«La Poesia è Scienza, la Scienza è Poesia»

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«Ciò che premeva e che imparavo, è che in ogni caso non ci potesse mai essere poesia senza miracolo.» (Giuseppe Ungaretti)

domenica 23 febbraio 2014

"Parlare del mare d'inverno"



Amiche care e amici,

Ecco una composizione dedicata, anzi, in certo modo dovuta a un'amica molto, molto cara.
Per "parlare alto"... la "genesi" di questi versi è tra le più classiche e tradizionali.
Era l'inizio di Dicembre, e io partivo per un breve viaggio a Trieste, che come sapete è la mia città di nascita, e la base delle mie radici culturali e sentimentali: si tratta di escursioni che faccio appena posso, per ritrovare l'atmosfera che mi appartiene, e che sento più intimamente, nonostante la quasi quindicina di anni ormai che mi trovo a vivere a Milano, città a suo modo ebbra e affascinante, ma che non sono mai riuscita ad accettare e sentire come pienamente "mia".
Ebbene, saputolo, Mara mi inviò un messaggio in cui mi raccomandava di "salutare il mio mare" e di raccontargliene, appena fossi arrivata. Un invito che colsi al volo, ovviamente, poiché il mare, quel fazzoletto di mare, forse più simile a un grande lago salato che a un vero e proprio mare, privo di ambizioni oceaniche, eppure così carico della forza e della suggestione di questo grande mezzo di comunicazione e di divisione, questo mare è da sempre nel mio sangue, nel mio patrimonio genetico, e probabilmente non si potrebbe mai comprendere il mio modo di pensare e di vedere le cose se si prescindesse dal fatto che io nacqui - appunto - sulle sponde di un mare, e per di più spazzato sovente da un vento teso e nervoso, potente e spiazzante.

La mia visita di allora fu dunque breve, ma intensa. E fui fortunata, perché incontrai giornate chiare, insolitamente quiete di vento, più da Autunno inoltrato che di un Inverno ormai avviato.
E non mancai - lo faccio sempre, quando arrivo da quelle parti - di andare a fare una passeggiata lungo le rive, fino in cima al grande molo, alla capo del quale si ha la sensazione di essere a prua di una grande nave, nel mezzo della baia, con il vento a folate che portano con sé sbuffi di salsedine marina che irrora e scompiglia il viso e i capelli. Chi l'ha provato, sa che cosa intendo. Davanti si stende fin dove l'occhio può il mare, con le sue onde brevi e scintillanti; alle spalle, tutto l'arco della città, con, al centro, la Piazza (una delle piazze più belle del mondo, a mio avviso), il Municipio, costruzione tra il severo e l'ironico, priva di solennità ma non leziosa, tipica insomma di questa città, e la Torre dell'Orologio.


Così, come una pittrice dilettante, ho puntato il mio cavalletto, e ho fissato le mie impressioni sulla tela dei versi, che ho subito inviato a chi me li aveva sollecitati.

Il risultato, eccolo ora, condiviso con voi, amiche dilette e amici cari, come sempre, con amore.

M.P.

 


"Parlare del mare d'inverno"

 

Siamo ancora noi due su questa riva
ad ascoltare il sommesso brusio
delle onde calme sulla banchina
e lo schiocco della risacca
sui gradini della scaletta
che s'immerge profonda nell'abisso.

Siamo, ad ascoltare il nostro
commosso parlare di speranze,
di rimembranze, di vita vissuta
oppure negata, di bellezza,
e di tradimento, di rispetto
e di pianto: ci siamo accanto.

Siamo così, la mano dell'una
racchiusa in quella dell'altra,
come l'ostrica nelle sue valve,
tenaci, certe, vitali. Così come
la mente abbraccia la mente
(e due parentesi custodiscono un pensiero)

Non si odono ora i gridi dei gabbiani
rifugiati tra le zolle dei campi,
il sentore acuto del salso
ristagna nelle piccole cale
in attesa di esser disperso
tra le vie e le corti e le case.

Pigramente, tintinnano le sartie
delle barche alla fonda, dormienti.
Le spaventose tempeste d'estate
sono dimenticate, ora è il tempo
delle nebbie fugaci, in cui smarrire la rotta,
e dei silenzi che annunciano neve.

Quando scende la neve poi, sul mare,
è strano vedere i fiocchi uno a uno
annegare, senza alcun grido, o lamento.
Vorremmo salvarli, afferrarli,
lasciarli posare sul palmo, contenti,
dove spirerebbero presto in una goccia di brina.

Ma oggi è il sole, che ci confonde
all'orizzonte, in una precoce effimera festa
di tinte pastello, profuse in un dipinto,
dove il cielo si versa nel mare,
e l'illuminazione stradale crea costellazioni
che vibrano nel nero riflesso dell'acque.

Andiamo, passo passo, lungo la riva,
ad ogni passo misurando il pulsare
del nostro respiro: nell'umido freddo
il fiato s'addensa, parlando del mare:
il mio sbuffo incontra il tuo, piccolo soffio
innocente, e in esso si fonde.

Entrambi infine svaniscono, confusi,
avvinghiati sopra le trepide onde.



Marianna Piani
Trieste, 14 Dicembre 2013
Dedicata a Mara

1 commento:

  1. Voglio ringraziare Luca, che ha rinvenuto un paio di refusi nel mio testo introduttivo, e me li ha privatamente e prontamente segnalati. Io (è più forte di me) ho approfittato per ripulire qui e là ancora qualche imperfezione.
    Ma ciò che conta è che io ho degli amici così, talmente attenti e appassionati da farmi da editor, ovviamente non retribuito!

    Luca è straordinario, e mi scrive che non riesce a immaginare ed accettare un testo meno che perfetto, almeno formalmente.
    E io concordo: la fretta e la superficialità di questi mezzi effimeri di diffusione ci viziano troppo anche in questo. Nessuno - anche un profano - si sognerebbe di tollerare una patente stonatura in una esecuzione musicale, sia pure una canzonetta senza pretese. Mentre troppo facilmente si tollerano non solo errori di battitura, come in questo caso, brutti in sé ma diciamo perdonabili, ma veri e propri svarioni ortografici, grammaticali o sintattici. Uno scrittore è come un musicista, né più né meno. Ha la responsabilità e l'obbligo di presentare prima di tutto una esecuzione impeccabile. Poi viene, ovviamente, il contenuto.

    Grazie, Luca.

    Un abbraccio

    Marianna

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