«La Poesia è Scienza, la Scienza è Poesia»

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«Ciò che premeva e che imparavo, è che in ogni caso non ci potesse mai essere poesia senza miracolo.» (Giuseppe Ungaretti)

sabato 14 maggio 2016

Esilio dopo il naufragio


Amiche care, amici

qualche giorno fa pubblicai su queste pagine una composizione che rappresentava quali "appunti di viaggio" le mie sensazioni subito dopo l'ultimo (finora) dei miei ricoveri in casa di cura per aggiustare questo mio meccanismo mentale squinternato.
Oggi propongo, in certo modo, il seguito di quella riflessione.


Qui il "viaggio" è diventato un "esilio", ma soprattutto qui cerco di uscire dal limitato confine di me stessa, dove il male mi imprigiona, e cerco di guardare attorno a me. E mi rendo conto di essere fortunata, la mia sofferenza è assai contenuta, in fondo controllabile, e la detenzione è per ora limitata a tempi brevi, giusto i giorni necessari per ricalibrare i farmaci che mi tengono "in bolla", e poi i cancelli dell'esilio si riaprono al mondo, e io ritorno libera e sollevata.
Ma in quei giorni, tutto attorno a me vedo ben altre sofferenze, ben altre storie, ben altre disperazioni. E mi chiedo se è questa sofferenza che mi circonda ciò che mi sconvolge e coinvolge, oppure è solo della mia che m'importa veramente, e sono talmente concentrata su me stessa da non provare nulla, al di fuori di me.


La malattia è terribilmente ingenerosa, egocentrica, avara, prima viene la salvezza di sé stessi, inevitabilmente. Per questo non vi è pietà in corsia, e per questo ognuno, in quei luoghi di pena, è da solo con sé stesso. Non vi è luogo in cui si sia più soli che in una camerata d'ospedale, dove ogni ricoverato si crea un mondo a sé, isolato, riservato e impermeabile a ogni parvenza di socialità, di comunicazione. E quand'anche c'è, è in sé del tutto effimera, di superficie. Come in un naufragio, quando il mare sommerge la tolda, ogni uomo è affidato a sé stesso, alla propria capacità di reazione e alla propria forza d'animo. Ci si ritroverà - forse - molto dopo, stremati sulla spiaggia, se mai si è abbastanza fortunati da raggiungerla… E poi ci si sforza di dimenticare tutto, facce, nomi, pensieri, il più in fretta possibile.

Una divisione strofica inusuale, sghemba, un po' faticosa, non più sestina, e non ancora ottava, che rappresenta bene credo, nel subconscio della scrittura, il mio disagio.

Vi lascio, amiche dilette e amici, se vorrete, alla lettura di questi appunti. Con amore.

M.P.






Esilio dopo il naufragio


La nave è piombata
ancora lontano dal sicuro porto
contro la scogliera, spinta
dalla tempesta, il fasciame
con fracasso immane
è esploso, come un cesto
sotto gli zoccoli d'un puledro.

Io, sbalzata giù dal ponte,
rimango - annebbiata, ferita -
sulla roccia viva, a vedere
il mio battello che s'inabissa
tra le onde come impazzite
nell'accogliere quell'umano sforzo,
e piango di dolore e cieca rabbia.

È questo, tra me dico, è questo
l'esilio che mi spetta ora, la disfatta
dopo tanto alto mare, dopo tanta
dedizione, dopo aver sfiorato
l'illusione di un mondo nuovo,
e la speranza d'una fede intatta?
E mi siedo allora costernata

sull'orlo dello scoglio
a guardare queste onde sopraffare
gli anfratti tra le rocce nere
popolate di diafani granchi
e di piccoli tenaci lamellibranchi,
cartilagini in balìa della corrente
come me del mio destino.

Le onde giungono, una a una,
risalgono lo scoglio con un gorgoglio
inquieto, fino a lambire le dita
gracili dei miei piedi nudi e bianchi,
e poi rigorgogliano verso il fondo
trascinandovi le fragili creature
e i sedimenti del mio leso orgoglio.

Mi travolge la sofferenza
che sento torcersi a me attorno, oppure
è la mia soltanto che mi commuove?
Queste pietre sature di lamenti
e di veglie dolorose senza conforto
testimoniano d'altri naufragi,
d'altre solitudini fattesi mortali.

Saprò da ciò che giace in pezzi
della chiglia sulla scogliera
ricostruire un rudimento di salvezza?
Avrò la forza, la volontà, l'intento,
per affrontare il mio ritorno, oppure
mi lascerò sedurre per l'eterno
da questo lacerante dolce esilio

scavalcando il tempo e il mondo?



Marianna Piani
Milano, 8 Settembre 2015
.

3 commenti:

  1. E'una poesia molto bella. Credo che in queste immagini ci si ritroverebbero tante persone.

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    Risposte
    1. Grazie Sara,
      il tuo commento è prezioso, perché mi conforta sapere che le mie parole non sono solo un esecizio solipsistico ed egocentrico, ma che possono dare voce e forma all'esperienza di ogni lettore.
      Questo è il fine ultimo della scrittura, non certo quello di farsene belli. Chi scrive si assume l'impegnativo compito di interpretare attraverso la propria esperienza e la propria visione il vissuto delle persone. E' un impegno che occorre onorare per essere degni dell'attenzione di chi concede il proprio tempo alla lettura delle nostre parole.

      Un abbraccio
      Marianna

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  2. Anni fa facevo teatro e mi chiamava a leggere poesie, per me il metro di giudizio e'sempre un po'l'interpretazione "da attrice"che riesco a darne.
    E questa in modo speciale.

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