«La Poesia è Scienza, la Scienza è Poesia»

«Darkness cannot drive out darkness; only light can do that. Hate cannot drive out hate; only love can do that.» (Martin Luther King)

«Não sou nada. / Nunca sarei nada. / Não posso querer ser nada./ À parte isso, tenho em mim todos los sonhos do mundo» (Álvaro De Campo)

«A good poem is a contribution to reality. The world is never the same once a good poem has been added to it. A good poem helps to change the shape of the universe, helps to extend everyone's knowledge of himself and the world around him.» (Dylan Thomas)

«Ciò che premeva e che imparavo, è che in ogni caso non ci potesse mai essere poesia senza miracolo.» (Giuseppe Ungaretti)

domenica 23 giugno 2013

Sensi III



Amiche care, amici.

Terzo appuntamento della mia raccolta dedicata ai "Sensi della vita", in un'ottica - dato che sono io a scrivere - molto femminile...

È la volta del tatto, e dopo aver "trattato" i due "canali" più importanti di comunicazione con l'ambiente che ci sono dati - Vista e Udito - ci avviciniamo in questo percorso ideale sempre più in profondità a quelli che sono i sensi che comunicano con le percezioni più intime e primitive del nostro corpo.
Il tatto è il primo tra questi, il più diretto, di "tatto" sono fatte le carezze con cui comunichiamo le nostre sensazioni, i nostri desideri, il nostro affetto... Il contatto di un bacio, dei nostri corpi in un abbraccio...

Come vedete io in queste mie piccole ricerche, mi occupo principalmente della la parte più intima della nostra conoscenza del mondo, quella più sensuale e carnale. È vero, esercitiamo il senso del tatto anche quando saggiamo la ruvidezza di un muro, o la morbidezza di un vestito. Ma secondo me tutto ha origine nel mondo del nostro desiderio (gli psicoanalisti la chiamerebbero "libido").
Inoltre il tatto è un senso più sofisticato di quanto si possa pensare: non a caso i non vedenti si affidano in gran parte proprio al tatto per la loro conoscenza dell'ambiente e del mondo...

Ecco, per voi amiche e amici, come sempre con amore


M.P.





III

Tatto

Vedo i tuoi polpastrelli, le tue unghie ribelli che sfiorano
pagine e pagine e quaderni e narrano storie e tracciano
rossi segni sulla mia pelle. Vedo le mani, che sono bianche
come colombe, e come uccelli dalle lunghe ali scendono
in volo e si tuffano nei miei capelli, come tra i rami
di un salice bruno fanno gli storni, strepitando,
nel cercare riposo, e riparo, per la incombente notte di vento.

Sento, tra ogni singolo capello, passare quelle mani,
quegli storni e quel vento, insinuarsi e giocare e intrecciare
i voli e il respiro, e la infinita grazia di un tocco che trae a sè
la mia bellezza, così come un ladro trafuga una collana
di perle solo perché l'ama. E sento, e vedo, le labbra
tue di seta, rossi fiori di campo, e le tocco, in punta
delle mie dita, per saggiarne la morbida palpitante consistenza.

Così fu che sentii i muri di pietra e il loro intonaco abraso
come il ricordo d'un amore finito in delusione e sospetto,
strisciando le palme nude, senza curarmi dei graffi,
o dei tagli sulla pelle. E sentii il lieve titillare del muschio
aggrappato contro ogni attesa alle connessure divelte,
e il freddo amplesso del mare, che pareva invitarmi a entrare
nel suo nero regno, afferrandomi bruciante di salso i polsi.

E fu così, sulla pelle come una pelle, che saggiai il dolce
scivolare dei pizzi e delle sete che tu mi donasti, generosa,
perché apparissi e vivessi con te lo sbocciare del femminile
ardore. E fu su quelle mani, su quelle dita, che percorsero
tante volte febbrilmente il mio corpo, in quel tocco svagato,
finanche incorporeo che ti sentii entrare nell'anima, fino a farmi
provare il senso della vita, mutandomi in un ramo snudato.

E provai, camminando da sola sulla scogliera, il disagio,
il dolore discreto e pungente delle rocce e delle valve
delle ostriche e patelle che ferivano le piante indifese dei piedi.
E in equilibrio precario come in cima ai miei sandali a spillo,
spillavo uno a uno i passi, sui sassi, sull'umido gettato dalle onde
e l'asciutto rugoso drenato dal sole. E sopra il limo delle alghe,
che mi lambivano con sensuale infida carezza le dita.

Sapevo che infine sarei giunta a te spoglia, offrendoti
ogni singolo nervo del mio corpo scoperto, per sentire,
fosse l'ultimo atto mio in vita, il calore tuo avvolgermi
come m'avvolge il calore e la luce del sole al tramonto,
nella sua coperta tessuta di protettivo affetto, e percepire
sopra il mio petto il sospiro liquido, come miele d'arnia,

della tua mirabile, tangibile, densa, casta presenza.

Non v'è tempo, né spazio, presenza soltanto nella mano
che mi sfiora il volto. Sfiorando, essa incontra l'anima mia.



Nebbiuno
3 Marzo 2013
Marianna Piani

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