«La Poesia è Scienza, la Scienza è Poesia»

«Darkness cannot drive out darkness; only light can do that. Hate cannot drive out hate; only love can do that.» (Martin Luther King)

«Não sou nada. / Nunca sarei nada. / Não posso querer ser nada./ À parte isso, tenho em mim todos los sonhos do mundo» (Álvaro De Campo)

«A good poem is a contribution to reality. The world is never the same once a good poem has been added to it. A good poem helps to change the shape of the universe, helps to extend everyone's knowledge of himself and the world around him.» (Dylan Thomas)

«Ciò che premeva e che imparavo, è che in ogni caso non ci potesse mai essere poesia senza miracolo.» (Giuseppe Ungaretti)

mercoledì 29 maggio 2013

Stella Polare


Amiche care, amici… Io, disorientata, nella notte, sul bordo di un oceano senza confini, in cerca di una luce che mi guidi. Una stella, sia pur flebile, che mi indichi la via. Una via, un percorso, una rotta, un sentiero qualsiasi. Tra gli sfasciumi della coscienza, naufraga della mia stessa vita, mi aggrapperei a qualunque appiglio, pur di non annegare. Oppure: potrei lasciarmi andare ed annegare, sembra così facile, basta camminare dritta davanti a sè, e andare a cercare il drago del mare. E invece non lo è, non lo è affatto, così facile! La vita è difficile, dura, aspra di lotta, ma anche la morte è un altissimo muro di ghiaccio: ci si prova ad attraversarlo, o a scavalcarlo, ma è solido, scivoloso, ostile, gelido al tatto...
Una tremula luce mi chiama e mi sorride, all'orizzonte. Per ciascuno di noi questa luce, questa Stella Polare è qualcosa di diverso, ma c'è! E se aguzziamo lo sguardo lo possiamo vedere ben chiaro: un amore, un'amica, un bimbo, un gatto, un desiderio, un sogno…
Per me è tutto questo, e più ancora: è la Poesia.

Per voi, amiche mie dilette e amici, con tanto, indifeso amore

M.P.





Stella Polare

 

Stella incerta, tremula amica
solitaria nel cielo annebbiato,
Stella del Nord
che guidi la via al nocchiero
del sogno,
vento dei ghiacci perenni
che avvolgi il mio corpo
in un diafano sudario,
mare che muore
nell'onda che frange
rantolando e rotolando
i ciotoli lustri della riva,
barca, piccola barca semiaffogata
nella verde mota di alghe e catrame,
barca che sei ora culla
a una nidiata di cormorani
cosicché nessuno abbia il diritto
di chiamarti morto relitto,
rocce austere poste a difesa
della piccola cala
dalle mareggiate di aprile,
notte senza luna
illuminata solo dalla memoria,

notte che induci
pensieri di morte
nel buio di pece del cuore,
notte senza il conforto
d'una mano che calda
ti sfiori la fronte,
come la rosa
riceve il tepore del sole
aprendosi e scoprendo
il suo più intimo cuore.

E questi miei piedi,
candidi fragili piccoli piedi
voluttuosamente già immersi
nell'acque della battigia,
e i miei occhi già oltre l'orizzonte
a fantasticare cosa sarebbe ora
camminare, nude di sé,
fino all'altra sponda del mare.

Stella incerta, tremula amica,
punta di spillo nel cielo nero di mica.



Marianna Piani
Milano, 26 Marzo 2013
(per Alvaro)


martedì 28 maggio 2013

Webchecomunica



Oggi, per un'amica che adoro, commetto una doppia infrazione alle mie stesse regole.

Innanzi tutto pubblico al di fuori dei miei giorni standard, che sono come sapete il Mercoledì, Sabato e Domenica.
In più, pubblico, eccezionalmente ripeto, una composizione appena scritta, di getto, e senza concederle il tempo, spesso anche lungo, che di solito lascio ad ogni mio scritto per maturare.
C'è una ragione, poiché si tratta di una composizione "di circostanza", nel senso più buono che storicamente compete a questo genere di opere d'arte o artigianato, e non aveva senso procrastinare.

Ho da poco saputo (non lo rammentavo e un poco me ne vergogno) che proprio in questi giorni la mia amata "sorellina acquisita" Mara festeggiava, assieme ai suoi soci, un anno giusto dalla nascita di una sua creatura, un bellissimo sito di creatività web, che lei aveva fondato, con coraggio, intelligenza, entusiasmo, tanto talento, gusto e sensibilità tutti femminili.
Ricordo che a causa dello schifo di crisi che alligna, poco più di un anno a questa parte lei aveva perduto il suo peraltro precario impiego. Lei, invece di abbattersi e deprimersi, come avevo fatto io in circostanze analoghe quasi nello stesso periodo, aveva affrontato la situazione con la forza, la vitalità. la creatività e la fermezza che hanno le donne migliori quando si tratta di affrontare le tempeste della vita: ed ecco qui, a distanza di un anno, il risultato…

Per questo, e per l'affetto che mi lega a lei, non ho potuto fare a meno di farle un dono, e, da quella scribacchina inveterata che sono, ho steso d'impulso questi versi che ora qui pubblico, dedicandoli a lei, naturalmente, ma rendendo partecipi anche tutte voi amiche care, e voi amici, del mio orgoglio di sorella.

Il titolo della piccola "ode" è proprio il nome del suo sito…

Per te Mara, e per voi, come sempre, con amore

M.P.



Webchecomunica


La rete è una tela
una tela è ordito
e trama, e incroci,
i fili sono argentei
finissimi raggi di seta
che trasmettono onde,
o particelle, o pura
conoscenza.

La conoscenza
è la luce cangiante
che si frange
sul piano sotteso
tra i rami della madrepianta.
Come lampi, o scintille,
o barbagli sfuggenti
s'incrociano e sciolgono.

Un fremito di luce
si ripercuote in un istante
su tutta la tela
e trasmette un'idea
da parte a parte
simultaneamente
sconfinatamente
incessante.

L'Aracne, regina alacre,
nel cuore del vuoto
da collegare
crea la forma,
tesse l'ordito
incrocia la trama
in figure di perfetta
enigmatica eleganza.

Come una danza:
pensare, capire,
collegare, creare,
strutturare le linee
nell'armonia naturale
del caos domato, ridotto
all'ordine determinato
dal caso mirato.

La tela comunica
tra nodo e nodo
ogni impercettibile
vibrazione, catturando
e liberando tra nubi e clouds
e sparvieri la farfalla
insopprimibile instancabile
dell'informazione.

Aracne dorata,
nel tessere reti
d'intelligenza tessute
delle sete della tua sapiente
femminile bellezza,
contribuisci a ornare
questa foresta intricata
d'iridescenti stelle.

Così simili
alle tue pupille.



Milano, 28 Maggio 2013
Per Mara, Aracne dorata,
in occasione del primo anniversario della sua creatura.

Marianna Piani

domenica 26 maggio 2013

Abbecedario XXV



Amiche dilette, amici fedeli, siamo alla fine del viaggio, alla meta, l'ultima lettera del nostro Abbecedario.
Non si tratta certo di un avvenimento, in sè, eppure sono emozionata. Arrivare alla fine di un lavoro durato alcuni mesi, tutto sommato, è sempre una sensazione un poco particolare, intensa e difficile da descrivere, ma che ognuno di voi ha di certo provato nella vita.
Ma oltre a ciò, questa composizione in particolare ha un significato speciale per me, segna un punto di svolta importante, anzi cruciale, nella mia vita.
Vedete, io ho iniziato a lavorare a quest'idea diversi mesi fa. Praticamente tutte le composizioni di questa piccola raccolta sono state scritte prima della fine dell'estate dell'anno passato.
Tranne questa (e tre aggiunte più tardi): la prima parte la scrissi effettivamente poco prima della crisi personale che mi avrebbe poi fatto scomparire - come scrittrice - per quasi sei mesi. La seconda parte e la conclusione è stata composta soltanto dopo, e quindi tra le due "sezioni" c'è una voragine di vita, in cui moltissimo per me è mutato.

Avevo deciso, a suo tempo, che questa avrebbe costituito una specie di epitaffio, in chiusura di una parabola che pensavo non avrei potuto portare oltre.
Tra la prima parte e la seconda, per dirla tutta e chiara, ho attentato alla mia vita due volte; la prima fui salvata per un soffio dal mio ex compagno, la seconda da due angeli infermiere - un po' sovrappeso, una delle due credo sudamericana, e ricordo con affetto che sembravano Fauna e Merrywether, due delle tre fatine di Sleeping Beauty di Disney... Flora era la psichiatra - nell'ospedale dove mi avevano ricoverata.
La prima parte quindi è stata intessuta attorno alla parola "fine" intesa come tale, mentre la seconda è stata un inizio, un ricominciare, un ritrovare quel "fine" che - come dico qui - ha questa curiosa completa assonanza con "la fine", appunto.

Dunque alla fine - ecco l'aggancio - la vita ha prevalso: l'amore, il bisogno, la voglia di vita ha battuto la tentazione dell'estinzione. Perché io in realtà la vita la amo immensamente: ho odiato me stessa, immeritevole di questo amore e di questa vita, per questo avevo pensato e tentato di attuare un'uscita di scena finale e definitiva.

Ma infine, alla soglia dei quarant'anni (che compio questo Luglio: pensate quanti anni di falsità, di vergogna, di negazione di me stessa ho vissuto!) ho trovato la forza e il coraggio di accettare me stessa per ciò che sono, e non per ciò che il mondo avrebbe preferito che fossi. In realtà questa è stata una delle ragioni della mia decisione di concedermi una "seconda chance". In fondo è giusto, tutti ne hanno il diritto, anche la vostra Marianna!
L'altra ragione è stata che sentivo che qualcuno in realtà mi amava, proprio per come ero e sono, e che avrei provocato dolore in queste persone, che non lo meritavano.
E infine sentivo che avrei voluto dire ancora qualcosa attorno alla mia vita, a me stessa, e che questo avrebbe potuto essere compreso infine, ed accettato dal mondo…

Eccomi dunque alla fine di questa piccola avventura, di questa raccolta nata come un gioco e poi mutatasi strada facendo quasi in un piccolo "testamento spirituale".
E il fatto che vi sia giunta, e possa ancora parlarvi, lo devo a tutti voi, amiche e amici cari, per cui non voglio concludere questo viaggio senza ringraziarvi, per la vostra presenza, la vostra pazienza, il vostro affetto.

Ecco, ringrazio prima di tutto Marco, il mio ex compagno, che è rimasto un amico vero, e che mi ha strappata, come dicevo, letteralmente dalle grinfie della nera mietitrice. E ringrazio anche Elisa e Carmen, i due angeli sovrappeso che mi hanno ridonato la luce la seconda volta.

Ringrazio poi tutte, ma proprio tutte le mie dilette #amichedelcuore - Sono tante, veramente, e non potrei citarle tutte, anche se amo ognuna di loro, singolarmente, poiché ognuna è una donna speciale: non ho mai premuto quel bottoncino per includere un nome alla lista senza essere ben certa che si trattava appunto di una persona - una donna - unica, preziosa.

Ringrazio Sonja e ringrazio Mara, amiche e sorelle prime, la cui vicinanza affettuosa, costante, appassionata mi ha aiutato, e continua ad aiutarmi in ogni minuto del mio faticoso a volte doloroso pellegrinaggio. E mi donano forza di vivere.

Ringrazio Alvaro, il Poeta al quale devo intera la scoperta della mia passione e l'idea che potevo condividerla con qualcuno. E ringrazio Rosanna, Donna e Poeta, che mi ha trasmesso la forza e il vigore giovanile del creare e dell'esprimere pensiero ed emozione da un'ottica profondamente e scopertamente femminile. Ringrazio Paola, che ad ogni incontro mi insegna - non invano come sembra - il valore della sintesi perfetta dell'equazione della bellezza.
Ringrazio Lauretta, che mi ha insegnato il valore della semplicità, serena o rabbuiata, ma sempre dolce e riflessiva.
Ringrazio @Surfiniae, Silvia, perché mi ha dato il senso di quanto a fondo si può esprimere la propria sensualità, e per il suo delizioso delicatissimo modo di amarmi.
E ringrazio Eleonora, giovanissima, geniale, che mi ha dimostrato come la Poesia non abbia assolutamente età.
Ringrazio Michela, che ho amato di amore pieno, riamata: per non soffrire entrambe, silenziosamente ci siamo lasciate, ma da lei ho ricevuto la percezione precisa dell'amore, spirituale e fisico, e del suo valore immenso, capace di superare ogni distanza. E ringrazio Ilaria, che con Cristina, la sua compagna stupenda, mi ha indicata la strada per una vita serena d'amore espresso e vissuto, al di là di ogni difficoltà e pregiudizio e timore: la vita che vorrei per me da ora in poi, semplicemente. Ringrazio Elena, per la sua sensibilità, tale da risentire immensamente del mio distacco. E ringrazio Carolina, che ogni giorno mi ricorda come la bellezza non abbia alcun valore se non illuminata dalla sensibilità, dall'eleganza, dalla bontà e dall'intelligenza. Ringrazio Stefania, anche se temo che non leggerà mai queste note, perché mi ha dato la prova di cosa significa la rettitudine e l'onestà di pensiero, e per la sua bellezza unica, sfolgorante.
Ringrazio @stini76 per la sua dolce, irrinunciabile, franca e sensibile presenza maschile, da fratello maggiore che mi protegge. Ringrazio Pier_41 per la sua immensa sensibilità, che mi dimostra come un uomo possa essere uno scrigno ineguagliabile di gemme, se solo libera il suo animo dagli schemi rigidi del potere maschile.
E poi Alessandra, per me come una sorella, saggia, comprensiva, paziente, che mi ha aiutato non poco nella mia scombinata follia...
Oddio, ma quante persone meravigliose mi hanno aiutato, con la loro presenza, non potrei davvero mai citarle e ringraziarle tutte, perdonatemi…
Ma ancora la mia Mimma, solare e bellissima e profonda, Caterina, Daniela, mia adorata, Livia, meravigliosa, Medea, oh Medea!!! Rosamaria, e Paoletta, Angela, Emiliana, dolcissima presenza, AnnaRita, Rossella, Anna, Elisa, Demetra, Eloisa donna appassionata e sensibilissima, Sabrina, dolcissima, trenera! Marta, Elisa B, Annamaria, Pamela "Terribile" e stupenda, Patrizia, Eva…
Grazie amiche dilette, e amici cari. Grazie. Ciò che scrivo è vostro, interamente, perché non ci sarebbe se voi non ci foste.

. . . . . .

Ora dunque questa avventura si conclude, e presto si aprirà un'altra, più impegnativa e intensa, più scoperta, più intima ancora, tutta ormai proiettata nella mia nuova esistenza.
Si tratta di una nuova raccolta tematica. Ve ne anticipo solo il titolo: "Sensi", e che cercherà di narrare i Sette Sensi della percezione del mondo da un punto di vista femminile e profondo…

A tutte voi, come sempre, con  amore

Milano, 26 Maggio 2013
Marianna




Abbecedario XXV

Z


Ultima lettera,
Come la Fine


Nell'idioma a noi noto,
quello che abbiamo udito
dalle labbra di mamma
intonato come un canto,
e quindi ci ha dato il modo
e la gioia, e il dolore,
e la pazzia di avere voce
e esprimere e comprendere
la donna e l'uomo
l'amico, il compagno,

la dolce compagna,
l'amante e il passante.

In questo idioma
bizzarramente, e saggiamente
questo breve modesto segno
di due sillabe appena,
FI-NE
ecco: accomuna il finire
e il fine,
il destino e la destinazione,
è il sottile, fragile, diafano diaframma,
la fine sottile organica membrana
che separa, e insieme accoppia
lo sperare dal disperare.

Per un'intera vita,
sia essa longeva e generosa
come un'oceanica onda,
ovvero breve e fulgida
come una saetta,
sia essa prodiga
come un campo di grano,
oppure misera e irta
come un riarso roveto,
che sia augusta,
oppure modesta:

ognuno di noi si chiede
perennemente,
se sia la nostra fine il suo fine estremo,
oppure se sia il conseguire un fine
la fine ultima e ultimativa
del nostro faticoso pellegrinaggio.



Milano, 18 Settembre 2012 - 20 Dicembre 2012
Fribourg, 01 Gennaio 2013
Marianna Piani


sabato 25 maggio 2013

Un Picchio, un Poeta


Amiche dilette, amici cari, terzo appuntamento del dialogo intessuto tra me e Alvaro, amico di penna e Poeta d'Oltremare, che, come ho detto nelle mie precedenti introduzioni, dopo un idillio letterario durato quasi un anno, ha giudicato la mia evoluzione della scrittura inadeguata, o comunque non consona al suo gusto e alle sue personali più radicate convinzioni poetiche e filosofiche.
Ciò non toglie che egli rimanga un Poeta, in quanto scrittore in versi, spesso ispirati, a volte geniali, sempre eleganti.
Per questo, in occasione del suo compleanno, ho comunque voluto donargli una piccola lirica, che mi è scaturita nel corso di una delle mie passeggiate sulle alture sopra il Lago Maggiore, dove, come molte delle amiche più intime sanno, spesso mi rifugio per meditare e lasciare che il tempo, lì quasi privo di significato, faccia pace con il mio spirito agitato…

Dedicato a lui, e forse un poco per irritarlo - vieppiù - con la mia "prosa" in versi, e offerto ora in lettura a voi, amiche care e amici, come sempre, con amore.

M.P.




Un Picchio, un Poeta

Fine di marzo, l'alba.
Per la prima volta ho riudito
la voce del picchio rosso,
tamburellare alacre insistente
nella piccola selva dietro casa: trrrrr...
Cerca, ostinato, trapana le cortecce
delle betulle bianche, ancora ignude,
infreddolite e scarne,
o dei severi platani rugosi,
per ricavarne la sua esistenza,
o anche soltanto
per dichiarare al mondo
di essere in vita.

Difficile osservarlo.
Quando t'avvicini lui...
lui ti ha già visto,
e si sposta, ma non di tanto:
dall'altro lato della pianta,
schivo, riservato, scontroso,
o geloso di sè, a continuare
il suo instancabile intento solitario.

Questo picchio è il Poeta. Estrae
vermi di parole, crisalidi di frasi,
larve di pensieri, di sotto a dure croste,
rugose cortecce spaccate di anni,
sfuggenti sugheraie, impastoiate
dentro resine tenaci.

Le uccide, spietato e preciso
come un dardo,
per liberarle poi
nel suo volo.



(Per Alvaro in occasione del suo compleanno)
Marianna Piani
Massino Visconti, 23 Marzo 2013


mercoledì 22 maggio 2013

Ondina


Amiche care, e amici, nel mio precedente intervento ho raccontato di questo lasciarsi tra due persone nel nome di una comune passione. Capita anche con gli amanti, che proprio ciò che li ha fatti incontrare ad un certo punto divenga il motivo della loro separazione.
La cosa bella di questo contrasto, è che a un certo punto ha sentito l'esigenza di essere espresso attraverso lo strumento della Poesia, il motivo stesso dell'amore e del contrasto.
Per questo sento di potervi rendere partecipi, pubblicando qui il nostro scambio, che è in qualche modo "poetico" esso stesso, non solo per il tema, ma anche per il suo modo d'esprimersi.
Ecco dunque la seconda parte, con la sua risposta (bellissima, davvero) alla mia precedente, e la mia che non vuole essere una "replica" ma la continuazione di un canto interrotto…

Per voi amiche care e amici, come sempre, con amore.

M.P.





"A questa Spuma di Mare"

Sentiments
have no address in time
Their paradoxical contrasts
exist only in the coming
and in the going
of their own passing
while bearing down
on the very weight of time

The present
is the appropriate tense
for the dead to dwell inside

That which I've said or done
good or bad
remains in the past, where
I have conspicuously died



(Alvaro Tortora)


(Per te, Marianna.
ma ricorda:
La Musa é il Corsaro
Il Vascello é la Poesia,
il Leviatano é il Verbo
e io sono un Poeta
che Nessuno potrà mai
fermare o possedere,
se non l'Amore!)




Ondina

Ebbene mio caro
se tu vuoi
la Musa è il Corsaro,
e il Vascello è il Verbo,
Leviatano è la Poesia
invincibile chimera
che sorge dal fondo del mare
a travolger ogni nave.

E io forse son Spuma,
oppure Sirena,
oppure Ondina che t'ama
per il tuo sguardo
infallibile
che tu dici di Poeta -
ma io ti chiamo
il Pagano Ramponiere.

Ritto sulla tolda
della lancia squassata
dall'Oceano adirato,
prendi di mira
l'immenso cetaceo,
pronto a lanciare
il tuoi arpioni di versi
che lo fiaccheranno.

O almeno così speri,
poiché sai bene
che potrebbe accadere
che il mostro impazzito
s'inabissi per sempre
trascinandoti seco.
E so che tu mai
molleresti la presa:

Nessuno può fermare,
nessuno possedere
il Ramponiere Poeta,
impazzito a inseguire
la sua ossessione vivente
finanche a morirne.
Solo l'Ondina che l'ama
può cogliergli l'attimo.

Poco prima di svanire
anch'essa negli abissi
ad abbracciare
le sorelle Sirene,
lo fermerà per scoccargli
un bacio improvviso,
istantaneo,
sulle labbra di mare...


Milano 18 Marzo
Marianna Piani
per Alvaro: Corsaro, Ramponiere, Poeta

domenica 19 maggio 2013

Abbecedario XXIV


Amiche care, amici gentili, penultima conversazione, penultima voce di questo abbecedario, di questa breve, ma densa avventura nella suggestione delle parole.
Alla prossima qualche valutazione, qualche riflessione finale.

Qui ora festeggio la terza accezione di "Vanità", quella che sento di più: Vanità dell'essere femminile, e la Volontà piena di esserlo, con gioia e convinzione e orgoglio.
Il mio essere donna, a pensarci bene, mi sta salvando dalla follia, il sentire di essere un granello importante di questo universo, la coscienza della mia bellezza, la forza della mia sensualità prorompente, mi dà l'energia per sopravvivere alla mia totale più intima disperazione.
Tra dubbi, atroci ansie e senso d'incompletezza, di perdita, di mancanza, e fragilità estrema, il conforto di essere ciò che sono, consapevole e pieno.
Vanità è donna? Forse qui tesso una trama di parole solo per ribadire un luogo comune? Può essere… Ma è questa l'energia cui faccio appello in ogni momento, per non lasciarmi scivolare nell'angoscia più oscura…

La dedico a voi, naturalmente, amiche e donne meravigliose, e anche a voi, amici, compagni,  voi che ci ammirate, che ci amate, che pur non cogliendo il nostro mistero ci rimanete al fianco, porgendoci il braccio cui noi ci aggrappiamo…

M.P.




Abbecedario XXIV

V

come la Vanità - III

Vanità, ovvero: Volontà.



È un soffio
che s'avviluppa ai capelli,
è un fiato
che deposita nuvole di dubbio
sopra gli specchi,
è un sospiro
che gonfia la mia voce
di qualche rimpianto,
e di tenero orgoglio,
è la brezza del primo mattino
che accarezza le gambe
morbidamente
come le labbra di un amante,
è il pensiero casto e intenso
di me stessa
accarezzata dagli sguardi
celanti desiderio
dei passanti.

È nulla fatto di un nonnulla,
che riveste di seta
in labili ariose trasparenze
il corpo, la chiara pelle,
l'intelletto mio acuto
forse incostante
forse intemperante
forse impertinente
sempre danzante
certo fascinante
di donna.
È il velo d'oriente
che copre le labbra corallo
dei miei sorrisi
e dei miei bronci
indirizzati come dardi
a chi amo
e a chi detesto
per vederlo sanguinare
in silenzio.

È il luccicare del brillantino
che riposa sul lobo vellutato
delle mie orecchie
come sopra un cuscino
deliziandosi al primo sole
del mattino d'inverno,
freddo, ma caldo
di trattenuto desiderio.
È il ticchettio indiscreto
dei miei passi leggeri,
incerti ma decisi stiletti
sopra il porfido ineguale
del selciato, al cui suono
si volgono d'istinto
l'ammirato e la gelosa,
sconosciuti subito lasciati
alla loro vita avvinghiati.
È il profumo
dolce e profondo
dei mille misteri
celati nella borsa
al mio fianco
fedele come una amante
come una compagna,
come una sorella.

È la morbida pigra curva
del seno che rivela
l'ombra della mia figura
fuggente sul muro
di marmo bianco.
È il mio incedere franco,
il mio dire,
il mio sentire,
la mia mano piccina non tanto,
le gocce di smalto rubino
sulle mie dita,
il mio sguardo scuro,
la fragilità manifesta
in ogni mio gesto.

È ciò che mi fa femmina.
È ciò che mi fa donna.
È ciò che mi fa viva.
È ciò che mi fa volere
d'esser voluta.



Fribourg, 01 Gennaio 2013
Marianna Piani


sabato 18 maggio 2013

A quest'Uomo di Mare




Carissime amiche, e amici gentili, "Saturday Evening Post"…
Ogni Poesia ha una sua storia. Almeno così è per me, ogni composizione è legata ad un momento, un luogo, una emozione, una persona particolare, e la evoca, un poco come fa una vecchia canzone quand'è legata a un momento speciale della nostra esistenza.
Questa composizione che ora pubblico qui di seguito è nata per un amico per me molto speciale, appunto.
Si tratta di un uomo che vive molto lontano da me, dall'altro capo dell'Oceano, e con il quale ho intessuto una lunga relazione di affetto e scambio intellettuale, e che non ho ma incontrato personalmente.
È uno scrittore ed un fine poeta, ed è stato lui, in qualche modo, a spingermi tempèo fa, quando ancora tentennavo, ad aprirmi a questa mia passione, fino ad allora segreta, inespressa, e a renderla raggiungibile da un pubblico più ampio.
Probabilmente ci sarei arrivata comunque, poiché le circostanze della vita mi stavano spingendo sempre più vigorosamente in quella direzione, come le correnti di un oceano spingono un'imbarcazione in una direzione a volte inaspettata, a scoprire nuovi mondi, nuovi orizzonti. Ma certo, se non ci fosse stato lui a catalizzare la mia insicurezza con la mia urgenza di espressione, sarebbe passato ancora tempo, forse molto, prima che mi decidessi ad uscire allo scoperto.
In seguito, per un lungo periodo, egli ha seguito la mia "produzione", incoraggiandomi, perfino a volte con vero entusiasmo, sulla nuova rotta che avevo imboccato, elargendomi consigli, e doni di grande bellezza, preziosissimi.

Ora con quest'uomo meraviglioso, e gentile, con questo amico, è da tempo che non incrociamo più un dialogo. Ci hanno diviso dissensi, insanabili penso, proprio su ciò che ci sta più a cuore, tanto da porsi al di sopra di ogni altro aspetto: l'idea stessa di Poesia.
Per dirla franca e tutta, da un certo punto in avanti il mio lavoro non ha più incontrato il suo interesse e il suo gradimento. E me lo ha significato chiaramente, con sincerità, e senza infingimenti. Tentando anche di ricondurmi su quella che lui è convinto sia la "giusta via" di quest'arte fragile e sublime che entrambi pratichiamo, inviandomi anche con numerosi consigli ed esempi.
Io però in questo - e solo in questo, per tutto il resto sono invece fragile e insicura - sono testarda, gnucca (come dicono dalle mie parti), ho un concetto mio personale e molto ben preciso di quello che sto facendo: sto compiendo una ricerca che porto avanti testo dopo testo, ascolto ogni opinione, e non solo vivaddio quelle positive, ma poi sono convinta di dover essere io in prima persona a prendermi l'intera responsabilità del valore o meno di ciò che scrivo. La mia è libertà, prima di tuoo, e poi disciplina, ma disciplina all'interno del mio bisogno folle d'espressione.
Inoltre io mi irrito istintivamente di fronte a certi toni sacerdotali e dogmatici, e lui, probabilmente spinto dalla grande passione che lo muove in questo territorio, è parso ad un certo punto scordarsi la sua usuale gentilezza e galanteria, ed ha decretato pari pari e senza possibilità di discussione il mio fallimento poetico in ciò che stavo scrivendo.
Da allora non ci siamo più confrontati. Certo, sia lui che io siamo liberi come l'aria, sia per il pensiero che per il dissenso, per cui per il momento, per evitare scontri più spiacevoli, silenziosamente e senza concordarlo esplicitamente abbiamo scelto un reciproco silenzio.

Ma prima di "lasciarci" ci siamo scambiati una serie di composizioni, che qui pubblicherò, non perché la nostra diatriba letteraria possa avere un reale interesse per voi estranei ad essa, ma perché penso si tratti di composizioni che tutto sommato vale la pena rendere pubbliche…

Per cui ecco, qui di seguito, la prima di queste poesie (prose? racconti?), in cui narro il mio rapporto con lui come quello di una piratessa ribelle e insofferente al servizio di una goletta corsara, pilotata da un Capitano vigoroso e spiccio, che ha le sue fattezze d'animo e pensiero…

Per voi, amiche care e amici, e per lui, vecchio inflessibile imperdonabile amico che ha osato dichiarare "prosaici" i miei versi…
Come sempre, con amore

M.P.


A quest'Uomo di Mare


Quest'uomo è un navigante,
capitano di ventura
di goletta franca,
aduso ad affrontare
la sferza e il salso del mare
che gli scavano cicatrici
e tagli vivi nel bel viso
di bronzo ossidato
da una vita di viaggio.

Quest'uomo senza rotta
segue rotte inenarrabili 
che sono solo nel suo sangue
incrociando al largo di Tortuga,
o ai confini della Terra:
quest'uomo è il Corsaro
che scatena abbordaggi senza badare
a quante bocche di fuoco
ha di fronte, o alle spalle,
da sfamare di piombo e ferro.

Quest'uomo è l'uomo del Mare,
Achab delle nebbie
che inchioda oro al pennone
pur di indurmi ad avvistare
il leviatano del verbo
da lui così odiato
da esserne perdutamente
innamorato.

Quest'uomo ha le mani
nella tempesta, le dita
cariche di pioggia,
e di sabbia sfuggente
di arenili remoti,
gli occhi dispersi
in sguardi di foresta,
nostalgia negata di terraferma
di chi ha onde immense
infitte nell'anima stessa.

Quest'uomo non riposa,
non rimane quieto sul cassero
a contemplare la distesa
dei flutti, quest'uomo si getta
diritto nelle correnti impetuose
più impetuoso di esse stesse
aggrappato alla ruota ribelle
del timone, indomabile
destriero del mare.

Quest'uomo insaziabile,
irascibile, ruvido e dolce,
pronto pur di far bottino
dei tesori del regno
anche a perdersi l'anima
e a perdere quella di chi ama,
per il puro amore del vero
che gli brucia nel cuore
più di ogni pensiero.

Quest'uomo che io
non potrò mai amare da donna
poiché io non sono nulla
che una spuma sottile marina
sollevata dal maestrale
e dalla chiglia della nave,
quest'uomo d'orgoglio
che non mi potrà mai amare
da uomo, ma soltanto -
da Corsaro del sogno -

eccolo serrare gli occhi
alla prua aguzza del vascello,
ritto in piedi come una polena,
e lasciarsi sfiorare
dall'impalpabile nebbia
che si trattiene appena
nei lunghi capelli agitati
e sfuggire per sempre,
ribelle a ogni controllo,
inafferrabile a ogni presa.

Gli rimane soltanto infine
sulle palme delle mani aperte
un velo d'acqua sottile,
odorosa di salsedine e sirene,
da sfiorare con le labbra
in ricordo di amori lontani,
perduti nel tempo,
sperati o disperati,
prima che svapori
nel sole sorgente all'orizzonte.

Milano, 16 Marzo 2013
Marianna Piani

(Per te, Alvaro.
Ma ricorda:
tu sei il Corsaro,
il Vascello è Poesia,
il Leviatano è il Verbo,
e io son soltanto
Spuma Marina
che non potrai fermare,
che non potrai mai afferrare.)

mercoledì 15 maggio 2013

Gita antica

Amiche care, amici diletti. Oggi sfioro un argomento per me assai doloroso. Proprio oggi ho pubblicato nella mia collezione di traduzioni da capolavori del passato, una stupenda poesia di George Byron, dedicata alla amata sorella Augusta: Mari Piani - Poeti Inglesi.
Io, come alcune di voi sanno, a seguito del tracollo famigliare che ho subito, ho perduto la mia sorellina Paola, che non avendo più un orientamento e una direzione, e non so quanto inconsapevolmente addossando a me la "colpa" di ciò che era accaduto, è fuggita lontano, si è allontanata per sempre da me, senza darmi un saluto, o una parola di spiegazione.
Semplicemente, un giorno, senza dir nulla, è partita, seguendo un uomo assai più anziano di lei, forse per il bisogno di "sostituire" l'insostituibile - il padre che da poco avevamo perduto - e non l'ho più rivista né sentita.

Sono passati anni ormai, so da fonti indirette che sta bene, vive in Germania, anche lei con il mio stesso strano destino di non avere figli, ma null'altro più. Non un indirizzo, non un recapito, non un cenno, non una cartolina, nulla di nulla. Per me è stato un duro colpo, aggiunto agli altri, che mi ha fatto vacillare, per certi versi perfino peggio di una morte, per la quale il nostro istinto è predisposto ad elaborare un lutto, che aiuta in qualche modo a rimarginare la ferita. Ed è uno strazio costante nella mia memoria, se penso che eravamo da bimbe e ragazzine molto unite, solidali, complici, quasi sempre insieme. Per me lei era "la mia sorellina", che io amavo senza nemmeno pensarci, d'un amore spontaneo, inevitabile, di sangue.
Questa composizione nasce da questi ricordi. Come quando assieme - fin da poco più che bimbe - ci recavamo in montagna, la passione che maggiormente condividevamo, per compiere lunghe traversate, difficili arrampicate, io, lei, da sole, chiacchierando di ogni cosa, dei nostri progetti, dei nostri sogni, delle nostre illusioni.
Mai, sintomaticamente, dei nostri amori, in questo io e lei eravamo diverse, divise da una barriera di impenetrabile riservatezza e pudore...

Ecco, è un canto sentito, teso. Lo dedico a voi, amiche care e amici. Come dicevo in un intervento oggi sulla mia TL, chiunque abbia una sorella cara accanto, la tenga bene avvinta: senza, è un altro il mondo...

Con amore, e rimpianto
M.P.



Gita antica

Arrivammo alla meta,
stanche, senza fiato,
ma ridendo tra noi -
sorelle di sangue -
del tempo e del mondo.
Gettammo a terra gli zaini
pesanti di ore
di ardua salita.

La meta era un ampio pianoro
coperto di muschi
e di corta saggina,
a quota duemilatrecento,
quasi un terrazzo,
tra uno strapiombo
e una valle
sommersa in un rigoglio
di nebbia bianca
come un fiume di neve,
e un mare di trifoglio.

Sopra di noi
soltanto speroni di roccia
severi come obelischi
corrugati e nodosi
e tesi al cielo
come le dita
d'una vecchia
in preghiera.

Oltre ciò, solo cielo
e graffi di nubi
di puro ghiaccio,
sfrangiati come stendardi
consunti in battaglia.

Ci sedemmo
sopra due massi sporgenti
da sotto una macchia
di asciutto ginepro,
per riposare dopo l'ascesa,
e per nutrirci
prima d'iniziare
il sempre mesto ritorno.

Ben presto
il gelido vento di quota
ci costrinse a stenderci
bocconi sull'arida erba
fianco a fianco
per riscaldarci:
sentivo il tepore
del tuo corpo
che mi cercava,
confidando.

Sotto di noi
dirupi e strapiombi
e un gracchio,
solitario,
come un mobile
sbaffo d'inchiostro,
compiva larghi giri
nella sua quieta ricerca
di prede o di avanzi.

Consumando voraci
il panino, con le festuche
che ci solleticavano il viso,
parlavamo fitto di noi
dei nostri sogni e progetti,
e sparlavamo ridendo
di amiche e vicine
e compagne di banco
e dei loro amoretti.

Tu eri così parte di me
Paola, sorella mia, quei giorni,
la vita era come quel cielo
sereno, solo sbuffi
di cirri di ghiaccio,
sparpagliati senza ordine
verso l'orizzonte.
Il tempo della fine
ancora doveva venire.

Ma c'era quel vento
gelido e teso
da cui ci difendevamo ora
stringendoci accanto
e abbracciando la terra.
Quel vento che un giorno
t'avrebbe strappata da me
e ancora non sapevo.

Quando ci alzammo
per riprendere il viaggio
ti osservai che caricavi
il tuo zaino, come usavi,
con un ampio giro
su te stessa,
e con un rapido colpo
di reni per assestarlo
alle spalle.

Ti osservai che partivi,
contro il cielo ceruleo
quasi bianco
di uno dei nostri Settembre
tra le cime,
osservai la tua figura
di ragazza, snella allora
come una cerbiatta
di alta montagna.

Così simile a me,
poiché sorella,
eppur così diversa
nel tuo modo di muovere
le gambe, le braccia,
larghe sottili
come ali di cormorano,
di scuotere i bei capelli
che tu avevi lunghi
e ventosi e chiari
come di una sirena.

Ti guardai allontanare
a passo certo
sulle pietre della frana
che portava a valle,
un istante prima
di seguirti
come sempre facevo
sui sentieri
dei monti e del mondo,
io più grande di te dietro,
tu prima.

E non sapevo allora
che presto
il cielo si sarebbe oscurato,
la tempesta avrebbe infuriato
su noi ancora inesperte
della vita,
e che ti avrei vista
allontanarti ancora di spalle,
senza nemmeno indugiare
a lanciarmi un ultimo sguardo
di saluto, o di sfida.

T'avrei vista
allontanarti per sempre
da me, per raggiungere
la tua vita
che credevi perduta,
e in eterno sarei rimasta
a guardare un cielo
deserto,
un gracchio distante
che compiva larghi giri
elegante, indifferente.

E a chiedere, ormai sola,
a quel cielo
perpetuamente:
"perché?
"

Marianna Piani
Milano, 25 Marzo 2013

domenica 12 maggio 2013

Abbecedario XXIII


Amiche care, amici gentili: ventitreesimo capitolo del nostro Abbecedario, seconda articolazione della voce "Vanità".
Per me, in particolare, questo qui evocato è un genere di "Vanità" ineluttabile, quella suscitata dal richiamo dell'Arte. La Vanità ispirata dal bisogno di esprimere me stessa, attraverso le parole, e di donarmi così al mondo, nuda, indifesa e con la volontà  esplicita di sedurre.
Sedurre con le mie emozioni, con il mio vivere le gioie e i dolori dell'esistenza, la Vanità di pensare che questo possa aiutare qualcuno a comprendere sé stesso, rispecchiandosi nell'immagine che gli offro di me stessa, dei miei pensieri, dei miei sogni, delle mie memorie, dei miei incubi.
A pensarci, è una Vanità estrema, un peccato imperdonabile di superbia, di presunzione. Eppure, come dicevo, per me è ineluttabile, inevitabile, iscritto in qualche modo nel mio destino.

Dedicata a voi, amiche dilette, amici cari, che con pazienza e comprensione, e forse anche sincero affetto, mi leggete. Con amore.

M.P.


Abbecedario XXIII

V


come Vanità (II)

Vanità, ovvero: Vita.

 

Venne il Fauno della Parola,
all'alba venne, senza avviso,
com'egli è uso, e mi recò il dono
suo consueto: parole, come trionfi
di frutta matura, succosa, lustra,
raccolta nella sua sontuosa coppa.

Egli fu con me deciso e dolce
nel circuirmi, nel fascinarmi,
nel rapirmi l'anima e l'intelletto,
e io fui pronta, come sempre,
a lasciarmi possedere ancora,
inebriata e folle nel suo fatuo gioco.

E vennero così parole, lievi, scintillanti,
come lo scroscio di una pioggia mattutina,
come le risa dei bimbi alle altalene,
come voci di fanciulle altere alla marina,
come aneliti di amanti all'apice dell'amore:
vennero, le parole, una a una, in fila,

perle d'un rosario di Devozione senza Fede
legate dal filo tenue e tenace come acciaio
della gioia, e del dolore, e dell'incanto.
Vennero e si sciolsero, come gocce,
come lacrime sfuggite mio malgrado,
inzuppando i fogli del mio quaderno bianco.

Ogni goccia, ogni lacrima, ogni macchia,
una stilla della mia vita, del mio sangue
mai rappreso nel trascorrer del rimpianto;
e fu una stilla del mio immenso ardire
nel gettar me stessa al mondo come un corpo
spalancato, smembrato ai ferri di un'autopsia.

Egli vegliò su di me, imponendomi
la sua mano sopra il capo,
ben sapendo che mai l'avrei lasciato.
ora che ero arresa al suo dominio,
e lasciò che mi sciogliessi esausta
in parole incise sopra il velo del pensiero.

Fu lui che vinse la mia incostanza,
fu lui ad annientare ogni mia riluttanza,
fu lui, bestia santa dell'intelletto,
a corrompere così la mia innocenza.
Fu lui a fingermi convinta che il mondo
avesse a caro la mia frivola esistenza.

Oh, suprema, folle, cieca, insana vanità
quella che spinge a dar sé stessi al mondo
e a godere degli sguardi sopra il pensiero nostro
come sopra il nostro corpo, abbandonato e nudo,
così come nel mio femmineo istinto attratta sono
dall'essere me stessa nell'essere desiderata.

Venne il Fauno delle Parole, infine,
venne all'alba, senza un fiato, e mi vinse,
e nel vincermi mi convinse, senza sforzo,
che la vanità della mia mente fosse
null'altro di ciò che per ogni donna è
il metter il proprio corpo e il cuore in gioco.

E che Vanità fosse la mia stessa vita.



Milano, 30 agosto 2012
Marianna Piani

sabato 11 maggio 2013

Ofelia nella Senna


Amiche care, amici gentili, oggi voglio offrirvi questa composizione, che è quasi un racconto, scritto in versi, ma narrato, piuttosto che cantato.
È il ritratto - quasi autobiografico - di un particolare momento nella vita della protagonista (che potrei essere io, oppure no), in cui il fascino segreto della fine, di una fine, qualunque essa sia, esercita una attrazione quasi irresistibile sul suo animo esposto, indifeso. Il tutto all'interno dello scenario unico e irripetibile di una Parigi, distante, indifferente, presa nella sua ineffabile bellezza. Occorre essere saldi d'animo, per reggere al fascino di quella città, carica di storia e di leggenda. Oppure totalmente privi di sensibilità, e quindi già non veramente in vita...
Vi lascio dunque, se volete, alla lettura, con amore, come sempre.

M.P.



Ofelia nella Senna


Una luce grigia ti aveva invaso il viso;
eri stanca, tanto che il tuo sguardo
sempre acceso, pareva impastato e denso.
Quella, che fluiva poco più in basso
era l'acqua bluametista della Senna.
Fluiva senza suono udibile, fiera
di essere ciò che era, vena vitale d'Europa,
e pigra come una Signora allo specchio
al mattino… Liquida, come le frasi voluttuose
che custodivi dentro il petto, tra cuore e seno.

Pensavi che avresti percorso quei larghi viali
respirando il vento d'ardesia che si scostava
al tuo passaggio, per quanto eri bella,
per ammirarti danzare assieme alle foglie
dei platani svettanti contro il cielo. E pensavi
che i tuoi passi avrebbero rintoccato lievi
sotto le mura di quei palazzi gravi, e che essi
si sarebbero inchinati, impercettibilmente,
a osservarti passare, per quanto eri fiera
e radiosa nel tuo incedere ardito e casto.

E pensavi che il tuo viso, il tuo seno teso,
le tue gambe innervate e scarne, il tuo abitino
bianco, scollato e saggio quanto un giglio,
le tue scarpette ripide e aperte, di corallo,
avrebbero celato al mondo intero, a ogni sguardo
il tuo intimo incoercibile vibrare d'ansia
e di sconforto. Passavano i passanti indaffarati
e le ragazze dalle avventate chiome bionde,
si attardavano i piccioni sul selciato della piazza,
ignorando che tu eri in te perduta, e cercavi il pianto.

Osservasti il profilo ruvido dei tetti contro il cielo
che si tingeva gradualmente di un tenue arancio,
mentre le coppie degli amanti sui gradini
contemplavano i lor cuori come teneri aquiloni
liberi aleggiare sopra il brulicare vita dei quartieri.
Avesti un breve capogiro guardando l'acqua
che pigramente s'avvolgeva alle arcate di quel ponte,
una vivida attrazione ti prese in mezzo al petto
verso il vuoto di quel volo libero di pochi istanti
che ti avrebbe sollevata da ogni peso e dato pace.

Dovesti durare ogni tua forza, stringendo denti e pugni,
per resistere al richiamo che a sè potente ti traeva:
confondersi nel fiume e nella sua Storia oltre il tempo
era un'intima dolcissima speranza; lasciarsi andare
alla morbida e torbida corrente, di lì guardare con stupore
sfilare sulla sponda la bianca cattedrale, e vedere
un'ultima volta ancora il sole abbracciato dalle nubi,
prima di lasciare che le onde ti entrassero nelle palpebre
e ti avvolgessero nell'amplesso che tutto spegne,
come la placenta che ti nutrì in cui trovare riposo.

Pensasti a chi ti amava, allora, a chi amasti,
a chi un giorno avrebbe potuto amarti ancora.
A chi nella tempesta avresti abbandonato
senza il conforto d'un ultimo tuo bacio.
La città dei sogni intanto ti guardava, senza parlare,
dai mille e mille occhi delle sue finestre chiuse.
Le due torri della Cattedrale placidamente
si adagiavano sulla superficie della corrente
disgregandosi e riaggregandosi come i tocchi
di pennello d'un dipinto di Seurat.

Fu come se per un istante t'apparisse una te stessa
Ofelia, sotto il pelo delle acque, braccia lungo i fianchi,
trasfigurata in un gelido pallore, le vesti come nubi
di medusa fluttuanti attorno al corpo abbandonato.
Sospirasti di tenerezza, e ti allontanasti dal parapetto
lasciando quelle onde e quel sogno e quel fantasma,
indugiando a ogni passo, come fa l'amante affranto
lasciando la sua amata per un viaggio di durata immensa.
Ti addentrasti nei boulevards con crescente ardore
tra la folla dei passanti e il groviglio delle vetture.

Chi ti vide allora,  sui marciapiedi, affrettare
il tuo passo certo e eretto, chi incrociò per un istante
il tuo sguardo scuro e denso, chi indugiò ad ammirare
la tua figura svelta e snella nell'abito aderente,
non poteva indovinare che tu esule giungevi
di ritorno da un confine che stavi per varcare
per mai più tornare. La città, come un sogno
che s'avverava, ti riaccolse senz'acrimonia alcuna
né sospetto nel suo grembo. E sotto il sole verdeoliva
del meriggio i tuoi passi risuonarono nobilmente sui selciati.

Discendesti saltellando sopra i tacchi
i gradini del Metro...
E rientrasti, affranta e invitta, nella vita.



Milano 22 Marzo - Nebbiuno 24 Marzo 2013
Marianna Piani



venerdì 10 maggio 2013

Le donne sono serie!


Amiche care, amici gentili, anzi, questa volta soprattutto voi, amici gentili…
Per una volta, molto eccezionalmente, voglio uscire dal mio "guscio" poetico per proporvi un argomento molto prosastico, ma che mi sta molto, ma molto a cuore, prendendo spunto da uno splendido intervento dell'amica (grande donna e finissima poetessa, peraltro) Rosanna Marani, attorno a un fatto di cronaca, piuttosto stupido ed apparentemente ininfluente, ma che secondo me è invece molto sintomatico per leggere in "controluce" la condizione della donna nella nostra società (evoluta, democratica, non confessionale, vorrebbe e dovrebbe essere) e quanto ancora ci sia da lavorare nel fondo delle coscienze e delle mentalità di tutti noi per tentare di perseguire una effettiva condizione di "parità" tra i sessi, intesa non come una impossibile e non auspicabile "uguaglianza", ma come dignità nella differenza.
All'articolo di Rosanna, apparso sul suo stupendo blog, ho "risposto" con un mio piccolo contribuito, che qui riproduco integralmente.

Dedicato a voi, amiche care, e, come dicevo prima, con un particolare pensiero a voi, nostri amici, colleghi, compagni, amanti, mariti, parenti, un piccolo contributo di riflessione di due donne, posto senza acrimonia, senza pretesa di pontificare, ma che vi possa aiutare a comprendere il vissuto della condizione femminile non in astratto, ma nella vita di ogni giorno.
Con amore, sempre
M.P.




CARO TOSCANI, LE DONNE SONO SERIE DA UN PEZZO

di Rosanna Marani

Aridanghete!!... Eccolo l’eroe del giorno, il fotografo Toscani che dà la ricetta del talebano, del parroco di campagna e dell’arcivescovo (iman) islamico.

La tragedia del femminicidio è sotto gli occhi di tutti. Chiediamo noi donne l’intervento a gamba dura del Governo e questo tizio che fa?
Ci toglie i tacchi e il rossetto, affermando: "Le donne smettano di mettere il rossetto e di portare i tacchi e saranno al sicuro da violenti e maniaci". "Devono volersi bene per quello che sono - ha detto il fotografo -. Serve un ruolo più serio delle donne".
 "La smettano di voler sempre sedurre, altrimenti finiranno per sedurre soltanto i maniaci e i violenti", ha aggiunto ancora il pubblicitario all'Adnkronos, invitando tutte quante a "essere più sobrie e a dare importanza all'essere più che al sembrare".


L' inciso suo:” Serve un ruolo più serio delle donne!”

Le donne sono già serie!
 E da mo’! 
Venga fuori calle caverne e se ne accorgerà.

“Ma mi faccia il piacere!” direbbe Totò.
“Di levarsi dai piedi “, lo diciamo invece noi donne, stufe marce dell’impero del maschilismo più bieco e obsoleto.

Ora, oltretutto che il suo risultato l’ha ottenuto. Finire sui giornali dopo l'astinenza da flash che si risolve si risolve sparacchiando cavolate?

L’altra crisi di cui patisce l'altra metà del cielo (direi coperto), quella del pensiero pensato, ahimè, temo sia senza rimedio.


I fatti
http://www.tgcom24.mediaset.it/cronaca/articoli/1094036/violenza-sulle-donne-la-ricetta-di-toscani-basta-tacchi-e-rossetto-e-bufera-su-twitter.shtml
Violenza sulle donne, la ricetta di Toscani: "Basta tacchi e rossetto". E' bufera su Twitter
Insulti e pesanti critiche sul social network. C'è chi propone: "Perché non introdurre il burqa?"
Rosanna Marani
©2013 Piazzolanotizia - Riproduzione Riservata
07 MAGGIO




Lettera aperta

Cara Rosanna,


Lasciamo per un attimo il nostro bel dialogo attorno alla Poesia, e dedichiamo due parole attorno a qualcosa di così impoetico e inelegante come la percezione che un certo mondo maschile continua ad avere di quello femminile.


Davvero, mia cara, io stento a credere che una persona, che suppongo dotata di una intelligenza forse anche superiore alla media, e di buona cultura - dal momento che insomma, non è un personaggio preso dalla strada, e qualcosa nella vita ha combinato - dico, una persona così, e non (con tutto il rispetto, e senza per questo farne un discorso a mia volta categorizzante) un "camionista rumeno", proprio una persona così possa esprimere simili concetti! E questo fatto è molto più sintomatico dell'episodio in sé.

Hai ragione, cento volte ragione ad indignarti, e non occorrerebbe neanche che io aggiungessi una parola alle tue su questo fatto, talmente suonerebbero ovvie!

Ma io dico, “serietà del ruolo femminile”: non è mai stato tanto serio in tutta la Storia, mi viene da dire, alle prese come siamo con una crisi profondissima del vissuto dei nostri conspecifici, da cui sempre ci attendiamo fiduciose comportamenti evoluti di concerto con la civiltà che ci ospita, e di contro un affrancamento sempre più marcato di noi donne dalle “vecchie” posizioni di ruolo, un gap questo che paghiamo, come purtroppo rileviamo ogni giorno, in primissima persona, con un pesante tributo di lacrime, e, senza metafora, sangue!


Ebbene, serietà invochi, Oliviero?…

E la “serietà” del ruolo maschile, dove diavolo è finita? Il bon ton? Lo spirito cavalleresco, almeno? L'archetipo del Principe Senza Macchia né Paura che ci protegge dai draghi e dai Re Predoni? Io per fortuna a onor del vero ho conosciuto molti uomini che si indignano furiosamente e senza remissione (e anche se ne vergognano personalmente, come se ne sentissero il peso addosso a loro) di fronte non solo a fatti patenti e gravi di cronaca, ma anche di fronte a certi ragionamenti apparentemente inoffensivi, stupidi, da bar sport.

Un uomo che sfoggia una Ferrari Cabrio, o una Cayenne nera, per puro gusto edonistico (non mi si dica che si tratta di mezzi di trasporto), non è forse altrettanto e forse più “provocante” di una donna che indossa una mise sexy e degli (stupendi e vertiginosi finchè volete!) sandali Louboutin? Se poi costui venisse assaltato per strada da delinquenti che lo pestano a sangue e lo rapinano, diremmo forse “poteva far meno sfoggio, che se ne esca con una Skoda”?



Diavolo, e se invece a me andasse proprio di sedurre? Non sono libera di farlo, senza dover temere di essere aggredita? Ma anche, e forse ancor più (come mi è capitato, più volte, e come capita quotidianamente a tutte noi – i nostri amici maschi non riescono, anche innocentemente, a rendersene conto, come quando ci conducono sereni a braccetto sulle maledette grate di ferro, senza badare ai nostri problemi se indossiamo dei tacchi a spillo) di essere oggetto di “apprezzamenti” maschili, che vanno dall’offensivo, allo stupido/ridicolo, al ripugnante, al decisamente schifoso e vigliacco?!


Io adoro indossare i tacchi 12, a spillo, decoltée o sandaletti, con o senza platform, gonne corte e vaporose, rossetti e smalti colorati e vivaci, e vorrei poterlo fare quando, quanto e come mi pare.

Lo faccio perché mi diverte, mi fa volare con la fantasia (qualche volta anche giù dalle scale del metrò), mi fa sentire un po' regina…  Sono omosessuale e quindi non lo faccio certo per “sedurre” uomini, mentre la seduzione tra donne viaggia su canali paralleli ma assai diversi, assai più mentali. Lo faccio, e con entusiasmo, soltanto perché mi piace vivere la mia femminilità e la fantasia di espressione che grazieaddio essa mi consente. Questo lo accenno solo per cercare di spiegare a voi, cari amici uomini, che le motivazioni della femminilità, e della sua espressione attraverso i linguaggi del corpo, della moda, sono assai più complessi e intrigati di quanto spesso sembra che tendiate a pensare. Forse anche per questo molti grandi stilisti - o coreografi - sono di tendenze omosessuali, forse questo dà loro una maggiore sensibilità nei confronti del nostro modo di esprimere la grazia e la bellezza. Che non è solo "seduzione", insisto, ma anche allegria, divertimento, fantasia… E, sopratutto, grazie al Cielo, LIBERTÀ!


Amici cari, maschietti che magari ci volete bene e ci rispettate, cercate di capire che noi amiamo vivere in pieno la nostra vita, amiamo fantasticare e, sì, perchè no, amiamo sedurre. Proteggeteci, ammirateci, amateci, questo vogliamo da voi, non “lezioni” di morale! Ho letto da qualche parte: “una società che pretende di insegnare alle donne come difendersi dagli stupri, invece di tentare di educare gli uomini a non stuprare, è una società del cxxxo!”
Un abbraccio, mia cara, scusa lo sfogo, grazie per la tua ospitalità.

Torniamo presto a parlare di Poesia, è meglio, che già ho un certo mal di stomaco.


Tua



Marianna

Milano, 10 Maggio 2013