«La Poesia è Scienza, la Scienza è Poesia»
«Beauty is truth. truth beauty,- that is all
Ye know on earth, and all ye need to know.» (John Keats)
«Darkness cannot drive out darkness; only light can do that. Hate cannot drive out hate; only love can do that.» (Martin Luther King)
«Não sou nada. / Nunca sarei nada. / Não posso querer ser nada./ À parte isso, tenho em mim todos los sonhos do mundo» (Álvaro De Campo)
«A good poem is a contribution to reality. The world is never the same once a good poem has been added to it. A good poem helps to change the shape of the universe, helps to extend everyone's knowledge of himself and the world around him.» (Dylan Thomas)
«Ciò che premeva e che imparavo, è che in ogni caso non ci potesse mai essere poesia senza miracolo.» (Giuseppe Ungaretti)
sabato 12 aprile 2014
Coloriture
Amiche dilette, amici
Oggi ritorno al genere lirico più intimo e segreto, quello che più amo "a pelle", perché mi suscita intensa emozione nell'atto stesso della scrittura.
Mi piace riversare sensualità nei miei versi, e accenderli di rossori, di impudicizie, di confessioni: in fondo da una donna questo ci si attende. È un po' un pregiudizio, certo, tuttavia è vero che è una sensibilità tutta femminile la capacità di mutare in sensualità profonda la visione, il contatto, il profumo del mondo sensibile.
Lo stesso nostro corpo s'è evoluto, si è educato ad esprimere voluttà, con le sue forme chiuse, curve, rotonde, e i suoi movimenti, che istintivamente noi adorniamo di grazia, eleganza, seduzione. E non c'è nulla di disdicevole o scandaloso in questo: la seduzione è connaturata in noi, e ci viene dal nostro modo di interpretare il mondo che ci circonda.
In questa breve composizione ho cercato di esprimere quanto di sensuale e seduttivo ci viene comunicato dalle vibrazioni di colore che giungono ai nostri occhi, anzi, attraverso i nostri occhi alla nostra mente, direttamente. Il colore delle cose è ciò che le rende non solo visibili, ma anche significative, memorabili, ed è ciò che più direttamente ne esprime il valore emotivo.
In ogni stagione, i colori ci pervadono, come una ebbrezza, e tentano di comunicare con noi, pronti ad ascoltarci, di rimando, e avidi di nutrirsi delle nostre sensazioni, dei nostri pensieri, della nostra immaginazione.
La offro ora in dono a voi, come sempre, con amore.
M.P.
Coloriture
Blu, blu cobalto, grigio tenue, verde smeraldo,
verde radura, rosso foglia, giallo voglia, rosa di rosa,
rosa carezza, e azzurro fanciullo, il bruno profondo
dei capelli di Saffo, l'oro dei seni di Vergini Ninfe,
e l'azzurro setoso del loro giovane pube.
Argento dell'ulivo affacciato al candore del mare
gonfio d'estate, tulipani e notti di pece, gialloverde
il fusto scorticato del leccio, indaco e crema
delle castagne liberate dallo scrigno del riccio,
viola capriccio le pupille della giovane amante.
Che emozionante colore: come l'incavo d'un onda
che s'inarca in foggia di abbraccio, e poi s'abbatte
esplodendo in un tripudio di spume bianco latte!
Violetto nel pensiero cangiante, e nella illusione
che ribolle dietro lo specchio del suo sguardo.
E giallo sole, dentro il cuore dei girasoli alati
che s'affollano ai lati dell'autostrada, salutando
chi fugge al proprio disinganno, giallo mediterraneo
che m'investe la veste di folate di fragranza limone,
e giallo arancio che s'accende all'orizzonte laddove
la ferrovia mi trascina a un destino bigio ostinato.
Rosso, è la passione che infiamma il mio volto, e il tuo,
e le labbra di carne che sfioro, trepidando, e intanto:
con cupidigia intingo i pennelli dei sensi nella infinita
gamma di tinte di canto - e vi dipingo dal vero la vita.
Marianna Piani
Milano, 10 Gennaio 2013
. . . . . .
(Piccolo poscritto:
Sto ancora meditando, da tempo e senza sapere decidermi, sulla opportunità o meno di restringere a DUE gli appuntamenti con voi qui, uno a metà settimana, uno al week-end.
Non è per carenza di materiale, almeno per ora la "vena" è abbastanza generosa, e neppure per mie esigenze di tempo, o per altri impegni: per me questa rubrica e la possibilità che mi dà di entrare in contatto con voi è una priorità assoluta.
No, si tratta di una forma di delicatezza nei vostri confronti, lettrici e lettori, per darvi più tempo per seguire queste mie proposte, senza "incalzarvi", o assillarvi, o - peggio ancora - rischiare di annoiarvi.
Che ne dite? Faccio bene? Fatemi sapere, se volete, qui, su Twitter, o alla mia mail...
Un abbraccio
Mari)
mercoledì 9 aprile 2014
"Poesia di una rosa"
Amiche dilette, amici cari,
Ci vuole coraggio, anzi, vera e propria incoscienza a scrivere sotto un titolo come:
"Poesia di una rosa"
Il campo è cintato d'una rete di filo spinato
il suolo brullo come un tavolato di tufo,
gli autocarri procedono grevi a pochi passi
come bovini accecati, i passanti s'incurvano
pur di passare inosservati, ognuno è solo.
Forse è stato il vento d'aprile a strappare
il seme dal pergolato, e a conficcarlo
in questo luogo dimenticato, forse ho peccato
di superbia in un'altra vita e ora ne pago
il prezzo con l'onta di essere qui confinata.
La mia bellezza è sbocciata alle prime gocce
di pioggia di fine estate - fuori tempo, non solo
fuori luogo - mentre stupende compagne a frotte
fiorivano di pari bellezza poco lontano, nei parchi
e nei sottotetti, inebriando gli amanti di ardenti colori
e acuti profumi. Io quaggiù, come loro mi aprivo
nuda al sole, spalancando i miei petali vellutati,
scoprendo il mio cuore più segreto e sensuale.
La bellezza - narra un poeta - è invereconda,
quand'è pura, poiché nulla in sé ha da celare.
Seducevo le api, e mi lasciavo da loro lambire
quasi senza provare piacere, adoravo invece cantare
modulando la brezza tra le foglie e le spine.
Sapevo, intuivo che il mio rosso cupo nel desolato
terreno abbruciato era come una macchia di sangue
che essiccava al sole, ma non avrei voluto avvizzire
così sola, come uno stelo reciso lasciato morire
davanti a una lapide nel camposanto, avrei voluto
appartenere, e prodigare la mia linfa e ogni respiro
del mio rado fogliame smeraldo, all'ineffabile orgoglio
di essere una rosa.
Marianna Piani
Milano, 11 Gennaio 2014
(Sì, ci vuole incoscienza, forse follia, ma io lo sono - matta, è risaputo e anche ufficialmente testimoniato da una lunga e annosa cartella clinica.
Del resto, per scrivere autenticamente, ne occorre sempre molto sia di coraggio, che di incoscienza, che di follia. Nessuna parola apparirà credibile o emozionante a un lettore se non proviene da un piccolo o grande atto di fede. E come è risaputo, la fede è follia pura.
Perciò oggi - senza troppi preamboli o postfazioni, (e un po' in ritardo, poiché sono in viaggio, scusatemi tanto) - vi ho lasciato questi miei versi, "inverecondi", ma non più di molti altri qui pubblicati…
Si tratta comunque, come capita spesso con me, di un piccolo racconto immaginario - ma non troppo.
Un abbraccio, come sempre, con amore!
M.P.)
sabato 5 aprile 2014
Scrivere è saggio
Amiche care, amici,
una piccola composizione dedicata a ciò che ormai da tempo costituisce il mio tramite con il mondo, la mia salvezza mentale, la scrittura.
Per me non è un semplice passatempo, e, dato che non sono una professionista della scrittura, ma semplicemente una dilettante, non è neppure un lavoro, o una occupazione, o un impegno.
Si tratta piuttosto di una necessità, non so quanto fondata su un autentico talento e quanto su una forma di disturbo mentale, sui farmaci psicotropi che devo assumere in quantità industriale, oppure se non si tratta che di una comune mania.
Col tempo forse questo si capirà, ma personalmente non fa molta differenza, ciò che conta è che questa attività fa ormai parte connaturata e inscindibile della mia vita, della mia quotidianità.
Mi capita di fare brevi osservazioni, come delle istantanee, nel corso della giornata, poi queste si depositano nella mente, si sviluppano, si aprono, fermentano, si dibattono, finché non trovano in qualche modo la via per essere espresse.
In fondo lo scrivere è tutto qui, rivestire di un tessuto di parole la nostra nuda inquietudine.
Ho dedicato tempo fa questa composizione ad una amica molto cara. Ora la condivido con voi tutte, amiche dilette e amici cari, come sempre, con amore.
M.P.
Scrivere è saggio
Saggio è scrivere. Amico mio, dai ricci castani,
ribelli: posa la tua bellezza selvaggia sul comodino,
scendi sotterra, ai tunnel della metropolitana,
sotto metri e metri di asfalto, cemento, e sedimentanti scorie,
attendi il tuo treno, con la pazienza di mille altri individui,
giovani, vecchi, ordinari, pingui, avvizziti, tristi,
smagriti, affannati, insensati, come te, e sperduti.
Attendi, poiché attendere devi, e fuori da te stesso,
ti vedi, e magari disperi. Ma la vita è quel treno
che giunge, e ti trascina, con gli altri mille, e non sai
se mai giungerai a una qualsiasi meta, stabilita.
Sali, amico, con l'onda, sali sul carro che riparte,
chiudendo alle spalle i battenti come un destino,
presto sarai colà dove immoli la tua vita in pegno
per una vita sfinita. Eppure sei certo, tu non sei lì ora.
Sei altrove. Sei distante. Sei libero in fondo, dal male.
Scrivere, amico mio, è bello. Scrivere, dice il Poeta,
è gioia. Ma che ne sa, il Poeta, dal suo scranno
di pietra e di carta? Tu siedi alla destra d'una madonna,
dal volto gelido e sensuale, e intingi le dita nella ferita.
E tracci queste parole sul vetro del finestrino:
"Prendimi, Sole" e intanto il tunnel scorre veloce
e il sole è lontano, dodici metri di terra e di roccia
più sopra. Non importa, arriverai alla fine, alla meta
che ancora ignori, se pure sia ormai la tua vita.
Uscendo, ti accoglierà nella pioggia una città intristita,
i pugni in tasca muto andrai al tuo frammento di giorno,
e saranno otto ore di nulla bruciate come canne essiccate.
Saggio è scrivere, saggio e bello: se non è gioia,
ma è rovello, è pur ciò che ti tiene in vita, quando intingi
la penna e le dita nel tuo stesso sangue, e tracci indelebile
il segno del tuo irripetibile passaggio nel mondo.
Nelle notti che sono solo tue, vagando tra le piane infinite
del Gange, i cuori di tenebra e d'ombra, gli abissi delle Ande,
i minuscoli laghi tra le dolomie più alte, e gli alti nevai,
incontri te stesso, viandante, e ti saluti, e ti dici "salve".
Fatalmente, ti senti felice.
Marianna Piani
Milano, 8 Gennaio 2014
Per Rosanna A.
con immenso affetto e stima
Milano, 8 Gennaio 2014
mercoledì 2 aprile 2014
Sotto l'arco scorre
Amiche care, amici
la mia mente è un groppo inestricabile di correnti divergenti contrastanti, un vortice di acque torbide e ribollenti, dove invano chiunque potrebbe mai tentare di imporre un ordine, un senso, anche soltanto un'ombra di consistenza.
A volte sono tentata di lasciarmi andare, e perdermi definitivamente in questa corrente. E infatti più volte l'ho tentato, e ho sempre trovato infine la mano di qualcuno che mi ripescava, all'ultimo istante. Oggi sono abbastanza serena, perciò dirò: "per fortuna".
Non so, e mai saprò o capirò perché perdio c'è questo misterioso inviluppo, dentro di me, e posso dire di non averlo mai saputo né voluto accettare. Non vi è nulla di romantico, di estetico in tutto questo, credetemi, soltanto un'anima che si contorce e dibatte, le veglie sconfinate in notti che non finiscono mai, e vomiti solitari nella tazza del water, e tanta voglia di farla finita, e poi invece trovare la forza e la volontà di ricominciare, magari passando sopra il dolore e il suo gusto acre un velo di rossetto, profumato e acceso, per uscire a sorridere al mondo, che ignora, incolpevole, e in fondo indifferente.
La salvezza sta nel pensarsi vive. Per me è questo il mio modo per riscattarmi: la salvezza sta nella futilità del gioco, della seduzione, e nel bisogno di dirsi, di rivelarsi. Non di esibirsi, non c'è alcuna volontà di esibizione in me, sono anzi, come sapete, molto appartata. Ma ho una sete infinita di autenticità. E un infinito bisogno di sentirmi amata. Infine, la salvezza, sapete, per me sta nella Bellezza.
Per questo io ricerco, immagino, ricreo. Sopra il mio corpo, nella mia scrittura. Il corpo e la scrittura sono per me un'unica esperienza ed espressione vitale, necessarie ed irrinunciabili. Nulla avrebbe senso, se dipendesse dalla mia mente soltanto.
Condivido queste riflessioni con voi, amiche dilette e amici. Con tanta fiducia.
E con amore.
M.P.
Sotto l'arco scorre
Verrò presto, sopra l'arcata del ponte
ad attendere che giunga anche per me
la marea insorgente, larga e solenne.
Osservo sotto me le acque scorrere lente,
senza fretta, senza alcun inganno o artificio,
avvolgere i pilastri di pietra, con moto denso,
sensuale, seducente, e torcersi e stirarsi
come torpide provocanti sirene, brune di pelle,
e biondi di schiuma i lunghi disciolti capelli.
Nulla frena la danza dell'acqua, così procace,
gonfia delle piogge d'inverno, e nulla ne è risparmiato:
un arbusto strappato alla riva è perduto per sempre.
Lo osservo, l'arboscello, sotto me vorticare
in un mulinello tra un pilastro e una roccia
come un disalberato vascello travolto nel Maelström.
Il destino è così, senza senso, quel gorgo cieco
possente trascina non solo chi non confida
o chi non rinuncia o chi rassegnato si perde.
L'arbusto vi annega così come un ceppo di quercia;
ma forse riemergerà dieci miglia più a valle:
colà dove troverà la mano d'un bimbo a salvarlo
per gioco: ogni speranza si affida a un gioco innocente,
ogni tenace illusione di riscatto, o di salvezza;
ed è un gioco così ogni Poema, e ogni atto di Fede.
La mia Fede, lei, mai scossa, osserva le acque
sotto di me ribollire e intorbidire, come i pensieri
ribollono torbidi e inquieti nell'alveo della mia mente.
Ho Fede nella promessa che fece una stella
quando vide che nacqui, e mi diede lo strano dono
di poter esprimere il dolore per tramite dell'armonia.
Chiudo gli occhi, e mi lascio cullare dal canto
della corrente, canone dolce lento e solenne
affluente - sotto l'arco del ponte della mia mente.
Marianna Piani
Milano, 6 Gennaio 2014
domenica 30 marzo 2014
Nel vetro
Amiche carissime, amici,
oggi vi offro uno dei miei autoritrattini, in parte vero, in parte immaginario, in parte giocoso, in parte tormentato.
Lo specchio per me, come per Borges, e forse come per ogni donna, è una inquietante presenza, un testimone importuno, un "convitato di vetro" che ripete la realtà attraverso la nostra percezione.
Qui, nello specchio, mi rivedo, qui trovo una me stessa di volta in volta diversa, sempre stranamente imprevedibile. Ci sono momenti in cui mi vedo bella, ma con la sensazione che la figura che scorgo lì incorniciata non mi appartenga per nulla. In altri momenti mi detesto, mi sento così scomoda, stretta nelle mie fattezze, del tutto inadeguata ad affrontare ancora una nuova giornata.
In ogni caso, parlarne è un atto di aperto narcisismo, e non ne voglio sfuggire: il narcisismo, la vanità, sono parte inscindibile della mia personalità, così come lo è il mio bisogno di mostrarmi al mondo in una cornice di abiti ed accessori che mi rendano desiderabile e femminile ed espressione del mio sentirmi bene, oppure come reazione al mio disagio.
Ciò che rimane sempre, costante, però, è il senso di disorientamento, di frantumazione che si cela dietro questo sottile diaframma di fragile cristallo…
Voglio rendervi parte di queste riflessioni, amiche dilette e amici, come sempre, con amore.
M.P.
Nel vetro
Un nastro di raso pervinca
tra i capelli, uno sfumato leggero
tra le palpebre e le sopracciglia,
gocce di corallo cobalto
sulle unghie di smalto e le labbra
rubino come una coppa di chianti.
Ardore e colore, la figura che vedo
viso a viso, nel vetro, è me stessa, riflessa:
la camicia s'apre sul petto ansioso
a scoprire una riga di seno, piccolo seno
sotto una collanina d'ambra e perline,
e un piccolo cuore sottopelle che pulsa.
Spalle nude come colline innevate,
nude anche le gambe, levigate, diritte,
snelle e ribelli, gambe da danza zigana,
e piedi nervosi, lunghi, taglienti,
nei sandali essenziali, inconsistenti,
stretti alle sottili caviglie, giunchiglie.
Le pupille sono gocce di pece -
roventi, si muovono infaticabilmente,
perlustrando nel panorama del mondo
dove posare i loro voli impazienti:
per mutare il destino, e finalmente
incontrare uno sguardo insistente
verde smeraldo, come sognato
da sempre. Una breve lucente risata
scuote i capelli, scuri, densi,
e il nastro di raso frulla lieve
come una farfalla che beve avida
il calice del suo fiore di campo - e subito fugge.
Così il vento scuote il vetro, brevemente,
tintinnando. Basterebbe ora una spinta:
il mondo e il vetro andrebbero in pezzi,
e con essi esploderebbe la mia figura
in mille frammenti e particelle,
mille occhi, mille mani, mille cuori.
Vorrei essere questo sciame
di atomi di me, radianti in un cosmico vuoto.
Lasciate che la luce come un maglio
frantumi la mia coscienza, lasciate
che io non abbia alcuna certezza, né immagine,
né respiro, né vita: soltanto pura incoerenza.
Marianna Piani
Milano, 4 Gennaio 2014
sabato 29 marzo 2014
Sorellanza ininterrotta
Amiche dilette, amici,
amara e triste ricorrenza per la mia memoria; come alcuni dei miei amici e lettori più fedeli ricordano, molto, troppo tempo fa - eppure mi pare ieri - mia sorella minore mi lasciò, per andarsene per la sua strada, all'improvviso, senza preavviso, e senza una spiegazione che mi potesse non dico far accettare, ma almeno aiutare a comprendere.
Avevamo avuto una infanzia e una prima giovinezza da unitissime, lei era stata per me amica, compagna, confidente, complice, tutto.
Certo, il disfacimento improvviso della nostra famiglia, avvenuto all'improvviso pochi mesi prima, aveva contribuito, e forse aveva scatenato il processo. E certo già allora, come per me oggi, le nostre menti erano fragili e indifese di fronte a quel cataclisma, ma io ero pronta a lottare, a proseguire il viaggio assieme a lei, la amavo, come ancora l'amo, e non avrei mai e poi mai nemmeno immaginato un qualche genere di vita senza di lei, accanto.
Se ne andò invece, e fu per sempre. Fu come una morte, che della morte per me aveva tutto, tranne la corruzione del corpo, e la possibilità di piangere per qualcosa di definitivo e irrimediabile.
Io infatti non l'accettai mai, rimasi per anni - e lo sono tutt'ora - in attesa di un ritorno, qualunque esso sia, che pure so essere impossibile. E questa attesa mi nutrì una speranza, e mi privò di quella via di umana accettazione che accompagna ogni "vera" morte di una persona molto amata. Il nostro codice genetico contiene la facoltà di "accettazione" della morte di chi amiamo, attraverso una lunga e dolorosa elaborazione che ci porta gradualmente ad abbandonare la casa comune e a imparare a procedere da soli. Con il tempo, il più delle volte il dolore si sposta nelle camere della memoria, e la vita prosegue. Se non accadesse così, per noi la vita stessa sarebbe intollerabile, destinata ad una atroce e continuamente rinnovata solitudine. Ciò che più ci spaura non è la fine della nostra esistenza, ma l'abbandono da parte di chi amiamo, di chi dà alla nostra esistenza un senso, un significato, una ragione d'essere. Con mia sorella non ho potuto mai avviare questo processo, e in qualche modo la sua scomparsa è come una morte che si rinnova giorno per giorno, incomprensibile, inaccettabile ed inaccettata.
Mi rimangono i ricordi, cui aggrapparmi, e una grande, immensa malinconia. Grazie al cielo mi è stata concessa questa capacità di esprimermi, che certo non lenisce la ferita, né tanto meno la rimargina, però mi aiuta a sentire ancora accanto a me la sua indispensabile presenza.
Condivido con voi, amiche mie care e amici gentili, questi pensieri, più che mai con amore.
M.P.
Sorellanza ininterrotta
Quanto ho viaggiato, con te, dimmi
sorella mia diletta? Quante sono
le gonne, e le vesti, e le paia di scarpe
che ci siamo scambiate
per sentirci parte una dell'altra?
Quanti pensieri, quanti misteri,
quanti sentieri abbiamo diviso,
quanti pianti, e quante gioie,
quanti bicchieri di vino rubino,
quanti giochi, e quanti baci, anche?
E quanta rabbia, piccola mia,
quanto disgusto alla menzogna
e al tradimento, e quanta audacia
nell'aggredire tutte sole il mondo,
e quanto patimento alle ferite subite
mai ricucite, e quanta perdizione
sfiorata, quanta disillusione
al momento di aprire il libro
delle nostre ingenue speranze
alla quotidiana esistenza.
Quanti sogni, quanti volti
hanno segnato i nostri passi,
quanti rimorsi hanno gravato
le nostre braccia. Per mille anni
ho letto sulle tue labbra i miei pensieri
per mille anni ancora ho veduto
nei tuoi occhi le mie speranze
e i miei inesprimibili terrori,
quante volte ho sentito
il tuo cuore pulsare con il mio
strette seno a seno per accoglierci
o per lasciarci andare
o per consolarci delle nostre colpe,
o delle nostre piaghe scoperte,
o per volerci soltanto un poco di bene.
Ho amato i tuoi capelli chiari,
così diversi dai miei troppo neri,
come una lupa ama la sua luna,
di cui sente scorrere come d'argento
il sangue nelle cavità del proprio cuore.
Vorrei vederti ancora una volta sola,
sfidare il vento sul ciglio della roccia,
vorrei rivedere per un istante ancora
le tue mani che serrano il pugno
rivelando l'indaco delle tue vene.
Vorrei ghermire quelle tue mani, vorrei
non lasciare che tu spieghi le tue ali
da airone bianco e mi lasci sola.
Non vorrei che mai ci accada
ciò che alla fine ci è accaduto.
Veglierò, te lo prometto cara,
veglierò sul tuo ritorno, notte a notte,
giorno a giorno, come veglia l'aquila
nel nido sulla cengia - folle di speranza -
il piccolo precipitato nell'abisso.
Marianna Piani
A Paoletta
Milano, 31 Dicembre 2013
mercoledì 26 marzo 2014
Rumore bianco
Amiche care, amici gentili,
mi concedo oggi uno di quei momenti di serena contemplazione e di paesaggio, che come sapete prediligo.
Sono le mie lunghe notti bianche, ma in questo caso il paesaggio diverso, suggestivo e malinconico.
Era poco prima della fine dell'anno, in montagna, presso un'amica. Un'amica importante.
Il giorno prima era stata una di quelle giornate di sole, gelide brevi e sfolgoranti, che di quando in quando colgono quasi alla sprovvista, in pieno inverno e in altitudine.
Nessuno poteva prevedere che il tempo poi repentinamente sarebbe mutato, tanto che fu una sorpresa quando mi alzai inquieta e ansiosa, come portroppo faccio spesso, nelle primissime ore del mattino, e scostai le tendine della piccola finestra dello chalet in cui eravamo, e scoprii il paesaggio drammaticamente trasfigurato da una intensa nevicata notturna, la prima della stagione - mi fu detto - di una certa entità.
Come sapete, la neve si annuncia con la sua specialssima voce, che è la voce non di un silenzio, che è semplicemente una passiva sottrazione di suono, ma - come dire - di un suono "in negativo", una vibrazione che restituisce una sensazione di vuoto, attiva quindi, inconfondibile per chi sa ascoltare.
"The sound of silence", per dirlo con il titolo di una vecchia, celebre (e bellissima) ballata di Simon & Garfunkel:
"Hello darkness, my old friend,
I've come to talk with you again,
Because a vision softly creeping,
Left its seeds while I was sleeping,
And the vision that was planted in my brain
Still remains
Within the sound of silence."
I've come to talk with you again,
Because a vision softly creeping,
Left its seeds while I was sleeping,
And the vision that was planted in my brain
Still remains
Within the sound of silence."
Io l'ho chiamato "rumore bianco", prendendo il prestito il termine dalla fisica acustica (“Il rumore bianco è un particolare tipo di rumore caratterizzato dall'assenza di periodicità nel tempo e da ampiezza costante su tutto lo spettro di frequenze." cit. Wiki) per cercare in qualche modo di definirlo, e di rappresentarlo.
Come sempre, comunque, dopo l'amore io mi sentivo immensamente sola, come svuotata, e non so perché preda di una infrenabile malinconia, e la luce spettrale, il silenzio innaturale, la solitudine delle vie celate sotto il manto scintillante, tutto questo, a quell'ora tanto notturna che già poteva dirsi mattutina, sembrava provenirmi da dentro, e rispecchiarsi al di là della lastra della finestra, nel ritaglio di mondo che riuscivo a distinguere nella luce incerta dell'illuminazione stradale.
La composizione nacque il giorno dopo, ma le sensazioni descritte sono quelle della mia veglia solitaria, seppure a due passi appena da chi amavo, trascorsa immobile in compagnia del ticchettio di un orologio a muro, e del respiro tranquillo e profondo di lei che dormiva ignara e serena nella camera accanto.
Quella storia è finita, così come quella neve ormai ha avuto il tempo di dissolversi e riformarsi più volte. Rimane questo piccolo quadro, quasi monocromatico, a memoria di un istante di vita, e come tale, intimamente prezioso.
Desidero condividerlo ora con voi, amiche dilette e amici, come sempre, con amore
M.P.
Rumore bianco
E tutto qui sulla terra, attorno a me,
si fece silenzio.
Il pianto d'un bimbo, lontano,
il guaito d'un cane in attesa,
il brusio impalpabile del bosco,
il passaggio dei rari veicoli, lenti.
In punta di piedi, infreddolita,
raggiunsi la finestra, che emanava
un insolito lucore lunare,
e scostai poco poco la tenda:
il fenomeno inatteso era in atto
in un turbinio di candidi afanni.
Candida era la veste leggera
sopra il candore della mia pelle,
candido il nobile larice che era
mio dolce gemello, candido
il cielo che sospirava d'alba,
candide le mie mani sul vetro - gelate.
Candida la passante, con il suo bimbo,
immersi nell'indistinto opalino mattino,
sospirando candidi sbuffi di fiato,
candidi i loro passi, infitti nitidi
come spilli nella memoria, presto sepolti
da ancora più incombente candore.
Soffuso di candore era il profumo
dell'aria, e della candida legna che ardeva
in qualche camino vicino,
e candido era il giovane vento
che turbinava sui parapetti
creando spirali e volute di stelle.
Candido - anzi bianco - il rumore
del mondo, tutto attorno,
e bianco e vuoto e desolato
quello dei miei sensi
abbandonati allora finalmente
in un nulla senza rimpianto.
Marianna Piani
Plateau d'Assy, 28 Dicembre 2013
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