«La Poesia è Scienza, la Scienza è Poesia»

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«Não sou nada. / Nunca sarei nada. / Não posso querer ser nada./ À parte isso, tenho em mim todos los sonhos do mundo» (Álvaro De Campo)

«A good poem is a contribution to reality. The world is never the same once a good poem has been added to it. A good poem helps to change the shape of the universe, helps to extend everyone's knowledge of himself and the world around him.» (Dylan Thomas)

«Ciò che premeva e che imparavo, è che in ogni caso non ci potesse mai essere poesia senza miracolo.» (Giuseppe Ungaretti)

sabato 7 ottobre 2017

Come uno spreco




Amiche care, amici,

Compii i miei studi a Bologna, e fu un periodo folle, fecondo, disordinato, irripetibile, e bellissimo.
Non avevo vent'anni, né probabilmente una coscienza vera di me e del mondo, lessi molto, studiai con frenetica passione, scrissi e disegnai in modo furioso, feci politica, anche un poco esteema, ed ebbi molte relazioni e storie, tutte importanti, insostituibili, rabbiose e felicissime.
In realtà raramente ci torno ora, col pensiero, a quegli anni tumultuosi e fertili, forse perché ho la sensazione che avrei potuto viverli in modo più consapevole e pieno, ma il tempo, una volta fuggito, non torna più indietro, ciò che rimane è solo la sua traccia nella memoria. E la memoria è forse l'unica cosa che ci tiene in vita. Che iscrive la nostra vita in una storia, nella Storia.
Le mille e mille poesie e versi che scrissi in quegli anni sono andati tutti perduti, tra un trasloco e una fuga, poi, terminata quell'esperienza, non scrissi più un verso per anni, come se tutto si fosse consumato, bruciato assieme alla giovinezza "dissoluta". Solo ora, dopo tanto tempo, riesco pian piano a riprendere a scriverne, chissà perché mai. Ma così è... se vi pare..

Ecco dunque in questa lirichetta una memoria del mio primo anno di solitudine, studio, libertà e licenza.

Care, dilette amiche e amici, lettori e lettrici, grazie di esistere, vi abbraccio, con amore.

M.P.



Come uno spreco


Quello fu il mio primo anno a Bologna
Avevo poco più di diciott'anni,
sola stavo in una stanzuccia fredda
e male illuminata non lontana
da Via Zamboni.
Muri grigi, quasi una cella.

Ero disorientata e folle
in questa mia prima autonomia,
ma negavo qualunque nostalgia
della mia stanza al quarto
con la finestra che vedeva il mare
non lontano, bianco.

Divampava intanto la giovinezza
nel mio corpo, e la bellezza
degli anni miei mi spalancava il mondo:
il giorno ero immersa
in tutto ciò che più adoravo,
studiavo fino a morirne, senza tregua.

La notte mi consegnavo all'amore
travolta dal calore dei miei sensi
tumultuanti, a femmine e ragazzi
non importa, punita puntualmente
da un costante greve senso di colpa
per gli uni e per le altre, e per me.

La disistima per me stessa era
pari al mio piacere. No, non era senso
del peccato, non era pruderia,
in famiglia m'avevano educata
a un pensiero aperto: era un senso
come di spreco che mi opprimeva.

Era il non sapere chi io fossi,
lo spreco degli anni miei più fecondi,
il desiderio intenso
per quanto più ero diversa
di essere normale, una ragazza
banale - come tante.

La sensualità straripante
di quei miei vent'anni da incosciente
mi tradiva apertamente.
Studiosa, ero, con tutta la passione,
nottetempo invece ero
una puttana della passione.

Ma posso dire, a mia discolpa,
non era poi lussuria quella,
poi che m'innamoravo d'ogni oggetto
del mio desiderio – perdutamente.
Era follia forse, ma certamente
era anche l'insaziabile mia


bramosia di conoscenza.

 


Marianna Piani
Milano, 8 Aprile 2017
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