«La Poesia è Scienza, la Scienza è Poesia»

«Beauty is truth. truth beauty,- that is all
Ye know on earth, and all ye need to know.» (John Keats)

«Darkness cannot drive out darkness; only light can do that. Hate cannot drive out hate; only love can do that.» (Martin Luther King)

«Não sou nada. / Nunca sarei nada. / Não posso querer ser nada./ À parte isso, tenho em mim todos los sonhos do mundo» (Álvaro De Campo)

«A good poem is a contribution to reality. The world is never the same once a good poem has been added to it. A good poem helps to change the shape of the universe, helps to extend everyone's knowledge of himself and the world around him.» (Dylan Thomas)

«Ciò che premeva e che imparavo, è che in ogni caso non ci potesse mai essere poesia senza miracolo.» (Giuseppe Ungaretti)

mercoledì 24 marzo 2021

Non c'è verso


Inizierò trascrivendo una lirica breve breve di Valerio Magrelli:




Non avere da scrivere nulla

dà questa pena infantile, infinita,

di chi non trova alloggio

in un paese straniero.

Si cerca ovunque,

ogni posto è occupato,

provate altrove e intanto

si fa tardi e non c’è verso.

Dove andremo a dormire?


(Valerio Magrelli - “Nature e venature” - 1987)





Spero che il (da me venerato) Maestro mi perdonerà questo furto, ma non altre parole potrebbero meglio esprimere lo struggimento di questo mio lungo silenzio.


Vedo che è quasi un anno ormai (e in sincerità devo dire che pensavo anche di più) che non pubblico nulla in questo mio diario virtuale, che un tempo mi accompagnava quasi giornalmente; ma questo sarebbe nulla: da ben più di un anno non scrivo un solo verso compiuto, solo brevi note, scarabocchi sparsi, incipit troncati a mezzo, parole irrelate, polverizzate che mi passano nella mente scintillando per pochi istanti e poi svaniscono nel nulla, per non più tornare alla luce della memoria.


Nel frattempo la vita, incurante di me e dei miei incubi e sogni, ha continuato il suo corso e il suo confronto con il mondo al di fuori di me, ed eventi bellissimi, e terribili, e drammatici mi hanno coinvolta. Quasi vorrei dire travolta, ma almeno oggi non voglio essere melodrammatica.

Bellissimi, perché sono emigrata (volontariamente, in luoghi che amo) e mi sono unita in matrimonio con l’amore della mia vita. E a questo amore ho dedicato tutti i pensieri e tutte le emozioni. Tutti i desideri e tutte le soddisfazioni. Tutte le ansie e tutte le consolazioni.

Terribili, perché l’ombra nera dell’odio e della reazione si è allungata sul mondo come non era mai accaduto prima, nell’intera mia vita, e solo la sconfitta del fascista americano ha inceppato - spero non sia solo temporaneamente, ma assai lo temo - questa macchina infernale. Una "macchina" perversa che ha ricacciato indietro decenni di conquiste di civiltà date imprudentemente per scontate, rituffando l’occidente in un ciclo storico che pensavamo, da noi, ormai morto e sepolto.

Drammatici, perché come tutti purtroppo sappiamo, da un anno siamo confinati, precariamente, nelle nostre case da un “nemico” esterno mortale e spietato, tuttora imbattuto, e le nostre democrazie pigre e privilegiate per la prima volta dopo decenni si trovano a dover fronteggiare una minaccia così assoluta e totalizzante. E a distanza di un anno dai primi allarmi lo stiamo facendo, nonostante le grandi conquiste tecnologiche per cui ci sentiamo onnipotenti, malissimo. E non parlo tanto dei governi, ma delle popolazioni, incapaci a quanto pare di reagire collettivamente in modo efficace alla minaccia, in alcuni casi addirittura incapaci di vederla, fino al punto di rifiutarsi attivamente di accettarne l’evidenza, sia pure per semplice protezione personale. Pare quasi che stiamo smarrendo il senso di autoconservazione, come masse di topi impazziti che volontariamente si gettano nel precipizio e si lasciano annegare.


Troppo estreme, troppo intense, troppo presenti tutte queste circostanze, troppo vive le emozioni che ne sono scatenate: troppo per poterne scrivere, per poterle spillare come farfalle morte nella vetrina di cristallo della scrittura “creativa”, della prosa o del verso.

Come ho sempre sostenuto per scrivere occorre distacco e studio, impossibile (almeno per me) intessere una trama, una struttura, un manufatto di parole quando l’emozione è ancora troppo viva, imponente, sanguinosa. È possibile scrivere un articolo, un pamphlet, un discorso, un saggio, ma non una architettura sapiente che possa trasmettere non solo i meri fatti, le sensazioni, il pathos, ma l'emozione, direttamente al cuore di chi ascolta/legge, e illuminarne nel contempo almeno un poco il senso.


Questo da solo tuttavia per me è un alibi, se devo essere onesta con me stessa fino in fondo. Io in passato scrivevo con urgenza, ed erano molte pagine, molti versi al giorno, tutti i giorni; molto dovevo eliminare per semplice sovrabbondanza, lasciavo decine di scritti a decantare anche per mesi, pur avendo sempre qualcosa da pubblicare qui, con regolarità, almeno una volta a settimana.

È questa “urgenza”, in realtà, ad essersi spenta, come la fiamma di un lumino dei morti, che all'esaurirsi della paraffina che l’alimenta tremola, vibra, e infine, con un’ultimo guizzo che pare uno spasmo, cessa di mandar luce.


Dunque si è esaurita la vena, come si diceva un tempo con un curioso linguaggio minerario? Può essere, per anni ho potuto continuare a scavare, sempre più in profondità, e ne ho tratto del minerale, non so se di qualche valore, ma sempre abbondante, e sempre pensando che avrei potuto continuare ad estrarlo indefinitamente.

Invece, all’improvviso, letteralmente da un giorno all’altro, mi sono trovata tra le mani solo argilla, e sabbia, e sassi.


O meglio, forse quello stesso materiale, pur continuando a riempire la vanga immutato, ha iniziato a sembrarmi del tutto privo di valore, dozzinale, superfluo. E mi sono fermata.

E dopo che mi sono fermata, mi sono girata finalmente all’indietro, verso il grosso cumulo di materiali estratti e depositati in tutti questi anni, i molti testi scritti e anche, degnamente o meno, pubblicati. E con angoscia non ho trovato nulla o quasi nulla di tutto quel materiale, a una rilettura più accurata e distaccata, che non mi venisse a noia, che non mi sembrasse ingenuo, peggio, infantile, peggio, dilettantesco, peggio, scurrile, ciarpame da premio letterario di terza categoria, nonostante il tanto lavoro e studio profuso lungo tutti quegli stessi anni.

Nulla che fosse davvero "urgente", davvero necessario.

Non solo la vena si era dunque esaurita, ma ciò che credevo fosse oro ora lo sentivo come non si trattasse che di torba? Che altro avrei dovuto fare se non fermarmi?


. . .


Che accadrà ora?

Non lo so veramente, ma so che vagamente, ancora tenue, lontano, sento riaccendersi un timido calore, un vestigio vago di quella antica “urgenza”, alcune parole hanno ripreso a scorrere nella mia mente, a tentare di organizzarsi in versi: sapete, metrica, rima, contenuto, metafora, pensiero… E a depositarsi sulla carta.


Non è un caso, comunque: in tutto questo tempo non ho mai smesso di leggere, di studiare, la scrittura in versi è rimasta sempre la regina della mia mente e della mia giornata, anche se il confronto con i Maestri, maestri per me “nuovi”, come il Magrelli che ho citato all’inizio, come Penna, DeAngelis, Pusterla, è diventato acutissimo e insostenibile. Tuttavia, mi rendo conto come questo che, pur essendo ferma la scrittura “militante”,  sto ancora “lavorando”, non mi sono mai davvero fermata, sto ancora cercando una mia cifra, adeguata al dramma e alla commedia che sto vivendo, ora che le grandi felicità e le grandi angosce si stanno piano piano depositando sul fondo, ammassando sedimenti, ancora cedevoli, motosi, viscosi, ma finalmente quieti, vicini ad esaurire quella turbolenza accecante che impediva di vedere e distinguere forme e pensieri in una foschia indistinta, onnipresente, soffocante.


Forse un giorno, un giorno forse anche vicino, qualche parola tornerà a depositarsi nella mente, e da qui sulla tastiera, o sulla carta, e da qui su questi fogli, e da qui a voi lettori.

So che sarà qualcosa di molto più meditato di un tempo, so che non saranno più componimenti fluviali, di cui il mio debole talento stentava a mantenere il controllo, lo so perché ora ogni singola parola mi costa fatica, sofferenza, sento di doverla domare, fermare, capire fino in fondo. So che il mio dominio sulla parola non è totale, come credevo un tempo, e non lo è mai stato. Anzi sento che, all’opposto, è la parola a dominare il senso. È solo la parola, indipendentemente da noi, a poter dare un senso al senso. Noi possiamo soltanto trascriverla. Trasfigurarla in caratteri e renderla decifrabile al mondo fuori di noi. Se questa nuova coscienza si radicherà nel mio istinto, forse allora qualcosa riprenderà a scorrere. E non solo qui, ma nella mia vita stessa: perché la scrittura, come la lettura, è la mia vita.



Non so dunque, ora, cosa accadrà, o se mai accadrà qualcosa. Ma già il fatto che io sia qui, oggi, a confidarvi queste cose è un primo segnale che, forse, la vena non è del tutto esaurita, che, più in profondità, racchiusa dentro rocce più dure e inaccessibili, c’è ancora qualcosa, per me, da portare alla luce.


Mi permetto di concludere, provvisoriamente, con un’altra “venatura” di Magrelli, dallo stesso libro:



Queste note nei giorni

sono briciole

per ritrovare il sentiero

lungo il bosco degli anni.

Ma verranno i fringuelli

a cancellare le tracce,

a beccare molliche,

a seguire la pista,

a mangiare la strada,

a divorarti.


(Valerio Magrelli - “Nature e venature” - 1987)


Quanto disperante era la prima, tanto questa appare benaugurante, perché possa accadere che possiate trovare ancora qui le mie briciole sparse da beccare, e me stessa, smarrita, da “divorare”.



Con amore

M.P.




















domenica 12 aprile 2020

La parola, con pena, muore


Amiche care, amici,
non me la sento di pubblicare nulla di “pasquale”, in questi giorni, no.
Lo spirito è troppo greve, vi pesano migliaia di morti. Diciannovemilaquattrocentosessatnotto, al momento in cui scrivo queste note. C’è di certo più motivo di lutto che di festa.

Invece, mi sono imbattuta in questa sestina, di cui non ho conservato nemmeno la data, ma penso che risalga anch’essa, come le precedenti, a circa un anno fa, dal momento che era annotata nello stesso taccuino.

Il senso di non sentire più come adeguata a ciò che al mondo accade la mia modestissima parola mi era già allora ben evidente. Una crisi che è continuata, e mi accompagna da tempo, e ora è davvero esplosa.
Mentre prima il pensiero fluiva quasi senza sforzo sulla carta, e non avevo poi altro da fare che selezionare il degno dal mediocre, ora ogni singola parola mi costa uno sforzo, direi perfino un dolore, quasi fisico. Il mio antico, eterno dubbio sul “senso della poesia”, se non di tutta di certo della mia, è riemerso con prepotenza, è diventato ineludibile, dominante, e praticamente con esso ingaggio una lotta strenua tutte le volte che mi siedo all’apparecchio (o sul taccuino) e tento di rispondere all’intima esigenza, pur rimasta costante, di scrivere. Una lotta che sempre con maggiore difficoltà e con sempre minor frequenza riesco temporaneamente – solo temporaneamente – a vincere.

E forse soltanto adesso mi avvicino a comprendere qual è il vero dramma, il vero limite, il più autentico disorientamento di chi ha l’immensa arroganza di "scrivere". E capisco come solamente se si è sostenuti da una reale, insopprimibile NECESSITÀ ci è concesso di continuare a farlo.

Con amore
M.P.



La parola, con pena, muore.


La parola, con pena, muore.
Nulla è tanto indicibile quanto
ciò che davvero accade.
Hanno levato ai poeti ogni diritto
a scrivere a mani inermi di ciò
che duole, o esalta il cuore.

Ogni segno tracciato sulla carta
è uno squarcio indecifrabile,
svuotato, cavo,
ogni battuta sulla tastiera
è solo uno schiocco secco
che vorrebbe portar luce,

e invece
conduce a nuova disperazione.

Intanto, i portatori di veleno,
i dioscuri del nulla, gli ignari
s’ergono sul mondo, digrignando
tra i denti ossa e calpestando
libri, fiori, carcasse di bambini
gonfie d’acqua putrida e immonda.

Intanto, per adesso, essi trionfano:
s’espandono e diffondono
il morbo, suppurando le ferite
e lacerando il corpo
in piccoli brani di carne morta.
Ognuno ha chi odiare, ora.

E la parola, con pena immensa,
qui muore.


Irlanda, 2019
Marianna Piani



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domenica 5 aprile 2020

Ciò che non farò domani



Amiche care, amici,
Mentre passiamo questi lunghi giorni chiuse/i in casa (anche qui in Irlanda avviene la stessa cosa adesso, il mondo si è improvvisamente come piegato su sé stesso per resistere alla violenta bufera), ho ripreso questa lirica, scritta giusto un anno fa, per la consueta revisione prima di pubblicarla qui per voi.

A quel tempo, se qualcuno, come lo “Spirito del Natale” di Dickens – diciamo un “Ghost of the Spring Yet to Come” – mi avesse trascinata avanti nel tempo e mi avesse fatto assistere a quello che sta succedendo davvero ora, in questi giorni surreali, non avrei mai potuto credere ai miei stessi occhi, mai!
Eppure, questi versi messi giù così tanto tempo fa, in ben altra temperie emotiva, stranamente mi appaiono come se avessi potuto scriverli proprio ora, per quanto mi sembrano rispecchiare fedelmente il mio stato d’animo attuale.
La voglia di lasciarmi tutto alle spalle, angosce, paure, dolori, e di immergermi nella serenità indifesa della mia compagna, che proprio qui e ora, mentre sto scrivendo queste note, sta riposando sul letto dietro le mie spalle, e – semplicemente – consegnarmi nuda, subito, al suo amore.

Ma non è mattino ora, siamo alla fine del giorno, piove, e un vento tutto irlandese si fa sentire contro le finestre chiuse come un brontolio ostinato e profondo.
Forse è proprio lui, lo Spirito della Primavera Passata, che viene a trovarmi. Forse mi vuol far capire che anch’io ho colpe, che anch’io devo espiare...


Vi lascio alla lettura, se vorrete, con amore

M.P.




Ciò che non farò domani



Domani
non mi sveglierò al chiacchiericcio
del notiziario, non ascolterò gli allarmi
di quelle voci impostate e calme
che annunciano probabili
intollerabili sconquassi.

Non sfoglierò in rete
improperi irosi, singulti
d’odio e insulti senza freni,
non leggerò a me dirette
minacce di bestie cieche, e stupri
putridi di gruppo, o solitari.

Non imbraccerò un’arma
per scendere nelle strade
contro un nemico infame,
non attenterò alla vita del tiranno
prima che sia troppo tardi,
come vorrei, domani.

Invece
crederò che sia un tempo sano,
un giorno come un altro nel calendario,
mi convincerò che la guerra cieca
alla ragione non sia mai stata
proclamata, né la follia mai data.

Domani
non ti desterò all’alba con un grido
sfuggito all’incubo distorto
da una memoria vaga, ma palpabile, reale:
non ti dirò del mio malessere,
della nausea acuta che mi pervade.

Ti lascerò riposare, immersa
nel tuo sereno diletto, nella tua assenza
da ogni strepito del male,
nella tua innocenza ignara: per quella,
un po’ a sorpresa, quell’alba stessa
ti vorrò amare.


Marianna Piani
Irlanda, primavera 2019


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domenica 29 marzo 2020

Tornar casa



Amiche care, amici,

come tutti, anch’io sono nell’isola del mio isolamento forzato, fronteggiando distanze che fino a ieri trascuravo, e che oggi mi paiono incolmabili.
In particolare, da emigrata (o “expat”, come si dice oggi), la distanza con i luoghi e le persone del mio passato in questi giorni è improvvisamente piombata al di là di ciò che appare come un abisso invalicabile, da cui tutti i ponti sono stati fatti saltare. Ponti che, ne siamo terribilmente consapevoli, richiederà un tempo al momento del tutto imprevedibile ricostruire.

Sembra fosse una vita fa quando, solo l’anno scorso, riuscii a ritornare per un paio di giorni a Trieste, la mia città di nascita, luoghi da cui non mi sono mai veramente staccata, anche se ormai sono trent’anni che li ho lasciati.

Scrissi in quell’occasione la lirica in dialetto che oggi ho pensato di pubblicare qui. Non lo faccio spesso, né spesso scrivo in dialetto, una lingua che ha un suono particolare per me, che pure non ho mai davvero praticato come “lingua-madre” (a casa con i miei si parlava quasi esclusivamente in italiano), ma che ho evidentemente assorbito quasi inconsapevolmente nei miei anni d’infanzia e adolescenza, semplicemente frequentando la scuola, le strade, gli amici.

L’effetto di straniamento che mi ha sempre accompagnato a ogni ritorno in questa città, passaggi sempre brevissimi purtroppo, è sempre stato molto accentuato. Ogni volta la sensazione dominante, sorprendente, è quella di ritrovarmi come se non mi fossi mai allontanata. Luoghi, voci, persone, emozioni, colori, erano e sono sempre gli stessi della mia memoria. Anzi non è nemmeno corretto parlare di “memoria”, ma piuttosto di qualcosa più vicino a quello che in psicologia si chiama “imprinting”, una sorta di calco istintivo primordiale in cui ci ritroviamo, come in un ritorno all’origine, a una immaginaria e protettiva placenta.
Eppure non è che tutto sia rimasto davvero uguale: l’architettura, le strade, ma anche le facce, il comportamento e il linguaggio delle persone, tutto è mutato, a volte anche in modo drammatico.
Il fatto è che questi luoghi e immagini “originari” sono interiorizzati dentro di noi, ce li portiamo dietro ovunque, e per sempre. E quando, anche dopo molto tempo, ci ritroviamo davvero, fisicamente, in quei luoghi, misteriosamente la nostra percezione ci fa sentire “a casa”, come se il tempo fosse tornato indietro di decenni.

In questo però, attenzione, riconosciamo e ritroviamo non tanto i luoghi, quanto noi stessi in quei luoghi.

Al testo dialettale faccio seguire una mia traduzione, per chi non fosse delle mie stesse origini. 

Buona giornata, amiche dilette e amici, il sole splende, nonostante tutto, e lo farà più a lungo oggi, nonostante le angosce che siamo vivendo in questi giorni.
Con amore
M.P.




Tornar casa

Son tornada qualche volta, in passà,
e ogni volta iera come se no fussi
mai scampada, tuto ugual preciso
a co che iero partida,
che par più de mile ani fa.

La mia strada iera quela, precisa,
larga, drita, una riveta prima in salita,
e po’ in dissesa, zo verso el mar.
Da una banda xe la cesa
bianca, bruta propio come la iera,
un scatolon de piera netà;

dal altra, oltre el mureto
che el xe ’ncora quel de alora,
el scalo, ’n do una volta coreva i treni,
e più in fondo el porto, e drio ‘ncora
el golfo, carigo de vele, de bastimenti.
’Desso xe palazi novi, ufici, marmi,
che no lassa l’ocio ’ndar oltra.

Prima ‘ncora, da ’sta banda – streta
che no passa gnanca un furgoncin
de quei pici – la canisela sconta
che la se rampiga fin in cima
al cole, strucada in mezo a do muri
alti, veci, batudi de crepe e busi
in do se scondi le lusertole
che scampa via a ogni muleto
che passa de là.

E de là in cima, de indove se vedi
el golfo, in fondo fin ale lagune
de Grado, se se buta per la riva
zo fin in Cavana, e pò in Piaza Granda.

No solo i muri, ma fin anche la zente
che ciacola e bagola nela piazeta,
e quei che cori de furia, e i fioi
che ziga, e i zoga, tuto quanto
ugual preciso a quel che gavevo lassado
mile ani fa, contenta, imborezada,
senza pianti e rimpianti drio.

E ben, ’desso so che la zente, el ziel,
el mar, i lioghi in dove gavevimo zogà
co ierimo putele e fioi bordelando,
i ne resta drento, par eterno
intati, sebèn che i xe tuti cambiadi.

E anche dopo ani e ani lontani
i ne par come che non fussimo
mai andadi, mai scampadi,
tornadi Ulissi ‘desso, foresti de noi stessi,
quel che ’desso semo, noi
quel che ierimo, no semo più.


Marianna Piani
Trieste, Primavera 2019






Tornare a casa


Son tornata, qualche volta, in passato,
e ogni volta era come se non fossi
mai fuggita, tutto uguale,
identico a quand’ero partita,
che pare mill’anni fa.

La mia via era quella, la stessa,
larga, dritta, prima in salita,
e poi in discesa, giù verso il mare.
Da un lato, la chiesa,
bianca, brutta proprio com’era allora,
una scatola di pietra ripulita;

dall’altro, oltre il muretto
che è sempre quello di allora,
lo scalo, dove un tempo incrociavano i treni,
e più avanti il porto, e più avanti ancora
il golfo, pieno di vele, e di navigli.
Adesso solo palazzi nuovi, uffici, cemento
che non lascia passar di là lo sguardo.

Prima ancora, da questa parte – stretta
che non passa nemmeno un piccolo furgone –
il vicolo nascosto
che arrampica fino in cima al colle.
Strizzata tra due muri alti e antichi
tormentati di crepe e buchi
dove si nascondono le lucertole
che fuggono a ogni ragazzino
di passaggio.

E da lassù, da dove si spazia
sopra il golfo, fino in fondo alle lagune
di Grado, ci si butta giù per la discesa
fino in Cavana, e poi in Piazza Grande.

Non soltanto i muri, ma perfino la gente
che chiacchiera e va a zonzo in piazzetta,
e quelli che corrono di fretta, e i bimbi
che strillano e giocano, tutto è rimasto
lo stesso a ciò che avevo lasciato
mille anni fa, contenta, eccitata,
senza un pianto né rimpianto.

Ebbene, ora so che la gente, il cielo,
il mare, i luoghi dove giocammo strepitando
quand’eravamo bimbe e bimbi,
ci restano dentro, in eterno,
intatti, se pur tutti cambiati.

E anche dopo anni e anni di lontananza
ci pare come se non fossimo mai andati,
mai fuggiti, e poi tornati Ulisse,
stranieri a noi stessi
come ora siamo, noi
ciò che fummo, non siamo più.

Marianna Piani
Primavera 2019


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sabato 21 marzo 2020

I lamenti



Amiche care, amici.
Dunque oggi è la “giornata mondiale della poesia”.

Negli anni passati lo ho “celebrato” con tutta la sghemba serenità che questa ricorrenza mi suscitava, anno dopo anno, perché quello della poesia lo considero il mio secondo mestiere, o forse addirittura il primo, almeno per l’impegno che mi richiede e la costanza che mi impone, fin da giovanissima. Un impegno non retribuito, del tutto gratuito, e proprio per questo più caro anche di quello che mi permette di vivere, in modo dignitoso, in una bella casa in capo al mondo, in compagnia di un’artista meravigliosa, due viziatissimi e amatissimi gatti e una collezione di peluche invidiata da tutti.

Quest’anno tutto è diverso, la ricorrenza cade in un momento di così cupa prostrazione che è impossibile perfino fermarsi un attimo a riflettere, non parliamo neanche della possibilità di celebrare, che implicherebbe una gioia e una spensieratezza che ci sembrano lontanissime, irraggiungibili.

Eppure, se anche spesso mi piace citare il monito di Pierpaolo Pasolini sulla “inutilità della poesia”, tanto da farlo mio fino a intesservi dei versi, forse in momenti come questi si può percepire, in filigrana, contro il buio della notte che ci accieca, la più autentica essenzialità della di questo che alcuni considerano un “genere”, ma che per me è il fondamento stesso dell’arte.
Infatti “inutilità” sottende un giudizio - appunto - utilitaristico, economico, che certo, nella sua totale gratuità, la poesia non ammette. La “essenzialità” intende la sua irrinunciabilità da parte dell’Uomo, la traccia che la poesia scava nella vita di chiunque di essa si nutra, per condurlo fuori dalla solitudine, dalla perdizione, dal dolore, dalla follia.

Per questo, per la altissima sfida che in questi giorni la poesia si trova a dover affrontare, ho scelto di “celebrare” questa giornata non con una mia composizione, che sarebbe quanto mai inadeguata, ma con i versi di uno dei più grandi poeti italiani moderni, se non il più grande in assoluto, secondo il mio parere, una dizione poetica che gli anni stanno valutando sempre di più, anche in confronto di altri grandissimi suoi contemporanei.

In queste lunghissime ed evanescenti ore libere regalateci da questa catastrofe, vi trasmetto l’invito - e in fondo è proprio questo il senso di questa “giornata mondiale” - di provare, sia che siate degli appassionati evoluti che dei lettori occasionali, a leggere/rileggere qualche pagina di poesia. Sullo sfondo del silenzio delle nostre città, con la luce che oggi ci pare perfino stridente di una primavera che comunque, infischiandosene delle nostre stupide angosce, oggi stesso inizia il suo percorso.

Vi lascio ora alla lettura di Giorgio Caproni, un sonetto tratto dalla raccolta “Il passaggio d’Enea” (1943-1955), dove appaiono evidentissime TUTTE le qualità della poesia, quando è GRANDE Poesia: densità, armonia, equilibrio perfetto tra parola e struttura, tra discorso e narrazione, musicalità, ritmo, emozione, lussureggiante ricchezza filosofica e perfino (laicamente) religiosa.
E, come potrete constatare voi stessi, sono versi, sono parole sconfinanti e senza tempo, folgoranti, che paiono scritte oggi proprio per le tragedie di questi giorni…

Con amore, oggi più che mai.

M.P.





I lamenti

I

  Ahi i nomi per l’eterno abbandonati
sui sassi. Quale voce, quale cuore
è negli empiti lunghi – nei velati
soprassalti dei cani? Dalle gole
deserte, sugli spalti dilavati
dagli anni, un soffio tronca le parole
morte – sono nel sangue gli ululati
miti che cercano invano un amore
fra le pietre dei monti. E questo è il lutto
dei figli? E chi si salverà dal vento
muto sui morti – da tanto distrutto
pianto, mentre nel petto lo sgomento
della vita più insorge?… Unico frutto,
oh i nomi senza palpito – oh il lamento.


(Giorgio Caproni)



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domenica 15 marzo 2020

Il mio Dio tace



Di fronte a ciò che accade in questi giorni, la tentazione forte per me è di scomparire, di tacere, di chiudere la porta e spegnere la luce.
Non lo farò, non certo ora.

Mai come ora sento di dover mantenere viva la mia voce, il mio pensiero, mai come ora sento il bisogno di condividere con altri le angosce e le speranze, oggi in lotta tra di loro senza quartiere. Mai come ora sento quanto è importante ciò che da umani più ci lega, questo sentimento così disprezzato da tanti in questi ultimi tempi, l’empatia.
L’empatia non è cosa da santi o eroi, tutt’altro. È il più comune e facile dei sentimenti umani, il più umano e naturale, perché ci attribuisce una identità di specie, indispensabile per la nostra salute mentale, fisica e sociale. Chi in questi tempi (ma da sempre nella storia) lo combatte, lo rifiuta, lo contrasta, lo nega, compie forse il più grave dei crimini - non verso il mondo, ma verso sé stesso: quello di negare a sé la propria stessa qualità di essere umano.

Manterrò fin che posso vive queste pagine, per quel che valgono, per quel che possono contare, per quel che possono comunicare, trasmettere e soprattutto ricevere.

Un messaggio che, fin dall’inizio, è stato questo libero ragionare di amore, per amore, sull’amore e con amore.
M.P.





Il mio Dio tace


Che mi aspetto dal mio Dio, se mai c’è?
Non miracoli, non pietà, non benedizione:
forse neanche solo comprensione.
No, non pretendo che lui mi ascolti,
troppe sono le incombenze cui è costretto,
troppe le dilazioni, troppi e grandi
i fallimenti sulle spalle sue gravanti
perché possa pure
dare bada a me sola.

Comprensione poi di che?
Forse per tutte le illusioni
che ho patito in questo
mio lungo tempo dissennato.
O forse
perché son nata donna e quindi
confinata lungi dai palazzi
e dagli altari a scontare
la mia colpa originale,
il peccato più mortale,
quello che pare
non potere mai trovare
requie alcuna, né perdono.

Il mio Dio tace, certo non mi ascolta.
Non è affatto buono.


Marianna Piani
Irlanda, Maggio 2019


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domenica 8 marzo 2020

Ogni idillio è morto



Senza commento, in questi tempi aspri e gravi…

Ma con amore, come sempre
M.P.







Ogni idillio è morto.


Non so più farlo, non posso farlo:
sedermi a una panchina, al parco,
all’ombra d’un vecchio olmo,
con un quaderno azzurro, ad annotare
i varianti toni del fogliame.

Quel tempo è scorso, quel tempo
è morto, e non lo rimpiango.

Le parole sono divenute dure
e grevi come massi, e come lastre
tombali scure, e d’aspetto aspro,
gelate sotto le mani;
non so più dire nulla, né annotarlo.

Che sia finita l’era della parola
per me ora, che sia morta?

Tacciano i letterati, tacciano i poeti;
nulla di ciò che appare bello e sano
è più in vigore ormai.

Ogni idillio è morto.


Marianna Piani
(data non registrata, 2019)


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