«La Poesia è Scienza, la Scienza è Poesia»

«Beauty is truth. truth beauty,- that is all
Ye know on earth, and all ye need to know.» (John Keats)

«Darkness cannot drive out darkness; only light can do that. Hate cannot drive out hate; only love can do that.» (Martin Luther King)

«Não sou nada. / Nunca sarei nada. / Não posso querer ser nada./ À parte isso, tenho em mim todos los sonhos do mundo» (Álvaro De Campo)

«A good poem is a contribution to reality. The world is never the same once a good poem has been added to it. A good poem helps to change the shape of the universe, helps to extend everyone's knowledge of himself and the world around him.» (Dylan Thomas)

«Ciò che premeva e che imparavo, è che in ogni caso non ci potesse mai essere poesia senza miracolo.» (Giuseppe Ungaretti)
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lunedì 14 novembre 2016

La Nuit américaine



La Nuit américaine



ovvero
Miserabile fine del sogno americano



Care Amiche, amici.
Dopo una lunghissima assenza, dovuta a seri motivi di salute, ritorno nel mondo dei vivi, con poco entusiasmo devo dire, ancora incerta e frastornata, con scarse riserve d'energia, ancora tutte da ricostruire, e lo trovo cambiato. Nel peggior modo possibile. Nel peggior modo in cui avrei mai pensato di ritrovarlo.

È tutto già accaduto: in questo periodo non ho potuto accostarmi a computer o smartphone, e non ho potuto quindi seguire l'evoluzione degli eventi, che avevo lasciato con un certo ottimismo, anche se stemperato da un timore sotterraneo, una angoscia sorda e insistente, che per quanto facessi non riuscivo a ricacciare indietro, quando affiorava. Imputavo questo malessere al mio stato di salute, già traballante, e invece ora so che si trattava di una percezione lucida, una razionale premonizione, non di una paranoia, ma di un ragionamento, basato su fatti che erano davanti agli occhi di tutti, e si erano manifestati chiaramente già con la vicenda della disgraziata Brexit.

Ebbene, questo è accaduto mentre ero lontana: un individuo spregevole è stato eletto, democraticamente, legalmente, indiscutiblmente, e anche con un largo margine, al capo di quella che è considerata la prima potenza mondiale, la prima economicamente tra i Paesi Occidentali, la prima a livello mondiale per armamenti, la prima potenza nucleare, modello e leader industriale, politico, e anche culturale dell'intero mondo occidentale.
Un individuo che della propria spregevolezza non ha mai fatto mistero, anzi, ne ha fatto suo unico programma ed ideologia, non mancando alcuna occasione per rivendicare pubblicamente con clamore e orgoglio il proprio essere tale, questo, e null'altro che questo.
Una moltitudine di individui quindi sono usciti di casa, ai primi giorni di Novembre, sono sciamati ai seggi, e hanno serenamente sottoscritto il loro voto a questo stesso individuo, riconoscendo implicitamente o esplicitamente il suo messaggio, la sua immagine, le sue idee, come le loro.

Questi, detti con estrema semplicità, i fatti. Al di là di ogni analisi, di ogni sterile discussione, di ogni motivazione di fondo, di ogni errore degli avversari, di ogni tentativo di giustificazione o di recupero a una impossibile "normalità". Un individuo spregevole è da ora al vertice del potere in una Nazione di immenso peso politico, economico e militare. Nulla di meno "normale".
Ma questo in fondo è il paradosso della Democrazia. Il meccanismo, in certe condizioni storiche, si inceppa, e anzichè servire per selezionare un modello esemplare e autorevole in una certa Società per assegnagli il compito di leadership, così come era la sua funzione originale, pare rivolgersi a distillare la espressione peggiore, più ignobile, di questa stessa società. Non a caso, da sempre i nemici più giurati del sistema democratico si ingegnano in ogni modo a sfruttare i meccanismi di questo stesso sistema per raggiungere il loro obbiettivi di potere. Di solito gli "anticorpi" del sistema riescono ad arginare, isolare e neutralizzare questi tentativi. in alcune situazioni però, questi anticorpi si indeboliscono, o addirittura soccombono a quello che potrei definire per analogia un po' azzardata, come l'AIDS delle democrazie avanzate: il populismo demagogico.
Una autentica reazione autoimmune che può portare alla autodissoluzione dei tessuti politici e sociali di una democrazia.
Intendiamoci, si tratta di un virus che colpisce anche a sinistra, e con pessimi, a volte drammatici risultati. Ma è a "destra" (per semplificare utilizzo categorie politiche piuttosto stantie ormai) che trova la sua massima espressione e virulenza, richiamando i più bassi istinti delle masse, in particolare di quelle più deboli e esposte dal punto di vista culturale.

Comunque sia, i sinceri e convinti democratici, quale io mi pregio di essere, si trovano del tutto inermi in situazioni come queste: lo Spregevole Individuo infine è stato eletto, democraticamente, legalmente, in un certo senso cristallinamente, "a furor di popolo", e noi che potremmo mai dire che non smentisse la nostra stessa idea di democrazia, i nostri Princìpi primari? Dobbiamo inchinarci, a quel "popolo sovrano" e accogliere lo Spregevole Individuo come Capo Supremo del nostro ordinamento. Protestare? Far sentire la propria voce? Facciamolo pure. Ma ciò non toglie che lo Spregevole entra trionfalmente nelle Stanze del Potere, e ora dipenderà solo da lui se, come e quando la rovina potrà abbattersi su di noi. Poichè non si tratta i una "Repubblica delle banane", insisto, ma della Nazione più importante, in tutti i sensi, del mondo occidentale.
Da democratici convinti, non possiamo opporci al risultato di una elezione democratica. Oppure invece dovremmo farlo? Il "popolo", un certo popolo, ha espresso a maggioranza il proprio leader. Ma la Storia insegna che il popolo non è garanzia di giustizia, equità, ordine e - appunto - democrazia. Non sono stati propriamente meccanismi democratici a portare Mussolini e Hitler al potere, ma non vi sono dubbi che entrambi, in un modo o nell'altro, godessero di un altissimo consenso popolare. Così come molti altri autocrati e dittatori della Storia, specialmente agli inizi della loro parabola politica.
Dovremmo imbracciare le armi e cacciare lo spregevole dal Palazzo prima che costui faccia troppi danni? Mettiamo per assurdo che lo facciamo, e che ci riusciamo. E dopo? Come potremmo ripristinare un processo democratico se noi stessi lo abbiamo negato con la violenza e la prevaricazione? Ha differenza se tale prevaricazione viene esercitata per motivi che riteniamo nobili e giusti? Forse anche sì, ma quanto ci vorrebbe per ricucire il vulnus arrecato ai nostri stessi princìpi?

Dobbiamo accettare il "verdetto", non possiamo fare altro.
E prepararci per una lunga, intransigente, faticosa opposizione.

Lo spregevole intanto ride felice, noi piangiamo. Ci hanno insegnato anche a rispettare le persone, gli elettori, i cittadini, i nostri simili che hanno espresso un voto, fosse anche diametralmente opposto al nostro pensiero.
Ma davvero dobbiamo farlo, anche in questo caso estremo?
Io in tutta sincerità non mi sento di farlo. Il messaggio trasmesso è chiaro e inequivocabile, con il pregio della schiettezza che hanno in comune questi personaggi, non poteva essere frainteso, con tutto il suo contenuto di razzismo, misoginia, omofobia, xenofobia, machismo, culto della forza, della ricchezza e del potere. Chi ha votato sapeva per chi e per cosa stava votando, nella maggioranza dei casi, e votando ha sottoscritto questi contenuti. Anzi, direi che si aspetta ora dei risultati tangibili per questa specie di programma, allo stesso tempo vago e netto.
Per questo, pur nel rispetto dell dettato democratico, io non me la sento di "rispettare" le persone che hanno promosso, sostenuto e infine affermato questa candidatura.
Io disprezzo queste persone.
Chi elegge a proprio leader un individuo spregevole sulla base di convinzioni spregevoli non può avere il mio rispetto. Questo non mi può essere chiesto.

. . .

Da poco è stato l'anniversario degli attentati di Parigi.
Come scrissi in quell'occasione, il sentimento che mi ha colto per quegli avvenimenti terribili è stato dolore, sbalordimento, pietà, ma non paura, mai paura. Perché sono consapevole che proprio sulla paura delle persone fa leva il terrorismo per i propri fini (di potere, in ultima analisi, tanto per cambiare). E perché se si ha da combattere per le proprie convinzioni primarie, come Libertà e Giustizia, io sono pronta a combattere, a rischio della vita, se necessario. La paura non serve a nulla altro che a rafforzare i nemici giurati della nostra cultura.
Invece, l'esito di queste elezioni mi ha angosciato e prostrato profondamente, e in questo caso sì, confesso, provo paura.
Non solo per gli effetti ora possibili su cinquant'anni di lotte e conquiste sui Diritti Civili, non solo perché gli USA e il loro popolo ha ingranato una spettacolare retromarcia storica, ritornando idealmente agli anni 50 - ma saranno anni 50 nell'epoca di twitter, tanto più pervasivi e pericolosi quindi - non solo perché si dà una violenta frenata alla speranza di avere una società americana con meno armi in casa, meno pena di morte, più integrazione e rispetto delle minoranze, meno violenza sulle donne, meno muri ai confini.
Ma anche perché questa elezione può innescare una valanga inarrestabile, da noi, in Europa, che rischia di travolgere e distruggere cent'anni di costruzione e di pacifica convivenza, dopo il trauma di due guerre e un olocausto. Il virus è contagioso, e ne distinguiamo chiari sintomi già da prima di questi ultimi avvenimenti: già avevo citato Brexit, non a caso preso come modello di "rivoluzione" dallo stesso Spregevole Individuo di cui stiamo parlando.

Come ognuno di noi, ho il mio personale "sogno americano", che ho espresso in particolare nel corso di due viaggi importanti, il primo alcuni anni fa, e l'altro un poco più di recente.
Il primo mi ha portato a Los Angeles, California, con in borsa il sogno di farmi assumere da una delle grandi Fabbriche di Sogni che laggiù hanno base, come Dreamworks e Disney/Pixar, e con l'intenzione per niente teorica di trasferirmi lì. Non avevo talento sufficiente per conquistare un posto di lavoro in quell'ambiente - nel mio settore il massimo possibile - ma passai quattro settimane viaggiando tra California, Arizona, Utah e Nevada, lasciandomi investire da tutta la straordinaria, arcaica, misteriosa bellezza di quel Paese.
La seconda volta ho soggiornato a Redmond, per una serie di Corsi di aggiornamento, e anche in quel caso con il "miraggio" di un incarico presso una importante Università privata del uuogo.

Anche in questo caso l'incarico non è arrivato (o meglio, ho declinato io poiché non mi sentivo in grado di affrontarlo così come mi veniva richiesto), ma ho avuto modo di immergermi in questa Società Americana, in una realtà del tutto diversa ma non meno affascinante, come la zona nordoccidentale, quasi ai confini con il Canada, tra le fitte foreste e la costa oceanica, e una città così lontana dalla immagine "cinematografica" di Los Angeles, in certo suo modo quasi "europea", come Seattle.

In questi due viaggi ha trovato alimento e vigore il mio amore per questo straordinario Paese e per la sua gente, un amore nato, come per tanti europei, sugli schermi cinematografici e sulle pagine dei libri di narrazione e poesia, ma che necessitava di un riscontro "reale", e lo ha avuto. Rafforzandone, non diminuendone, il mito. Il mio personale Sogno Americano.
Che ora, come in un brutto risveglio, si infrange e si spezza, lasciandomi scossa e angosciata.
Certo ora, un Paese che ha espresso una tale Leadership, in cui milioni di individui si rispecchiano con gioia nella spregevolezza di questo loro capo, non può più rappresentare per me un, anche lontano, obbiettivo, una speranza o un progetto di vita. Anche perché mi devo impegnare qui e ora a far sì che qualcosa di simile non accada anche da noi, in Europa. E poi ora i miei sogni hanno altre mete, ormai, spero di raggiungere chi amo in Irlanda, e ripartire da lì...

Il "mio" personalissimo Sogno Americano pare dunque naufragato.
Ma, in generale, storicamente, è questa la fine del Sogno Americano, così come lo abbiamo vissuto in questi decenni?
Se è così, è, come dico nel titolo, una fine davvero miserabile. E forse definitiva.


Con profonda amarezza
Marianna Piani

Ringrazio le amiche e gli amici che mi hanno atteso in queste lunghe settimane di assenza forzata, e che mi hanno fatto giungere messaggi spesso preoccupati e dolcissimi. Non so ancora se e con che tempi riuscirò a riprendere del tutto i contatti, la mia attività di scrittura in modo continuativo, o almeno con una certa regolarità, ma cercherò, ora che ho rimesso finalmente le mani sulla tastiera, di rispondere a tutti, a ciascuno di voi personalmente, per quanto le mie forze me lo consentiranno.
Con amore, sempre
Marianna



sabato 25 maggio 2013

Un Picchio, un Poeta


Amiche dilette, amici cari, terzo appuntamento del dialogo intessuto tra me e Alvaro, amico di penna e Poeta d'Oltremare, che, come ho detto nelle mie precedenti introduzioni, dopo un idillio letterario durato quasi un anno, ha giudicato la mia evoluzione della scrittura inadeguata, o comunque non consona al suo gusto e alle sue personali più radicate convinzioni poetiche e filosofiche.
Ciò non toglie che egli rimanga un Poeta, in quanto scrittore in versi, spesso ispirati, a volte geniali, sempre eleganti.
Per questo, in occasione del suo compleanno, ho comunque voluto donargli una piccola lirica, che mi è scaturita nel corso di una delle mie passeggiate sulle alture sopra il Lago Maggiore, dove, come molte delle amiche più intime sanno, spesso mi rifugio per meditare e lasciare che il tempo, lì quasi privo di significato, faccia pace con il mio spirito agitato…

Dedicato a lui, e forse un poco per irritarlo - vieppiù - con la mia "prosa" in versi, e offerto ora in lettura a voi, amiche care e amici, come sempre, con amore.

M.P.




Un Picchio, un Poeta

Fine di marzo, l'alba.
Per la prima volta ho riudito
la voce del picchio rosso,
tamburellare alacre insistente
nella piccola selva dietro casa: trrrrr...
Cerca, ostinato, trapana le cortecce
delle betulle bianche, ancora ignude,
infreddolite e scarne,
o dei severi platani rugosi,
per ricavarne la sua esistenza,
o anche soltanto
per dichiarare al mondo
di essere in vita.

Difficile osservarlo.
Quando t'avvicini lui...
lui ti ha già visto,
e si sposta, ma non di tanto:
dall'altro lato della pianta,
schivo, riservato, scontroso,
o geloso di sè, a continuare
il suo instancabile intento solitario.

Questo picchio è il Poeta. Estrae
vermi di parole, crisalidi di frasi,
larve di pensieri, di sotto a dure croste,
rugose cortecce spaccate di anni,
sfuggenti sugheraie, impastoiate
dentro resine tenaci.

Le uccide, spietato e preciso
come un dardo,
per liberarle poi
nel suo volo.



(Per Alvaro in occasione del suo compleanno)
Marianna Piani
Massino Visconti, 23 Marzo 2013


venerdì 10 maggio 2013

Le donne sono serie!


Amiche care, amici gentili, anzi, questa volta soprattutto voi, amici gentili…
Per una volta, molto eccezionalmente, voglio uscire dal mio "guscio" poetico per proporvi un argomento molto prosastico, ma che mi sta molto, ma molto a cuore, prendendo spunto da uno splendido intervento dell'amica (grande donna e finissima poetessa, peraltro) Rosanna Marani, attorno a un fatto di cronaca, piuttosto stupido ed apparentemente ininfluente, ma che secondo me è invece molto sintomatico per leggere in "controluce" la condizione della donna nella nostra società (evoluta, democratica, non confessionale, vorrebbe e dovrebbe essere) e quanto ancora ci sia da lavorare nel fondo delle coscienze e delle mentalità di tutti noi per tentare di perseguire una effettiva condizione di "parità" tra i sessi, intesa non come una impossibile e non auspicabile "uguaglianza", ma come dignità nella differenza.
All'articolo di Rosanna, apparso sul suo stupendo blog, ho "risposto" con un mio piccolo contribuito, che qui riproduco integralmente.

Dedicato a voi, amiche care, e, come dicevo prima, con un particolare pensiero a voi, nostri amici, colleghi, compagni, amanti, mariti, parenti, un piccolo contributo di riflessione di due donne, posto senza acrimonia, senza pretesa di pontificare, ma che vi possa aiutare a comprendere il vissuto della condizione femminile non in astratto, ma nella vita di ogni giorno.
Con amore, sempre
M.P.




CARO TOSCANI, LE DONNE SONO SERIE DA UN PEZZO

di Rosanna Marani

Aridanghete!!... Eccolo l’eroe del giorno, il fotografo Toscani che dà la ricetta del talebano, del parroco di campagna e dell’arcivescovo (iman) islamico.

La tragedia del femminicidio è sotto gli occhi di tutti. Chiediamo noi donne l’intervento a gamba dura del Governo e questo tizio che fa?
Ci toglie i tacchi e il rossetto, affermando: "Le donne smettano di mettere il rossetto e di portare i tacchi e saranno al sicuro da violenti e maniaci". "Devono volersi bene per quello che sono - ha detto il fotografo -. Serve un ruolo più serio delle donne".
 "La smettano di voler sempre sedurre, altrimenti finiranno per sedurre soltanto i maniaci e i violenti", ha aggiunto ancora il pubblicitario all'Adnkronos, invitando tutte quante a "essere più sobrie e a dare importanza all'essere più che al sembrare".


L' inciso suo:” Serve un ruolo più serio delle donne!”

Le donne sono già serie!
 E da mo’! 
Venga fuori calle caverne e se ne accorgerà.

“Ma mi faccia il piacere!” direbbe Totò.
“Di levarsi dai piedi “, lo diciamo invece noi donne, stufe marce dell’impero del maschilismo più bieco e obsoleto.

Ora, oltretutto che il suo risultato l’ha ottenuto. Finire sui giornali dopo l'astinenza da flash che si risolve si risolve sparacchiando cavolate?

L’altra crisi di cui patisce l'altra metà del cielo (direi coperto), quella del pensiero pensato, ahimè, temo sia senza rimedio.


I fatti
http://www.tgcom24.mediaset.it/cronaca/articoli/1094036/violenza-sulle-donne-la-ricetta-di-toscani-basta-tacchi-e-rossetto-e-bufera-su-twitter.shtml
Violenza sulle donne, la ricetta di Toscani: "Basta tacchi e rossetto". E' bufera su Twitter
Insulti e pesanti critiche sul social network. C'è chi propone: "Perché non introdurre il burqa?"
Rosanna Marani
©2013 Piazzolanotizia - Riproduzione Riservata
07 MAGGIO




Lettera aperta

Cara Rosanna,


Lasciamo per un attimo il nostro bel dialogo attorno alla Poesia, e dedichiamo due parole attorno a qualcosa di così impoetico e inelegante come la percezione che un certo mondo maschile continua ad avere di quello femminile.


Davvero, mia cara, io stento a credere che una persona, che suppongo dotata di una intelligenza forse anche superiore alla media, e di buona cultura - dal momento che insomma, non è un personaggio preso dalla strada, e qualcosa nella vita ha combinato - dico, una persona così, e non (con tutto il rispetto, e senza per questo farne un discorso a mia volta categorizzante) un "camionista rumeno", proprio una persona così possa esprimere simili concetti! E questo fatto è molto più sintomatico dell'episodio in sé.

Hai ragione, cento volte ragione ad indignarti, e non occorrerebbe neanche che io aggiungessi una parola alle tue su questo fatto, talmente suonerebbero ovvie!

Ma io dico, “serietà del ruolo femminile”: non è mai stato tanto serio in tutta la Storia, mi viene da dire, alle prese come siamo con una crisi profondissima del vissuto dei nostri conspecifici, da cui sempre ci attendiamo fiduciose comportamenti evoluti di concerto con la civiltà che ci ospita, e di contro un affrancamento sempre più marcato di noi donne dalle “vecchie” posizioni di ruolo, un gap questo che paghiamo, come purtroppo rileviamo ogni giorno, in primissima persona, con un pesante tributo di lacrime, e, senza metafora, sangue!


Ebbene, serietà invochi, Oliviero?…

E la “serietà” del ruolo maschile, dove diavolo è finita? Il bon ton? Lo spirito cavalleresco, almeno? L'archetipo del Principe Senza Macchia né Paura che ci protegge dai draghi e dai Re Predoni? Io per fortuna a onor del vero ho conosciuto molti uomini che si indignano furiosamente e senza remissione (e anche se ne vergognano personalmente, come se ne sentissero il peso addosso a loro) di fronte non solo a fatti patenti e gravi di cronaca, ma anche di fronte a certi ragionamenti apparentemente inoffensivi, stupidi, da bar sport.

Un uomo che sfoggia una Ferrari Cabrio, o una Cayenne nera, per puro gusto edonistico (non mi si dica che si tratta di mezzi di trasporto), non è forse altrettanto e forse più “provocante” di una donna che indossa una mise sexy e degli (stupendi e vertiginosi finchè volete!) sandali Louboutin? Se poi costui venisse assaltato per strada da delinquenti che lo pestano a sangue e lo rapinano, diremmo forse “poteva far meno sfoggio, che se ne esca con una Skoda”?



Diavolo, e se invece a me andasse proprio di sedurre? Non sono libera di farlo, senza dover temere di essere aggredita? Ma anche, e forse ancor più (come mi è capitato, più volte, e come capita quotidianamente a tutte noi – i nostri amici maschi non riescono, anche innocentemente, a rendersene conto, come quando ci conducono sereni a braccetto sulle maledette grate di ferro, senza badare ai nostri problemi se indossiamo dei tacchi a spillo) di essere oggetto di “apprezzamenti” maschili, che vanno dall’offensivo, allo stupido/ridicolo, al ripugnante, al decisamente schifoso e vigliacco?!


Io adoro indossare i tacchi 12, a spillo, decoltée o sandaletti, con o senza platform, gonne corte e vaporose, rossetti e smalti colorati e vivaci, e vorrei poterlo fare quando, quanto e come mi pare.

Lo faccio perché mi diverte, mi fa volare con la fantasia (qualche volta anche giù dalle scale del metrò), mi fa sentire un po' regina…  Sono omosessuale e quindi non lo faccio certo per “sedurre” uomini, mentre la seduzione tra donne viaggia su canali paralleli ma assai diversi, assai più mentali. Lo faccio, e con entusiasmo, soltanto perché mi piace vivere la mia femminilità e la fantasia di espressione che grazieaddio essa mi consente. Questo lo accenno solo per cercare di spiegare a voi, cari amici uomini, che le motivazioni della femminilità, e della sua espressione attraverso i linguaggi del corpo, della moda, sono assai più complessi e intrigati di quanto spesso sembra che tendiate a pensare. Forse anche per questo molti grandi stilisti - o coreografi - sono di tendenze omosessuali, forse questo dà loro una maggiore sensibilità nei confronti del nostro modo di esprimere la grazia e la bellezza. Che non è solo "seduzione", insisto, ma anche allegria, divertimento, fantasia… E, sopratutto, grazie al Cielo, LIBERTÀ!


Amici cari, maschietti che magari ci volete bene e ci rispettate, cercate di capire che noi amiamo vivere in pieno la nostra vita, amiamo fantasticare e, sì, perchè no, amiamo sedurre. Proteggeteci, ammirateci, amateci, questo vogliamo da voi, non “lezioni” di morale! Ho letto da qualche parte: “una società che pretende di insegnare alle donne come difendersi dagli stupri, invece di tentare di educare gli uomini a non stuprare, è una società del cxxxo!”
Un abbraccio, mia cara, scusa lo sfogo, grazie per la tua ospitalità.

Torniamo presto a parlare di Poesia, è meglio, che già ho un certo mal di stomaco.


Tua



Marianna

Milano, 10 Maggio 2013

sabato 12 maggio 2012

Mara



Oggi un'amica, cui sono legata
da un tenerissimo e profondo affetto, compie gli anni.

Un periodo aspro, come per molte di noi, questo per la mia Mara.
Ma lei, da donna piena di coraggio e di creatività qual'è, superando ostacoli e
sopportando ferite nuove e antiche, e la folle inaffidabilità del mondo,
sola, come ogni donna sempre comunque è nei momenti più decisivi della vita,
prosegue il suo cammino, a testa alta, con lealtà e intrepido ottimismo.

Questa notte, commossa dalla sua tensione, ho "dovuto" intonare una piccola
canzone, una lettera d'amore, per lei, che fosse d'augurio, oggi, per il suo viaggio.
Cosa per me inconsueta, quella che un amico mio dolcissimo
chiama la mia "Musa" mi ha dettato un sonetto.
Proprio così: non componevo in questa forma dai tempi
del liceo, la forma chiusa mi sta stretta, come ad ogni dilettante.
Però io desideravo comporre essenzialmente un canto d'amore, appunto, e il sonetto si impone
quasi da sè solo come la forma storicamente d'elezione per esprimere questo sentimento.
Perciò, ecco una musica danzante di rime e assonanze, allitterazioni e intrecci di versi,
su questo nome, per me dolcissimo, evocativo, come il nome di un frutto: Mara.

Anche più inusuale per me è pubblicare la "prima stesura", uscita di getto
senza sottoporre il mio pensiero troppo "facile" a volte, troppo irruento
a una revisione accurata a distanza di tempo.
Ma il compleanno della mia adorata sorellina, come tra noi ci chiamiamo, e OGGI.
E allora, amica mia, ecco, per te, per festeggiare assieme, il mio piccolo dono.
Buon compleanno tesoro. Esprimi un desiderio e soffia sulle candeline,
il tuo respiro profuma il cielo come un prato di viole!
E alla festa, a dividersi la torta,
invito voi, amiche mie più care, e amici gentili.
M.P.




Mara

Mara, chiara come una chiara stella
cometa dalla fragrante chioma ambrata,
Mara, chiara e bella come la sorella
lo è per la sorella amata.

Mara che stupisci la luna stessa
per il bagliore soave dei dorati
tuoi occhi lanceolati di dolce tigressa,
acquattata nei sogni tuoi morbidi, arcuati.

Mara, che risali con cuore pulsante
i ripidi dismessi sconnessi sentieri
della vita, tu pura, fiera come diamante.

Mara, che adorni di sguardi sinceri
il tuo giardino rigoglioso di piante:
amarti è volerti per sempre, nei pensieri.



Milano, 12 Maggio 2012
Alla mia Mara, teneramente, con amore.

sabato 7 aprile 2012

Libri

Books

Perchè amo i libri


Qualche giorno fa
un carissimo amico
mi ha segnalato un articolo
della sua figliola, Kristine,
riguardo la crisi del libro "stampato"
di fronte al diffondersi dei libri digitali.
L'articolo, che ho pubblicato nella Pagina
"Long Live the Book", qui a fianco, in inglese,
mi ha colpito talmente, tanto era vicino
al mio sentire sull'argomento,
che avevo progettato di tradurlo, per inserirlo qui.
Invece ne è nato un piccolo racconto, in forma di lettera,
indirizzata a Kristine Tortora, e a tutti voi.


Cara Kristine,


Io ho avuto la fortuna di nascere, e crescere, in una casa in cui vi era una stanza, piuttosto grande (a me, piccolina, sembrava immensa, come l'antro di un drago, un drago buono, naturalmente) che si chiamava "studio di papà" dov'era una grande, altissima libreria (noi non la chiamavamo biblioteca, ma proprio "la libreria") alta fino al soffitto e che occupava quasi per intero tre su quattro pareti della stanza.


Ricordo il mio papà, seduto alla scrivania, intento magari a scrivere a macchina, o più tardi al computer, e dietro a lui questa diga di volumi, di tutte le dimensioni, di tutti i colori, con sopra i dorsi una folla di titoli, di caratteri, di nomi, di scritte, in tutte le lingue. Lui di solito in quei momenti non mi badava, era al lavoro, anzi a volte veniva mamma a chiamarmi, "lascia in pace papà" diceva.
Ma a volte lui non era "al lavoro" per nulla, lo trovavo invece magari arrampicato, in piedi sul suo sgabello - in noce, saprò dopo, come la libreria - addossato agli scaffali, con uno di quei volumi nelle mani, assorto. In quei casi non era necessario l'intervento di mamma, sapevo bene, per mio istinto, che lui era in un suo mondo, e che necessitava silenzio e rispetto.


Fu lui a donarmi i "miei" primissimi libri. Ricordo ancora i titoli, e ricordo perfino il luogo e il momento in cui li ricevetti. Erano: "I viaggi di Gulliver" (Swift) e "L'isola del tesoro" (Stevenson), entrambi in un'edizione ridotta, e illustrata con bellissime figure a tempera. Li ho ancora, nella mia biblioteca, qui a Milano.
E ricordo ancora con vivezza la indescrivibile emozione che ricevetti, non appena, vincendo la mia riluttanza (fino ad allora non avevo letto che fumetti, che tanto adoravo) mi immersi nella lettura.
Per magia fui trasportata in mondi lontani, meravigliosi. Da allora, come se avessi ricevuto un'investitura, i libri divennero una mia cieca passione.


E oggi, quando mi imbatto in certi profeti di sciagura, che ipotizzano la "morte del libro" la sua fine in favore delle effimere memorie dei nostri tanti giocattoli digitali, tra i brividi, penso a cosa sarebbe della mia vita, se non ci fossero stati già da allora.


I libri sono il loro contenuto, si dice, ma ciò è falso.
I libri sono il più nobile oggetto mai inventato dall'uomo, quello che lo fece avanzare dallo stato di sonno, dal buio della notte, all'alba luminosa della ragione, dell'intelletto, e della cultura. Non per nulla dittatori e prelati, nella storia, hanno ricorrentemente tentato di accanirsi su quello stesso oggetto, con roghi, pogrom, furti, dispersioni, censure, divieti.


Ora NON VORREI MAI che questi oggetti eleganti, apparentemente innocui, utili addirittura, (io stessa ci sto scrivendo, proprio ora, questa lettera) come iPad, Kindle, fossero le scintille di un nuovo immenso devastante rogo virtuale capace di ottenere ciò che nel passato fu il sogno mai raggiunto di imam e dittatori.


Scegliere il libro, possedere il libro, tenerlo tra le mani, soppesarlo, aprirlo, sfogliarlo, prima dal fondo, per ascoltare le pagine frusciare, poi in avanti, scorrere l'indice, e poi odorarne la fragranza, sempre diversa, di inchiostro appena stampato, oppure della nobile povere di lunghi anni deposti sul suo dorso forte.
Questi sono gesti, emozioni, nobilissime, deliziose, che MAI vorremmo perdere o abbandonare. La lettura viene, naturalmente, dopo, e insieme, a tutto questo. E così la memoria: il mio papà non è più con me, ma i suoi libri si, e lo saranno per sempre. Fanno parte di lui, e ora sono me, se non li avessi, di certo, la mia desolazione sarebbe infinita. Lui sarebbe scomparso due volte.
Ogni volta che incontro, riprendo uno dei suoi libri - e io SO con assoluta certezza, tra mille, QUALI sono i suoi libri, e quali quelli nati con me - e lo apro, non posso non pensare che le sue mani l'hanno scelto, blandito, aperto, mille volte, in passato, i suoi occhi l'hanno scorso, le sue dita sfiorato, per tenere il segno.


Lui non umettava mai, come non faccio neanch'io, per girare pagina.
In cambio aveva lo stesso mio vizio di piegare a triangolo lo spigolo d'una pagina, per tenere il segno, per mettere un richiamo in un punto che riteneva interessante, rilevante. E, anche su edizioni di pregio, annotava, a matita, a margine, con linee. freccine, minuscoli disegnini perfino, proprio come faccio io, ancora adesso.
E quando incontro quei segni del suo passaggio, veri, tangibili, concreti, mi commuovo, mi lascio travolgere dalla tenerezza, dal ricordo. E mi pare di sentire la sua presenza, dolcissima, indulgente, sorridente, sopra le mie spalle.


Pensa, per un istante, invece, se vi fosse stato Kindle, già allora. Niente più libreria, niente più frammenti di memoria, niente più senso del tempo, niente più impronte di un umano passaggio, niente più presenza, fisica, costante, accanto a me di chi ho amato e mi ha amato, niente più senso del perpetuare la vita.
Quanto, quanto saremmo impoveriti, depauperati, privati di ciò che più conta:
della nostra Umanità.


Per questo, per questi motivi, e un'infinità di altri, che già tu dici così bene, io sono strenuamente ostile a questa "controriforma" tecnologica, che minaccia di ricacciarci indietro di millenni.
Ma non per luddismo, per nostalgia, o per reazione al nuovo:
per istinto di sopravvivenza, semplicemente.


Per questa Causa, sono pronta a combattere, a morirne, se necessario, credimi,  mia cara, come certo sei tu, sorella ideale.


LONG LIVE THE BOOK


La tua Marianna