«La Poesia è Scienza, la Scienza è Poesia»

«Beauty is truth. truth beauty,- that is all
Ye know on earth, and all ye need to know.» (John Keats)

«Darkness cannot drive out darkness; only light can do that. Hate cannot drive out hate; only love can do that.» (Martin Luther King)

«Não sou nada. / Nunca sarei nada. / Não posso querer ser nada./ À parte isso, tenho em mim todos los sonhos do mundo» (Álvaro De Campo)

«A good poem is a contribution to reality. The world is never the same once a good poem has been added to it. A good poem helps to change the shape of the universe, helps to extend everyone's knowledge of himself and the world around him.» (Dylan Thomas)

«Ciò che premeva e che imparavo, è che in ogni caso non ci potesse mai essere poesia senza miracolo.» (Giuseppe Ungaretti)

sabato 31 gennaio 2015

Mattinale settembrino


Amiche care, amici,

Mi è stato chiesto di sovente perché io "presenti" o commenti le mie cosette con introduzioni come questa, e non lasci invece parlare la composizione, da sola e con le sue sole forze.
È vero: probabilmente si tratta di una forma di imbarazzo. Ogni composizione mi mette a nudo, a volte con gioia ed eccitazione, altre con dolore e disillusione, e in qualche modo presenta le mie emozioni e sensazioni direttamente a chi vuole leggere, senza intermediazioni o difese, o barriere sociali o culturali.
Per questo non ho cuore di lasciare "da sole" le mie composizioni: come una buona mamma trepidante le "accompagno per mano", fino alla soglia del Mondo. La presentazione ha quindi per me un valore di esorcizzazione della mia personale riservatezza e timore. Ma non solo questo: nell'intenzione è un messaggio rivolto a voi, in quanto lettori, fedeli o sporadici, di questi pensieri tradotti in versi, e per questo queste brevi (o meno brevi) premesse vogliono essere una forma di rispetto ed affetto nei vostri confronti.

In questo caso particolare, si tratta di una breve meditazione intessuta di immagini e di ricordi, quale io amo più di tutto fare. È in sestine libere, una forma molto armoniosa ed elegante, secondo me, che mi aiuta a rendere in qualche modo sensibile la dolcezza e insieme la malinconia di questi appunti. Li ho scritti sul chiudere dell'Estate, appena rientrata da un breve viaggio nei miei luoghi nativi (Alto Adriatico). I luoghi descritti sono più immaginari che reali, o meglio, sono l'espressione di un accumulo di memorie visive e sensazioni che avevano l'urgenza di essere espresse.

Non procedo oltre con l'interpretazione, è giusto che siate voi in quanto lettori ad appropriarvene, se lo vorrete, in piena libertà e autonomia di pensiero.


Li condivido con voi, amiche dilette e amici fedeli, come di consueto, con amore.


M.P.




Mattinale settembrino


Dolce fumo che s'inanella
attorno ai fusti del sambuco,
dolce tenue brezza mattinale
che s'inerpica sulle calli
che si fuggono dal porto
verso i colli ingombri d'arboreti.

Dolce aroma delle verbene
che indugia tra le chiome
degli olmi lungo i viali.
Dolce la foschia sull'onde
quiete di bonaccia mattutina,
ove il mio cuore si nasconde.

Dolce il suono dell'attesa
spesa accanto alla finestra
affacciata in viso al golfo.
Tenero quel mare schivo
che sospira assieme a me
il distacco della distanza.

Dolce declivio del pensiero,
giunto a sorvolare l'orizzonte
per trovarvi infine pace. Dolce
il rintocco antico e grave
della campana che richiama
donne antiche alla funzione.

Dolce il brusio veicolare
dei primi avventurosi umani
che sfrecciano nel tunnel tetro
della tangenziale. Ognuno
col suo fardello d'illusioni
e sconfitte amare da scontare.

Presto giungerà novembre
recando aure di tristezza
impigliate ai rami dei roveti,
e spiriti inquieti tra le pietre
incandidite dei camposanti.
Chiuderanno le finestre

i palazzi delle vie centrali
e chiuderanno gli occhi
gli amanti nel darsi baci,
avvinghiati alla loro fede
per riscaldarsi. Ostinata,
a lungo io ricercherò la mia.

Ma per ora scende
il raggio d'un dolce sole
sulla mia fronte, e gioca
come un bimbo imbronciato
tra i miei capelli e pare
un diadema fragile di stelle.


Marianna Piani
Milano, 26 Agosto 2014

mercoledì 28 gennaio 2015

Io – Divisa



Amiche care, amici,

questa composizione, rimasta senza data o luogo precisi, è nata subito dopo uno di quei miei momenti di disorientamento, quando la mia mente svapora e mi trovo per qualche ora in un doloroso stato di sospensione, incapace di ragionare o di uscire dall'intrico della mia confusione. So da tempo che questi precipizi improvvisi e devastanti sono una espressione inevitabile della mia Silenziosa Compagna, che è destinata a restarmi accanto per il resto della mia vita. Il saperlo non mi consente né di governarli, né di prevederne in qualche modo l'arrivo, arrivano e basta, sono del tutto al di fuori della mia esperienza cognitiva, per non parlare della mia volontà.
In quei momenti, che possono dissolversi in poche ore - con l'aiuto dei fermaci - oppure ostinarsi nonostante ogni sforzo di arginarli per più di qualche giorno (ciò accade di rado, per fortuna), in quei momenti dicevo mi sento letteralmente spaccata in due, cento, o anche mille pezzi, frammenti di un mosaico che non sono in grado in alcun modo di ricomporre.


La scrittura?... Bene, la scrittura non è terapeutica, credetemi, anche se qualcuno lo potrebbe pensare, non "cura" un bel nulla, e in fondo nemmeno lenisce il male, e nemmeno ne riduce la durata o la frequenza. Del resto, nel corso di quei momenti io non sono in grado di scrivere anche una sola singola parola: il pensiero è sospeso, annullato. E inoltre nessuna scrittura di qualche senso potrebbe originarsi da quella confusione, da quella emozione del tutto destrutturata, un poco come lo sono i versi centrali di questa "canzonetta".

Ma con la scrittura posso tentare almeno di comprendere, nel senso letterale del termine: di raggranellare i frammenti, i cocci, per tentare di dare un qualche senso compiuto alla mia vita.

Amiche dilette, amici, condivido con voi questi mie pensieri, come di consueto, con amore.

M.P.


(P.S.: Il titolo si richiama al celebre saggio di Ronald Laing "The Divided Self" - 1955)





Io – Divisa


C'è chi sa intonare un canto
fluente, come un rivo
che dal monte giunge al mare
così, semplicemente.

Io ho ingombro di pietre
il letto del mio torrente, che frangono,
tagliano, frantumano, feriscono
la corrente.

Ciò che io vedo, nello specchio
è la frattura, il frammento
la scheggia schizzata
via dal piano.

Una mano, forse la mia stessa
v'ha scagliato un sasso, un tempo,
l'anima che vi si specchiava
ormai è dispersa.

Fratta, disgiunta, spaccata,
avulsa, non più una, cento mille
tessere d'un mosaico scomposto,
esploso dalla parete.

In ogni coccio, sul terreno,
sono io, identica ma differente
- da me, e dalle altre cento
me stesse, irrelate.

Vi è chi ha provato a ricomporre
questi cocci, forse io stessa,
ferendomi più volte le mani
sui margini taglienti.

Ho dato - ho sorriso - forse ho pianto -
ho creduto - ricucendo - incollando -
ho cercato la mia essenza - lo spirito
mio ancora franco.

Il corpo - di donna - desiderata -
a pezzi sul selciato - violata -
abbandonata - bleedin' blood
from her lips.

Eppure libera, come una brezza
che penetra ogni spacco, o connessura
tra pietra e pietra, s'insinua oltre i muri
di questa galera.

Ma prigioniera - di fatto -
tra muri di molecole
in fissione - e grido, al mondo -
la solitudine è disperante -

per lei - e lei - e lei, cioè io -
pezzi, che sono ognuno
ciò che io sono - inutile cercare
la saldatura -

Non si rimargina - la ferita -
il discorso - è incoerente - ecco sono
ciò che sono, incoesa: sono io,
ma non io, sono l'altra.

Un'altra donna, che si torce
che vorrebbe scomparire, oppure
che svanissero le altre mie, nel nulla
da cui s'erano manifeste.

L'inferno è nella mente, quando cerca
la risposta alla marea salina
che potrebbe investirmi in ogni istante
d'infinita prostrazione.

Il dolore sale, dal profondo
del cuore - Ho io un cuore? Uno solo?
Oppure cento? Cent'anime? Cento corpi vivi?
Oppure solo gelide figure

rifratte? Tremo quando gli angeli
verdemuschio mi afferrano e mi involano
per la stanza - candidamente bianca -
come un paradiso

di sventura - per tornar me - dicono -
e infatti io ritorno, quasi sempre,
spezzata, ma non piegata, ferita,
ma mai vinta.

Presumibilmente, ancora per un po'
procederò sulla mia via esposta,
senza sapere chi io sia,
percorrerò il mio torrente

fino al termine della valle.
Poi, mi riverserò nel piano.



Marianna Piani
Agosto 2014

martedì 27 gennaio 2015

E l'uomo negò


Amiche e amici,

Oggi, 27 Gennaio, Giornata della Memoria.

All'inizio di questa giornata mi chiedevo se la Poesia "può".
Dicevo che non solo può, ma deve.

Per questo lascio queste righe, di circostanza, ma, spero, nobilmente tali

Con amore, che vince e vincerà, sempre.

M.P.





E l'uomo negò


E l'uomo negò all'Uomo
la sua Umanità.
Ma non fu la Vittima
a vedersela negata.
Anzi testimoniando
le sue ferite, il suo costato
trapassato, il suo dorso
spezzato, i suoi polsi
piagati, il suo grido blasfemo,
Egli ebbe nel suo destino
d'elevare l'Umano
alla pura luce dell'Intelletto
al riflesso della Santità
alla Grazia dell'essere
in Vita.

Fu il Carnefice, invece,
che in sé uccise in eterno
ciò che v'era d'umano,
o di naturale, o di Santo,
o di empio finanche,
fu il Carnefice,
nel suo stesso atto
di cieca invidia di vita
a massacrare in sé stesso
ogni Vita.
Fu il Carnefice a calare
sul proprio collo la lama
del male, e a marcire
inumano, non umano,
per sempre.

Da allora noi tutti -
noi tutti!
mai più potemmo dirci innocenti.



Marianna Piani
Milano, 27 Gennaio 2015

sabato 24 gennaio 2015

Ritornar Sirena


Amiche dilette, amici,

vi va una fiaba?...


Ricordo con molta precisione il momento e il luogo in cui buttai giù i primi versi di questa cosetta, e come avessi avuto esattamente la percezione del racconto, nella sua interezza, tutta in un unico respiro (gli antichi avrebbero detto "afflato") narrativo. Non mi capita spesso: il momento della prima stesura usualmente si appanna nel ricordo, fino a scomparire del tutto. E mi accade ormai piuttosto di rado di comporre "di getto", in un'unica soluzione: mi accadeva tempo fa, ma ora ho bisogno di maggiore cura e maggior lavoro.
Questa invece la abbozzai - a partire dal titolo, altra particolarità, poiché nella maggioranza dei casi per me il titolo appare per ultimo - mentre sedevo, quest'estate, in cima a un vecchio molo, nel porticciolo di Grignano, adiacente alla mia città natale (Trieste), nel corso di una mia breve visita fuggitiva.


La "fiaba" di cui vi accennavo all'inizio è quella d'una Sirena per sortilegio d'amore mutatasi in umana, che con struggente nostalgia sogna di ritornare ad essere la creatura che fu.

Vi lascio alla lettura, amiche dilette e amici, come sempre, con amore.

(Dedico in particolare questa poesiola alla amica Paola C., che nei paraggi di queste rive - beata lei - vive)

M.P.





Ritornar Sirena
 

Raggiunsi la cima del breve molo
ad ascoltare il cantar del vento
che intonava tra le sartie tintinnanti
la sua nenia dolceamara alla marina.

Ricordo che inciampai nello sconnesso
lastricato, e mi fermai per lasciare
i sandali corallo, troppo arditi
per quei vecchi sassi scompigliati.

Saggiai il contatto dei miei piedi scalzi
con la pietra ancora tiepida di sole,
e provai un piacere intimo, e segreto,
nel poggiare la mia pelle sul granito

consumato dal salso e dal picchiare
dei fortunali. E così, a gambe nude
e con i sandali appesi alla borsetta
avanzai fino al limite del moletto

dove intessevano voli rabescati
i gabbiani indifferenti a ogni umano.
Pensai di scendere i gradini pian piano
per immergermi nelle onde quiete

che carezzavano la sponda,
così sentirmi rimutare in sirena.
E trasfigurata scomparire infine
dal mondo per fluttuare, danzando

sopra i candidi anemoni del fondo.
Respirare, finalmente, ritornando
al mio elemento, l'onda e il canto:
via in eterno dalla soffocante

agra superficie della terra, via
dal mortale inaridito mondo.




Marianna Piani
Grignano, Trieste, 22 Agosto 2014

mercoledì 21 gennaio 2015

Turno di notte


Amiche care, amici

Ritorno a uno dei miei "temi" di scrittura preferiti, quello del quadretto, della fotografia d'ambiente, dell'acquerello, del paesaggio con figure.
Il mio mestiere, di disegnatrice e illustratrice, e il mio diletto di scrittrice, mi portano spesso, specie in prossimità delle date di consegna o di pubblicazione, a lavorare senza orario, anche nel cuore della notte, e - sempre - all'alba.
Non me ne dispiace affatto. La Natura mi ha dotata di una curiosa facoltà, quella di poter mantenere l'attività e la veglia per una media di almeno venti ore al giorno, e dunque non lo sento come un particolare sacrificio. Medici me lo sconsigliano vivamente, in quanto non pare essere un toccasana né per il mio organismo fisico, devo dire piuttosto forte, né per la mia mente, quella invece già di suo abbastanza incerta.
Ma così è, e quindi non mi faccio mai mancare le mie ore di lavoro notturno, così come ciò non impedisce che io mi alzi nelle prime ore dell'alba, per continuare i miei impegni.
Come dicevo, non me ne dispiace, anzi, l'atmosfera intima e tranquilla della notte, quando tra l'altro sei certa che il tuo cellulare rimarrà muto, e che nessuno verrà a disturbare la tua concentrazione, mi aiuta in un lavoro che, alla fine, è creativo, e in quanto tale richiede sempre l'intera mia dedizione.


E bella, dolce, vagamente misteriosa è l'atmosfera che mi circonda, e la realtà  un po' surreale che ha il suo teatro di là dalla finestra, nella città inquieta, semincosciente.

Ecco, queste sensazioni, questi pensieri, vorrei condividere con voi, amiche dilette e amici, come di consueto, con amore.

M.P.





Turno di notte


Le mie notti, le mie veglie
che paiono infinite, e sono
solo sfinite, sopra la tastiera
bianca, al lavoro, stanca.

Ascolto il silenzio del mondo
oltre i vetri accanto,
povera fragile barriera
tra me e quel vuoto immoto.

Mi tiene per mano
per non farmi smarrire
il ronzio di un traffico lontano
rarefatto come l'attesa

di una tempesta all'alba.
Amo queste ore che sono
solo in apparenza disperate
e scavate d'ogni presenza.

Amo sospendere la mano
dall'impegno, e la mente
dal pensiero, e sogguardare
dall'alto le disertate strade.

Sempre mi stupisce
l'unica presenza solitaria
d'un uomo che s'affretta
nella luce del lampione

e scivola subito nell'ombra.
E il crocicchio verso il viale
dove fumano due angioli senz'ali
che ogni notte fino all'alba

offrono cenci d'illusione
e boccate d'emozione
d'un amore inverecondo
a chiunque ne stia chiedendo.

Il senso di esser sola
in queste ore in me s'accentua,
fino alla sofferenza,
e s'accentua l'acutezza

di ogni senso acceso,
come quelli d'una gatta
che sorveglia la nidiata.
Sento i passi di quell'uomo

ribattere il selciato desolato
fino a quasi quando si dilegua
alla fine dell'isolato.
Non è desolata l'ombra, nella notte.

Lo è il livido bagliore
dei lampioni al sodio.
Non è solitaria la mia fatica
ma ricolma di presenze.


Inquieta. Non più stanca.
Non staccherò, fino all'alba.



Marianna Piani
Trieste, 20 Agosto 2014

sabato 17 gennaio 2015

Cera Persa


Amiche care, amici

Questa mia composizione parla di un amore alla fine e di ciò che rimane dopo di esso, ma è anche un po' una riflessione sulla Memoria, che vorrei condividere con voi.
Non parlo della Memoria Storica, della memoria documentale, o culturale, della memoria dell'avventura e della Civiltà dell'Uomo - ciò per cui mi batto opponendomi ferocemente alla riduzione digitale di tale memoria, e quindi alla sua programmata annichilazione.
Parlo della Memoria della singola persona, quella che lega ciascuno di noi, come individuo, a persone e luoghi che abbiamo vissuto e amato, e che scompaiono ineluttabilmente nella corrente del Tempo. Il breve tratto di tempo che ci è dato vivere.

Questo è anche uno di quei casi in cui, se scrivessi ora questa composizione, la scriverei in modo del tutto diverso.
Non quanto alla forma, o alla tecnica compositiva, questa è in continua evoluzione, per me, e ciò è connaturato nel lavoro stesso della scrittura. Il tempo che io frappongo volutamente tra la prima stesura di uno scritto e la sua "pubblicazione" risponde proprio a quest'esigenza di rivedere - lontana ormai la primitiva e più emotiva "ispirazione" - la mia scrittura alla luce di questa evoluzione, o maturazione, o mutazione, non soltanto formale, ma anche in molti casi di linguaggio e contenuto.
Ma questo particolare è uno di quei casi in cui proprio il significato ultimo, il motore della composizione non coincide più del tutto con il mio pensiero.
Non in tutto, beninteso, ma in un punto qui - credo - sostanziale. Al tempo in cui ho scritto questi versi mi trovavo in un periodo piuttosto felice, quasi sereno, era piena estate, in piena luce, e prospettive nuove mi si aprivano innanzi. Dunque la mia riflessione era certo improntata su una profonda malinconia, ma in fondo a questo percorso vedevo una apertura, una positività finale dell'esperienza della Memoria.
La Memoria - mi dicevo - è sì costruita sul vuoto, sull'assenza - altrimenti non sarebbe memoria - è un guscio vuoto, un calco in negativo in cui noi ci sforziamo di riconoscere ciò che non c'è più, ciò che abbiamo perduto.
Tuttavia, alla fine, qualcosa di tangibile - nell'anima - ci rimane, come elaborato di questa memoria: come il calco da cui ricaviamo la fusione di un'immagine in bronzo. Così pensavo.
Ora mi sto rendendo conto come questo nulla su cui è fondata la nostra memoria, questo non restituirci in realtà nulla dei nostri affetti, delle nostre nostalgie, nulla più che un simulacro, è la autentica condizione umana, ed è il suo dramma. La memoria ci illude, ma non ci preserva in alcun modo dal trascorrere del tempo, che fa dei nostri ricordi soltanto un segno percepibile del suo passaggio. La memoria è un simulacro, appunto, ma il simulacro non è il Dio. Il Dio è presenza, è azione, è costanza. Il simulacro fissa soltanto un chiodo nella parete del tempo, ma a questo chiodo non possiamo affidarvi altro che non sia la nostra infinita malinconia. Nulla di ciò che rappresentiamo è veramente ciò che è stato, e nulla di ciò che è stato ci ritornerà, mai.

Dunque siamo soli con la nostra disperazione? Dunque meglio l'oblio, meglio la condizione di abbandono al nulla, il "tempo puntiforme", così distintivo della follia?
Ne so, di follia, abbastanza per dire che essa non consola, non ci rende incoscienti in modo sereno, tutt'altro. La follia ci rende disperati, per motivi opposti, ma forse in modo ancor più atroce e doloroso. Poiché la nostra allora diventa una realtà del tutto priva di peso, di direzione, di orientamento. E questa solitudine nel cosmo rimane la nostra ultima precisa coscienza.
La Memoria dunque è inevitabile, se non vogliamo perdere ogni senso del nostro cammino, breve o lungo che sia…

Amiche dilette, amici. Un abbraccio, con amore

M.P.




Cera persa


Come posso evocare la tua bellezza
Angelo, ora che con un frullo d'ali
hai preso il volo con il sibilo ovattato
d'una civetta, o il tonfo vellutato
d'una falda di neve che piomba sopra il prato?

Ora che m'hai lasciata, smarrita,
a contemplare accanto a me il paesaggio
desertificato del nostro letto sfatto?
Ogni grinza, ogni piega ogni falda
di quelle coltri sono il calco e la memoria

delle tue forme, del tuo corpo teso
come un arco pronto alla scocca: qui
eran le tue gambe di daino ansiose,
qui affondavi i piedi che io baciavo
inebriata, come fossero corallo.

Qui premeva il tuo bacino sazio d'alba,
qui palpitava quel tuo seno saldo
che era oggetto di ogni mia venerazione,
qui si versavano i capelli come un fiume
di miele, dolci come miele, come il miele

odorosi di fiori e di primavere
trionfanti; qui le mani, le tue mani
sante artigliavano le coltri esangui
nei momenti in cui ti avevo in mio potere
e ti udivo spirare di piacere.

Rari e brevi quegli istanti, Sovrana,
in cui ti lasciavi possedere, ma fiammanti.
Impressi a fuoco nella mia mente.
Eppure, se io cerco ora di rivedere
nell'oblio la tua figura, non ti colgo.

Io non ti vedevo già da tempo, dolce
ormai sentivo il tuo esistere soltanto
dal contatto della tua pelle sulla mia,
dall'umore vellutato delle tue labbra,
dal peso del tuo viso tra le mie mani

prigioniero, qual ero io di te:
non ti sapevo più vedere, come
non possiamo vedere in faccia il sole
che ci acceca, ma percepiamo
la piena sua presenza dal suo calore.

Rammentare la tua bellezza ora,
è esprimerla da un vuoto, dall'assenza –
dal cavo il pieno, dal vapore la sostanza,
dalla nostalgia la vita, dal calco il volto:
così come dalla cera si forgia il bronzo.


Marianna Piani
Trieste, 18 Agosto 2014

mercoledì 14 gennaio 2015

La traversata


Amiche care, amici,

Da sempre il lago, qualunque lago, ma il "mio" lago in particolare (il Lago Maggiore), esercita su di me un fascino speciale.
Il lago per me rappresenta la serenità e la pace, contemplata al mattino nelle giornate di Marzo, o di piena Estate.
Rappresenta il passaggio, la possibilità di traversare da una riva all'altra, praticandone la superficie come un uccello lacustre, in volo, oppure pigramente remigando nella quiete, come una testuggine d'acqua.
Rappresenta lo specchio di un intero mondo, oppure di me stessa, specchio nitido, appena velato dall'acqua intorbidita dalle correnti del fondo.
Rappresenta anche il turbamento e l'angoscia, e assieme l'attrazione finale, dell'annullarsi, del perdersi. Un luogo così accogliente, confortevole e gelido da essere mortale.
Quante volte, amiche mie, mi sono trovata immobile, sul bordo estremo della banchina, a riflettere la mia immagine, e a pensare, a immaginare, cosa accadrebbe se decidessi per un balzo in quelle acque… Con l'obiettivo di raggiungere l'altra riva. Qualunque essa sia.

Condivido con voi, amiche dilette e amici, questi svagati pensieri, con amore

M.P.






La traversata
 

Le acque erano scure, inquiete.
Da qui fino alla riva di fronte
un'unica immensa piana di vetro
come un cielo conturbato - capovolto.

Era sera. Immaginai allora
di attraversare quel braccio di lago
tutta sola, in una sola notte,
con il mio nuoto pigro e ostinato.

Mi sarei spogliata qui sulla riva,
avrei aggiustato il mio Speedo azzurrino
con le spalline incrociate alle spalle,
e avrei atteso senz'ansia l'istante.

Quando le prime luci dell'altra riva
si fossero accese come una minuscola
costellazione di perle e il lago
si fosse fatto nero di sangue di drago.

Allora mi sarei tuffata nell'acqua tetra
gelata, anch'essa in attesa di qualcosa
che doveva accadere, e mi sarei spinta
bracciata dopo bracciata verso il largo.

Per qualche motivo, forse le ossa
leggere, forse l'adipe ai fianchi
e al seno, noi donne possediamo
innata confidenza con l'elemento.

Io esile e minuta, galleggio
come fossi sughero e balsa,
non temo la distanza, anzi
la meta prefissa è solo un pretesto.

Non m'importava perciò di arrivare -
ciò che contava era la traversata,
contava trovarmi da sola lontana
da ogni salvezza, avvolta come

in una rorida placenta, e contava
sentirmi smarrita dalla dolcezza
di quel primigenio elemento
che mi cullava, che mi accoglieva

nel suo grembo così ostile, eppure
così ineluttabilmente materno.
Colà, allora, finamente, totalmente sola
avrei potuto scegliere, liberamente.

Scegliere di lasciarmi andare, allora,
guardando le pallide prime stelle
sopra di me danzare, rasserenata
tornare nel ventre d'una Madre che m'ama

e mi protegge: non più ansia,
non più dolore, non più abbandoni,
non più distacchi laceranti
da chi più amiamo. Una pace, quale sia.

Oppure scegliere, per l'amore,
di spingere ancora una bracciata,
e poi un'altra ancora, e nell'amore
trovare il vigore per proseguire...

Non per il miraggio di una meta
che forse rimarrà qual è ora, miraggio
di luci di vite umane, ma per il percorso
che vale in sé lo sforzo e il coraggio.

Laggiù, al largo, in solitudine tra le stelle
indulgenti e le acque accoglienti,
proprio al mezzo del percorso
avrò libera l'ineludibile scelta:

libera quindi proseguire
per quanto arduo sia il tracciato,
oppure fermarmi, morire,
e dolcemente adagiarmi tra le alghe


sul fondo.


Marianna Piani
Nebbiuno, 13 Agosto 2014