«La Poesia è Scienza, la Scienza è Poesia»

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«Não sou nada. / Nunca sarei nada. / Não posso querer ser nada./ À parte isso, tenho em mim todos los sonhos do mundo» (Álvaro De Campo)

«A good poem is a contribution to reality. The world is never the same once a good poem has been added to it. A good poem helps to change the shape of the universe, helps to extend everyone's knowledge of himself and the world around him.» (Dylan Thomas)

«Ciò che premeva e che imparavo, è che in ogni caso non ci potesse mai essere poesia senza miracolo.» (Giuseppe Ungaretti)

sabato 31 ottobre 2015

Il cuore a diec'anni


Amiche care, amici,

ritorno ai ricordi, alla bella e felice - per me - età infantile, in cui ho potuto godere della vicinanza di una famiglia meravigliosa:
un papà dolcissimo, tenero, un ingegnere tutt'altro che "freddo manipolatore di numeri", invece un amante del bello, che mi ha insegnato e trasmesso tutto il suo amore per l'arte e la scrittura (ho i suoi quaderni "segreti", fitti di una scrittura minuta e regolare, con cui tracciava note, bozze di lettere, commenti, piccoli racconti); una mamma bellissima (credetemi, non esagero, era fisicamente una donna di una bellezza straordinaria, anche se priva di malizia o di esibizionismo)  che era una autentica artista, anche se non di fama, e un'artista in tutti i sensi, anche caratteriali, da cui ho appreso la mia passione per la musica .

Purtroppo tutto ciò mi fu negato di colpo, senza alcun preavviso, così come fa a volte la vita - o per chi ha fede iddio - forse per metterci alla prova.
Però quegli anni felici sono durati abbastanza da depositarsi nella mia anima, come una solida base, come le fondamenta profonde e ben poggiate di un edificio, e mi hanno resa forte, concedendomi di "reggere" allo choc, pur non senza scompensi e squilibri; e ancora adesso essi sono l'eredità, il patrimonio morale che mi consente, pur nella mia povertà, nella mia solitudine, di vivere, positivamente, essi sono tutto il mio coraggio e la mia fortezza.

Posso ben dire di vivere grazie a loro e per loro. Loro continuano a salvarmi ancora adesso: quando sprofondo in uno dei miei abissi di depressione e inizio a fantasticare sulla morte, il loro ricordo mi soccorre, e mi rendo conto che farei loro un torto immenso e imperdonabile arrendendomi… Per cui mi sento in dovere morale di continuare a combattere, e mi risollevo.

Bene, l'infanzia tuttavia non è un paradiso uniforme e sereno, nel viverla dobbiamo affrontare piccoli dolori, piccole avversità (nel mio caso piccole, nel caso di chi non ha avuto la mia stessa fortuna possono trattarsi anche di terribili drammi), e comunque come tali non sono diversi e meno incisivi dei dolori, delle tristezze, delle solitudini, delle paure che soffriremo da adulti. Anzi, in qualche modo, sono anche più violente e strazianti. C'è però una differenza sostanziale, e su questa ho tracciato questa composizione, che vorrei ora condividere con voi, amiche dilette e amici cari, con amore.

M.P.






Il cuore a diec'anni


Se premo ben saldo il viso al guanciale
sentirò il mio proprio cuore pulsare:
forse nel rammentare l'ineguagliata
grazia dell'infanzia amata, sobbalza.

Non facevo così io a diec'anni
quando mi rifugiavo nel letto immenso
di mamma, e schiacciavo il viso arrossato
nel guanciale, pur di non farmi scoprire?

E così allora lo sentivo, il cuore,
che scalpitava nel petto, e nell'orecchio,
nell'eccitazione del gioco, affannata,
e intanto scoprivo il mio essere viva

cos'era, e di dove veniva. Più tardi
avrei appreso dai libri e dai poeti
che quell'oggetto, quel grumo di carne
che si dibatteva nel mio seno piccino

era il rosso, era il fuoco, la giovinezza,
l'amore, il coraggio, la fede che arde.
Tutto racchiuso in un piccolo astuccio
bivalve, gelosamente serrato.

L'avrebbe forzato un giorno qualcuno
spingendo un coltello affilato tra i bordi
serrati, e allora infine avrei conosciuto
qual è lo strazio d'un cuore violato.
 


* * *

Se premo forte il viso contro il guanciale
le lacrime imprigiono, tra gote e labbra
e il bianco cotone, che s'impregna d'amaro:
un sapore che sa di lontananza.

Non facevo così, a diec'anni, affranta
per qualche motivo, per celare il pianto
e i singhiozzi raggrumata nel mio lettino,
sola, orgogliosa di non farmi scoprire?

In cosa è diverso quel pianto di bimba
da quello che ora a stento trattengo
nel fragile astuccio rosso rubino
che palpita qui, nel mio seno da grande?

Il dolore, direi, è proprio lo stesso.
Di altro c'è solo, ora, il senso di morte.



Marianna Piani
Milano, 16 Maggio 2015


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