ricci di catrame e gli occhi
color del rame. Marte parte,
Marte arriva cavalcando il suo destriero
rosso come il cuore d'una rosa.
Marte è il guerriero che attendiamo
per sconfiggere ogni nostra
incoercibile incertezza,
per liberare il nostro cuore
da ogni trepido timore.
Marte ci prende -
ma è Venere che ci incanta.


 

(Mercoledì)

Ercole torreggia di statura e ci sovrasta
con la sua bellezza intensa.
Ercole si mostra senza ritrosia,
offrendoci generoso e buono
le sue membra salde nell'abbraccio.
Ercole ci protegge con la sua potenza
da ogni possibile minaccia, la sua carezza
è come il soffio d'una dolce brezza,
la sua mano concreta come roccia e vasta
da sola ci ricopre l'intero volto
e ci terge il pianto con tenerezza.
Ercole ci salva -
ma è Venere che c'incanta.


 

(Giovedì)

Giove discende a volte dal suo maniero
per onorare soltanto la nostra grazia,
Giove ci adorna di damaschi e lucenti gioie,
ci promuove a regine della galassia,
ci dona mazzi di camelie e rose bianche
e profumi di verbenia e salvia e glicine
di selva. Ci osserva severo accigliato
Giove dal suo fermo e mite sguardo,
scuro di tempeste e avvezzo al fiero
dominio delle nubi e dei venti.
Solo per noi mia cara egli
si fa fallace!
Giove ci intriga -
ma è Venere che ci incanta.




 

(Sì, è Venerdì)

Venere ci sorge in petto, al mattino,
come un cuore scintillante,
Venere ci raggiunge, illuminando
di sorriso le nostre guance,
Venere ci pettina i capelli
come onde d'oro puro,
Venere è nei nostri occhi,
è nel nostro sangue,
è nell'abisso dei nostri specchi,
Venere è la nostra mano più irrequieta
alla ricerca del più intimo ardore.
Venere è il nostro inganno, il nostro affanno,
la nostra beltà segreta e quella detta,
Venere è la vita, opposta a ogni disfatta.

Venere è sé stessa, sei tu, sono io,
siamo tutte noi, amate mie!

Domani nasce un nuovo giorno.
Io attendo solo il tuo ritorno.




Per Rosanna, Medea, Rosa, Elisa, Mara, Paola, Livia, Daniela
Con immenso affetto
Marianna Piani
Milano, 7 Ottobre 2013


sabato 14 dicembre 2013

Petite Chanson


Amiche care, amici

scrissi questa "canzoncina" per una meravigliosa coppia di ragazze, il cui amore è sfociato da tempo in un bellissimo progetto di vita, che dimostra come non esiste limite o confine o schema o legge umana o divina che possa contenere l'amore quand'è profondo e vero. Non è nulla di scandaloso o di pruriginoso ormai, tranne per qualche "benpensante" carico di pregiudizi, non è che un modo "diverso" di affrontare la vita, e l'amore di coppia, pieno e completo. Certo, io posso sognare proprio un amore così, che ponga fine alla mia ansia, alla mia disperata ricerca di perfezione, che mi completi come donna e come essere umano. Ma ciò vale per chiunque di voi, per tutti voi, credo. Trovare - se non avete la fortuna di averlo già vicino - il senso finale della vostra vita nella persona - uomo o donna che sia - che amate e che vi ama, è una delle più grandi ed esaltanti avventure che la vita ci riserva. È la vita stessa.

Amiche dilette e amici, condivido con voi questi pensieri d'amore e passione, come non mai con amore

M.P.




Petite Chanson



Io ti voglio, io ti cerco, io ti amo,
io ti prendo per la mano,
io ti parlo
come si parla a un'amica,
io ti dico, qui rimani, non è finita
la nostra impossibile stagione.

Io ho bisogno, come dell'acqua
ha il torrente, di averti accanto,
di sentirti a me vicina.
Io lo so, e tu lo sai, che tu sei
tutta la mia vita,
che tu sei la sperata fine,
insperata, della mia ricerca
mai finita.

Tu sei il mondo, tu sei l'aria,
tu sei il vento che mi respira,
tu sei fuoco, tu sei braciere
tu sei l'ardore che mi possiede,
tu sei la notte delle mie pupille
tu sei l'alba sulla mia pelle,
tu sei la cenere, tu sei faville
che investono le mie spalle,
che sfrigolano nel mare,
dove incontrano le stelle.

Tu sei Luna, tu sei l'astro
che inargenta l'arenile,
tu sei neve che riscalda,
tu sei nebbia che rischiara,
sei la sabbia nella mia clessidra.
Tu sei Venere, la più bella,
la più audace sirena e dea,
tu sei Marte all'incruenta guerra
tra desiderio e ritrosia.

Tu sei seno, tu sei vulva,
tu sei cerva di prateria,
tu sei santa, tu sei vera,
tu sei libera prigioniera
dei miei sensi, dei miei voleri.
Tu sei vergine invereconda
ravvolta nei miei lini
e tra i capelli
e nelle mie gambe
di te mai stanche.

Tu sei folle, dio mio, sei saggia,
tu sei la pioggia che mi desta
dai torpori dell'ipnosi,
tu sei la tenera selvaggia
che nessuno afferra, nessuno
tiene, tranne colei che l'ama
e di questo amore muore.
Tu mi prendi, tu mi fuggi
tu mi parli con dolcezza
della lucida tua amarezza.

Io ti cerco, io ti voglio, io ti aspetto,
io ti sono acqua e terra
sempre pronta sono in seno
ad accogliere le tue radici,
a nutrire le tue fronde
agitate dalla buriana.
Tu sei luce, tu sei pianta
che non pianta mai radici,
tu sei quercia, tu sei foglia
che si libera nel vento,
tu sei quiete, tu sei tempesta
tu mi sei la vita stessa.

Io ti penso, io ti chiamo,
io ti stringo tra le braccia,
io ti imploro, io ti credo,
io ho la fede nelle tue mani,
io ti offro l'impero e il tempio
del mio corpo inerme e nudo,
io ti sento in me entrare
con la chiave del tuo affetto,
io m'abbandono intera e spoglia
alla tua delicata voglia.

Io ti voglio, io ti cerco,
io ti detergo il pianto,
io ti voglio stare accanto
finché l'onda non ci sommerga.
Tu sei colomba, tu sei cigno,
tu sei la spina d'una rosa,
tu sei colei che tengo infitta
nella mia anima, mai vinta,
poiché sei mia, da ora sempre,
poiché sei ombra e sei luce
nella mia aiuola erbosa,
nel mio sterile giardino,
nel mio grembo sei sugosa
melograna di piacere.

Io ti cerco, io ti prendo,
io ti voglio, io ti bramo,
semplicemente
poiché sei mia sposa.




Marianna Piani
Milano, 6 Ottobre 2013
a Ila e Cri

martedì 10 dicembre 2013

Emily in Vita








Amiche care, amici,

oggi è un giorno speciale, e contravverrò a tutte le piccole regole che mi sono imposta qui - per rispetto a voi, beninteso, e per questo me ne scuso - ma so che mi comprenderete.
Pubblico in anticipo rispetto al consueto giorno, ma più "grave" ancora, pubblico uno scritto praticamente alla prima stesura, appena posata la penna, senza quarantena, anzi, senza quasi lasciare  il tempo perché si asciughi il virtuale inchiostro sulla carta…
Oggi, 10 dicembre 1830, ad Amherst, Massachusetts, USA, nasce una delle donne più straordinarie e insostituibili della Storia, un'Anima Eletta, capace di donarci, dal suo lontano appartato rifugio, infiniti gioielli di incomparabile bellezza e profondità.

Parlo naturalmente di Emily Dickinson, grandissimo Poeta, tanto più grande se si pensa di come il suo canto straordinario sia sbocciato al di fuori di qualsiasi retroterra, di qualsiasi influenza culturale, o suggestione, purissimo e sorgivo, destinato nella sua mente soltanto a riflettere la sua propria esclusiva bellezza, e poi, per un puro caso, "portato alla luce" da qualcuno dopo la sua morte, come si porta alla luce un filone d'oro…
Per questo voglio dedicare a lei un omaggio speciale, con questa piccola lirica, esattamente nel giorno in cui la Natura ci ha concesso la fortuna di avere tra noi umani questo Angelo Musicante…

Dedico a lei - con pudore massimo e umiltà - le mie parole, e le condivido con voi, amiche mie dilette e amici, con amore.

M.P.





Emily in Vita
 


Lo sguardo si sofferma
su una foglia - morta - ancora
aggrappata al ramo della pianta.
Un fiato d'aria dicembrina
le dà un fremito di vita.
Lo sguardo gialloarancio
del sole vivido ma stanco
la riveste d'una fine veste
che non riscalda. Ma rende belle,
come un nastro, tra i capelli.
Lo sguardo dall'eloquio intenerito
dice al mondo: sono io -
Son io quell'anima di verde
che respira spirando vita
dalla luce. Sono io, così sottile
da mostrare in trasparenza il cielo.
Sono io, innamorata del buon Dio
e della mia compagna - segretamente.
Quel tremore che non è freddo -
ma senso estremo della morte -
è il mio freddo - esposta al vento
della palude, e stremata
dalla pioggia, io non cedo:
credo, fortemente credo!
Eppur mi lascio sopraffare
dal Genio dell'Abbandono.
Incrocio fiera con il vascello
della mente mia corsara l'intera costa
da Deer Island a Cape Cod -
che in vita mai io ho veduto.
Dialogo con le api sopra rose,
e ragiono con i gabbiani
sopra i marosi.
Non temo le regine,
né mi adonto delle puttane:
io cucio. Semplicemente cucio.
Poiché è ciò che donna
so fare della mia vita,
un involto
di strette carte sofferenti,
imbevute di sangue, e mestruo,
e latte, e assenzio, e miele
e impareggiabile Rum d'Antille,
e di attesa infinita
d'un volto ambito
mai per me giunto.
Un involto cucito ad ago e filo
con tenera maestria -
soltanto per chi verrà dopo.
Attenderò da sola, a lungo,
che si stacchi dalle stipole il picciolo
e finalmente possa io volare
libera incontro al confine
tra notte e giorno,
che non fingo, che non sfuggo,
che non mi spaura,
poiché il destino di questa foglia
è il "per sempre" rilucente

nelle iridi di chi ama me
dalla mia parola
sola.


Marianna Piani
10 Dicembre 2013
Omaggio devoto a Emily Dickinson
Divina Musa

domenica 8 dicembre 2013

System K



Amiche care, amici,
permettetemi una breve premessa, poiché oggi trovate qui qualcosa di un poco diverso dal solito.
Da tempo meditavo di intervenire sull'argomento del libro vs ebook, che mi sta molto a cuore. Ma trovavo la poesia, il mio "strumento d'espressione" preferito, poco adatta, oltre al fatto che io non sono affatto portata per la "poesia militante", in qualunque modo intesa. Per questo mi sono decisa, e ho pensato di "buttare giù" le mie idee in prosa, nella forma di un piccolo racconto.
No non temete. Io ritengo la prosa se possibile ancora più "difficile" della poesia, e anche se mi diverte un sacco scrivere brevi racconti come questo, non li ritengo "degni" di pubblicazione, per cui ve li risparmierò accuratamente, in futuro.
In questo caso mi sono sentita di fare una eccezione, proprio per via dell'argomento.
La mia fiera e intollerante opposizione nei confronti dei sistemi di lettura e-book ho già avuto modo di esprimerla in passato, anche se non in modo articolato, e non sarà una sorpresa per molti di voi. Con alcune amiche ho avuto anche modo di discutere animatamente, non ricevendo per la verità molti consensi. Per questo ho voluto abbandonare qui la polemica e il pamphlet in favore di una forma più lieve, quella dell'apologo. Ma il mio pensiero è e rimane quello qui espresso. So che sarà poco popolare e meno ancora condiviso, ma si tratta di una delle mie poche convinzioni profonde.

Ho "osato" un poco, devo dire, con la consecutio temporum, passando dal presente al passato "in corso d'opera", ma c'è un motivo, e se avrete la pazienza di leggere, lo troverete alla fine.

Anche questo scritto, comunque, lo condivido con voi tutti, amiche dilette e amici, con amore.

M.P.






System K


(Dialogo tra una professoressa e una ragazza
sul TAV Torino Milano, una sera d'inverno.)



Fuori è grigio, la sera arriverà prematura, come si confà alla stagione.
Avrebbe forse nevicato, di lì a poco. Bave di condensa si raccolgono agli angoli dei finestrini. Il paesaggio è quello monotono delle risaie, da tempo abbandonate, rade cascine sparse, in lontananza, quelle più vicine sfrecciano trascinate via assieme ai tralicci della linea aerea dalla corsa spettacolare e un po' folle del convoglio.
La professoressa, una donna sui quaranta/quarantacinque, bruna, piuttosto piacevole d'aspetto, è stanca, ha appena sostenuto una conferenza, si sente come svuotata, sfinita. Osserva per qualche tempo la campagna fuori dal finestrino, che con quella luce cinerea le pare più desolata che mai. Vorrebbe dormire, ma è troppo stanca per farlo, le duole anche un poco la testa. E poi lei in treno nemmeno morta riesce mai a chiudere occhio.
Invidia cordialmente chi riesce a farlo, come il tizio sovrappeso, accanto alla porta, sprofondato e scomposto in un sonno profondo. Russa a tratti, cosa che lei detesta, perché a sentir russare una persona lei va in paranoia, e le pare di andare in apnea lei stessa, di soffocare, sentendo quei rantoli affaticati.
Distoglie perciò subito sguardo ed attenzione, e osserva proprio davanti a lei una ragazza. Una biondina, piuttosto ben fatta, un viso regolare, quasi senza trucco, potrebbe essere una sua studentessa, per tipo, ed età. A parte gli occhi, chiarissimi, quasi d'acqua, non ha nulla che potesse colpirla, tranne un dettaglio, che a un primo sguardo poteva sfuggire: la ragazza legge. Ma non un K24, come tutti: un libro "vero", di carta.

Erano anni che non ne vedeva uno, così. La produzione era cessata del tutto ancora con l'uscita del vecchio K20Jubilee, quello con la cornice in titanio spazzolato, chi non lo ricorda? L'ultima tipografia aveva chiuso anni prima, in Cina, con l'edizione - per l'occasione speciale - di una Bibbia in inglese e mandarino, e la notizia aveva fatto il giro del mondo, anche se relegata tra le curiosità e il gossip, con titoli del tipo "Il libro è morto, evviva il libro".
Ma lei se ne era disfatta già da tempo, come quasi tutti del resto. Era accaduto lo stesso anni prima con i vecchi Dvd/BlueRay, e con i CD audio, tutti formati e supporti divenuti rapidamente obsoleti in favore delle nuove tecnologie "leggere", basate sull'informazione diffusa. Ed ancora prima (pochi lo ricordano, questo) con le "videocassette" VHS: lei lo ricordava invece, perché di recente, facendo spazio in cantina, ne aveva scovato un bel po', dimenticate in una cassa; cartoni animati di quand'era bambina, prevalentemente. Del tutto inutilizzabili ormai, ovviamente, ma era stata tentata di tenerli, per nostalgia.
Lo spazio è prezioso, però, ed è incredibile di quanto spazio abbisognavano questi vecchi media: interi scaffali, ricordava, occupati spesso a più file, e non bastavano mai! Oltretutto poi da anni IKEA aveva smesso di commercializzare quelle spoglie strutture che un tempo erano le "librerie", anche quelle solo un ricordo ormai, tra il tenero e il patetico, come tutte le cose quando perdono la loro funzione e divengono modernariato o "vintage".
Ad ogni modo, non poteva fare a meno di contemplarlo, ora, quel volume, tra le mani della ragazza, che lo teneva con delicatezza, sfiorando il bordo della copertina con le unghie accuratamente laccate di rosso.
Non era un libro particolarmente corposo, né di grande formato, un tempo lo si sarebbe detto un comunissimo paperback da pochi soldi. E infatti, a uno sguardo meno attento, sarebbe sfuggito, non sarebbe stato considerato nemmeno.
Del resto una delle più recenti versioni del "Sistema K" - il K22 Vintage Library - si sforzava di imitare in qualche modo anche l'aspetto esteriore di un libro vecchia maniera, la copertina finto-sgualcita, il dorso semirigido, con scritte e foto (una breve user guide e reference), per cui pochi ci avrebbero fatto caso.
Ma la professoressa, anche per via dei suoi studi, ma ancor più per educazione familiare, aveva avuto un rapporto particolare e molto stretto, anni addietro, con i libri, e le era rimasta evidentemente una traccia della antica sensibilità.
Lo contemplava, dunque, quel libro, quasi imbambolata, con un senso crescente di tenerezza mista a nostalgia. Non riusciva a vederne il titolo, ma al momento le bastava rivedere l'aspetto, già quello le comunicava una sensibile emozione.

Era - come dicevamo - un volumetto dimesso, poco più piccolo di un K Mini standard, la copertina in cartoncino leggero, di colore arancio chiaro, con caratteri neri.
Lei non riusciva a leggerne il titolo, né l'autore, ma ne distingueva chiaramente il marchio, stampato piuttosto in grande, perché se ne rammentava con una certa vivezza: era l'inconfondibile glifo di Adelphi, una vecchia Casa Editrice di medie dimensioni, che fu tra le prime a soccombere, travolta dall'irrompere del "Formato Proprietario" del sistema K, che lasciava ben poche possibilità di alternativa a chi non si adeguava.
Poi, com'è noto, toccò via via a tutte gli altri Editori, prima i minori, e i nazionali, che non avevano alcuna possibilità di partecipare alla competizione munendosi di loro propri sistemi contrapposti o affiancati a quello dominante, poi ai maggiori, italiani o multinazionali che fossero, come Feltrinelli o Mondadori o Hachette, o Penguin, o Gallimard… schiacciati tutti - o assorbiti - alla fine dal sistema K, dominante assoluto in barba a ogni legge antitrust: poiché si trattava di "cultura", e la cultura era considerata praticamente extra legis. Non vincolabile da leggi.
Il risultato fu, con un procedere rapidissimo, quasi catastrofico, la scomparsa delle librerie prima, e poi anche dei punti vendita nei centri commerciali e nelle stazioni. Successivamente, dopo un breve periodo in cui il commercio librario si sostenne sull'ordine e l'acquisto online, la concorrenza dei titoli "cloud" del sistema K ne rese del tutto insostenibile - e infine superflua - l'esistenza.

La professoressa ad ogni modo ora non riusciva a staccare gli occhi da quel libro, la sua attenzione ne era calamitata, e la ragazza sentì quello sguardo gravare su di sé, tanto che interruppe la lettura, in cui era concentrata, e sollevò improvvisamente il viso, con espressione interrogativa e imbarazzata, e forse un po' inquieta.
La professoressa trasalì leggermente, come se fosse colta in flagrante a compiere qualcosa di disdicevole, ma si contenne. La ragazza le apparve subito anche più giovane di quanto non le fosse sembrata a una prima occhiata, e il viso, che ora poteva vedere bene, le parve di una bellezza veramente emozionante, difficile da dimenticare.
In particolare gli occhi, sensibilmente più grandi della media, erano sì chiari, come aveva notato fin dall'inizio, ma di una chiarezza del tutto irreale, come non le era mai accaduto di vedere prima di allora.
- Scusa, - iniziò, per rompere l'imbarazzo cui l'aveva gettata l'espressione della ragazza, e la trasparenza di quegli occhi - scusami, ma non ho potuto fare a meno di notare...- disse, accennando al libro.
La ragazza parve rasserenarsi, ma poi di nuovo aggrottò la fronte, come se fosse colta da un altro pensiero molesto
- Davvero? - disse, con la voce ancora infantile che hanno molte studentesse, e che lei conosceva bene - Le piacciono i libri? -
La professoressa rimase nuovamente sconcertata. ""Le?"… Questa ragazza usava il "lei", e anche questa era una consuetudine che si era perduta molti anni prima. Provò un leggero capogiro: da dove diavolo sbucava, quella ragazza? Da un altro tempo? Da un altro spazio? Come mai poi aveva tra le mani un libro, un vecchio libro in carta? Sembrava una cosa così incongrua per una fanciulla della sua età.
- Beh, anche a te piacciono, mi pare - disse, riprendendosi, ma la risposta le parve subito stupida e inadeguata - Insomma, se vuoi saperlo, sì, mi piacevano - riprese, riportando il discorso su di sé - quando ne possedevo… Ma è tanto che non ne vedo uno dal vivo ormai… Questo qui, comunque, cos'é? Dove l'hai trovato? -
La ragazza si ricompose, con un sorriso, non sembrava più allarmata, anzi, pareva contenta di quell'approccio. Chiuse il libro, mantenendo il dito indice tra le pagine come segno, e lo porse alla sua interlocutrice.
Lei ebbe di nuovo un moto di sorpresa. Si aspettava un Classico, oppure un autore da best seller più recente, e invece era un titolo che a ben pochi al mondo avrebbe potuto dire qualcosa: era "Il dialogo della salute" di Carlo Michelstaedter. Lei lo conosceva da antiche reminiscenze universitarie; un autore "minore" del nordest mitteleuropeo italiano, morto suicida giovanissimo, con un lascito di pochi titoli di carattere filosofico, a suo tempo molto quotati in sede critica, e un pugno di poesie un tantino crepuscolari.
Ma era un autore del tutto scomparso dai cataloghi, da decenni, e come si trovasse ora nelle mani di quella giovane lettrice non sapeva darsene una ragione.

La ragazza si avvide della sorpresa della professoressa, e sorrise di nuovo.
- Vedo che le piace veramente. Conosce questo autore? -
- Beh, non ne so molto per la verità, sapevo che esistesse, ne avevo letto qualcosa ai tempi dell'Università…-
- Vuole ? - chiese la ragazza, avvicinando ancora il libro alla professoressa, come per invitarla a prenderlo tra le sue mani.
Lei non rispose, ma non riuscì a nascondere un'espressione simile a quello di un bambino cui si permette di toccare un ambito giocattolo. La ragazza ritirò un attimo il volume, piegò un angolo della pagina per tenere il segno, e lo affidò alle mani emozionate della compagna di viaggio.
Questa si guardò per un momento intorno, furtivamente, come se stesse compiendo qualcosa di vietato, ma l'unico viaggiatore presente oltre a loro nello scompartimento continuava tranquillamente a russare. Erano loro due sole, lì, in quel momento…
Quando ebbe il libro tra le mani, le prese un'emozione che pensava aver scordata da tempo immemorabile. La copertina leggermente ruvida, era un poco consunta sul dorso, dove la legatura aveva ceduto per un tratto, lasciando libero il cartoncino, che si era piegato e sciupato, scoprendo per un paio di centimetri i fascicoletti dell'in-quarto. E poi all'apertura, la colpirono il profumo inconfondibile della carta stampata, e i caratteri nitidi, incisi, che parevano essere lì apposta per sfidare il tempo. E la lieve resistenza opposta dalle pagine nel piegarle per sfogliarle, e il fruscio leggero che facevano mentre scorrevano sotto le dita. Era qualcosa che la commuoveva profondamente.
Aprì alle prime pagine e lesse la data in colophon: Milano 1988. E sul retrocoperta, il prezzo, ancora non in Euro, ma addirittura in Lire: L. 9.000
Andò poi, a caso, a pagina 46, e lesse, muovendo leggermente le labbra, ma senza emettere suono:

Nino. Ma allora ha vantaggio chi è illuso su chi non è più illuso. - Le persone che attribuiscono valore a quelle stesse cose che tu prima dicevi non aver valore. -
Rico. Ben io credo con te che il non illuso ha più valore dell'illuso. - Ma dimmi chi è che non è illuso affatto?
Nino. Quello che non dà più valore alla vita.
Rico. Alla vita degli altri o alla propria?
Nino. Né a quella né a questa.

La ragazza non spiegò come ne fosse venuta in possesso e perché. Sembrò immersa nei suoi pensieri. - Abbiamo perso molto… - disse, e la professoressa sentì un ombra di rimprovero in quella frase.
Certo, pensò, questa ragazza ha tutta l'aria di essere nata dopo la scomparsa dei libri, e forse fa carico noi, delle generazioni precedenti, di questa disfatta.
E aveva ragione, in un certo senso, certo non poteva essere responsabilità dei giovani come lei, ma di chi li aveva preceduti, di aver effettuato delle scelte del tutto scellerate. Furono invece persone come lei, pensò la professoressa riferendosi a sé stessa, colte, intellettualmente vive e preparate, che avevano anche una responsabilità formativa nei confronti del resto del mondo, a non essersi opposte con sufficiente vigore e incisività all'avvento e poi al dilagare della nuova tecnologia. Anzi, molte come lei avevano accolto la novità quasi con entusiasmo, per il fatto che specie all'inizio si presentava come un gadget di tendenza, molto "cool" - era fantastico farsi vedere in treno o in metro con uno dei primi sistemi K, ancora piuttosto rudimentali e ferraginosi. E poi vuoi mettere la comodità di avere a portata di mano, tutti raccolti in un oggetto che era più compatto e leggero della maggior parte dei libri, centinaia, migliaia di titoli, e poterli avere appresso con sé praticamente ovunque.
E l'incredibile risparmio di spazio che ciò poteva determinare nelle case, sempre più piccole e affastellate, lasciando spazio agli immensi schermi video olografici e stereoscopici dell'ultima generazione.
Anche lei si era lasciata sedurre da questi vantaggi, trascurando la faccia oscura del fenomeno. Un destino che era segnato, fin dall'inizio, a ben vedere, e sarebbe stato facilissimo rendersene conto. Non era accaduto lo stesso con la nascita lo sviluppo e l'affermazione dei PC? Dopo una prima fase in cui fiorirono una miriade di sistemi sull'onda della moda emergente (e anche Case Editrici minori abbandonarono il libro a stampa e tentarono di dotarsi di un loro sistema proprietario - accelerando così il processo di crisi e annullamento dell'editoria tradizionale), ben presto emersero non più di due o tre gruppi dominanti, unici capaci di reggere gli ingenti investimenti necessari per sostenere a livello di marketing i loro sistemi e renderli dominanti, che rimasero di fatto i detentori dell'intero mercato, in un regime di monopolio perfetto. Alla fine i gruppi si fusero divenendo un unico megagruppo, che prese il controllo dell'intero mercato.
Ciò comportò inevitabilmente la determinazione e il controllo totale della domanda attraverso l'offerta. Vale a dire, i criteri editoriali si spostarono sull'esclusivo valore delle quote di mercato. A parte una piccola "riserva indiana" dedicata ai Classici maggiori, che pur sempre una certo favore e popolarità incontravano, e quella, più ridotta ancora, dei così detti "sperimentali" o contemporanei, il grosso dell'offerta era governata esclusivamente dai dati di vendita, e solo da quelli.
In pratica questo determinò la scomparsa di ogni autore minore, meno noto, fuori moda, oppure semplicemente "scomodo" o critico al sistema. Non da un punto di vista ideologico, beninteso, ma esclusivamente economico.
Tutti questi autori scomparvero definitivamente dai cataloghi, semplicemente perché
la loro scarsa popolarità non consentiva di garantire la "tiratura" minima necessaria per giustificare l'investimento necessario alla digitalizzazione e codifica dei volumi. Ma qualunque fosse la motivazione, ciò che veramente contava era che la scelta, la selezione o l'esclusione di autori e titoli fosse - in tutto e per tutto, e per tutto il mondo - nelle mani di un pool ristrettissimo di tecnocrati, executives e accademici a contratto, supportati da un sofisticato software, e che fossero perciò costoro a determinare ogni aspetto della cultura, della educazione e della conoscenza delle masse dei cittadini.

La ragazza pareva essere ben cosciente della situazione, e infatti sembrava tenere moltissimo al suo Michelstaedter:
"È un volume molto raro" disse, riprendendo il discorso. "Del tutto introvabile
in rete" (la chiamava ancora "rete", anche se con la vecchia rete web il Sistema avesse ben poco a che fare).
- Ma come l'hai avuto? - chiese l'altra.
- È una lunga storia... diciamo che l'ho avuto in eredità. -
- Sai, è veramente tanto tempo che non vedo, ma soprattutto che non riesco a toccare, fisicamente, un libro di carta. È una sensazione strana, unica.
- Lei possedeva molti libri un tempo? -
La professoressa rimase per un istante in silenzio. Che poteva dire? Senza parametri di confronto, non poteva sapere se fossero tanti oppure pochi. Un bel numero, di sicuro. Ricordava che occupavano una intera parete, fino al soffitto, e poi quasi due terzi sull'altro lato, fino alla finestra. Quanti potevano essere stati? Un migliaio? Di più?
- Parecchi - rispose, in un leggero sospiro.
- Li ha eliminati tutti, oppure ne ha conservato qualcuno? -
- No, non credo sia rimasto nessuno... -
- È una disdetta! - fece la ragazza. - Le mancano? -
- Ma no, credo di no... Almeno, con l'arrivo del K, i contenuti... -
- "Alcuni" contenuti - la corresse la ragazza.
- Va bene, certo, "alcuni contenuti"… sono migrati semplicemente di medium, nulla è cambiato... O no? -
La ragazza la guardò in modo strano, un po' di sottecchi. Respirò, prima di riprendere la parola. E la riprese, infine, ma apparentemente cambiando argomento. Accarezzò il libro, ritirandolo dalle mani della professoressa, e lo girò in modo che il fronte copertina fosse rivolto alla sua interlocutrice.
- Vede, questo volume è del 1988, è appartenuto a mio nonno, assieme a molti altri. Lo abbiamo ritrovato dopo la sua morte, giusto una settimana fa, nascosto assieme ad altri in una cassa. E non è neppure il più anziano, questo. Ci sono volumi del '50, del 1940, e giù fino al 1920, perfino un paio di fine '800. Tutti eredità della famiglia, il nonno si era sempre rifiutato di eliminarli. Ma non sapevamo che fine avevano fatto.-
La professoressa ascoltava, con crescente nostalgia. Ricordava di aver avuto anche lei, tra i tanti, alcuni volumi più antichi, appartenuti a suo padre, o sua mamma.
- Vede,- continuava la ragazza - per me non è soltanto una questione di carta, cartoncino, o di rilegature, è una questione di anima. -
Sollevò ancora il volume di Michelstaedter, agitandolo leggermente - Questo libro ha un'anima, questo voglio dire. E non solo in virtù del contenuto, di ciò che è scritto, ma perché ha attraversato due generazioni, si è imbevuto della storia e della vita delle persone che l'hanno posseduto, l'hanno letto, che l'hanno annotato... Ecco, guardi - si interruppe, sfogliò rapidamente le pagine, poi riaprì il volume sotto gli occhi dell'amica - Ecco, queste sono le annotazioni del nonno, a matita azzurra, vede? Sottolineature, annotazioni, perfino alcuni disegnini… E sono arrivate fin qui dopo oltre cinquant'anni! Intatte. A comunicarci le sue idee, le sue impressioni, il suo dialogo intimo con l'autore. A restituirci la sua anima!... -

La professoressa rimase un poco interdetta. Era un modo di parlare, concetti che non parevano appartenere a una ragazza così giovane, ma a qualcuno di assai più maturo. E man mano che avanzava il discorso, lei si accendeva, prendeva vigore, s'infervorava. Era evidentemente un argomento che le stava assai a cuore.
- Riesce a figurarsi cosa sarà tra cinquant'anni del suo K 24? I testi che vi ha raccolto, saranno ancora leggibili? E le note, i commenti? Non c'è modo addirittura di inserirli, poiché infrangerebbero il codice... -
- Ma è una nuvola digitale - provò a ribattere la professoressa - per sua natura è sganciata dal device, dall'hardware insomma. La sua stessa diffusione è garanzia di continuità... I contenuti - Autori, titoli -  non si perderanno... Migreranno soltanto...-
- Crede? Ci crede, sinceramente? Non crede invece che sia tutto talmente legato a un sistema, perdipiù nelle mani e sotto il controllo di pochi, che basta l'aggiornamento di un processore per far sfumare tutto... Come una nuvola, appunto? -
La professoressa rimase in silenzio. Ricordava com'era stato, come inizialmente avesse acquistato il suo primo K (era ancora un K 15!) con un certo scetticismo. Lei amava i libri, ma non tanto feticisticamente, come oggetti, quanto perché li riteneva un veicolo per la cultura e il vero strumento della civiltà umana, ovunque. In fondo, pensava, il mezzo non è il contenuto, la carta non è il pensiero ma solo un supporto: il medesimo contenuto su un mezzo diverso non avrebbe cambiato il suo valore. Solo non pensava che quel gadget di moda, da borsetta, avrebbe mai potuto sostituire il libro, con i suoi mille anni di storia. E in ogni caso, lei l'avrebbe usato per la sua comodità, e mai avrebbe abbandonato il libro vero, autentico.
Purtroppo le cose andarono diversamente, senza neanche che se ne avvedesse. Quale era l'ultimo libro che aveva eliminato? E quando fu? Non lo ricordava neppure.
A volte le cose si svolgono al di sopra della propria volontà e aspettativa, semplicemente perché contengono già in sé il proprio destino. Sarebbe inutile opporsi. Ma sarebbe stato davvero inutile, in questo caso?
La ragazza intanto la guardava, sembrava soppesare le sue emozioni, voleva dire qualcosa, ma indugiava...

Il treno intanto entrava nello scalo, rallentando gradualmente, il finestrino nel frattempo si era fatto completamente nero con il scendere della sera, e il vetro rifletteva lo scompartimento come uno specchio.
Il tizio di di fronte si era destato. Come un gatto che si desta dal suo sonno letargico - misteriosamente - al momento giusto per il pasto. Si iniziava a sentire la consueta trattenuta agitazione del fine viaggio. Il dormiente bruciò i tempi, e si levò in piedi, anche se era troppo presto ancora. Iniziò anzi a trafficare con il bagaglio, a riporre il suo K24 - che aveva tenuto sulle ginocchia per tutto il viaggio, ma spento - e a recuperare il soprabito e il cappello dalla rastrelliera.
La ragazza indugiò ancora, ma infine, proprio quando erano tutti già in fila nel corridoio ad attendere la discesa, parve superare la ritrosia e prendere una decisione. Cercò per qualche istante tra le sue cose nello zaino, e ne estrasse un biglietto.
- Guardi, abbiamo creato un piccolo gruppo,- bisbigliò un poco frettolosamente, ma con un sorriso - per la salvezza del libro... Se vuole... Siamo in pochi, ancora, ma forse riunendoci riusciremo ad avere un peso...-
Il treno arrivò alla stazione e ognuno andò frettolosamente per la sua strada. La professoressa raggiunse quasi di corsa la pensilina dei taxi. Una volta in vettura ripensò alla ragazza del treno. Sorrise, l'inteneriva quell'entusiasmo, tipicamente giovanile, come quella visione apocalittica, che le pareva un poco eccessiva.
Si ritrovò il bigliettino tra le mani, un piccolo cartoncino da visita, di quelli che usava qualche decennio prima. Su di essa, oltre a un indirizzo e email, la figura stilizzata di un libro, e un logo in corsivo con il nome del gruppo: "Fahrenheit 451"…

. . .

Uno scossone, la professoressa ci mette un poco prima di riprendere pienamente coscienza, e a ricollocarsi nel luogo e nel tempo.
È di nuovo nel treno… Anzi, è ancora nel treno. Che sta rallentando, con il tipico sibilo dei TAV dell'ultima generazione, mentre attraversa lo scalo che precede la stazione.
Istintivamente, si guarda attorno. Cerca la ragazza, con cui ha parlato fino a poco prima… O almeno così credeva di aver fatto… E la ragazza è effettivamente lì davanti a lei, che si sta alzando per riordinare le sue cose in vista dell'arrivo. Però sembra ignorare la sua presenza, e sta infilando qualcosa nello zaino: è un K24…

Dunque, si era assopita, prima, cosa che non le capita mai. Ora finalmente inizia a ritrovarsi nella realtà e nel tempo attuale. Quanto tempo aveva dormito? Non riusciva a ricordare bene. Presto sarà in coda per l'uscita, pronta per il controllo dei documenti e per il detector degli agenti dell'UPC - Unità Protezione Copyright.

Una volta nel taxi, poco dopo, mentre questo si muove per immergersi nel traffico, per un istante, solo un brevissimo istante, le pare di intravvedere, attraverso le vetrate della stazione, la ragazza del treno, il viso segnato dalle lacrime, scortata con cipiglio da due agenti del Copyright…


Marianna Piani
Milano 7 Dicembre 2013

sabato 7 dicembre 2013

Tu m'hai compresa


Amiche dilette, amici cari,
siamo al tramonto di un sabato di mezzo inverno, illuminato qui da dove vi scrivo da un tenero sole che ha dipinto d'arancio questo cielo che ora si dispone ad assumere i toni lividi che più si confanno alla stagione.
La consueta "quarantena", che mi auto-impongo - come molte di voi sanno - prima della pubblicazione di qualunque mio scritto (a meno che non sia d'occasione), hanno l'effetto marginale, ma piacevole il più delle volte, di riportarmi indietro di un paio di mesi, al momento della primissima stesura. Ritrovo sensazioni, momenti e pensieri che paiono ormai lontani, e li rivivo, con emozione sempre rinnovata.

La composizione che segue fu una delle prime che dedicai ad una delle persone più care e straordinarie che mi sia capitato di incontrare, qui in "rete".
Io mi ritengo molto fortunata in questo: da quando mi sono palesata (principalmente qui, e su TW) ho avuto l'occasione di incontrare, e di stringere amicizia, con un discreto numero di persone, in particolare donne, veramente meravigliose, e tra queste vi è un piccolo nucleo che considero degli autentici tesori di umanità, intelligenza e sensibilità, persone che mi hanno veramente arricchito, spiritualmente, moralmente e idealmente, con inattese e inestimabili doti di umanità, di affetto, di disponibilità, di libertà dai pregiudizi, di comprensione.
Ecco, comprensione soprattutto. Ogni rapporto umano profondo (e questa è una delle doti più spiccate ed istintive delle donne, anche se non manca - sia pur più di rado - in taluni uomini) si basa sulla comprensione, quindi sulla tolleranza, sul rispetto e sulla reciproca simpatia (dall'etimo συμ-παθεω, soffrire assieme).

Ecco dunque il tema che è ad ispirazione di questa breve e semplice lirica: la comprensione. Oltre alla dolce sensazione di pienezza che se ne riceve, ogni volta che la incontriamo esplicitarsi in qualcuno.
Da parte mia non potrò mai più prescindere la mia vita da quelle persone, perché la vita è fatta proprio di questa "sostanza" impalpabile che è l'amore tra individui, amore che prende via via le forme più diverse ed inaspettate, ma che è sempre il vero ossigeno per la nostra anima.

Ecco, dedico queste parole a R.A., e a voi, amiche care e amici, con sincero, commosso amore.

M.P.






Tu m'hai compresa



Tu m'hai compresa, tu mi ascolti:
quand'io parlo, o scrivo, o mi commuovo
di fronte allo spettacolo dell'uomo
che ricrea il mondo, e lo conforta.

Tu hai colto tra gli spazi, nelle pause
di silenzio tra le parole, tu hai raccolto
il mio sguardo diretto al volto chiaro
della bellezza, e l'hai seguito passo passo

fino a al nucleo d'incandescente massa
che governa l'astro, e ne scandisce il senno,
il senso, e l'orbita perenne. Ogni parola
pronunciata dal poeta è una sfida nuova.

Tu m'hai compresa, tu mi ascolti,
al di là della coscienza, al di là della sapienza,
d'ogni pronuncia, d'ogni pena, di ogni goccia
del mio sangue che alimenta questa penna.

Non v'è finzione, non artifizio, o sortilegio
che consuma e smussa il margine tagliente
del dolore, non v'è muraglia, né diaframma
che rompe l'ardere severo dell'amore.

Lancio il mio canto al vento, oltre l'acque,
sopra i mulinelli di salsedine, sibilanti al fianco
della chiglia che ci sorregge dal naufragio:
poiché io so che tu mi ascolti, che mi comprendi.

Tu non dici, tu sai, e in silenzio tu mi affianchi.
Sei compagna e sposa nei miei pensieri, sei colei
cui narro le mie storie, tu sei colei
per cui ogni mia parola è detta.



Per R. A. che l'ha ispirata e illuminata
Marianna Piani
Milano, 4 Ottobre 2013

mercoledì 4 dicembre 2013

Taccuino d'ottobre


Amiche dilette, amici cari,

lo confesso, io "lavoro" alla vecchia maniera. Catturo gli attimi, le idee al volo, sulla carta e a matita, a volte mi accontento un piccolo mozzicone, rimasuglio del mio lavoro di illustratrice, e di uno spezzone di carta, a volte perfino lo scontrino del supermercato in mancanza di meglio.
Le impressioni sono terribilmente effimere, sapete, come i sogni.
E le idee sono alquanto dispettose: pare che tanto più sono luminose e interessanti, quanto più in fretta svaniscono dalla memoria, diventano inafferrabili. Sapeste quante volte mi sono trovata a tentare affannosamente di ricordare una qualche visione, una immagine di cui ricordavo soltanto che mi era sembrata bellissima al momento di formularla. Soltanto questo, null'altro: perduta per sempre. La sensazione è allora quella di essere stata derubata di una bellissima tela prima di aver avuto il tempo almeno di fotografarla.

Per questo cerco di afferrare le idee nel momento in cui mi passano davanti al naso, non aspetto di essere tranquilla a casa, alla mia scrivania, con il cellulare spento, affidandomi alla memoria… A quel punto sarebbe troppo tardi. Cerco di annotare le idee lì dove mi trovo, anche se a volte questo mi procura delle situazioni imbarazzanti, come il mollare un discorso a metà per cercare nella borsetta il taccuino, che di solito non si fa mai trovare di primo acchito, quando serve.
Successivamente, questi spunti, questi versi sparsi e interrotti, possono diventare i semi da cui farò germogliare una nuova composizione, oppure anche no. Ma quand'è il caso,  riprendo il flusso del pensiero lì dove l'avevo lasciato e lo fermo, sempre a matita e sulla carta. Sono una dattilografa praticamente da "primo premio" (un tempo avrei avuto un gran valore sul mercato), ma il pensiero è comunque assai più rapido, e l'unico modo che conosco per riuscire a stargli dietro è quello quasi stenografico della mia scritturaccia, che difficilmente altri da me sarebbero in grado di interpretare.
Solo alla fine, mi metto alla tastiera, la maggior parte delle volte sul fedele iPad - che Dio gliene renda merito - e lo faccio perché a quel punto ho bisogno del massimo ordine e della massima chiarezza, per riuscire a controllare e stimare anche graficamente la scrittura (per me vi assicuro è una componente rilevante) e la dattilografia è ciò me lo assicura.

Tutto ciò per "presentare" questa composizione, che è nata in un unico giorno, come mi accade il più delle volte, nell'arco di un breve tempo: tratteggiata per brevi "pennellate", concedendomi ancora una volta alla mia tendenza al paesaggio, alla descrizione, al chiaroscuro. Come una pittrice a spasso col suo notebook (taccuino), in un giorno qualsiasi, ma bello, di inizio autunno, o piuttosto, in questo caso, di un'estate che non si decide a morire.
In seguito, rileggendola dopo il consueto periodo di decantazione, l'ho modificata di poco, molto meno che in altri casi, perché sento che il valore primo di questa piccola cosa sta nella sua freschezza, nella sua sbozzatura da disegno dal vero.
Ve la propongo ora qui, amiche care e amici, come di consueto, con amore.

M.P.




Taccuino d'ottobre


Mi piace essere parte di questo quadro d'autunno,
come le foglie, ancora verdi, e i parchi, distanti,
ancora fiorenti, nel grigio sole senz'ombra.

Come le brezze improvvise
che si gettano tra le vesti fingendo
d'essere tramontane, ma ancora troppo lievi.

Troppo piccine per raggelare.
E le imprevedibili piogge, a volte sottili,
a volte copiose. Ma brevi.

E dopo le piogge, gli squarci
tra le greggi di nubi, a lasciare liberi lembi
di folgorante azzurro. Come quello antico

d'un affresco ritrovato sotto l'intonaco, intatto.
Tanto ci è grato quell'immenso guscio
di porcellana per quanto già c'è mancato.

Il tepore addolcisce ancora, come una carezza
che non vorremmo mai abbandonare,
somiglia piuttosto però a un bacio

labbra a labbra, per il suo tenero umido contatto.
Perció io cerco il tuo viso che mi s'accosta
senza timore, in una delicata intima lucentezza.

Vorrei allora raccogliere i miei dolori
come il netturbino fa con le pagine gualcite
del mio taccuino, che ho lacerate una ad una

lasciandole libere a violare il loro destino
in cima agli elisei bizzarri e alle incostanti
brezze di terra, seguendo gli storni al tramonto.

Si adunano controluce, gli uccelli, in turbinosi mucchi,
assieme ai miei pensieri, bizzarri o soavi,
come alfabeti di penne e di cuori, attendendo

di muoversi in volo e canto, di raggiungere il nuovo mondo,
o di perdersi senza ritorno. Sono come caratteri neri
impressi contro una pagina di luce e di vento.

Quel cielo all'orizzonte che ieri era piombo
oggi è rosso sangue, il sole promette battaglia
domani, noi ragazze siamo nelle sue mani.

Avanza, il tempo, trascinando una stagione
nell'altra. Non c'è pace per me al mondo
finché - amore mio - non ti riprendo.



Marianna Piani
Milano, 2 Ottobre 2013

domenica 1 dicembre 2013

Iniziava così


Amiche care, amici,

una breve escursione nella memoria, ai luoghi e ai tempi della mia infanzia. Un'infanzia devo dire un poco "diversa" da quella di molte altre bambine, o ragazze, della mia età.

Sono stata sempre una personalità riflessiva: non "chiusa" o introversa, ma riservata, e adoravo i momenti di solitudine, di contemplazione,  a contrasto di molte mie coetanee che preferivano di gran lunga le interazioni sociali, il divertirsi (o chiacchierare) in compagnia. Non voglio che pensiate che ero una bimba triste, o noiosa, o asociale, tutt'altro. E nemmeno che considerassi le altre ragazze come delle superficiali, e che le evitassi, perché anzi ero sempre alla ricerca di amicizia e di affetto. Era solo che passavo i migliori momenti con me stessa, e nel farlo di certo non mi annoiavo mai, poiché avevo la fortunata capacità di osservare le cose sempre con meraviglia, con interesse, con emozione.
Da allora in fondo non sono cambiata molto, e questa mia nativa tendenza alla riflessione e all'attenzione al dettaglio è in fondo il motore primario della mia scrittura.
Con la differenza che allora non ero sola, che c'era una guida accanto a me, che mi avrebbe sempre portato in salvo.


Ricordo che non era un bel momento quello in cui scrissi questa composizione, e forse proprio per questo avevo sentito l'esigenza di rifugiarmi nel passato, fino alle radici della mia angoscia.


Trasmetto questi pensieri ora a voi, come sempre, con amore.

M.P.




Iniziava così


Ho imparato ad osservare, già da bambina,
la scintillante perfezione d'una stilla di rugiada,
o d'una lacrima di pioggia, indugiare sulla punta
maternamente curva di una pensierosa foglia
di gramigna. Per poi, malinconica, lasciarsi cadere.
Da piccina, rimanevo per ore al tramonto
seduta sui talloni, le magre gambe fuori dalle gonne
le ginocchia sbucciate da mille cadute nel cortile,
a rimirare l'orgogliosa schiera delle formiche,
impegnate nella loro convulsa ostinata disciplina,
solo per poi, misteriosamente, eclissarsi nelle fessure
e cunicoli del loro alieno profondo tenebroso mondo.

Fin da fanciulla mi coricavo tra l'erba più alta
a spiare i bruchi misurare gli steli con millimetrico zelo,
per poi rigirarmi verso il blu allo zenit e indovinare le forme
celate dalle giovani nubi prima di incupirsi nei nembi,
e stupirmi a quanto il minuscolo può pareggiare l'immenso:
e io lì, tra uno e l'altro smarrita, con il mio sguardo denso.
Avevo occhi grandi e di velluto come di rapace,
come pozzi profondi di solitudine, oscuri e voraci.
Sapevo osservare - senza timore - le fascinose trame
dei ragni, iridescenti diaframmi tra i rami ai primi raggi,
per chiedermi sempre perché di tanta lucente ricchezza
che, se mai fossi stat una farfalla, mi sarebbe stata letale.

Consideravo le farfalle come sorelle, tanto amate
per il loro fremere e palpitare incontro al vento,
per la temeraria incertezza del loro volo che pare
perennemente lì per frantumarsi come un'onda
sulle scogliere, e scompostamente precipitare:
e invece, inattese messaggere, giungono lontano.
Fin oltre il mare. Fino alle isole più sperse.
Nulla era al mondo più commovente, al mio sguardo,
delle minuziose incantate loro tele d'oriente, distese
a celare forse il calice di un giglio, o d'una camelia,
spiegando al mondo impareggiabili armonie di tinte,
e modulando il profumo dell'alba, o della sera.

Cautamente, nel maturo inverno, alitavo sulle lastre
delle finestre, creando d'incanto un merletto di stelle,
rigorose geometrie e fantasmagorie di un niente
che subito svaporava in una nebbia umile, sfuggente
allo sguardo opaco. Allora, per quanto inclemente fosse il tempo,
io non dubitavo, non mi facevo preda allo sconforto.
Non temevo il gelo, o la tormenta, poiché v'era ancora
accanto a me chi mi teneva per la mano. E mi conduceva
passo passo lungo il sentiero, indicandomi tutto ciò che valeva
d'esser compreso, del nostro quieto audace pellegrinaggio,
e ciò che poteva senza rimpianto esser lasciato appassire
sul bordo del prato. A sfrangiarsi nella memoria per sempre.

Saldamente, così, protetta, affacciata alla vita
come a un baratro da attraversare tutto, e da narrare.
Iniziava così allora, inconsapevolmente, la mia caduta,
oppure, forse, la mia salita.



Marianna Piani
Milano, 1 Ottobre 2013

sabato 30 novembre 2013

La stanza bianca


Amiche care, amici,

era fine estate, e mi trovai ad affrontare uno dei momenti oscuri della mia esistenza, quei periodi in cui il disagio di cui soffro prende il sopravvento, e mi trascina con sé verso l'abisso, per quanti sforzi faccia, per quanto gridi e mi dibatta.
Anzi, quei gridi e quei disperati divincolamenti, sono considerati "sintomi" e combattuti...
Altre volte ho affrontato qui questo argomento. Queste sono pagine aperte, non pongo limiti o pudori nel raccontarmi.
Ho anche confessato come la scrittura sia per me non una "terapia", ma certo una necessità, non so quanto condizionata o indotta dal mio stato. Il che tra l'altro non ha alcuna importanza, perché chiunque affida alla scrittura il proprio essere più intimo e personale, che sia patologico oppure no. Tuttavia non ne scrivo volentieri direttamente, e soprattutto non ne scrivo nel momento in cui ne sono preda. Perché occorre distacco, dalle emozioni: se si è troppo coinvolti ne risulta una cattiva scrittura. Forse sentita, commossa, o commovente, ma inefficace; e poi non vi è nulla di "estetico" nella espressione di una emozione violenta e incontrollata, positiva o negativa che sia. L'emozione si prende tutto lo spazio, e rimane al di sopra di tutto, anche della nostra umanità. L'emozione in assoluto è disumanizzante.
Eppure la scrittura, quand'è sincera, è uno strumento formidabilie di analisi e di comprensione. Non di "controllo" badate, nulla è veramente mai sotto il nostro controllo. Ma possiamo comprendere, e non lasciarci sopraffare.
Per questo da qualche tempo ne scrivo di più. Poco ne pubblico, ma ciò che rimane sono frammenti della mia vita che hanno tutto il senso dello smarrirsi e del ritrovarsi, un "tema" così importante della mia esistenza.

Questa, come altre, sono composizioni scritte proprio dall'interno della "stanza bianca" del mio smarrimento.
La ritrovo, la rileggo, e la condivido con voi, amiche dilette e amici fedeli, confidando che la comprenderete.

Come sempre, cari, un abbraccio, con amore


M.P.



La stanza bianca


D
olce, atroce la ferita
che squarcia nel mio petto
l'anima spaccata.

L'anima divisa.
L'intero Universo per me è ora
questa stanza bianca
dalle pareti nude.
Il meriggio, e la notte,
assieme riversano all'orizzonte
i loro percorsi, come fiumi
convergono le loro acque
cercando la fine negli oceani.
Indivisibili, le correnti
in un unico abbraccio
scorrono a valle,
finché il mare non le ingoi.
Il mare è il mio male,
divisa vi si riversa l'anima,
doppia, e divisa, e divisa
è la persona; indivisibili sono
luce e buio, cielo e suolo,
sogno e disinganno,
leggerezza e gravità,
presso che intollerabili
se costrette in un solo cuore,
destinato a spezzarsi
divaricato, come due valve
spalancate di conchiglia

svuotata, sbiancata,
disidratata sulla battigia.
Risalirò il vuoto,

lo spirito intatto, a testa alta,
nulla potrà divellere la pianta
dalle sue caparbie ife
aggrappate alle rocce
con indomita tenacia.
Lo Spirito ossesso che m'abita
maligno come una metastasi
s'espande e parrebbe sopraffarmi
a ogni singolo momento.
Ma ciò non avverrà, lo giuro,
dovessi io gridare fino a lacerare
la voce, dovessi scorticarmi
le nocche fino all'osso
contro le mura cieche
di questa stanza.

Di questa dannata stanza
bianca, come una notte
vuota, come una conchiglia
morta, come una cometa
senza sole, di ghiaccio secco.
Dolentemente bianca.
Non dovessi mai trovare l'uscita
che apre alla libertà,
me ne aprirò io una per me sola
incidendo pietra a pietra
con le unghie, e a morsi,
verso ovunque intuirò vi sia luce.



Marianna Piani
Trieste, 24 Settembre 2013
Per Eleonora

mercoledì 27 novembre 2013

Sull'altra nave


Amiche care e amici fedeli,
ecco, la sensazione incoercibile di essere inadeguata, la voglia, il bisogno potente di trovarmi altrove, di essere altro da sé, questi sono i tratti più rilevanti della mia personalità "disturbata", che alcuni chiamano più propriamente "dissociata".
È una sensazione difficilissima da fermare e spiegare, quasi impossibile da costringere in concetti e rendere a parole: è come se la terra, il suolo che in questo istante tuttavia mi regge, non sia più un solido appoggio cui confidare, ma pura illusione, una vaga onda cui mi aggrappo, come se fosse un concreto appiglio, e invece non è che una visione, un miraggio, un'illusione dalla consistenza della luce che la compone.
Ho la percezione inspiegabile ma nitida di essere una, ma nel medesimo tempo, un'altra da me, e mi sovrasta e opprime la sensazione di incompletezza e di indeterminatezza che questa condizione comporta.
Ho provato ad affidare queste sensazioni alla scrittura. Scrivere, come sempre, per me è scavare nell'anima con un coltello, fino a far sanguinare il dolore. Come un bisturi, che per curare deve affondare nei tessuti, essere cruento, farsi strada tra muscoli e visceri, cercando di non ledere parti vitali, e di giungere dov'è annidato il male.

In quei giorni, proprio in quei giorni, rientravo nella clinica, per una cura...

Condivido questi pensieri con voi, amiche dilette e amici, come sempre, con amore.

M.P.





Sull'altra nave


Essere vorrei sull'altra nave,
quella ch'è già salpata
in direzione opposta,
vorrei imbarcarmi sull'altro volo,
quello che decolla ora laggiù
verso cieli a me smisurati e ignoti.
Vorrei credermi mai giunta
ad alcuna meta, mai ferma
in un porto o in qualche baia,
mai a riposo, mai certa in cuore
del cammino già percorso.

Essere vorrei sull'altra riva
di questo fiume senza ponti o passerelle:
quella selvosa, profumata riva, di menta
e di salice e di felce, in mezzo cui assopirmi
al mormorio della corrente.
Vorrei abitare il borgo più distante
disperso tra le nebbie dell'aprile
che tarda a fiorire, in cima alle alture
digradanti alle pianure, laggiù dove
convergono i torrenti, come i tormenti,
in un unico alveo scavato nella roccia viva.

Vorrei essere sempre l'altra, di me,
quella serena e graziosa donna, chiara
danzatrice del mattino, leggera e vorace
come il soffio del maestrale sopra il mare,
capace di spingere le vele sulla rotta australe,
veloci come i pensieri, alle mete più ardite,

con il sorriso del sole lanciato contro il viso.
Vorrei scrivere un altro libro da questo:
quello avidamente passionalmente consumato

dalla ragazza raggomitolata sul sedile
della carrozza, in corsa per la vita.

Vorrei non essere ciò che sono,
ma l'altra più folle ch'è dentro me,
non procedere per dove son diretta
in linea retta, ma piegando nell'altra direzione:
non quella della disperazione,
ma quella della salvezza.
Vorrei essere una, una sola,
non essere più così, doppia, frantumata,
incoesa, incapace di fissare
il lato oscuro dello specchio, incapace
di sostenere il mio stesso sguardo ardente.

. . .

Amici, compagni, amori miei feriti,
medici, testimoni, semplici passanti,
vi prego, ora, lasciatemi da sola,
lasciate che io risalga
a bordo dell'altra nave,
e che vada in pace
finalmente.
Finita è la battaglia.



Marianna Piani
Milano, 22 Settembre 2013