«La Poesia è Scienza, la Scienza è Poesia»

«Darkness cannot drive out darkness; only light can do that. Hate cannot drive out hate; only love can do that.» (Martin Luther King)

«Não sou nada. / Nunca sarei nada. / Não posso querer ser nada./ À parte isso, tenho em mim todos los sonhos do mundo» (Álvaro De Campo)

«A good poem is a contribution to reality. The world is never the same once a good poem has been added to it. A good poem helps to change the shape of the universe, helps to extend everyone's knowledge of himself and the world around him.» (Dylan Thomas)

«Ciò che premeva e che imparavo, è che in ogni caso non ci potesse mai essere poesia senza miracolo.» (Giuseppe Ungaretti)

domenica 12 maggio 2013

Abbecedario XXIII


Amiche care, amici gentili: ventitreesimo capitolo del nostro Abbecedario, seconda articolazione della voce "Vanità".
Per me, in particolare, questo qui evocato è un genere di "Vanità" ineluttabile, quella suscitata dal richiamo dell'Arte. La Vanità ispirata dal bisogno di esprimere me stessa, attraverso le parole, e di donarmi così al mondo, nuda, indifesa e con la volontà  esplicita di sedurre.
Sedurre con le mie emozioni, con il mio vivere le gioie e i dolori dell'esistenza, la Vanità di pensare che questo possa aiutare qualcuno a comprendere sé stesso, rispecchiandosi nell'immagine che gli offro di me stessa, dei miei pensieri, dei miei sogni, delle mie memorie, dei miei incubi.
A pensarci, è una Vanità estrema, un peccato imperdonabile di superbia, di presunzione. Eppure, come dicevo, per me è ineluttabile, inevitabile, iscritto in qualche modo nel mio destino.

Dedicata a voi, amiche dilette, amici cari, che con pazienza e comprensione, e forse anche sincero affetto, mi leggete. Con amore.

M.P.


Abbecedario XXIII

V


come Vanità (II)

Vanità, ovvero: Vita.

 

Venne il Fauno della Parola,
all'alba venne, senza avviso,
com'egli è uso, e mi recò il dono
suo consueto: parole, come trionfi
di frutta matura, succosa, lustra,
raccolta nella sua sontuosa coppa.

Egli fu con me deciso e dolce
nel circuirmi, nel fascinarmi,
nel rapirmi l'anima e l'intelletto,
e io fui pronta, come sempre,
a lasciarmi possedere ancora,
inebriata e folle nel suo fatuo gioco.

E vennero così parole, lievi, scintillanti,
come lo scroscio di una pioggia mattutina,
come le risa dei bimbi alle altalene,
come voci di fanciulle altere alla marina,
come aneliti di amanti all'apice dell'amore:
vennero, le parole, una a una, in fila,

perle d'un rosario di Devozione senza Fede
legate dal filo tenue e tenace come acciaio
della gioia, e del dolore, e dell'incanto.
Vennero e si sciolsero, come gocce,
come lacrime sfuggite mio malgrado,
inzuppando i fogli del mio quaderno bianco.

Ogni goccia, ogni lacrima, ogni macchia,
una stilla della mia vita, del mio sangue
mai rappreso nel trascorrer del rimpianto;
e fu una stilla del mio immenso ardire
nel gettar me stessa al mondo come un corpo
spalancato, smembrato ai ferri di un'autopsia.

Egli vegliò su di me, imponendomi
la sua mano sopra il capo,
ben sapendo che mai l'avrei lasciato.
ora che ero arresa al suo dominio,
e lasciò che mi sciogliessi esausta
in parole incise sopra il velo del pensiero.

Fu lui che vinse la mia incostanza,
fu lui ad annientare ogni mia riluttanza,
fu lui, bestia santa dell'intelletto,
a corrompere così la mia innocenza.
Fu lui a fingermi convinta che il mondo
avesse a caro la mia frivola esistenza.

Oh, suprema, folle, cieca, insana vanità
quella che spinge a dar sé stessi al mondo
e a godere degli sguardi sopra il pensiero nostro
come sopra il nostro corpo, abbandonato e nudo,
così come nel mio femmineo istinto attratta sono
dall'essere me stessa nell'essere desiderata.

Venne il Fauno delle Parole, infine,
venne all'alba, senza un fiato, e mi vinse,
e nel vincermi mi convinse, senza sforzo,
che la vanità della mia mente fosse
null'altro di ciò che per ogni donna è
il metter il proprio corpo e il cuore in gioco.

E che Vanità fosse la mia stessa vita.



Milano, 30 agosto 2012
Marianna Piani

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