«La Poesia è Scienza, la Scienza è Poesia»

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«Não sou nada. / Nunca sarei nada. / Não posso querer ser nada./ À parte isso, tenho em mim todos los sonhos do mundo» (Álvaro De Campo)

«A good poem is a contribution to reality. The world is never the same once a good poem has been added to it. A good poem helps to change the shape of the universe, helps to extend everyone's knowledge of himself and the world around him.» (Dylan Thomas)

«Ciò che premeva e che imparavo, è che in ogni caso non ci potesse mai essere poesia senza miracolo.» (Giuseppe Ungaretti)

domenica 1 dicembre 2013

Iniziava così


Amiche care, amici,

una breve escursione nella memoria, ai luoghi e ai tempi della mia infanzia. Un'infanzia devo dire un poco "diversa" da quella di molte altre bambine, o ragazze, della mia età.

Sono stata sempre una personalità riflessiva: non "chiusa" o introversa, ma riservata, e adoravo i momenti di solitudine, di contemplazione,  a contrasto di molte mie coetanee che preferivano di gran lunga le interazioni sociali, il divertirsi (o chiacchierare) in compagnia. Non voglio che pensiate che ero una bimba triste, o noiosa, o asociale, tutt'altro. E nemmeno che considerassi le altre ragazze come delle superficiali, e che le evitassi, perché anzi ero sempre alla ricerca di amicizia e di affetto. Era solo che passavo i migliori momenti con me stessa, e nel farlo di certo non mi annoiavo mai, poiché avevo la fortunata capacità di osservare le cose sempre con meraviglia, con interesse, con emozione.
Da allora in fondo non sono cambiata molto, e questa mia nativa tendenza alla riflessione e all'attenzione al dettaglio è in fondo il motore primario della mia scrittura.
Con la differenza che allora non ero sola, che c'era una guida accanto a me, che mi avrebbe sempre portato in salvo.


Ricordo che non era un bel momento quello in cui scrissi questa composizione, e forse proprio per questo avevo sentito l'esigenza di rifugiarmi nel passato, fino alle radici della mia angoscia.


Trasmetto questi pensieri ora a voi, come sempre, con amore.

M.P.




Iniziava così


Ho imparato ad osservare, già da bambina,
la scintillante perfezione d'una stilla di rugiada,
o d'una lacrima di pioggia, indugiare sulla punta
maternamente curva di una pensierosa foglia
di gramigna. Per poi, malinconica, lasciarsi cadere.
Da piccina, rimanevo per ore al tramonto
seduta sui talloni, le magre gambe fuori dalle gonne
le ginocchia sbucciate da mille cadute nel cortile,
a rimirare l'orgogliosa schiera delle formiche,
impegnate nella loro convulsa ostinata disciplina,
solo per poi, misteriosamente, eclissarsi nelle fessure
e cunicoli del loro alieno profondo tenebroso mondo.

Fin da fanciulla mi coricavo tra l'erba più alta
a spiare i bruchi misurare gli steli con millimetrico zelo,
per poi rigirarmi verso il blu allo zenit e indovinare le forme
celate dalle giovani nubi prima di incupirsi nei nembi,
e stupirmi a quanto il minuscolo può pareggiare l'immenso:
e io lì, tra uno e l'altro smarrita, con il mio sguardo denso.
Avevo occhi grandi e di velluto come di rapace,
come pozzi profondi di solitudine, oscuri e voraci.
Sapevo osservare - senza timore - le fascinose trame
dei ragni, iridescenti diaframmi tra i rami ai primi raggi,
per chiedermi sempre perché di tanta lucente ricchezza
che, se mai fossi stat una farfalla, mi sarebbe stata letale.

Consideravo le farfalle come sorelle, tanto amate
per il loro fremere e palpitare incontro al vento,
per la temeraria incertezza del loro volo che pare
perennemente lì per frantumarsi come un'onda
sulle scogliere, e scompostamente precipitare:
e invece, inattese messaggere, giungono lontano.
Fin oltre il mare. Fino alle isole più sperse.
Nulla era al mondo più commovente, al mio sguardo,
delle minuziose incantate loro tele d'oriente, distese
a celare forse il calice di un giglio, o d'una camelia,
spiegando al mondo impareggiabili armonie di tinte,
e modulando il profumo dell'alba, o della sera.

Cautamente, nel maturo inverno, alitavo sulle lastre
delle finestre, creando d'incanto un merletto di stelle,
rigorose geometrie e fantasmagorie di un niente
che subito svaporava in una nebbia umile, sfuggente
allo sguardo opaco. Allora, per quanto inclemente fosse il tempo,
io non dubitavo, non mi facevo preda allo sconforto.
Non temevo il gelo, o la tormenta, poiché v'era ancora
accanto a me chi mi teneva per la mano. E mi conduceva
passo passo lungo il sentiero, indicandomi tutto ciò che valeva
d'esser compreso, del nostro quieto audace pellegrinaggio,
e ciò che poteva senza rimpianto esser lasciato appassire
sul bordo del prato. A sfrangiarsi nella memoria per sempre.

Saldamente, così, protetta, affacciata alla vita
come a un baratro da attraversare tutto, e da narrare.
Iniziava così allora, inconsapevolmente, la mia caduta,
oppure, forse, la mia salita.



Marianna Piani
Milano, 1 Ottobre 2013

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