«La Poesia è Scienza, la Scienza è Poesia»

«Beauty is truth. truth beauty,- that is all
Ye know on earth, and all ye need to know.» (John Keats)

«Darkness cannot drive out darkness; only light can do that. Hate cannot drive out hate; only love can do that.» (Martin Luther King)

«Não sou nada. / Nunca sarei nada. / Não posso querer ser nada./ À parte isso, tenho em mim todos los sonhos do mundo» (Álvaro De Campo)

«A good poem is a contribution to reality. The world is never the same once a good poem has been added to it. A good poem helps to change the shape of the universe, helps to extend everyone's knowledge of himself and the world around him.» (Dylan Thomas)

«Ciò che premeva e che imparavo, è che in ogni caso non ci potesse mai essere poesia senza miracolo.» (Giuseppe Ungaretti)

sabato 2 febbraio 2019

Versi alla mia compagna


Amiche care, amici,
Riprendo le pubblicazioni con una piccola serie dedicata esplicitamente alla mia compagna, scritta quando, finalmente, ci eravamo riunite per iniziare davvero una nuova vita qui in Irlanda, dopo un lungo e travagliato periodo di preparazione: io mi ero ammalata piuttosto seriamente, il viaggio rischiava addirittura di dover essere rinviato, il che sarebbe stato un disastro, perché avevamo organizzato tutto, prenotato il volo, presi impegni di lavoro qui e a Dublino; e nel frattempo lei era impegnata in un pesante tour di concerti, e quindi non poteva aiutarmi…

Quello che potrà sembrare strano è che io, davvero, non abbia mai letto o fatto leggere le mie poesie proprio alla persona che amo. Lei a mala pena sa che mi “occupo” in qualche modo di poesia (troppi volumi sul tema in casa), la quale non rientra nei suoi interessi se non in modo generico, di cultura generale; vede anche che scribacchio molto, concentrata ed infervorata, e certo non avrei potuto nasconderglielo (di solito scrivo durante la notte, anche a letto, mentre lei è immersa nel sonno, ma non esclusivamente). Tuttavia non ha mai insistito per approfondire la cosa: tra noi vige la massima discrezione reciproca, io non entro mai nella sua mailbox – di cui per sicurezza ho comunque la pass – né lei lo fa con la mia, notoriamente non ho “profili social” che io possa condividere con lei, e lei non frequenta twitter, l’unico che invece io seguo. E neppure le ho mai confidato l’indirizzo di questo blog. In pratica la nostra relazione è assolutamente e completamente extra-virtuale, reale, fisica: ci sentiamo al telefono, scambiamo sms, ci inviamo email (ormai di rado per fortuna, dato che ci vediamo quasi ogni giorno), viviamo assieme e facciamo l’amore. Lei partecipa (ma non troppo) alla mia professione “vera”, e io, non troppo anch’io anche se vorrei fosse di più, alla sua. Questo è tutto
Può sembrare strano, ma questo territorio che ognuna di noi ha riservato per sé sola, senza sentire la necessità di condividerlo con l’altra, questa autonomia e indipendenza individuale, pur amandoci violentemente e totalmente, è forse uno dei doni più preziosi che ci siamo date, ed è forse un viatico per la saldezza e durevolezza della nostra relazione.

Ecco dunque questi versi, compitati volutamente su un filo di equilibrio instabile tra il verso libero e il canone tradizionale: anche questo fa parte del ritratto, ovviamente.
Ma non dico di più, perché violerei la nostra riservatezza, e sono andata già fin troppo il là. Vi lascio alla lettura.

Con amore
M.P.





Versi alla mia compagna


(Preludietto)

Incolonno versi. È ciò che più amo.
Ma è strano: colei che amo m’ama, eppure
non ha mai letto un verso, dei miei, mai,
né li ha sentiti mai dalla mia voce
detti. I seguenti sono per lei sola:
ancora, io non glieli leggerò.


1
(Canzonetta)

Il tuo incantevole incarnato bianco
è come un sentore di neve
oltre quei cumuli all'orizzonte:

riluce nella stanza annegata
nella quieta oscurità della notte
gaelica, fosforescente e senz'ombra.

Hai cantato a mezzavoce
la tua nenia infantile,
prima e dopo l'amore,

in un soffio, il tuo alito profumato
di rosmarino e salvia, così che
m'intenerissi, prima, e poi dopo

m'acquietassi abbracciata
alle tue gambe, anch'esse finalmente
immobili, dischiuse, infine sazie.

splende, il tuo corpo nudo, abbandonato,
come potrei fantasticare quello
d'una vergine santa, tra la malva.

Ciò che mi toglie più ancora il respiro
è la innocenza immacolata del
tuo seno, ancora proteso al piacere.

Per un istante ancora mi sorprendo
a volerti baciare, addentare
quel tuo capezzolo teso indifeso

come un infante che s'aggrappa forte
al seno ch'è ancora rorido e dolce -
tu sopita, e già immersa nel tuo sogno.

Invece mi sollevo solo un poco
a rimirarti così: vorrei in me
assimilare questa visione

di te: hai, come è tua postura,
il braccio destro ripiegato sotto
la tua guancia sinistra: dormi ora?

Ma credo che tu sappia
che ti sono accanto, che tu lo senta
che ti osservo: sorridi...



2
(Sonetto)

Come un nocchiero, incerto al timone,
accecato da un sole troppo prossimo
all'orizzonte, mi perdo, nel caldo
trepido mare del tuo ventre di onde.

E candida mi guardi, hai gli occhi
iridati d'un verde denso, come
una foresta, scintillanti foglie
di quercia al sole radente, ma velati:

Appena velati da un ricordo
che di certo è il ricordo dei miei baci
dispersi sul pallore della tua fronte.

Come il calore della tua pelle
rimane a lungo sopra la mia,
del nostro appena trascorso piacere.



3
(Madrigale)

È il tuo viso, quel viso che appare
sulla soglia, e mi guarda, pensando
di non essere vista, o udita, e zitta
per non destarmi, si sfila le scarpe
e scivola tra le coltri, restandomi
a fianco, ma lontana.

Io penso, forse già immersa nel sonno,
che non voglio patire mai più lontananza,
anche se solo di un palmo, come ora;
e sempre senza destarmi mi accosto,
il mio petto contro il suo dorso, e subito
i sensi s'avviluppano ai cuori.





Marianna Piani
Kilkenny, Marzo 2018





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domenica 27 gennaio 2019

Giornata Della Memoria, 2019




Giornata Della Memoria - 2019






Amiche care, amici,

oggi, mentre si ravviva il braciere della Memoria, la Poesia tace, annichilita:

nulla al mondo, e quindi neppure la poesia, anche quella più grande e insostituibile, potrà mai essere adeguata a commentare, a rappresentare una tragedia immane e immonda quale fu la Shoah.
Ogni parola è inadeguata, l'arte è accecata, il pensiero si arrende, ammutolisce, la Ragione stessa arretra sconvolta di fronte alla Follia Assoluta.
Solo la Testimonianza può avere il coraggio di prendere la parola.

E intanto la testimonianza diretta sta lentamente ma inesorabilmente abandonandoci, lasciandoci nudi, indifesi e soli di fronte alla Storia. Presto, troppo presto purtroppo, anche gli ultimi testimoni diretti ci lasceranno. Quelli che ancora ci rimangono, pur carichi di anni e di dolore, ancora sentono come un dovere indifferibile quello di continuare a raccontare, a scrivere, a portare al mondo, a tutti noi la loro testimonianza. Di questo dobbiamo essergli infinitamente grati, per la loro forza, il loro coraggio, la loro formidabile resistenza.
E infatti siamo tutti atterriti al pensiero che presto queste persone non ci saranno più, accanto a noi. Resteranno certo i segni del loro operato, gli scritti, i documenti, le immagini. Ma loro, le persone, saranno altrove, ognuno nel luogo che la sua fede avrà eletto a suo ultimo approdo, e riposo.
Perciò tutto il peso della testimonianza rimarrà interamente nelle nostre mani, e interamente nostra sarà presto la responsabilità di tenere viva la fiamma della memoria, per tenere lontane le tenebre dell'odio, della paura, dell'ignoranza, della bestialità.
Non avremo più alibi, saremo come ragazzini cui mancano di colpo i genitori, che devono provvedere improvvisamente alla propria sopravvivenza. Tutto dipenderà da quanto salda sarà la NOSTRA coscienza, e solo su di essa si baserà la speranza che quanto è accaduto non debba MAI PIÙ ripetersi.


Pensiamoci: è una resposabilità immensa, su cui dobbiamo vigilare, da cui non dobbiamo flettere nemmeno per un istante. Perché la Storia - i nostri testimoni - ci hanno insegnato che il Mostro non si presenta tutto in un tratto come tale, ma che inizia con subdola intelligenza criminale ad insinuarsi nelle pieghe, nei recessi degli animi, intossicandoli, si manifesta inizialmente in piccoli dettagli, cose che sembrano trascurabili, e gradualmente, passo per passo, fa filtrare narrazioni e pensieri e azioni che istintivamente rifiutiamo di credere possibili o reali, di cui non riusciamo a valutare la pericolosità, anche per il semplice fatto che non riusciamo a riconoscere il Male camuffato nella sua goffa, a volte ridicola Banalità; e non riusciamo proprio a concepire come sia possibile che nostri simili possano davvero incarnarlo, esercitarlo, accettarlo. La nostra stessa fiducia nell'Uomo, la nostra umanità, paradossalmente, ci rende più vulnerabili perché non riusciamo a credere che certe cose siano possibili, oppure (vedi il dramma orribile dei Migranti in mare di questi giorni) pur vedendo l'atrocità daventi a noi non sappiamo riconoscerla, non sappiamo connetterla alle altre atrocità passate o presenti come un disegno unico di morte, non riusciamo a capire che ciò che sta accadendo a persone che sono lontane e diverse da noi, un giorno, in qualunque momento, una volta scatenato il Mostro, potrà riguardare direttamente anche ciascuno di noi.

Per questo, per questo incrocio di contingenze inquietanti e concretissime, proprio in questo 27 Gennaio dell'anno 2019, il Giorno della Memoria assume un significato diverso, se possibile perfino più forte e impositivo di quelli passati.

Un vento di Oblio, cavalcato da nuovi zombies usciti dal processo di putrefazione, e banali Lanzichenecchi del Male, sta attreversando l'Europa e quello che ancora possiamo chiamare il Mondo Libero.
Non a caso, secondo me, proprio ora che si sta indebolendo, come ho detto prima, la evidenza fisica delle Testimonianze Dirette, e siamo nel pieno di questo delicatissimo passaggio di consegne tra loro e noi, il Male ne ha approfittato per emergere dalle discariche della Storia e per sferrare un nuovo attacco in forze. In questo preciso momento si è creata una incrinatura nella nostra coscienza collettiva che ha indebolito, per così dire, le difese immunitarie della nostra Società, e il cancro sta tentando di insinuarcisi, con ogni mezzo, con quell'abilità sinistra che le forze del male hanno sempre mostrato nell'utilizzare le più avanzate conquiste tecniche della stesso tessuto sociale che mirano a infettare e distruggere. Questo cancro sta penetrando fino dentro le nostre vite, nelle nostre dirette conoscenze e famiglie, dividendo persone, spezzando affetti, ed è in una fase di pericolosissima espansione. Questo cancro ha un nome preciso, non voglio rimanere nel vago della metafora, si chiama nazionalismo populista (sebbene ora si presenti con molteplici falsi nomi, come "sovranismo", "leghismo", "negazionismo", ecc.), e quando avrà metastatizzato l'organismo della democrazia, allora sarà troppo tardi, e potrebbe allora (con altri modi, tempi, nomi, perché la Storia si ricicla, ma non si ripete mai uguale) scatenarsi la tragedia. Perché le tragedie epocali sono i "meccanismi automatici" di autodifesa con cui le società cercano di evitare l'estinzione. Naturalmente a costi altissimi, inimmaginabili, se non a cose finite, come sappiamo bene appunto dalla Storia.

Per questo, in questo anno particolare, in questo luogo che io riservo alla mia piccola modesta riflessione poetica, sento di dover lascare spazio al silenzio (non saprei proprio, oggi, come fare a proporre uno dei miei piccoli componimenti sulla bellezza e l'amore), e limitarmi alla testimonianza.

Perché di questo dobbiamo renderci conto, e sarà sempre più così: la testimonianza non è solo quella diretta, del martire, del sopravvissuto, di colui che l'inferno lo ha attaversato personalmente e fisicamente. È anche quella che ognuno di noi può dare, mantenendo saldi i nostri valori, agendo nella realtà coerentemente ad essi, resistendo e combattendo con la persuasione e se necessario con il rigore inflessibile della ragione contro e idee maligne e i loro profeti. Combattendo la paura, l'odio, l'ignoranza, il razzismo, con le armi più efficaci che abbiamo: la conoscenza, la cultura, la bellezza, l'amore.


Già, l'amore:
Io concludo sempre questi miei interventi con un saluto a tutte voi e tutti voi, che avete la bontà di "seguirmi" su queste paginette, con un augurio d'amore.
Perché, per quanto possa sembrare banale, solo l'amore può vincere l'odio.
E se il male e banale, il bene è complesso, difficile, impegnativo, spesso ingrato, doloroso.
Eppure, poiché la nostra stessa condizione umana è fondata su un atto d'amore primario, l'amore, sempre e comunque, vincerà sull'odio. Questo è inevitabile.
Così come la Ragione vincerà sempre, prima o poi, sulla barbarie, poiché è questa la linea e la direzione da almeno tre milioni di anni (Homo Abilis) della evoluzione della nostra Specie.

Con amore

Marianna Piani
Kilkenny, Irlanda, 27 Gennaio 2019



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sabato 19 gennaio 2019

Incontrandoti, al mio arrivo



Amiche care, amici,
dunque quasi un anno è passato. Non un anno ancora, certo, ma quasi. E, come capita spesso in questi casi, pare ieri.

Oppure, a volte, mi pare un passato così remoto da non riconoscerlo più parte del mio stesso vissuto, ma ormai storia.
Arrivai all’aeroporto in mattinata, stanca, piuttosto disorientata, lei mi attendeva. Non parlammo molto lì, solo un lungo abbraccio all’arrivo, e un bacio, lunghissimo quanto a lungo atteso, poi con la sua macchina fino alla meta finale. In macchina parlai, sì, certo, ma non ricordo di cosa. So che come al solito parlai io, tanto, mentre lei guidava in silenzio, com’era il suo uso, rispondendo più coi suoi sguardi verdi, intensi come quelli di una gatta, che a parole.
All’arrivo – nevicava – ci fermammo brevemente in un caffè, prima di salire a casa, per ristorarci (il viaggio dall’aeroporto è di due ore abbondanti). Nevicava. Mi disse che era raro che accadesse, in Irlanda, e che quindi la neve era venuta per festeggiare il mio arrivo, proprio così.
Solo allora, credo, realizzai che davvero la mia vita aveva preso una nuova strada. Milano, la mia Milano in cui avevo vissuto tanti anni, era lontana, ma non solo nello spazio, anche nel tempo, sebbene fossero passate solo poche ore.
Naturalmente avevo portato poche cose con me, quel poco consentito dalla Compagnia Aerea. I nostri due gatti sarebbero arrivati il mese dopo, con un viaggio apposta, peraltro difficilissimo da organizzare e molto costoso. Il resto, l’essenziale, lo avevo stipato e spedito in una dozzina di casse, che sarebbero arrivate nel giro di una settimana. Pensavo ai miei libri, in gran parte li avevo dovuti lasciare a Milano, erano davvero troppi per pensare a un trasferimento completo. Avevo dovuto selezionare quelli per me irrinunciabili. Gli altri, assieme a molti oggetti e mobili, sono rimasti nella mia casa di Milano, che abbiamo tenuto, per vari motivi, e che comunque tutt’ora non abbiamo ancora deciso se tenerla così, venderla oppure affittarla.
Ma questi sono dettagli e pensieri per il futuro: in quel momento ciò che contava era che ce l’avevamo fatta, che il nostro progetto, a lungo meditato, su cui avevamo tanto lavorato, si era realizzato, finalmente.
E di questo parlammo, quel pomeriggio, in quel baretto accogliente e caldo, mentre fuori cadeva silenziosamente una neve rara che ci pareva festante tutta per noi.

E di questo momento parla la lirica che pubblico qui, che è la prima cosetta che scrissi quassù, pochi giorni dopo il mio arrivo.
Parla di paura, e di fiducia, i sentimenti primari che chiunque sia migrante prova, anche un migrante enormemente privilegiato come sono io. Paura e fiducia, progetto e realizzazione, passato e futuro, commozione e disorientamento, ma nessun rimpianto.

Con amore
M.P.





Incontrandoti,
al mio arrivo


Pomeriggio, ore tre.
Amica mia, ora
siediti accanto a me,
parliamo, tesoro...

Così, vicine, mano
nella mano, soffiando
sul tè scuro bollente
di quando in quando:
parliamo, contente.

Di te, di me, del nostro
sogno ostinato; perché,
perché temere alcunché
se ora siamo così
vicine – e ci sfioriamo?

Non ci potranno mai più
fare del male, a gesti
o a parole o coi pensieri.
Saremo oggi più di ieri
forti, più forti che mai.

Tu ed io vicine,

qua in cima lontano:
te lo dissi, infine,

quanto ti amo?


Marianna Piani
Kilkenny, 5 marzo 2018


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domenica 13 gennaio 2019

Andare


Amiche care, amici,
poco prima di partire per il piccolo esilio dorato nel mio “nuovo mondo”, in terra d’Irlanda, scrissi questi pochi versi, due liriche, anzi una lirica e un frammento, che così sono proprio le ultime da me scritte in Italia. Un dettaglio che per il lettore ha poca rilevanza, ma lo ha ovviamente per me.

La prima è soltanto un frammento, solo due versi, semplici semplici, un endecasillabo e un settenario
La sintesi ungarettiana non è certo usuale nel mio "repertorio" lirico, né la bella sintesi è il mio forte in scrittura, ma questa volta dopo quelle poche parole proprio non sono riuscita ad aggiungere altro. Il tema, autoreferenziale (la “Poesia”), è di quelli che occupano nella Storia corposi trattati, e studi, e analisi infinite. Per questo credo che l’unico, onesto modo per me di parlarne, e per cercare di esprimerne per me l’importanza, sia di affidarsi all’intuizione, e a ciò che rappresenta lo strumento espressivo primario della poesia, la concentrazione. Quella che ho chiamato, in altri miei interventi su queste pagine, la densità.

Il secondo componimento, con un respiro per me più usuale, cerca di esprimere il senso della mia imminente partenza, che tra tutte le partenze e gli arrivi della mia vita, rappresentava allora qualcosa assolutamente al di fuori dell’usuale, una vera e radicale discontinuità di ciò che allora era ancora il mio presente, e un balzo verso un futuro ancora oscuro, ma già pensato come definitivo. E tutto ciò che in quel momento sentivo come esigenza preminente, era l’atto stesso del partire: più ancora che il senso del “movimento”, del “viaggio verso” sentivo in quel momento l’urgenza e la perentorietà di quel “andare”. Andare, non “partire”, l’atto tutto spirituale di questo “muoversi verso” contro l’atto meramente fisico del “viaggio”. Movimento come mutazione anziché  semplice spostamento: lo “spostamento” è un moto fisico, lineare, di un corpo nello spazio e lungo un vettore preciso. Mentre “mutazione” è il movimento in coordinate di spazio e tempo, strettamente connesse, e senza una direzione necessariamente precisa, e meno ancora predefinita.

Anche per questo mi è sembrato naturale che il titolo (una parte della struttura di senso di un componimento che io non trascuro quasi mai) si inglobasse in certo modo nel corpo stesso – significante – del testo.

Le presento assieme, queste due liriche così diverse, quasi antitetiche, non solo perché scritte in immediata sequenza temporale, e non soltanto per la brevità della prima, ma perché questa, in qualche modo, è la premessa necessaria della seconda. Sono vincolate tra loro in modo sottile e misterioso, e quindi mi sento di doverle pubblicare insieme, con una numerazione che ancor più le lega in un discorso unitario.

Vi lascio alla lettura, amiche e amici, con gratitudine, sempre, per la vostra presenza, e con amore.

M.P.




1


Poesia



Svagàti versi, per persi pensieri,

 

e daccapo, ripresi.






2


Andare


amica mia, per le vie affollate
rumorose e cieche della città
malata, della città genuflessa
che accoglie e ripudia
in un solo gesto magnanimo
e insieme infame, che include
e rigetta tra i liquami la stessa
propria Storia; che non sa più pregare.

Andare, passo per passo, perdute
nel vuoto del nostro pensiero,
lasciare che siano gli istinti
a dettare le svolte, le rincorse,
le fughe, gli sbandamenti, e le cadute:
così non dovremo biasimare
per nulla più la nostra viltà:
tutto sarà alla fine spiegato.

Andare a cercare le luci
per non svagare, per il terrore
che ci impone la tenebra
quando ci avvolge di confortevole
ambascia, e per la luce offesa
che ci rivela la via percorsa
e quella che ancora ci resta
da fare, arrancando, esauste.

Andare: riconoscere in questo tempo
ormai avaro, oramai inumano,
ormai del tutto sottratto di senso
e di direzione, andare, e riconoscere
le tracce del nostro passato,
sconcertate. Non possiamo più
indugiare, ogni minuto trascorso
non è più ciò che per noi fu,
in passato, quel minuto: un passo
ancora verso il futuro: ora è solo
tempo perduto, e dimenticato.

Per questo, amica mia,
potrei andare, così, anche con te,
procedendo all'infinito, illusa,
come fosse un'orbita finita
a chiudere l'ellittica della vita,
ritrovando il senso primordiale
dell'infanzia che ebbi libera,
e ribelle, e sana: colà
dove tutto di me ebbe inizio.

Che fu principio; e subito la fine.



Marianna Piani
Milano, 20 Febbraio 2018


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domenica 6 gennaio 2019

Come una profezia




Amiche care, amici,

buon inizio anno, innanzi tutto, a tutte e a tutti coloro che hanno la ventura di passare, anche solo per una veloce occhiata, tra queste pagine.
Ho già espresso ciò che più mi angustia, in questo periodo, e ciò che in un modo o nell’altro mi spinge ancora a scrivere, qui e altrove, nonostante tutto, nonostante l’impegno e a volte la disperazione che questo comporta.

Vorrei aggiungere che il “lavoro” della scrittura per me si svolge prevalentemente – se non esclusivamente – di notte, non prima delle 23, più spesso dopo le 24, e si protrae nelle ore “piccole”, a volte fin dopo le tre o quattro del mattino.
Questo non soltanto perché il resto della giornata è occupata dalla attività che mi dà da vivere (e io lavoro da freelance, quindi senza orari e compresi i sabati e le feste comandate), e nemmeno per la forza di una abitudine che risale ancora ai tempi dell’adolescenza, ma piuttosto perché quelle sono le ore in cui posso avere un rapporto più diretto e concentrato sui pensieri e sulle parole che sento la necessità di esprimere. Se l’architettura si avvale di pietre e mattoni, la musica di strumenti e suoni, la pittura di forme e colori, la scrittura ha la sua materia prima nella parola. E non solo nel significato di essa, e nel rapporto che essa ha con le altre parole per organizzare un discorso, una narrazione, o una narrazione; ma anche, forse addirittura prevalentemente nel caso della poesia, nella sua forma più materiale, visibile, di forma, suono, accento, fino all’intreccio visivo dei caratteri tipografici che la compongono.
Per raggiungere questa profondità di indagine, almeno per me le ore notturne sono da sempre l’ambiente ideale, in ogni caso l’unico che può darmi la necessaria concentrazione, la solitudine, il silenzio – anche mentale.

Naturalmente so che si tratta di una cosa del tutto personale: ogni scrittore, grande, meno grande o infimo, intrattiene un suo approccio “privato” e unico con la scrittura. Non ci sono formule o ricette, per quanto si sforzino le scuole di scrittura creativa. Esistono sono scrittori la cui chiarezza mentale è così solida e sicura da poter essere tradotta nella scrittura anche in mezzo alla confusione, in mezzo a una folla, o in situazioni di stress che per me sarebbero insostenibili.
La mia capacità di concentrazione è invece decisamente fragile, insicura, evanescente, e quindi devo proteggerla da sovraesposizioni all’esterno se voglio cercare di coglierla viva.

Vi lascio alla lettura di questa riflessione, come sempre, se vorrete.
Con amore

M.P.





Come una profezia


A notte fonda mi vengono in visita
le parole, che non sono voci,
non son pensieri, né formule di
preghiera, né intenti precoci:
sono solo parole, in fila, con il lume
nelle mani, come una processione
di vergini la prima notte spose,
a voler scacciare il buio ansiose.

È il momento, non c'è chiasso
della folla, né fracasso di vetture
e furgoni, né scampanìo volgare
di telefoni cellulari.
Per questo vengono, una per una,
le parole, e s'affollano per uscire
allo scoperto, non più impaurite
dal clamore del mondo intorno.

(Tutto questo, solo questo,
è la poesia - come l'intendo io:
nulla che non sia già detto,
che viene in luce dalle tenebre
dell'oblio, che si svela
nuda parola per nuda parola
sola e trepida nella notte -
come una profezia.)



Marianna Piani
8 febbraio 2018

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sabato 29 dicembre 2018

Futile scommessa



Amiche care, amici,

In queste ultimissime giornate dell’anno, nel silenzio di una tipica mattina d’inverno, con poca gente in giro, rifletto su quanto quest’anno è stato di svolta per me, con la contentezza per la mia “emigrazione felice” in un nuovo Paese, decisa e realizzata per amore, e l’angoscia, la tristezza per la situazione in cui ho lasciato il mio Paese, caduto nelle mani di una maggioranza retriva, reazionaria, carica di risentimento e in molti casi di odio vero e proprio.

Un conflitto interiore, tra la felicità che ho potuto raggiungere a livello personale, in tutti i sensi, dopo anni di burrasca, di squilibrio profondo; e tutto ciò cui in questi ultimi mesi ho assistito, in una specie di crollo globale di etica e politica, nel quale vedo minacciati tutti i miei ideali, le mie certezze, la mia fede nell’Umanesimo e nella Umanità dell’Uomo.

Questo conflitto mi ha gettato in una crisi personale, devo confessare, molto profonda, da una parte dovuta alla sensazione di non aver saputo dire e soprattutto FARE abbastanza in passato per evitare che tutto ciò accadesse, e dall’altra per la potente necessità sopravvenuta ora di AGIRE, con tutte le mie forze, per resistere a questa specie di dissoluzione, ma nello stesso tempo un senso di inadeguatezza, di impotenza, di fronte a una frana che pare inarrestabile.

Io, come donna, come pacifista, so di avere poche armi a disposizione per poter combattere questa battaglia, e le sto usando tutte: convinzione, accoglienza, partecipazione, dove, come e quando posso. Ma ora sono lontana, e, egoisticamente, sono molto tentata a esserne semplicemente contenta, contenta di essere lontana da un Paese che non riesco più a riconoscere, né ad accettare.
Ma sono troppo consapevole che ormai non esistono “isole felici”, e che questo crollo etico e morale sta coinvolgendo l’Europa intera, anzi l’intero mondo Occidentale. Non è più possibile stare a guardare, far finta di nulla, godendo del residuo dei propri privilegi. Brexit, Trump, il Climate Change, le destre più o meno estreme che dilagano un po’ ovunque, sono tutte cose connesse e globali, inutile illudersi.
Io, per mestiere e per diletto, sono, diciamo, una artista, e questo, per quanto di modesto talento io sia, mi impone ancora più grandi responsabilità, perché l’espressione (in immagini o parole, non importa) non può essere un rifugio, una fuga, un semplice sfogo di edonismo e narcisismo. Sono al contrario un impegno, un “contratto” stretto con il mondo, che mi concede il grande privilegio di esprimermi, ma pretende in cambio da me la Bellezza e la Verità.
E infatti, sia professionalmente che nel mio piccolo “rifugio” di dilettante della parola, in questi ultimi mesi sono precipitata in una crisi difficile, prolungata.
Da tempo sento il peso del lavoro, la mano sembra stanca, infelice, disegno meno, fatico anche di più a farlo su commissione (ciò da cui ricavo tutto il mio sostentamento), e scrivo meno, molto meno.
In compenso studio e leggo molto, cerco disperatamente di trovare una ragione alla mia stessa esistenza, di rinnovare quella che chiamiamo “ispirazione”: il sussurro, i toni tenui, mi sembrano ormai del tutto inadeguati, a me che vorrei gridare…

Questo componimento, che scrissi ormai quasi un anno fa, lo pubblico ora perché mi sembra esprima bene il mio disorientamento, e la mia ricerca, a provvisoria chiusura di queste note.

Amiche dilette, amici, vi lascio dunque alla lettura, con un caldo ringraziamento per la vostra presenza, e un caro, sincero augurio per l’anno che viene: come sempre, con amore. Che poi, alla fine, è tutto ciò che conta, tutto ciò che ci rimane, tutto ciò che rimane, dopo di noi, al mondo.

M.P.




Futile scommessa

Questi versi miei impudenti,
in perpetua ricerca di forma,
di ritmo, di suono, di senso,
di forza, di accento: versi
in certo modo indecenti
nella loro sfacciata nudità.

La nudità,
del corpo, della mente,
delle parole che spillo
su queste pagine bianche,
non sono voglia di seduzione,
non sono adescamento

dell’attenzione.
Sono solo espressione
di innocenza, una cadenza
in coda al concerto primo movimento
della mia vita, per quanto smarrita,
per quanto svagata sia di speranza.

Ovvero almeno una sparuta speranza,
ché la fede è già finita, sepolta,
per tempo e da tempo, immemore
tempo, per così dire.
La mia fede nell'Uomo, cui fui educata,
dove si è rifugiata?

Sono ben cosciente ormai
della fine mia, e del vano
trascorrere del tempo,
la vita infine è una futile scommessa
che non si vince: il banco –
o è forse Dio? – vince sempre.




Marianna Piani
Milano, Febbraio 2018

mercoledì 19 dicembre 2018

Alcun rimpianto



Amiche care, amici,
la mia vita, come per molti, è stata un lungo, doloroso confronto tra la originaria purezza e innocenza - alimentata dalla luce di una infanzia sempre più flebile e lontana - e la corruzione, la perdizione portata dalla conoscenza, e dal desiderio, che di conoscenza è assetato e si alimenta. Il conflitto tra Innocenza e Conoscenza, il "Peccato Originale", è credo il destino primario della condizione umana. Il suo dramma e privilegio, nell'ordine naturale dell'universo.
La conoscenza della morte, e della propria mortalità, rappresenta la fine definitiva di ogni innocenza.
Ed è ciò che cerchiamo per l'intera vita di comprendere - poiché conoscere non significa necessariamente comprendere - e quindi di superare, affidandoci all'unica possibilità di ritrovare l'originaria innocenza, tramite l'amore.
È in questo senso, alla fine, che l'amore può davvero trascendere la morte.


(In questo testo ho sentito la necessità di lavorare più con le linee melodiche, le rime, piuttosto che con gli armonici e i ritmi, che ho lasciato spezzati, alquanto difformi, nel tentativo di rendere sensibile il tema di fondo, che è quello del contrasto, del conflitto interiore, sempre così drammaticamente accentuato nell’anima femminile.)

Vi lascio alla lettura, come sempre, con amore.

M.P.




Alcun rimpianto


Questa mia dissennata percezione
oscilla come un pendolo
tra verità e illusione, marcando
così un tempo ch'è già esaurito
prima ancora di essersi mostrato.


Ogni pensiero mio ha un lato
autentico e sincero, e nel contempo
è una finzione, pura immaginazione.
Ogni parola esprime sé sola, eppure
sa di avere in sé il senso profondo
e sensibile del mio essere nel mondo.


Allo specchio indugio ed esploro
quel sembiante disarmonico di donna
e di pudore femminile che io sono,
impigliato a un sorriso che si schiude appena
da labbra troppo timide, troppo infantili.
Mentre dagli occhi scuri come notti


senza luna, trafila un magma
ribollente di passione. Se tutto ciò
non sarà peccato, se non sarà
lussuria e perdizione sarà perché
troppo puro e libero è rimasto
il cuore mio, troppo vergine e fecondo.


E troppa è la purezza che ho dissipato
con il mio lacerante aprirmi al mondo
senz'altra protezione che la mia fede
nella verità d’un amore ritrovato.


La vita forse ha fatto e farà strazio
di quest'anima votata al canto
e al pensiero alieno da ogni giudizio:
ma di ciò non provo alcun rimpianto.




Marianna Piani
Febbraio 2018





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