«La Poesia è Scienza, la Scienza è Poesia»

«Beauty is truth. truth beauty,- that is all
Ye know on earth, and all ye need to know.» (John Keats)

«Darkness cannot drive out darkness; only light can do that. Hate cannot drive out hate; only love can do that.» (Martin Luther King)

«Não sou nada. / Nunca sarei nada. / Não posso querer ser nada./ À parte isso, tenho em mim todos los sonhos do mundo» (Álvaro De Campo)

«A good poem is a contribution to reality. The world is never the same once a good poem has been added to it. A good poem helps to change the shape of the universe, helps to extend everyone's knowledge of himself and the world around him.» (Dylan Thomas)

«Ciò che premeva e che imparavo, è che in ogni caso non ci potesse mai essere poesia senza miracolo.» (Giuseppe Ungaretti)

lunedì 27 gennaio 2020

Le ceneri di Aushwitz






Memoria e sopravvivenza, empatia e disperazione


Da anni questa per me è una "giornata particolare", per riprendere il titolo di un film fondamentale del grande Ettore Scola.
Come nel film citato, gli echi di una piazza mediatica mi raggiungono qui, nel mio rifugio un po’ appartato, ed io mi sento spinta a esaminare la mia coscienza, ciò che ho fatto o non fatto della mia esistenza, una vita in fondo così fortunata e serena, mentre quella di miei antenati in quegli anni terribili era minacciata da un mostro d’odio, paura e viltà in apparenza inconcepibile per qualsiasi mente dotata della pur minima traccia di umanità.

In questi ultimi anni, tuttavia, hanno iniziato a giungermi dalla piazza echi diversi, stridenti, cupi, oscuramente minacciosi come i cumulonembi che si addensano prima dello scatenarsi di una tempesta.
Gradualmente, quasi impercettibilmente, la “Memoria” cui questa giornata è dedicata, si è trasformata in preoccupazione, ansia, paura. Qualcosa ha iniziato a mutare a velocità crescente, lì fuori, qualcosa che mi sconvolge dall’interno come le scosse premonitrici di un sisma, la cui violenza distruttiva al momento non è possibile prevedere, ma che che sappiamo, proprio dalla Storia, che potrebbe anche essere catastrofica, e questa volta forse senza ritorno.

Le riflessioni si sono fatte così via via più grevi, più febbrili, più dolorose. Che cosa ha provocato questi movimenti tellurici che sembrano mirare ad una negazione della vita stessa dell’uomo dall'uomo? Ma, soprattutto, com’è possibile che, a cent’anni dall’innesco di quel processo di degrado e di estrema disumanizzazione che ha portato infine alla morte del mostro stesso assieme a milioni di innocenti, vi siano persone che seguono, riprendono, propugnano ancora questo delirio?

Di recente più di qualcuno, in particolare situato proprio tra le fila di quella schiera di estrema destra che si sta progressivamente attivando e perfino dilagando un po’ in tutto mondo occidentale, non a caso ha posto il sigillo del negazionismo decretando che non vi fosse più senso nella divisione politica tra destra e sinistra, che essi pretenderebbero superata dai tempi. Che nazismo e fascismo siano prodotti di una gigantesca mistificazione storica. Che il male e la disumanità non sia che una invenzione di chi tale male e disumanità ha subìto. 
Si tratta ovviamente di una visione criminalmente distorta e delirante della realtà fattuale. E proprio ora, mentre tale contrapposizione raggiunge al contrario una vastità e una ferocia nuova e del tutto imprevista e imprevedibile nei suoi possibili sbocchi, tale narrazione equivale a un tentativo ulteriore di cancellare il senso stesso della Storia.

No, chiamiamole come vogliamo, ma la battaglia in corso è proprio tra una visione dell’umanità in senso illuministico, aperto, di speranza e di libertà, di inclusione e di collaborazione, e una con la testa rivolta all’indietro, come le schiere dantesche degli impostori della quarta bolgia, puntata a una rivincita della peggiore espressione di disumanità che la Storia abbia mai prodotto, e tutta mirata, con varie gradazioni dall'ipocrita al fanatico, all’esclusione, all’isolamento, alla paura, all’odio.
Ma qual è il fondamento primo, profondo, di questa estrema diversità di visione, tra individui, esseri umani, in apparenza così simili tra loro? E quale è l’essenzialità di questa scelta, questo bivio che fa schierare, in particolari momenti storici di particolare crisi e pericolo, persone dotate in apparenza di analoghe facoltà intellettive, culturali, emotive su fronti così radicalmente contrapposti?
E infine cos’è che rende una scelta giusta, etica, produttiva, evolutiva, di salvezza, e un'altra  sbagliata, mortale, immorale, autodistruttiva, di disperazione esistenziale?

Io credo che si tratti, alla base di tutto, di una questione di empatia.

Vale a dire di quella facoltà, così peculiare delle specie umana, di saper partecipare al dolore, al disagio, allo strazio - e di converso alla gioia, alla serenità, alla nobiltà - di un essere umano diverso da sé stessi.

Esistono esseri che sembrano incapaci di provare empatia, per i quali ciò che conta, come per un istinto atavico, belluino, è la LORO persona, la LORO unicità, la LORO vita, il LORO tornaconto, a scapito di quella di ogni altro, e comunque di chiunque sia fuori dalla propria ristretta cerchia familiare, dalla propria tribù, dalla propria isola “felice”, più o meno angusta che tale gabbia sia.
Sono coloro che si parcheggiano in seconda fila di traverso, oppure sul marciapiede, perché non riescono, e nemmeno vogliono, immaginarsi nei panni dell’altro automobilista costretto a manovrare per poter passare, oppure del portatore di handicap che deve scendere in mezzo al traffico per poter evitare l’ostacolo da loro creato.
E, gradino dopo gradino discendendo nell’ignominia, sono coloro che non sanno immaginarsi al posto dell’immigrato costretto a notti di gelo e fame in mare, perché non riescono né vogliono considerare/accettare l’umanità in un “prossimo” che sia, anche di poco, diverso da loro.
Così come tali furono coloro che guardavano serenamente il fumo alzarsi dai crematori mentre occupavano le case di proprietari depredati di ogni avere e dignità umana solo perché appartenenti a una pretesa "razza inferiore".
O infine, nell'ultimo girone più vicino a Satana, luogo perfettamente logico e conseguente nell'architettura del male, coloro che attivamente li depredavano, torturavano e infine sterminavano, in massa, a milioni, uomini, donne, vecchi, bambini, lattanti, senza distinzione.

Esistono dunque persone incapaci di empatia, altre al contrario che non riescono a non sentire sulla propria pelle, sulla propria esistenza l’offesa, le ferite, le ingiustizie inferte ad altri, come se fossero inferte a loro stesse. E, badate, non si tratta di vocazione alla santità, non si tratta di eroismo, ma di semplice, elementare coscienza della propria stessa fragilità.
Questo è il grande, profondissimo, incolmabile solco che divide l’umanità in certi particolari circostanze, in momenti storici in cui la crisi di valori e di pensiero investe una società complessa ed evoluta come la nostra (e come fu ad esempio quella della Germania prima del Nazismo, una delle culle più eminenti della Grande Cultura Europea).
Non è questione di destra e sinistra, questa: è una questione di giustizia o ingiustizia, di carità o individualismo, di speranza nel futuro o di condanna alla propria autodistruzione.

Perché alla fine l’essere umano è “condannato” all’empatia, per semplice spirito di sopravvivenza di una specie così eminentemente sociale, e dotata di autocoscienza, qual è la nostra.
La negazione di questa essenziale pulsione nega la stessa umanità dell’essere umano, e non solo dell’altro, del diverso, del “nemico”, ma specularmente anche di sé stessi. L’insensibilità cieca nei confronti dell’umanità del deportato gassato e incenerito nei campi ha alla fine, per fortuna, portato alla cancellazione da ogni consesso umano dei carnefici. Dico per fortuna perché l’unica alternativa a questa macabra ordalia finale sarebbe stata l’auto-estinzione dell’intera specie.

Questo è ciò che la memoria di questi fatti ci insegna, come un punto fermo fissato PER SEMPRE.
Questo segna oggi il limite di ciò che non potremo mai permetterci di valicare ancora.
Ed è per questo che non possiamo rimanere inerti di fronte ai ritorni di questa letale malattia autoimmune che a ondate investe le società, riportando intere masse all’egoismo più cieco e primordiale e togliendo loro la capacità di provare empatia, e di conseguenza, come dicevo, distruggere senza scampo il senso stesso della propria sopravvivenza specifica nell’economia dell’evoluzione terrestre.
Il Male è banale, e per questo si tende a sottovalutarlo, per pigrizia, per ignavia, per stupidità, per distrazione. E quando esso finalmente agisce, è ormai tardi per poterlo contrastare.
La Memoria è l’unica arma efficace che abbiamo a portata di mano per smascherarne l’orrido che cela, e neutralizzarlo prima che possa agire.

Alla fine, la Memoria che commemoriamo in questo giorno, ma che ci deve illuminare la mente in ogni giorno della nostra vita, non è altro che l’istinto di Sopravvivenza della nostra umanità.
La Memoria non è un rituale, laico o religioso, di appartenenza e di richiamo a un passato a noi remoto, estraneo, ormai consumato e irripetibile. La Memoria - specialmente oggi - è uno stato permanente di lotta e di resistenza.

Forse mai come oggi, dopo 70 anni da Aushwitz, è importante tenere viva questa Memoria, come antidoto all'individualismo suicida, e arma carica di difesa per la nostra insorgenza contro il Male.


(Come chi di voi ha la bontà di seguirmi qui si sarà accorto, mi sono presa un lungo periodo di pausa nella pubblicazione delle mie poesie, forse il più lungo e sofferto da quando ho iniziato questa attività con voi, perché frenata da una forma di pudore, di ritegno di fronte a una situazione che sento molto dolorosamente e con angoscia. Come affermava qualcuno, è difficile, dopo Aushwitz, fare poesia. È difficile trovare il senso di questo “strumento di conoscenza” così profondo, ma allo stesso tempo così evanescente, in tempi di crisi così profonda, nello scatenarsi di forze così oscure e pericolose.
Tuttavia la poesia si impone anche al di là delle mie intenzioni, del mio disagio. Ha continuato a fluire, in qualche modo, anche se ne ho momentaneamente sospeso la “pubblicazione” regolare. Non appena sarò riuscita a fare chiarezza per la mia sensibilità e la mia coscienza, riprenderò a pubblicare. La mancanza di questo mio ponte di comunicazione con il mondo, con voi, si sta facendo sentire, con crescente urgenza. E solo l’urgenza, non la consuetudine, può giustificare questa grande espressione di narcisismo che è la Poesia agita ed esibita…)

Con amore, a presto, spero, molto presto

Marianna 



(Per chi volesse, la mia ultima raccolta "Sillabario lirico e sentimentale" (ISBN 978-0-244-18660-9) è disponibile su Amazon, sia in versione tradizionale QUI che eBook QUI)
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domenica 8 dicembre 2019

Qualcuno mi disse



Proprio oggi, mentre ero intenta a preparare la pubblicazione del testo odierno, scritto alcuni mesi fa, mi ha raggiunto la triste notizia della morte di uno degli ultimi sopravvissuti e testimoni dell’Olocausto, Pietro Terracina, per il quale vi rimando alla nota di Repubblica di oggi, 8 dicembre ’19:


Ormai sempre più rapidamente, per ovvie ragioni anagrafiche, uno a uno stiamo perdendo gli ultimi tra i già pochissimi sopravvissuti a quella furiosa follia collettiva che segnò la nostra Civiltà con un marchio di infamia indelebile.
Cosa ci accadrà dopo? Quando rimarremo da soli, quando potremo affidarci esclusivamente alla memoria e ai documenti probatori di cui siamo in possesso, cosa faremo?
Già in questi ultimissimi anni, o addirittura mesi, stiamo assistendo a un degrado infame e dilagante, con la riemersione di sedicenti “opinioni” dal profondo della sentina della Storia, dove credevamo di averle per sempre seppellite, o almeno celate per pudore alla vista. Come carcasse putrefatte e carogne immonde smosse da un’inondazione stanno riemergendo dai fanghi di una mefitica palude figure, personaggi, dichiarazioni, menzogne e perfino “rivendicazioni” che mai avremmo potuto nemmeno immaginare fino a pochissimi anni fa.

Sappiamo bene la natura e la causa dei questa “inondazione”, che è da cercare nell’insorgenza a livello quasi planetario, e di certo nei Paesi di Democrazia Liberale, di teorie e politiche populiste, sovraniste e di destra estrema, diffuse capillarmente grazie ai nuovi media digitali e sostenute dall’onda montante di odio e di reazione di massa irrazionale e autodistruttiva a una realtà in rapido mutamento.

Stiamo rimanendo sempre più soli a fronteggiare questo rovinoso tsunami di barbarie, e ogni volta che uno dei testimoni viventi della Storia ci lascia la nostra solitudine e la nostra vulnerabilità aumentano terribilmente.
Ma è del tutto naturale, e ineluttabile, che ciò avvenga, perché è ormai ora che proprio NOI, la nostra generazione, e quelle che verranno dopo di noi, si prendano carico IN PRIMA PERSONA di questa immensa responsabilità. Tocca a noi ora impegnarci, mai come ora, perché sia preservata e diffusa la memoria e la coscienza della nostra vergogna, solo così potremo evitare che la Storia ci ripresenti il conto in tempi ahinoi prevedibilmente assai brevi.

Ora, mentre facevo queste riflessioni sul carico e la responsabilità della memoria, e sul rimpianto per tutto ciò che già finora avremmo potuto – e dovuto – fare e non abbiamo fatto per sostenerla, non ho potuto evitare di notare come, per una pura coincidenza, tutto ciò trovasse in qualche modo espressione proprio nel breve componimento che stavo curando in vista della pubblicazione di oggi.
In particolare mi piace pensare che quel personaggio che si accosta, alle mie spalle, e interpella direttamente la mia coscienza, e infine si allontana in silenzio lasciandomi disperatamente sola, sia in metafora proprio una di queste figure di riferimento fondamentali che dopo averci parlato, con forza e chiarezza, ci lasciano a far tesoro, se lo vogliamo e sapremo farlo, delle loro parole, della loro testimonianza, e del martirio di tanti altri come loro…

Come ho detto non si tratta di un accostamento voluto, o in alcun modo programmato, ma di una pura coincidenza, eppure forse anche proprio per questo lo sento personalmente come estremamente vicino e significativo.
Avevo intitolato il componimento originale “Pochi rimpianti!”, con un punto esclamativo in senso esortativo. Ma ora ho preferito intitolarlo più semplicemente citando l’incipit "Qualcuno mi disse", per sottolineare la presenza di quel qualcuno, di questo soggetto parlante, senza volto, ma così ingombrante e decisivo per la mia coscienza. E infine ho aggiunto in chiusura una strofa quasi madrigaleggiante, in facile rima, cercando di rendere la dolcezza e insieme la desolazione di questo abbandono.

Vi lascio alla lettura, come sempre e più che mai, con amore.

M.P.






Qualcuno mi disse


Qualcuno mi disse: «Non nasconderti
non fuggire agli strali
dei tuoi ideali feriti, ma non morti:
vedi come dopo decenni
di sonno profondo, febbrilmente ora
in un grido, sono risorti,
e nel riconoscersi ancora quali
quelli della tua giovinezza, sebbene
ora tu sia canuta, curva, stanca,
e saggia, sono insorti.»

Continuò, fumando discosto
perché conosceva il mio disagio:
«Le tue radici, tenaci
come gomene da ormeggio,
sono ancora in quei porti, tra quei moli,
tra quelle navi dormienti e mansuete
come bovini, ove l’odore amaro
del sale si mesceva a quello acre
e nerastro del petrolio,
e si incistava per sempre
nella tua pelle, nei tuoi capelli
e nella memoria.»

Aggiunse, senza alzare lo sguardo:
«Non fuggire, ché i luoghi che fuggi
sono scolpiti sulla pietra della
tua memoria: non è dato fuggire
da ciò che in te porti,
né dai rimpianti di ciò che colpevolmente
hai lasciato incompiuto,
né dalle occasioni che hai avuto
e hai bruciato per sempre.»

Così concluse, e con una carezza
sulle mie spalle spoglie
si allontanò, così come una brezza
porta via il fumo e le foglie.


Marianna Piani
Kilkenny, 11 Marzo 2019


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sabato 30 novembre 2019

Davanti a un cielo così chiaro



Amiche care, amici,

A volte ci pare così effimera, inutile la poesia, di fronte a tutto ciò che accade nel mondo di orribile e imperdonabile, e spesso purtroppo irrimediabile, definitivo.

Da cent’anni (o forse da sempre) ci si chiede c
osa può mai la poesia nella Storia: cosa rimane di essa, dopo le ceneri di Auschwitz, e cosa può oggi, di fronte a chi, tutto attorno a noi, da queste ceneri non ha saputo né voluto apprendere nulla, non ha mai accolto in sé una parvenza umana, credendosi per ciò divino, e non ha mai creduto in un riscatto, o, peggio, continua ancora nutrire il vomito dell’odio, negando così tutto ciò che di lui lo potrebbe far diverso dalla bestia?

È vero, che senso ha più la poesia, dopo questo secolo di storia che pare non avere insegnato nulla a tanti, a troppi, se non il falso mito, che la forza, e l’atrocità che ne deriva, infine sia vincente?
Eppure la poesia tuttora c’è, nel mondo, ed è irrinunciabile, insostituibile. È fiorita perfino tra i reticolati, di fronte alle bocche dei forni crematori, e ora forse, nel deserto effimero e desolato delle reti, è divenuta ancora più essenziale.

Al pianto del poeta rispondo che senza le sue parole, senza i suoi versi tracciati a sangue, e senza il suo pianto, la vita umana, quella di tutti noi, sarebbe semplicemente inaccettabile. Intollerabile. Inconcepibile. Incomprensibile.

La poesia infine è tutto ciò che di innocente ci rimane.

Con amore
M.P.







Davanti a un cielo così chiaro,
e luminoso e prossimo che pare
di affondare le braccia nelle nubi
come in una schiuma irreale
al solo alzarle, resto immobile

mentre rammento della mia innocenza
chiara e tormentata anch’essa,
effimera come un pensiero all’alba.

. . . .


Risalii dunque l’altura che dava
lungo sguardo al vallone, e sullo sfondo
riposava del lungo giorno il lago
con un suo nitido baluginìo 
al cielo denso e intento del tramonto.

Fu qui che mi raggiunse, silenzioso
come un alito di vento, il poeta,
sostò a lungo sopra il bastione spoglio
prima di pronunciare una parola,
un pensiero solo dopo cent’anni di silenzio: 

«Che sarà di noi ora, soffocati
dall’odio, dal risentimento torvo,
che faremo se ci ridesteremo
e ci ritroveremo, troppo tardi,
incapaci di riscattare una vita intera?»

Io guardai in basso, sotto i miei piedi,
nel precipizio, tra i tronchi frantumati
degli abeti e dei castagni, pensando
che sarebbe una morte assai insincera
finire a fracassarsi in quella anarchica purezza.

Guardai lui, l’esteta, il limpido maestro
di parole, l’autore del “esser saggio”,
il cinico romantico che aveva
insegnato al mondo la ragione vera
del distacco: e vidi che piangeva.



Marianna Piani
Kilkenny, Febbraio 2019


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sabato 23 novembre 2019

Nostalgia e Milano



Amiche care, amici,

ho disertato per un paio di settimane questo appuntamento, per me così importante e vitale, mi spiace molto, scusatemi davvero tanto.
Potrei dire che si è trattata di una interruzione dovuta a pressanti impegni di lavoro (ho anche viaggiato molto, nel frattempo, tra Francia, Irlanda e Italia), e ciò è sostanzialmente vero. Ma non è tutto.
In verità, in questo ultimo periodo, qualcosa mi ha impedito di applicarmi pienamente alla scrittura e alla poesia così come ho sempre fatto, e non me ne è mancato il tempo, ma piuttosto la serenità, la concentrazione, l’energia necessaria, mentre dentro di me da tempo ribolle un senso di angoscia, di incredulità e di smarrimento di fronte a ciò che sta accadendo attorno.

Io mi considero una privilegiata, e molto, molto fortunata, ho potuto avverare il mio sogno di vita costruendomi una famiglia con la persona che amo in luoghi che amo, la mia vita è infine il risultato di scelte mie, prese in piena coscienza e maturità, ormai “nel mezzo del cammin di nostra vita”, e non determinate da circostanze fortuite o da incontrollabili destini. Almeno in apparenza.

Eppure non mi sento davvero libera ora: nel mondo, e in particolare nel mio Paese, che ho lasciato quasi con rabbia, sbattendo la porta dietro di me, dilaga oggi un odio e una frenesia di dissoluzione che limita fortemente la mia percezione di libertà, e quindi di felicità, anche quassù, a mille e più chilometri di distanza. Libertà e felicità: due sentimenti per me strettamente e indissolubilmente legati, non vi è possibilità dell'uno senza l'altro. E non vi può essere senso di libertà quando la libertà nel mondo che ci circonda è così pesantemente minacciata. La libertà minacciata non è solo quella delle vittime e dei bersagli inermi di quest’odio, uomini, soprattutto donne, gli immigrati, i diversi, i poveri e gli esclusi del mondo; ma anche, e secondo me soprattutto e più pesantemente, degli stessi carnefici, di coloro che odiano, e che dell’odio – e della paura che lo genera – sono prigionieri e schiavi senza speranza.
Purtroppo – e ovviamente –  in me non alberga il genio e lo sterminato talento di scrittori come Pasolini, Lorca, Eluard, Ungaretti, Fortini, lo stesso Dante sopra tutti, che nella poesia sapevano trovare strumento e arma di battaglia e di lotta, di polemica e di impegno incisivo sulla Storia. La mia voce è incomparabilmente più flebile, flebilissima, incapace fin di di trovare singole parole adeguate all’indignazione, all’angoscia, alla rabbia, al ribrezzo di fronte a questa onda anomala di follia e di depravazione reazionaria. Un'onda che pare inarrestabile, che minaccia di abbattersi su di noi portandoci indietro di decenni, e che anzi si è in parte già pesantemente abbattuta sulle nostre teste.
Per questo sempre più di frequente mi devo fermare, prendere fiato dall'affanno che mi vela la vista, cerco di ritrovare una traccia visibile del percorso compiuto fin qui, un orientamento al mio cammino, scavando a mani nude tra i detriti e le macerie che coprono i segnali rossi che marcano il sentiero, cercando di disseppellirli uno ad uno man mano che faticosamente avanzo.
La scrittura, beninteso, per me continua ancora, mi accompagna sempre, ma per poter pubblicare sento la necessità di elaborare (e di “soffrire”) molto più di un tempo. E proprio per il rispetto che devo ai miei quattro lettori, voi amici e amiche, non me la sento di procedere a qualsiasi pubblicazione fintanto che la mia visione rimane così confusa e turbata.

Oggi comunque, dopo questa pausa prolungata provo a riprendere (forse non a caso occupandomi di un sentimento insieme dolce e devastante, confortevole e distruttivo, quale è la nostalgia) questi miei appuntamenti, ma per la prima volta da anni senza sapere veramente se riprenderà in modo continuativo o se invece rimarrà frammentario, discontinuo, sebbene nel mio taccuino vi siano sempre decine di testi che attendono e chiedono con insistenza di uscire nel mondo. Perché lo stato d’animo, se pure non “placato”, deve essere almeno sufficientemente lucido e sereno per poter affrontare il necessario lavoro di lettura e revisione indispensabili prima di proporre alla pubblicazione alcunché.

Perdonatemi questa lunga prolusione, ma penso che la vostra amicizia e la vostra fedeltà a queste paginette meriti da parte mia non una giustificazione, ma certo almeno un tentativo di intima e scoperta confessione.
Vi lascio alla lettura di questo breve testo in endecasillabi piani, dedicato alla mia antica città d'adozione, che ho lasciato orai da quasi tre anni, un testo semplice e ingenuo come lo è la “nostalgia” per il tempo che ineluttabilmente ci lasciamo alle spalle e quella per la nostra prodiga e forse sprecata giovinezza.

con amore
M.P.





Nostalgia e Milano


Avrei detto mai che avrei provato
questo strano, un poco obliquo
sentimento del tempo sprecato
che potrei chiamare nostalgia,
se non ne temessi la greve risacca
in un’ondata di cruda amarezza:

sì, direi nostalgia, per la città
che ho abbandonato, per la Milano
che ho abitato nei miei anni più cari,
e più disperati, per le sue piogge
petulanti e malate, per quei giorni
di smarrimento, per le luci e le ombre

cupe dei viali e dei cavalcavia,
per le passeggiate vaghe e affrettate
in vie affollate di morte illusioni,
morte foglie cadute di mortali
illusori traguardi, un camposanto
di mortali soccombenti ambizioni.

(Vestivo elegante, un abito nero
attillato sul mio corpo minuto,
scarpe col tacco e intrepide gambe
per il mio primo colloquio importante,
e fremevo con la mia giovinezza
colma di rabbia e spavalda fierezza.)


Marianna Piani
Kilkenny, Febbraio 2019





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sabato 26 ottobre 2019

Per raggiungere me



Amiche care, amici

L'irlanda, dove ormai da oltre due anni ho fissato il mio piccolo esilio volontario, è un Paese ventoso, e ventose sono le mie terre d'origine, Trieste, il suo mare e il suo retroterra carsico, e forse per questo fin dal primo momento in cui mi ci sono stabilita mi sono trovata in qualche modo a casa mia, dopo l'altro assai più lungo esilio trascorso a Milano, memorabile certo più per le sue nebbie novembrine. E anche il mare, sebbene io abiti un po' all'interno, si fa sentire in qualche modo nell'aria, e un poco anche nel carattere delle persone che incrocio, cordiali, accoglienti e nel contempo selvagge.
Proprio in una ventosa, selvaggia serata di Febbraio, così tipicamente irlandese, è nata questa riminiscenza che oggi vi propongo.


Grazie sempre per la vostra presenza, mi scuso per l'assenza della scorsa settimana, ero travolta da impegni.

Con amore
M.P.




Per raggiungere me

Che vago sussulto del cuore
sentire il rumore del vento
questa sera quassù, così lontano
dal tempo e dai luoghi
incomparabili della memoria.


Porta esso con sé i profumi aspri
delle scogliere, non tanto lontane
da qui, e – mi pare, ma forse
è soltanto una sfuggente illusione –
quello più pacato delle pinete.


Le scure tenaci radici
aggrappate con spasmo alla pietra
bianca del Carso, anch’essa,
per un sortilegio nebulizzata
nel vento, e fin qui giunta.


Forse, ma non oso crederci invero,
questi elementi dai miei luoghi
e dai miei tempi si sono imbarcati
sopra queste folate di maestrale
proprio per raggiungere me.


Marianna Piani
Kilkenny, Febbraio 2019


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domenica 13 ottobre 2019

Incidevo corteccia



Amiche care, amici,

credetemi, non è come si pensa: non è l'orgoglio, né la gaiezza, bensì il disagio, l'amarezza, la solitudine e anche il dolore a segnare la vita di chi ama in modo diverso. O che ama d'un amore per qualunque motivo contrastato, importuno, fuori dagli schemi sociali, o di virtù, o di ceto, o di convenienza, o religione, o etnia, o colore della pelle.

Personalmente per anni, e ancora oggi, ho sentito addosso il peso del giudizio, e del pregiudizio, a volte perfino, in qualche modo, di quello positivo. La riprovazione inespressa, quella dichiarata, a volte anche ad alta voce, o espressa con atti concreti di esclusione, di fobia, e perfino di violenza; oppure al contrario la solidarietà eccessiva, un po' sguaiata, esibita, non esente anch'essa di un cumulo più o meno nascosto, più o meno inconfessato di pregiudizi.

Che poi l'unica cosa che vorremmo davvero con tutte le nostre forze, noi innamorate, è che questo nostro amore, la nostra vita, la nostra reciproca dedizione passassero semplicemente il loro tempo, breve o lungo che sia, inosservati, segreti, uguali a quelli di milioni di altre e altri come voi, e come noi.
E proprio il tempo dell'amore, e la sua perpetuazione, è il soggetto di questi versi, nati senza un titolo, forse per pigrizia, forse per noia, forse per intima necessità, e così rimasti...

Grazie per la vostra presenza qui, come sempre, con amore.
M.P.







Incidevo corteccia di tagli profondi
con penosa fatica, lettera per lettera
tracciavo parole che dicevano il tempo
e i luoghi e i ricordi che avevamo vissuto
soffrendo forse assai più che gioendo
del nostro malversato amore.

C'era chi ci accoglieva con sguardi di scherno,
chi ci riservava morbose attenzioni,
chi ci inquadrava nel suo mirino,
pronto a esplodere i colpi
della sua miseranda impotenza;
e amiche eleganti emancipate
che ci sfuggivano con malcelato disprezzo.

Così, sotto il nostro platano grigio
come il volto aggrottato di un vecchio
ci accoccolavamo, una con il capo
appoggiato alla tempia dell’altra,
nell’ombra che complice ci avviluppava
rendendoci solo vaghe visioni.

Era un istante, una pausa nel corso
di quel tempo, infinitesimo e immenso
tra noi finalmente: inosservate
potevamo saldare le nostre anime assieme.
Allora incidevo parole nel legno sapendo
che sarebbero cresciute con noi.
Il tempo così sarebbe stato sconfitto.

Marianna Piani
Irlanda, 3 Febbraio 2019


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domenica 6 ottobre 2019

Voci di parole




Amiche care, amici,

ora mi rendo conto che tutta la mia vita è stata una continua, disperata ricerca di un senso, di una ragione, di una direzione che mi aiutasse a riconoscere me stessa nello specchio dei miei pensieri, e per tutta la vita mi sono affidata alla Parola, alla volontà di dire, di interloquire, di comprendere attraverso il veicolo di questo umanissimo miracolo, che può essere un dono inestimabile, un'arma terribile, e il forziere della nostra memoria.

Come è strano che la mia vita, edificata sopra la mia capacità di creare immagini, visioni, figure, forme, colori, che produco per mestiere, sia peraltro così profondamente radicata in una epressione tanto astratta e immutabile, quale è la parola.
Le immagini sono parte della mia vita, ma non ne forniscono una spiegazione, una riparazione, o una giustificazione, e nemmeno una raffigurazione. Sono soltanto oggetti, rappresentazioni del mio sistema di visione e di immaginazione.
La Parola, invece, è l'ordine che inseguo da sempre, l'espressione panica della nostra solitudine di fronte all'universo. L'universo, si sa, è per definizione irrappresentabile: tutta la mia ricerca dunque è un tentativo, destinato a rimanere irrisolto, di trovare una interpretazione formale a questo "irrapresentabile".

È qui, solo qui, tutta qui la mia ricerca, che so essere, ancora una volta per definizione, destinata a non raggiungere mai una meta, e sempre ripartire daccapo.

Con amore
M.P.




Voci di parole

Quanto ho cercato in questi anni parole,
i miei più intimi colloqui, e sul fondo
di questi fiumi, ora lenti e torbidi,
ora impetuosi, ora smarriti in secche
aride e infruttuose, il senso della
mia ricerca affannata e disperata


Quanto anche ho cercato tra le parole
dei poeti, nei loro vuoti, nei loro
silenzi indecifrabili e bastardi,
negli spazi bianchi, disseminati
apposta tra i versi, tra strofa e strofa,
e negli occhielli dei volumi a stampa


Non ho cercato saggezza, e neppure
la traccia d’una qualsiasi armonia,
né il suono d’una ritrovata grazia.
Non la conoscenza, colà criptata,
né l’onestà dei giovani folli anni.
Solo la voce fertile del poeta


immutata, come acqua che sprigiona
dalla montagna, voce di parola
e di pensiero che inonda l’invaso
e poi ne fugge in tumulto, svellendo
dal fondo massi, e sassi frantumati,
e radici di abeti millenari


mai domati.


Marianna Piani
Irlanda, Gennaio 2019



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