«La Poesia è Scienza, la Scienza è Poesia»

«Darkness cannot drive out darkness; only light can do that. Hate cannot drive out hate; only love can do that.» (Martin Luther King)

«Não sou nada. / Nunca sarei nada. / Não posso querer ser nada./ À parte isso, tenho em mim todos los sonhos do mundo» (Álvaro De Campo)

«A good poem is a contribution to reality. The world is never the same once a good poem has been added to it. A good poem helps to change the shape of the universe, helps to extend everyone's knowledge of himself and the world around him.» (Dylan Thomas)

«Ciò che premeva e che imparavo, è che in ogni caso non ci potesse mai essere poesia senza miracolo.» (Giuseppe Ungaretti)

domenica 29 dicembre 2013

È il perdono



Amiche care, amici,
Normalmente non passa giorno che io non senta l'impellenza di comporre qualche verso, un'intera lirica, almeno uno spunto. È qualcosa di connaturato in me, non v'è quasi accadimento, o situazione, o impegno, o emozione che possa distogliermene. Di solito, quand'è il momento, inizio ad agitarmi come una gatta inquieta, cerco un angolo di pace, anche solo per un istante, lì dove capita, per appuntare ciò che mi preme dentro. In seguito poi naturalmente lo elaboro, lo raffino, lo rendo leggibile, ma ciò che conta è fermare il momento, "quel" momento. Se non ci riesco, per qualsiasi impedimento - giuro - sto male per giorni.
E per questo quando capitano dei periodi, magari anche di più giorni, in cui questo flusso si interrompe, rimango dentro di me agitata,  ansiosa, come se qualcosa di essenziale mi mancasse, con in più il costante timore di aver perduto per sempre la "vena", la capacità stessa di scrivere. Proprio come un alpinista che perde di vista per qualche passo il sentiero, la via maestra, e rimane dubbioso della propria stessa vita, finché non la ritrova.

Così mi era capitato, qualche tempo fa, per diversi giorni, di non riuscire a scrivere nulla, nemmeno una riga, ed ero caduta diritta nel lato oscuro della mia patologia depressiva: quanto poi la depressione mi impedisse di scrivere, e quanto invece l'incapacità di scrivere alimentasse la depressione, non saprei dire. Probabilmente è un ciclo che si alimenta vicendevolmente.
Ad ogni modo, come per fortuna di solito avviene, alla fine tutto d'un tratto ne uscii, come se nulla fosse accaduto, e nacque la breve composizione che vi propongo qui oggi. Si tratta di una immagine fugace, colta poco tempo prima in riva al "mio" mare, due figure d'amanti intenti forse a ricucire un'incomprensione, uno sgarbo; un piccolo acquerello a tinte tenui autunnali...
Come faccio spesso, ma stavolta con il sollievo del ritrovarmi, la inviai subito alle due (meravigliose) amiche che mi aiutano a custodire tenere ordine nella mia indisciplinata produzione, aggiungendo e dedicando a loro una piccola introduzione in tema, anch'essa, già che c'ero, in forma poetica. La riporto qui assieme al resto della composizione, poiché mi sembra che ne faccia un po' parte integrante.

Ecco, amiche dilette e amici cari, condivido tutto questo ora con voi, come sempre, con amore.

M.P.




(introduzione)

Ho ritrovato la mia vena
è bastato incidere un poco
con le unghie, sottopelle.
Ora, non so se sia sangue,
oppure oro, o acqua chiara
o lava incandescente.
Non so se scorrerà ora per sempre,
oppure per qualche tempo, oppure
soltanto per un effimero istante,
come la vampata di un cerino
che illumina soltanto la mia mano.
Non so nemmeno se ciò sia
perché il mio male mi dà tregua
oppure perché se mi sto perdendo,
se sia ingegno, oppure follia,
se sia l'anima mia oppure l'alchimia
a dettarmi parole, e visioni.
E non so se ciò, alla fine, importi.

Vedo a volte una me stessa
in una casa dell'ottocento,
sperduta in una gonna larga
come una corolla, sprofondata
nei pensieri in un giardino
di oleandri e di rose:
donna sola e forse d'ingegno,
un marito che mi adora
come luce dei suoi occhi
ma che non mi sfiora poiché sa
che non posso amarlo, una fantesca
che si cura di ogni cosa,
e un amore disperato e scandaloso
fuori da queste mura.

Avere tutto il tempo per la scrittura
cui aggrapparmi, come faccio ora,
per non annegare e non morire.
Qui invece, nel mio tempo, nel nostro
mondo, posso solo rubare le ore
al sonno, e ai sogni le illusioni.


Alle mie amiche e custodi - sorelle d'anima
Mara e Sonja
Marianna



* * * * * * * * * *


È il perdono

 

Candido è il perdono tra le rocce
che sbarrano le onde sulla riva,
rumoreggiando nelle sere di buriana.

Tenero lo sguardo, mano nella mano
dei due piccoli amanti, perduti sugli scogli
incuranti dei marosi, e degli occhi indagatori

dei gabbiani e dei rarissimi passanti.
Goccia a goccia su dal cielo cadono le stelle,
e le promesse, pesanti come pioggia

di primo autunno: i pioppi e i castagni
non sanno scuotere le fronde dall'acqua greve,
le più fragili cedono esauste, e schiantano

sul selciato a disseccare, ricoprendo di illusioni
e di scheletri di rami la ghiaia e la speranza.
Camminare occorre lungo la linea delle onde

fino alla fine della scogliera, in silenzio ora,
poiché è stato detto tutto, e non rimane
che ascoltarsi respirare in concerto con il mare.

Verranno altri amanti, in altri giorni, in altri anni,
a indugiare tra gli scogli fino a sera, alla ricerca
d'un solitario ritrovarsi dopo l'amarezza dell'orgoglio.

E verranno altre piogge, e altre onde giungeranno
sulla battigia, a dilavare il dolore dell'assenza
e del disincanto, e a mutarlo in sensuale malinconia.

Candida è la schiuma sulla cresta delle onde
spettinate dal grecale. Due figure sono due ombre
perdute in lontananza, mentre si spegne il giorno.

Guardando intorno ora non v'è altro al mondo,
la pioggia batte piano all'uscio della notte.
Freddo è il vento sulle mani, caldo è il perdono.



Marianna Piani
Milano, 13 Ottobre 2013


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