«La Poesia è Scienza, la Scienza è Poesia»

«Darkness cannot drive out darkness; only light can do that. Hate cannot drive out hate; only love can do that.» (Martin Luther King)

«Não sou nada. / Nunca sarei nada. / Não posso querer ser nada./ À parte isso, tenho em mim todos los sonhos do mundo» (Álvaro De Campo)

«A good poem is a contribution to reality. The world is never the same once a good poem has been added to it. A good poem helps to change the shape of the universe, helps to extend everyone's knowledge of himself and the world around him.» (Dylan Thomas)

«Ciò che premeva e che imparavo, è che in ogni caso non ci potesse mai essere poesia senza miracolo.» (Giuseppe Ungaretti)

mercoledì 23 aprile 2014

Lei fu donna



Amiche care, amici,

ritorno al mio amato stile "racconto", concedetemelo.
Io ritengo che la narratività sia connaturata nella scrittura, sia essa Poesia o Prosa, o perfino Cronaca. Direi che la scrittura è fondamentalmente canto (suono, musica, ritmo) e narrazione (raffigurazione, dialogo, azione), e questo per me vale qualunque sia l'ambito in cui la scrittura si esprime, che sia poetico o meno.
Personalmente, nello scrivere adoro narrare, così come adoro ritrarre e raffigurare. Le parole, prese in sé, al di là della loro funzione primaria, come meri segni, così come potrebbero essere le tinte e i colori per un pittore informale, sinceramente non mi soddisfano. Voglio dire che non soddisfano i motivi per cui io, personalmente, intrattengo rapporti con la scrittura. Posso magari, in alcuni casi, apprezzare il loro uso in composizioni scritte da altri, anche grandi Autori, e questo per motivi vari, non ultimo la spontanea fascinazione e vertigine che dà invariabilmente l'incontro con qualcosa di totalmente diverso e lontano dalla propria sensibilità. Per me tuttavia parola e significato rimangono inscindibili, e l'armonia e il contrappunto dei significati - strutturati in frasi e discorso - inevitabilmente edificano l'edificio della narrazione. Come l'accatastare con un certo ordine mattoni e cemento "fabbrica" un edificio. In seguito si può dire se tale edificio ha valore architettonico oppure se si tratta di un puro oggetto strumentale, ma questo è tutt'altro discorso.
Ciò che vorrei dire piuttosto è che io, avendo scelto come strumento di espressione primo quello poetico (anche se forse si potrebbe dire il contrario: è il comporre poetico che ha "scelto" me), non rinuncio al valore per me fondante della scrittura, di ogni scrittura, vale a dire la comunicazione.
Del comporre poetico ho assunto le strutture, la prosodia, le regole, i sintagmi, anche - immagino - qualche vizio e automatismo (che cerco di combattere), ma senza impormi in alcun modo gabbie o formalismi che possano sopravanzare quello che per me rimane il valore primario del gesto comunicativo.


Tutta questa premessa per "presentare" una piccola composizione in cui, proprio per "tenere sotto controllo" la maggiore valenza narrativa e biografica (non necessariamente auto-biografica) del testo, mi sono imposta una "struttura" più chiusa e controllata, pur rimanendo di fatto nell'ambito del "verso libero". Ho racchiuso il flusso narrativo in "cellule" strofiche regolari, di nove versi più una chiusa, con una numerazione che ha la funzione di "staccare" - anziché legare - il racconto, e poi di riordinarlo in una sequenza.
In pratica, ho voluto provare a recidere il filo che teneva insieme le perle, per fare in modo che si potessero considerare come singoli oggetti chiusi in sé, con il loro valore individuale, e non come componenti di una collana. La numerazione fa da traccia, come le bandierine su un sentiero, per mantenere una unità, una coerenza, al percorso.
Il sentiero seguito è quello di una mutazione, drammatica e commovente, quella che ciascuna di noi ha incontrato nella vita al momento di compiere il giro di boa che ci avrebbe lanciate verso il mare aperto del nostro realizzarci donne.

Le "stanze" sono altrettante tappe aperte e insieme chiuse in sé stesse, come corolle di una rosa che sboccia, di questo percorso, nella sua dolorosa naturalità.

Vorrei condividere con voi, amiche dilette e amici, questi pensieri, e il canto che ne ho ricavato, come sempre, con amore.

M.P.




Lei fu donna


 

1

La ragazza si fece donna quell'estate,
prima che il mare concedesse le prime piogge
alle aride colline assetate, e alle rogge.
In lei fiorì quel corpo florido che vide un giorno
apparire riflesso sulle onde, all'improvviso,
e a un primo sguardo non le parve essere suo.
Fu il gesto del ragazzo che l'aveva rubata
e forse amata una notte sola - senza badare -
a farla sbocciare come un papavero nel grano?

Fu quella sua mano?

 

2

Fu più dolore e pianto che abbandono, eppure
fu possesso d'una bellezza pura, quella mano dura,
quei capelli mori, quei corti ricci, quelle labbra calde.
Lei aveva gridato? Non l'avrebbe mai saputo, da allora.
Lui le fu accanto per breve tempo sulla battigia
con il suo volto infiammato e così bello.
Fu desiderio, il suo, espresso nello slancio
del primo bacio che infranse la barriera
dell'innocenza, come di schianto. Non ebbe

alcun rimpianto.

 

3

Sentì - accecata - le sue mani vaste cercarle il seno
e la fiammata del piacere devastarle i fianchi
tanto simile al dolore da lasciarla esangue.
Lui fu gentile, la sua premura la coprì di fiori
e di dolcissimi tepori, e la vinsero i suoi occhi onesti
di ragazzo, e i suoi denti lucenti, come ghiaccio.
Si sentì per un istante, oh, solo per un istante,
consumata all'interno, come da un avida larva
che le risucchiasse i visceri con smania - e poi
forse svenne.

 

4

La luce l'abbagliava e la feriva, quando si riprese,
e le tempie pulsavano pazze, mentre il ragazzo,
ancora ardente come un tizzone la inondava di fuoco.
Non seppe più nulla, a lungo, di sé, mentre sentiva
il proprio corpo come allo stremo, alla deriva.
Presto il ragazzo, senza dir nulla, si alzò in piedi.
Ancora nudo, lo vide, per l'ultima volta, e notò ora solo
le larghe spalle, e il bel tronco glabro come un marmo,
e solo allora sentì il suo piacere risalire dal fondo.
Da un abisso profondo.

 

5

È già inverno, ora, i cieli di porcellana e il mare
scolpito in liquido cristallo, sono solo memoria
e paiono mai più ripetibili, mai più recuperabili.
Il bel ragazzo si allontanò in fretta, senza mutar rotta,
come una goletta a vele spiegate verso il suo futuro,
forse radioso, forse cupo, ma a lei estraneo, per sempre.
Lei fu più sola, da allora, e nulla le parve mutare, anche se
tutto mutò, e ora scorgeva sulla lastra della finestra
una bella figura di donna, dai larghi fianchi e turbini
di capelli sulle spalle bianche.

 

6

La mutazione avvenne, e fu perpetua: negli occhi
scuri come pece, una luce mai prima veduta si accese
di consapevolezza viva, e le mani lunghe, da femmina adulta
curate di smalto, aperte davanti al viso, sostarono a lungo
per meraviglia.



Marianna Piani
23 Gennaio 2014


2 commenti:

  1. Cara Marianna,
    Questa volta, niente commenti riguardo l’introduzione :
    Parlerò solo e soltanto della composizione “originale” che ci hai proposto.
    Stamattina, quando me l’hai accennata, non ti ho rilasciato volutamente alcun commento a riguardo, però ho pensato : “Stavolta Mari proporrà qualcosa di estremamente originale e potente”.
    Non mi sbagliavo.
    La composizione la sento mia “all’inverso” :
    Ho provato certe emozioni, ma ovviamente dal lato maschile della situazione.
    Dunque, il titolo più adatto a me sarebbe “Lui Fu Uomo” !
    Ora che ho sdrammatizzato un po',
    Parto a commentare dalla prima cellula :
    "Fu il gesto del ragazzo che l'aveva rubata
    e forse amata una notte sola - senza badare -
    a farla sbocciare come un papavero nel grano?"
    E’ la parte più “concretamente toccante” e vera, mentre l’inizio descrive brevemente la situazione in poche parole, riprendendo il titolo (La ragazza si fece donna quell’estate).
    Quando si sceglie di comporre a “cellule” come in questo caso, a parer mio, il modo più intelligente di iniziare il racconto è proprio questo, ovvero richiamare IMMEDIATAMENTE il titolo della composizione stessa, al fine di permettere al lettore di incastonare la prima “perla” nella collana, rendendolo partecipe del discorso e predisporlo ad aggiungere di volta in volta le altre perle.
    La seconda cellula, può essere riassunta mediante l’ultima frase : “Non ebbe alcun rimpianto”.
    Già, perché l’amore, qualunque tipo di amore, può lasciare ricordi di ogni tipo, ma difficilmente rimpianti.
    Quando si fa, si fa e basta. Soprattutto da giovani.
    La giovinezza è “portatrice sana” di bellezza e amore senza troppi pensieri, del resto.
    La terza cellula, molto semplicemente, riguarda la "magia" dell’atto sessuale.
    La quarta, resta impressa grazie alla seguente frase :
    “Presto il ragazzo, senza dir nulla, si alzò in piedi.”
    La quinta cellula è la mia preferita :
    “…e ora scorgeva sulla lastra della finestra
    una bella figura di donna, dai larghi fianchi e turbini
    di capelli sulle spalle bianche.”
    La ragazza si era trasformata in una bella donna.
    A proposito : la ragazza in questione potrebbe benissimo essere una certa Marianna, di mia conoscenza… visti anche altri particolari sparsi qua e là nel racconto.
    La sesta ed ultima cellula è "basilare" per ogni donna, e da uomo lo riesco a comprendere :
    “…negli occhi
    scuri come pece, una luce mai prima veduta si accese
    di consapevolezza viva”.
    Per voi donne, è vitale avere la consapevolezza di voi stesse.
    La chiusura in questo caso era più difficile del solito, proprio per la suddetta “originalità” della composizione, eppure sei riuscita ugualmente a chiudere il cerchio, o meglio, la collana, in maniera perfetta.
    Calzerebbe perfettamente al collo di QUALSIASI donna.
    Trovo, per concludere, che questo tuo lavoro sia davvero molto "musicale".
    E’ paragonabile a un cd di musica classica : le tracce sono numerate, ma per “capirlo”e viverne la magia, va ascoltato dall’inizio alla fine, senza saltare direttamente al numero della traccia preferita.
    La musica classica, del resto, per come la vedo io, è quella che si avvicina di più alla poesia.
    Se il prezzo da pagare per il sacrificio di un tuo pezzo (da tre a due) a settimana è questo, allora va benissimo !
    La quantità diminuisce, ma la qualità rimane immutata, se non addirittura superiore !

    Un abbraccio grande.

    Luca

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Luca,

      grazie prima di tutto per avermi segnalato (in privato) quel refuso, dovuto a una modifica sul testo già pubblicato.

      Lascio alle tue parole il loro valore, un commento non andrebbe mai "commentato", solo assimilato. Un commento attento, come questo tuo, è come una mappa, che aiuta il Viandante (chi scrive) a trovare la via, il percorso per procedere. La scrittura, come ogni arte, è un viaggio, continuo e senza riposo, si cerca sempre di procedere, ogni giorno si tenta - si spera - di percorrere un pezzetto della strada che ci separa da una meta che sappiamo in partenza non raggiungeremo mai.
      Eppure non è cosa insensata come può apparire: anche nell'alpinismo la conquista di una vetta è soltanto una tappa di un percorso più lungo, che accompagnerà l'alpinista per l'intera vita, e che forse ne causerà la morte. Non è il salire un esercizio sportivo, non vi è (o non dovrebbe esserci) competizione, performance, atletismo fine a sé stesso, ma soltanto una tensione vitale a percorrere la "propria" strada. Così nel tracciare una nuova via sul Lavaredo, così nel produrre una nuova più ardita opera...
      La voce - il feedback - del lettore, dell'appassionato, è essenziale, perché è lui a illustrare la mappa, ed è essenzialmente grazie a lui che noi non perdiamo la direzione e l'orientamento.

      Un caro abbraccio
      Marianna

      Elimina

Sarei felice di sentire di voi, i vostri commenti, le vostre sensazioni, le vostre emozioni. Io vi risponderò, se posso, sempre. Sempre con amore.