«La Poesia è Scienza, la Scienza è Poesia»

«Darkness cannot drive out darkness; only light can do that. Hate cannot drive out hate; only love can do that.» (Martin Luther King)

«Não sou nada. / Nunca sarei nada. / Não posso querer ser nada./ À parte isso, tenho em mim todos los sonhos do mundo» (Álvaro De Campo)

«A good poem is a contribution to reality. The world is never the same once a good poem has been added to it. A good poem helps to change the shape of the universe, helps to extend everyone's knowledge of himself and the world around him.» (Dylan Thomas)

«Ciò che premeva e che imparavo, è che in ogni caso non ci potesse mai essere poesia senza miracolo.» (Giuseppe Ungaretti)

domenica 8 dicembre 2013

System K



Amiche care, amici,
permettetemi una breve premessa, poiché oggi trovate qui qualcosa di un poco diverso dal solito.
Da tempo meditavo di intervenire sull'argomento del libro vs ebook, che mi sta molto a cuore. Ma trovavo la poesia, il mio "strumento d'espressione" preferito, poco adatta, oltre al fatto che io non sono affatto portata per la "poesia militante", in qualunque modo intesa. Per questo mi sono decisa, e ho pensato di "buttare giù" le mie idee in prosa, nella forma di un piccolo racconto.
No non temete. Io ritengo la prosa se possibile ancora più "difficile" della poesia, e anche se mi diverte un sacco scrivere brevi racconti come questo, non li ritengo "degni" di pubblicazione, per cui ve li risparmierò accuratamente, in futuro.
In questo caso mi sono sentita di fare una eccezione, proprio per via dell'argomento.
La mia fiera e intollerante opposizione nei confronti dei sistemi di lettura e-book ho già avuto modo di esprimerla in passato, anche se non in modo articolato, e non sarà una sorpresa per molti di voi. Con alcune amiche ho avuto anche modo di discutere animatamente, non ricevendo per la verità molti consensi. Per questo ho voluto abbandonare qui la polemica e il pamphlet in favore di una forma più lieve, quella dell'apologo. Ma il mio pensiero è e rimane quello qui espresso. So che sarà poco popolare e meno ancora condiviso, ma si tratta di una delle mie poche convinzioni profonde.

Ho "osato" un poco, devo dire, con la consecutio temporum, passando dal presente al passato "in corso d'opera", ma c'è un motivo, e se avrete la pazienza di leggere, lo troverete alla fine.

Anche questo scritto, comunque, lo condivido con voi tutti, amiche dilette e amici, con amore.

M.P.






System K


(Dialogo tra una professoressa e una ragazza
sul TAV Torino Milano, una sera d'inverno.)



Fuori è grigio, la sera arriverà prematura, come si confà alla stagione.
Avrebbe forse nevicato, di lì a poco. Bave di condensa si raccolgono agli angoli dei finestrini. Il paesaggio è quello monotono delle risaie, da tempo abbandonate, rade cascine sparse, in lontananza, quelle più vicine sfrecciano trascinate via assieme ai tralicci della linea aerea dalla corsa spettacolare e un po' folle del convoglio.
La professoressa, una donna sui quaranta/quarantacinque, bruna, piuttosto piacevole d'aspetto, è stanca, ha appena sostenuto una conferenza, si sente come svuotata, sfinita. Osserva per qualche tempo la campagna fuori dal finestrino, che con quella luce cinerea le pare più desolata che mai. Vorrebbe dormire, ma è troppo stanca per farlo, le duole anche un poco la testa. E poi lei in treno nemmeno morta riesce mai a chiudere occhio.
Invidia cordialmente chi riesce a farlo, come il tizio sovrappeso, accanto alla porta, sprofondato e scomposto in un sonno profondo. Russa a tratti, cosa che lei detesta, perché a sentir russare una persona lei va in paranoia, e le pare di andare in apnea lei stessa, di soffocare, sentendo quei rantoli affaticati.
Distoglie perciò subito sguardo ed attenzione, e osserva proprio davanti a lei una ragazza. Una biondina, piuttosto ben fatta, un viso regolare, quasi senza trucco, potrebbe essere una sua studentessa, per tipo, ed età. A parte gli occhi, chiarissimi, quasi d'acqua, non ha nulla che potesse colpirla, tranne un dettaglio, che a un primo sguardo poteva sfuggire: la ragazza legge. Ma non un K24, come tutti: un libro "vero", di carta.

Erano anni che non ne vedeva uno, così. La produzione era cessata del tutto ancora con l'uscita del vecchio K20Jubilee, quello con la cornice in titanio spazzolato, chi non lo ricorda? L'ultima tipografia aveva chiuso anni prima, in Cina, con l'edizione - per l'occasione speciale - di una Bibbia in inglese e mandarino, e la notizia aveva fatto il giro del mondo, anche se relegata tra le curiosità e il gossip, con titoli del tipo "Il libro è morto, evviva il libro".
Ma lei se ne era disfatta già da tempo, come quasi tutti del resto. Era accaduto lo stesso anni prima con i vecchi Dvd/BlueRay, e con i CD audio, tutti formati e supporti divenuti rapidamente obsoleti in favore delle nuove tecnologie "leggere", basate sull'informazione diffusa. Ed ancora prima (pochi lo ricordano, questo) con le "videocassette" VHS: lei lo ricordava invece, perché di recente, facendo spazio in cantina, ne aveva scovato un bel po', dimenticate in una cassa; cartoni animati di quand'era bambina, prevalentemente. Del tutto inutilizzabili ormai, ovviamente, ma era stata tentata di tenerli, per nostalgia.
Lo spazio è prezioso, però, ed è incredibile di quanto spazio abbisognavano questi vecchi media: interi scaffali, ricordava, occupati spesso a più file, e non bastavano mai! Oltretutto poi da anni IKEA aveva smesso di commercializzare quelle spoglie strutture che un tempo erano le "librerie", anche quelle solo un ricordo ormai, tra il tenero e il patetico, come tutte le cose quando perdono la loro funzione e divengono modernariato o "vintage".
Ad ogni modo, non poteva fare a meno di contemplarlo, ora, quel volume, tra le mani della ragazza, che lo teneva con delicatezza, sfiorando il bordo della copertina con le unghie accuratamente laccate di rosso.
Non era un libro particolarmente corposo, né di grande formato, un tempo lo si sarebbe detto un comunissimo paperback da pochi soldi. E infatti, a uno sguardo meno attento, sarebbe sfuggito, non sarebbe stato considerato nemmeno.
Del resto una delle più recenti versioni del "Sistema K" - il K22 Vintage Library - si sforzava di imitare in qualche modo anche l'aspetto esteriore di un libro vecchia maniera, la copertina finto-sgualcita, il dorso semirigido, con scritte e foto (una breve user guide e reference), per cui pochi ci avrebbero fatto caso.
Ma la professoressa, anche per via dei suoi studi, ma ancor più per educazione familiare, aveva avuto un rapporto particolare e molto stretto, anni addietro, con i libri, e le era rimasta evidentemente una traccia della antica sensibilità.
Lo contemplava, dunque, quel libro, quasi imbambolata, con un senso crescente di tenerezza mista a nostalgia. Non riusciva a vederne il titolo, ma al momento le bastava rivedere l'aspetto, già quello le comunicava una sensibile emozione.

Era - come dicevamo - un volumetto dimesso, poco più piccolo di un K Mini standard, la copertina in cartoncino leggero, di colore arancio chiaro, con caratteri neri.
Lei non riusciva a leggerne il titolo, né l'autore, ma ne distingueva chiaramente il marchio, stampato piuttosto in grande, perché se ne rammentava con una certa vivezza: era l'inconfondibile glifo di Adelphi, una vecchia Casa Editrice di medie dimensioni, che fu tra le prime a soccombere, travolta dall'irrompere del "Formato Proprietario" del sistema K, che lasciava ben poche possibilità di alternativa a chi non si adeguava.
Poi, com'è noto, toccò via via a tutte gli altri Editori, prima i minori, e i nazionali, che non avevano alcuna possibilità di partecipare alla competizione munendosi di loro propri sistemi contrapposti o affiancati a quello dominante, poi ai maggiori, italiani o multinazionali che fossero, come Feltrinelli o Mondadori o Hachette, o Penguin, o Gallimard… schiacciati tutti - o assorbiti - alla fine dal sistema K, dominante assoluto in barba a ogni legge antitrust: poiché si trattava di "cultura", e la cultura era considerata praticamente extra legis. Non vincolabile da leggi.
Il risultato fu, con un procedere rapidissimo, quasi catastrofico, la scomparsa delle librerie prima, e poi anche dei punti vendita nei centri commerciali e nelle stazioni. Successivamente, dopo un breve periodo in cui il commercio librario si sostenne sull'ordine e l'acquisto online, la concorrenza dei titoli "cloud" del sistema K ne rese del tutto insostenibile - e infine superflua - l'esistenza.

La professoressa ad ogni modo ora non riusciva a staccare gli occhi da quel libro, la sua attenzione ne era calamitata, e la ragazza sentì quello sguardo gravare su di sé, tanto che interruppe la lettura, in cui era concentrata, e sollevò improvvisamente il viso, con espressione interrogativa e imbarazzata, e forse un po' inquieta.
La professoressa trasalì leggermente, come se fosse colta in flagrante a compiere qualcosa di disdicevole, ma si contenne. La ragazza le apparve subito anche più giovane di quanto non le fosse sembrata a una prima occhiata, e il viso, che ora poteva vedere bene, le parve di una bellezza veramente emozionante, difficile da dimenticare.
In particolare gli occhi, sensibilmente più grandi della media, erano sì chiari, come aveva notato fin dall'inizio, ma di una chiarezza del tutto irreale, come non le era mai accaduto di vedere prima di allora.
- Scusa, - iniziò, per rompere l'imbarazzo cui l'aveva gettata l'espressione della ragazza, e la trasparenza di quegli occhi - scusami, ma non ho potuto fare a meno di notare...- disse, accennando al libro.
La ragazza parve rasserenarsi, ma poi di nuovo aggrottò la fronte, come se fosse colta da un altro pensiero molesto
- Davvero? - disse, con la voce ancora infantile che hanno molte studentesse, e che lei conosceva bene - Le piacciono i libri? -
La professoressa rimase nuovamente sconcertata. ""Le?"… Questa ragazza usava il "lei", e anche questa era una consuetudine che si era perduta molti anni prima. Provò un leggero capogiro: da dove diavolo sbucava, quella ragazza? Da un altro tempo? Da un altro spazio? Come mai poi aveva tra le mani un libro, un vecchio libro in carta? Sembrava una cosa così incongrua per una fanciulla della sua età.
- Beh, anche a te piacciono, mi pare - disse, riprendendosi, ma la risposta le parve subito stupida e inadeguata - Insomma, se vuoi saperlo, sì, mi piacevano - riprese, riportando il discorso su di sé - quando ne possedevo… Ma è tanto che non ne vedo uno dal vivo ormai… Questo qui, comunque, cos'é? Dove l'hai trovato? -
La ragazza si ricompose, con un sorriso, non sembrava più allarmata, anzi, pareva contenta di quell'approccio. Chiuse il libro, mantenendo il dito indice tra le pagine come segno, e lo porse alla sua interlocutrice.
Lei ebbe di nuovo un moto di sorpresa. Si aspettava un Classico, oppure un autore da best seller più recente, e invece era un titolo che a ben pochi al mondo avrebbe potuto dire qualcosa: era "Il dialogo della salute" di Carlo Michelstaedter. Lei lo conosceva da antiche reminiscenze universitarie; un autore "minore" del nordest mitteleuropeo italiano, morto suicida giovanissimo, con un lascito di pochi titoli di carattere filosofico, a suo tempo molto quotati in sede critica, e un pugno di poesie un tantino crepuscolari.
Ma era un autore del tutto scomparso dai cataloghi, da decenni, e come si trovasse ora nelle mani di quella giovane lettrice non sapeva darsene una ragione.

La ragazza si avvide della sorpresa della professoressa, e sorrise di nuovo.
- Vedo che le piace veramente. Conosce questo autore? -
- Beh, non ne so molto per la verità, sapevo che esistesse, ne avevo letto qualcosa ai tempi dell'Università…-
- Vuole ? - chiese la ragazza, avvicinando ancora il libro alla professoressa, come per invitarla a prenderlo tra le sue mani.
Lei non rispose, ma non riuscì a nascondere un'espressione simile a quello di un bambino cui si permette di toccare un ambito giocattolo. La ragazza ritirò un attimo il volume, piegò un angolo della pagina per tenere il segno, e lo affidò alle mani emozionate della compagna di viaggio.
Questa si guardò per un momento intorno, furtivamente, come se stesse compiendo qualcosa di vietato, ma l'unico viaggiatore presente oltre a loro nello scompartimento continuava tranquillamente a russare. Erano loro due sole, lì, in quel momento…
Quando ebbe il libro tra le mani, le prese un'emozione che pensava aver scordata da tempo immemorabile. La copertina leggermente ruvida, era un poco consunta sul dorso, dove la legatura aveva ceduto per un tratto, lasciando libero il cartoncino, che si era piegato e sciupato, scoprendo per un paio di centimetri i fascicoletti dell'in-quarto. E poi all'apertura, la colpirono il profumo inconfondibile della carta stampata, e i caratteri nitidi, incisi, che parevano essere lì apposta per sfidare il tempo. E la lieve resistenza opposta dalle pagine nel piegarle per sfogliarle, e il fruscio leggero che facevano mentre scorrevano sotto le dita. Era qualcosa che la commuoveva profondamente.
Aprì alle prime pagine e lesse la data in colophon: Milano 1988. E sul retrocoperta, il prezzo, ancora non in Euro, ma addirittura in Lire: L. 9.000
Andò poi, a caso, a pagina 46, e lesse, muovendo leggermente le labbra, ma senza emettere suono:

Nino. Ma allora ha vantaggio chi è illuso su chi non è più illuso. - Le persone che attribuiscono valore a quelle stesse cose che tu prima dicevi non aver valore. -
Rico. Ben io credo con te che il non illuso ha più valore dell'illuso. - Ma dimmi chi è che non è illuso affatto?
Nino. Quello che non dà più valore alla vita.
Rico. Alla vita degli altri o alla propria?
Nino. Né a quella né a questa.

La ragazza non spiegò come ne fosse venuta in possesso e perché. Sembrò immersa nei suoi pensieri. - Abbiamo perso molto… - disse, e la professoressa sentì un ombra di rimprovero in quella frase.
Certo, pensò, questa ragazza ha tutta l'aria di essere nata dopo la scomparsa dei libri, e forse fa carico noi, delle generazioni precedenti, di questa disfatta.
E aveva ragione, in un certo senso, certo non poteva essere responsabilità dei giovani come lei, ma di chi li aveva preceduti, di aver effettuato delle scelte del tutto scellerate. Furono invece persone come lei, pensò la professoressa riferendosi a sé stessa, colte, intellettualmente vive e preparate, che avevano anche una responsabilità formativa nei confronti del resto del mondo, a non essersi opposte con sufficiente vigore e incisività all'avvento e poi al dilagare della nuova tecnologia. Anzi, molte come lei avevano accolto la novità quasi con entusiasmo, per il fatto che specie all'inizio si presentava come un gadget di tendenza, molto "cool" - era fantastico farsi vedere in treno o in metro con uno dei primi sistemi K, ancora piuttosto rudimentali e ferraginosi. E poi vuoi mettere la comodità di avere a portata di mano, tutti raccolti in un oggetto che era più compatto e leggero della maggior parte dei libri, centinaia, migliaia di titoli, e poterli avere appresso con sé praticamente ovunque.
E l'incredibile risparmio di spazio che ciò poteva determinare nelle case, sempre più piccole e affastellate, lasciando spazio agli immensi schermi video olografici e stereoscopici dell'ultima generazione.
Anche lei si era lasciata sedurre da questi vantaggi, trascurando la faccia oscura del fenomeno. Un destino che era segnato, fin dall'inizio, a ben vedere, e sarebbe stato facilissimo rendersene conto. Non era accaduto lo stesso con la nascita lo sviluppo e l'affermazione dei PC? Dopo una prima fase in cui fiorirono una miriade di sistemi sull'onda della moda emergente (e anche Case Editrici minori abbandonarono il libro a stampa e tentarono di dotarsi di un loro sistema proprietario - accelerando così il processo di crisi e annullamento dell'editoria tradizionale), ben presto emersero non più di due o tre gruppi dominanti, unici capaci di reggere gli ingenti investimenti necessari per sostenere a livello di marketing i loro sistemi e renderli dominanti, che rimasero di fatto i detentori dell'intero mercato, in un regime di monopolio perfetto. Alla fine i gruppi si fusero divenendo un unico megagruppo, che prese il controllo dell'intero mercato.
Ciò comportò inevitabilmente la determinazione e il controllo totale della domanda attraverso l'offerta. Vale a dire, i criteri editoriali si spostarono sull'esclusivo valore delle quote di mercato. A parte una piccola "riserva indiana" dedicata ai Classici maggiori, che pur sempre una certo favore e popolarità incontravano, e quella, più ridotta ancora, dei così detti "sperimentali" o contemporanei, il grosso dell'offerta era governata esclusivamente dai dati di vendita, e solo da quelli.
In pratica questo determinò la scomparsa di ogni autore minore, meno noto, fuori moda, oppure semplicemente "scomodo" o critico al sistema. Non da un punto di vista ideologico, beninteso, ma esclusivamente economico.
Tutti questi autori scomparvero definitivamente dai cataloghi, semplicemente perché
la loro scarsa popolarità non consentiva di garantire la "tiratura" minima necessaria per giustificare l'investimento necessario alla digitalizzazione e codifica dei volumi. Ma qualunque fosse la motivazione, ciò che veramente contava era che la scelta, la selezione o l'esclusione di autori e titoli fosse - in tutto e per tutto, e per tutto il mondo - nelle mani di un pool ristrettissimo di tecnocrati, executives e accademici a contratto, supportati da un sofisticato software, e che fossero perciò costoro a determinare ogni aspetto della cultura, della educazione e della conoscenza delle masse dei cittadini.

La ragazza pareva essere ben cosciente della situazione, e infatti sembrava tenere moltissimo al suo Michelstaedter:
"È un volume molto raro" disse, riprendendo il discorso. "Del tutto introvabile
in rete" (la chiamava ancora "rete", anche se con la vecchia rete web il Sistema avesse ben poco a che fare).
- Ma come l'hai avuto? - chiese l'altra.
- È una lunga storia... diciamo che l'ho avuto in eredità. -
- Sai, è veramente tanto tempo che non vedo, ma soprattutto che non riesco a toccare, fisicamente, un libro di carta. È una sensazione strana, unica.
- Lei possedeva molti libri un tempo? -
La professoressa rimase per un istante in silenzio. Che poteva dire? Senza parametri di confronto, non poteva sapere se fossero tanti oppure pochi. Un bel numero, di sicuro. Ricordava che occupavano una intera parete, fino al soffitto, e poi quasi due terzi sull'altro lato, fino alla finestra. Quanti potevano essere stati? Un migliaio? Di più?
- Parecchi - rispose, in un leggero sospiro.
- Li ha eliminati tutti, oppure ne ha conservato qualcuno? -
- No, non credo sia rimasto nessuno... -
- È una disdetta! - fece la ragazza. - Le mancano? -
- Ma no, credo di no... Almeno, con l'arrivo del K, i contenuti... -
- "Alcuni" contenuti - la corresse la ragazza.
- Va bene, certo, "alcuni contenuti"… sono migrati semplicemente di medium, nulla è cambiato... O no? -
La ragazza la guardò in modo strano, un po' di sottecchi. Respirò, prima di riprendere la parola. E la riprese, infine, ma apparentemente cambiando argomento. Accarezzò il libro, ritirandolo dalle mani della professoressa, e lo girò in modo che il fronte copertina fosse rivolto alla sua interlocutrice.
- Vede, questo volume è del 1988, è appartenuto a mio nonno, assieme a molti altri. Lo abbiamo ritrovato dopo la sua morte, giusto una settimana fa, nascosto assieme ad altri in una cassa. E non è neppure il più anziano, questo. Ci sono volumi del '50, del 1940, e giù fino al 1920, perfino un paio di fine '800. Tutti eredità della famiglia, il nonno si era sempre rifiutato di eliminarli. Ma non sapevamo che fine avevano fatto.-
La professoressa ascoltava, con crescente nostalgia. Ricordava di aver avuto anche lei, tra i tanti, alcuni volumi più antichi, appartenuti a suo padre, o sua mamma.
- Vede,- continuava la ragazza - per me non è soltanto una questione di carta, cartoncino, o di rilegature, è una questione di anima. -
Sollevò ancora il volume di Michelstaedter, agitandolo leggermente - Questo libro ha un'anima, questo voglio dire. E non solo in virtù del contenuto, di ciò che è scritto, ma perché ha attraversato due generazioni, si è imbevuto della storia e della vita delle persone che l'hanno posseduto, l'hanno letto, che l'hanno annotato... Ecco, guardi - si interruppe, sfogliò rapidamente le pagine, poi riaprì il volume sotto gli occhi dell'amica - Ecco, queste sono le annotazioni del nonno, a matita azzurra, vede? Sottolineature, annotazioni, perfino alcuni disegnini… E sono arrivate fin qui dopo oltre cinquant'anni! Intatte. A comunicarci le sue idee, le sue impressioni, il suo dialogo intimo con l'autore. A restituirci la sua anima!... -

La professoressa rimase un poco interdetta. Era un modo di parlare, concetti che non parevano appartenere a una ragazza così giovane, ma a qualcuno di assai più maturo. E man mano che avanzava il discorso, lei si accendeva, prendeva vigore, s'infervorava. Era evidentemente un argomento che le stava assai a cuore.
- Riesce a figurarsi cosa sarà tra cinquant'anni del suo K 24? I testi che vi ha raccolto, saranno ancora leggibili? E le note, i commenti? Non c'è modo addirittura di inserirli, poiché infrangerebbero il codice... -
- Ma è una nuvola digitale - provò a ribattere la professoressa - per sua natura è sganciata dal device, dall'hardware insomma. La sua stessa diffusione è garanzia di continuità... I contenuti - Autori, titoli -  non si perderanno... Migreranno soltanto...-
- Crede? Ci crede, sinceramente? Non crede invece che sia tutto talmente legato a un sistema, perdipiù nelle mani e sotto il controllo di pochi, che basta l'aggiornamento di un processore per far sfumare tutto... Come una nuvola, appunto? -
La professoressa rimase in silenzio. Ricordava com'era stato, come inizialmente avesse acquistato il suo primo K (era ancora un K 15!) con un certo scetticismo. Lei amava i libri, ma non tanto feticisticamente, come oggetti, quanto perché li riteneva un veicolo per la cultura e il vero strumento della civiltà umana, ovunque. In fondo, pensava, il mezzo non è il contenuto, la carta non è il pensiero ma solo un supporto: il medesimo contenuto su un mezzo diverso non avrebbe cambiato il suo valore. Solo non pensava che quel gadget di moda, da borsetta, avrebbe mai potuto sostituire il libro, con i suoi mille anni di storia. E in ogni caso, lei l'avrebbe usato per la sua comodità, e mai avrebbe abbandonato il libro vero, autentico.
Purtroppo le cose andarono diversamente, senza neanche che se ne avvedesse. Quale era l'ultimo libro che aveva eliminato? E quando fu? Non lo ricordava neppure.
A volte le cose si svolgono al di sopra della propria volontà e aspettativa, semplicemente perché contengono già in sé il proprio destino. Sarebbe inutile opporsi. Ma sarebbe stato davvero inutile, in questo caso?
La ragazza intanto la guardava, sembrava soppesare le sue emozioni, voleva dire qualcosa, ma indugiava...

Il treno intanto entrava nello scalo, rallentando gradualmente, il finestrino nel frattempo si era fatto completamente nero con il scendere della sera, e il vetro rifletteva lo scompartimento come uno specchio.
Il tizio di di fronte si era destato. Come un gatto che si desta dal suo sonno letargico - misteriosamente - al momento giusto per il pasto. Si iniziava a sentire la consueta trattenuta agitazione del fine viaggio. Il dormiente bruciò i tempi, e si levò in piedi, anche se era troppo presto ancora. Iniziò anzi a trafficare con il bagaglio, a riporre il suo K24 - che aveva tenuto sulle ginocchia per tutto il viaggio, ma spento - e a recuperare il soprabito e il cappello dalla rastrelliera.
La ragazza indugiò ancora, ma infine, proprio quando erano tutti già in fila nel corridoio ad attendere la discesa, parve superare la ritrosia e prendere una decisione. Cercò per qualche istante tra le sue cose nello zaino, e ne estrasse un biglietto.
- Guardi, abbiamo creato un piccolo gruppo,- bisbigliò un poco frettolosamente, ma con un sorriso - per la salvezza del libro... Se vuole... Siamo in pochi, ancora, ma forse riunendoci riusciremo ad avere un peso...-
Il treno arrivò alla stazione e ognuno andò frettolosamente per la sua strada. La professoressa raggiunse quasi di corsa la pensilina dei taxi. Una volta in vettura ripensò alla ragazza del treno. Sorrise, l'inteneriva quell'entusiasmo, tipicamente giovanile, come quella visione apocalittica, che le pareva un poco eccessiva.
Si ritrovò il bigliettino tra le mani, un piccolo cartoncino da visita, di quelli che usava qualche decennio prima. Su di essa, oltre a un indirizzo e email, la figura stilizzata di un libro, e un logo in corsivo con il nome del gruppo: "Fahrenheit 451"…

. . .

Uno scossone, la professoressa ci mette un poco prima di riprendere pienamente coscienza, e a ricollocarsi nel luogo e nel tempo.
È di nuovo nel treno… Anzi, è ancora nel treno. Che sta rallentando, con il tipico sibilo dei TAV dell'ultima generazione, mentre attraversa lo scalo che precede la stazione.
Istintivamente, si guarda attorno. Cerca la ragazza, con cui ha parlato fino a poco prima… O almeno così credeva di aver fatto… E la ragazza è effettivamente lì davanti a lei, che si sta alzando per riordinare le sue cose in vista dell'arrivo. Però sembra ignorare la sua presenza, e sta infilando qualcosa nello zaino: è un K24…

Dunque, si era assopita, prima, cosa che non le capita mai. Ora finalmente inizia a ritrovarsi nella realtà e nel tempo attuale. Quanto tempo aveva dormito? Non riusciva a ricordare bene. Presto sarà in coda per l'uscita, pronta per il controllo dei documenti e per il detector degli agenti dell'UPC - Unità Protezione Copyright.

Una volta nel taxi, poco dopo, mentre questo si muove per immergersi nel traffico, per un istante, solo un brevissimo istante, le pare di intravvedere, attraverso le vetrate della stazione, la ragazza del treno, il viso segnato dalle lacrime, scortata con cipiglio da due agenti del Copyright…


Marianna Piani
Milano 7 Dicembre 2013

3 commenti:

  1. Cara Marianna,
    Una premessa : non solo ho letto il tuo racconto, l’ho anche stampato.
    Per sentirlo ancora più “vero”.
    La professoressa in questione, potresti benissimo essere tu.
    Ad ogni modo, ci sono molti elementi che mi riguardano da vicino.
    Hai citato, tra le altre cose, la “fine” dei cd audio, oggetti che mi stanno molto a cuore.
    Le librerie le utilizzo ancora oggi, e lo spazio non basta mai !
    Il 1988 (data di stampa del libro in questione) è il mio anno di nascita.
    Ora, parliamo del racconto in sé.
    Perfetta la rappresentazione del paesaggio e delle persone.
    Un accenno di “magia” si sprigiona quando la professoressa posa i suoi occhi sul libro cartaceo.
    Può sembrare una cosa stupida, ma sei stata molto intelligente nel “dosare” le parole facendo sembrare tutta la situazione surreale e magica.
    Quasi fosse “folle”, o comunque fuori dal mondo, possedere un libro cartaceo.
    E’ come se avessi viaggiato nel futuro – anche perché è questo, purtroppo, il futuro che ci attende di questo passo – al fine di mettere in evidenza l’enorme perdita che – purtroppo - dovremo subire.
    (…Tra l’altro, la casa editrice in questione, la Adelphi, la conosco.
    Mi è capitato sotto mano di recente proprio un libro della suddetta casa editrice :
    “La variante di Luneburg”, di Paolo Maurensig).

    Triste (e veritiera) la descrizione che porti avanti relativamente alla morte delle case editrici, e all’ascesa sempre più dirompente del “digitale”.
    Magnifica la “staffilata” relativa ai commenti.
    E’ proprio così.
    I libri, oggi, nella maggior parte dei casi, non vengono più “vissuti”.
    Venendo acquistati prevalentemente in digitale, sono come soprammobili.
    Sono lì, sempre a disposizione, ma non “cambiano”.
    I libri veri, quelli cartacei, sono vivi.
    Possono essere vissuti dal lettore, possono “accomodare” appunti, sensazioni, pensieri da tramandare nel tempo.
    Possono (e potrebbero) raccontare, alle nuove generazioni, le emozioni vissute dalle persone che - per prime - avevano letto il libro.
    Oggi, non sono considerati "cool" come gli e-book, ma le emozioni sono come gli angeli :
    Gli angeli non hanno sesso, e le emozioni non hanno formato.
    Non possono essere digitalizzate, perchè appartengono alla nostra anima.
    Tornando al “nonno”, anche questo argomento mi riguarda.
    In verità, non è stato mio nonno a donarmi molti libri, ma la zia di mio padre.
    E’ un’arzilla vecchietta di 87 anni, e divora ancora libri a ripetizione.
    Anni fa mi ha donato praticamente tutta la sua collezione.
    Me li ha donati perché in famiglia sono l’unico (a parte lei) ad amare la lettura.
    Non ha paura di morire, ha paura della fine che potrebbero fare i suoi amati libri.
    Adesso, quando viene a casa mia, pretende di vedere i “suoi” libri.
    E’ felice, perché sa che sono in buone mani.
    Pensa che, addirittura, per sfogliarli usa ancora oggi i guanti, e li inserisce all’interno di una bustina di plastica, per evitare la polvere.

    Il finale mi ha emozionato, e penso di non dover aggiungere molto altro.
    Posso solo dirti GRAZIE.

    Sono dalla tua parte al 100% relativamente a questa sorta di “battaglia”.
    La sento mia.

    Spero che il nostro non rimanga solo un sogno.
    Spero vivamente che il libro non muoia mai.
    La speranza, in fondo, è sempre l’ultima a morire.

    P.s. Posso chiederti un favore ?
    In futuro, ogni tanto, potresti ancora pubblicare racconti come questo ?
    Personalmente, mi piacciono molto.

    Un abbraccio,
    Luca.

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    Risposte
    1. Caro Luca,

      lo sapevo, lo sapevo che avresti risposto! Grazie, grazie veramente!

      Purtroppo - come mi aspettavo - si tratta di un discorso che è già "scomodo" oggi. Nel senso che sembra di retroguardia, mentre si tratta purtroppo di una analisi fredda e informata. Pochi hanno risposto, o dato segno di assenso, anche tra le persone che più stimo, e amo, con alcune delle quali ho già avuto modo di "battibeccare" sull'argomento. La "Professoressa" non sono io, io mai e poi mai cederei alla tentazione di passare al "libro finto": lei vorrebbe essere un poco il riratto sintetico di alcune di queste amiche, che amano sinceramente il libro, ma per pigrizia, per spirito modaiolo, per tendenza, per cento e una ragione, non vogliono intendere il pericolo che stiamo correndo. Proprio per questo sono allarmata, perché persone di intelligenza e cultura come loro stanno una ad una capitolando, attirate dal costo inferiore, dalla figaggine di farsi vedere con il tablet, dall'emulazione, da tutto quello che vuoi...

      D'altra parte sono felice che persone giovanissime come te invece - se pur rare - ne siano sensibili. Per questo ho affidato il libro di Michelstaedter nelle mani di una ragazza, giovane e bellissima, che potresti essere tu, per età e sensibilità. Questo è tutto il senso della mia speranza. Solo persone come te potranno essere la salvezza, nel futuro!

      Hai comunque colto ciò che veramente e definitivamente distingue il libro vero da quello finto: il tempo. Il libro vero è fatto per sfidare il tempo, per dare continuità intellettuale alla nostra specie, è un immenso incomparabile contenitore di cultura e saggezza, forte proprio della sua fisicità, non indistruttibile sul singolo oggetto, ma se pensi all'insieme delle tirature, tendenzialmente sì, tende al perpetuo. Alluvioni, guerre, incendi possono minarne in parte la solidità, ma il numero delle copie ne assicura alla lunga la continuità.
      Il libro finto invece nasce e rimane legato all'effimero più effimero che c'è, un codice digitale. Come si fa a non capire questo punto? Come ci si fa a illudere - con tutta buona fede anche - che la sopravivenza sia possibile, una volta messo in moto questo mostro?

      Grazie per essere al mio fianco, mi sento meno sola ora...

      Riguardo l'ultimo punto: non lo escludo caro, perché è sempre stato un mio sogno, tuttavia è difficile, occorrono assai più solide spalle delle mie per affrontare la prosa... Ma non si sa mai, ad esempio non avrei mai pensato di pubblicare nemmeno questo apologhetto, fino a pochi giorni fa...

      Un caro, forte abbraccio Luchino.

      Tua
      Marianna

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  2. Grazie a te Marianna.

    Comunque, intendevo dire che la professoressa potevi essere tu perchè l'hai descritta come una donna sui quaranta - quarantacinque anni che fatica a prendere sonno sul treno.
    Avevo letto che dormi pochissimo !
    So benissimo che tu non potresti MAI cedere ed acquistare quella robaccia !
    Comunque, sì, sono al tuo fianco (per quello che può valere), lo ribadisco.

    Buona giornata.

    Un abbraccio,

    Luca.

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