«La Poesia è Scienza, la Scienza è Poesia»

«Darkness cannot drive out darkness; only light can do that. Hate cannot drive out hate; only love can do that.» (Martin Luther King)

«Não sou nada. / Nunca sarei nada. / Não posso querer ser nada./ À parte isso, tenho em mim todos los sonhos do mundo» (Álvaro De Campo)

«A good poem is a contribution to reality. The world is never the same once a good poem has been added to it. A good poem helps to change the shape of the universe, helps to extend everyone's knowledge of himself and the world around him.» (Dylan Thomas)

«Ciò che premeva e che imparavo, è che in ogni caso non ci potesse mai essere poesia senza miracolo.» (Giuseppe Ungaretti)

domenica 5 maggio 2013

Abbecedario XXII


Amiche care, amici gentili, siamo arrivati alle ultime voci del mio piccolo abbecedario poetico...
Come avevo anticipato la volta scorsa, in mancanza di voci per me accettabili per le lettere "speciali" (in Italiano) come X Y e W , ho pensato di utilizzare le pagine "libere" con qualche parola in più, ispirata dalle ultime lettere disponibili.
In particolare, su questa lettera V ho trovato quasi inevitabile affrontare la parola/concetto di "Vanità", una parola che fa così tanta parte della mia vita, come donna e come artista.

La Vanità, per una donna (per non parlare dell'artista), è un concetto molto sfaccettato, non necessariamente, anzi oserei dire affatto negativo.
Per questo ho pensato di affrontarla in almeno tre dei suoi molteplici aspetti. E il primo è quello che tratto qui di seguito: la Vanità come Verità.
Cosa vediamo, quando vediamo noi stesse riflesse nello specchio? Siamo noi, oggettivamente? Oppure siamo l'immagine che abbiamo di noi al di fuori di noi stesse?  Oppure è un eco di ciò che il mondo, gli altri vedono di noi? E' Finzione, oppure, appunto, Verità?
Lo specchio è un oggetto che mi affascina e mi atterrisce, da sempre. In particolare poi se pensate che io soffro di una malattia mentale piuttosto seria, che con lo sdoppiamento, la specularità, l'inversione, ha assai a che fare. E infatti, ogni volta che mi impegno a trattare questo soggetto, per dirla proprio tutta, alla fine io sto male, letteralmente, fisicamente, fino alla nausea.

Bene, come sempre dunque dedico questa mia "fatica" a voi, amiche dilette e amici, con amore, e riconoscenza per come mi seguite con disponibilità, pazienza, e spesso anche affetto.

M.P.    


Abbecedario XXII

V

come Vanità (I)

(Vanità, ovvero: Verità)

 

Venere, mia Venere acerba,
superba, caparbia e pallida Venere,
che mi osservi da dentro me stessa
attraverso i miei stessi occhi cavi e oscuri
come buchi trapanati nella dura madre
della mia coscienza.

I tuoi sguardi, ora indulgenti, ora severi,
su me indugiano, come quando io m'indugio
al mattino, oppure a sera prima d'uscire,
di  fronte alla specchiera del guardaroba.
E come tu vedi me, io vedo te
Venere bella, dai capelli come tizzoni ardenti.

Sei in me, o sei me, o sono io te
quando dentro quella lastra io mi vedo
e tu immagine di me ti fai guardare
e in quell'istante stesso mi osservi
col mio stesso sguardo indagando
la mia figura, che è anche la tua.

La camicetta rosso vivo, ben tesa sul seno,
la gonna, fasciata in vita, a disegnare i fianchi,
le gambe nude, tese, lustre, levigate
come di seta, i piedi, ornati di smalti vermigli
abbracciati dalle coralline braccia
di audaci, verticali, gioiosi sandali bianchi.

Questo è ciò che di te so e vedo
oltre la cornice degli specchi,
questo è ciò che ammiro, di te,
giorno per giorno, mia Signora,
mentre accendi di rossofuoco
le labbra, come faccio io:

comprimendole, una contro l'altra, per fondere
il colore, con la segreta voluttà
che è la tua, e alla fine rifletto:
sei una rapsodia di rosso, colore vivo,
acceso, vibrante, che io prediligo,
e che io ammiro nel fuoco dei tuoi capelli.

Che io ho invece neri, come carbone
pronto a fiammeggiare, nell'ardore.



Milano, 20 agosto 2012
Marianna Piani


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