«La Poesia è Scienza, la Scienza è Poesia»
«Beauty is truth. truth beauty,- that is all
Ye know on earth, and all ye need to know.» (John Keats)
«Darkness cannot drive out darkness; only light can do that. Hate cannot drive out hate; only love can do that.» (Martin Luther King)
«Não sou nada. / Nunca sarei nada. / Não posso querer ser nada./ À parte isso, tenho em mim todos los sonhos do mundo» (Álvaro De Campo)
«A good poem is a contribution to reality. The world is never the same once a good poem has been added to it. A good poem helps to change the shape of the universe, helps to extend everyone's knowledge of himself and the world around him.» (Dylan Thomas)
«Ciò che premeva e che imparavo, è che in ogni caso non ci potesse mai essere poesia senza miracolo.» (Giuseppe Ungaretti)
mercoledì 20 gennaio 2016
Imperdonabili
Amiche care, amici
io credo che ogni amore, ogni amore vero, non importa il genere, né quanto sia approvato o riprovevole socialmente, non importa se "regolare" o "irregolare", se etero o omosessuale, se coniugale o extraconiugale, è per sua natura scandaloso per il mondo, "imperdonabile".
Non per nulla le religioni (e altri tipi di autorità), praticamente tutte, in ogni epoca, in ogni nazione, hanno sempre cercato in ogni modo di regolamentare, imbrigliare, vietare, impedire, sacralizzare, maledire, colpevolizzare, svalutare il libero rapporto d'amore tra le persone.
Ovviamente parlo di "atto d'amore libero tra persone", non di violenza, sopraffazione, violazione, degenerazione in nome del sesso, che ogni ordinamento sociale degno di questo nome deve (dovrebbe) perseguire con ogni fermezza. E parlo d'amore, non di sesso, che dell'amore è solo l'ultima espressione fisiologica, come della parola, dell'affabulazione, lo è il movimento della lingua sul palato e la saliva che l'umidifica e feconda di significato i suoni generati dalle corde vocali.
L'atto dell'amore, la passione specialmente, il sentimento aperto, indifeso, sono un atto di libertà individuale assoluto e incoercibile, e infatti è sopravvissuto fino a oggi praticamente indenne a ogni tentativo - per quanto oppressivo e violento fosse - di schiacciarne il valore dirompente, la tensione rivoluzionaria. Per due persone in amore tutto diventa possibile, anche i comportamenti considerati normalmente più stupidi, folli, gratuiti, disperati. Tutto, non solo il ventre della donna, ma l'intero tessuto sociale e di pensiero ne viene fecondato:
l'amore è il seme del mutamento, il propellente della nostra esistenza, e di quella di ogni umana comunità.
Condivido con voi, amiche dilette e amici, questi pensieri e questi versi che ne sono generati, con amore, appunto...
M.P.
Imperdonabili
Mi vesto, tesoro caro, e arrivo.
Attendimi un istante che io sia,
bella come mi vuoi sempre,
al tuo fianco. Attendi, ora, guarda.
Una semplice gonna, a larghe pieghe,
non corta, ma generosa a scoprire
le gambe nude , una camicia bianca
di seta, che ti strappi un sorriso
per la dolcezza che lascia trasparire,
quasi inesistente, di là dal pizzo -
candida trina che adorna il petto -
di cui adorerai la spallina fina
che mi scavalca l'omero lucente.
Quell'omero come una succosa mela
che tu adori addentare di soppiatto
proprio quando siamo tra la gente.
Ho raccolto i capelli, senza ostentare,
con un semplice fiocco a formare
quella coda da ragazzina, che so
ti fa sognare, di tenerezza e voglia.
Aspettami un altro istante, vita mia,
lascia che accenda ancora le mie labbra
di quel rosso che tu vuoi di fuoco
da baciare non appena t'è concesso.
E quando finalmente io ti dirò
guardandoti ferma negli occhi:
"Andiamo, ti appartengo, adesso."
Tu non esitare, nemmeno un fiato.
Afferrami le mani, baciale tutte
col fuoco che sai dare ai tuoi gesti
d'amore quando l'amore prende fuoco,
e portami via, lontano, laddove
potremo nutrirci della nostra vita
e nulla altro, dove mi potrai dire
parole che da sole suoneranno
scandalose a Dio e al mondo,
tanto quanto scandalosi sono
a quel Dio e a questo mondo
il nostri candidi liberi innocenti
voluttuosi imperdonabili amori.
Marianna Piani
Milano, 9 Giugno 2015
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sabato 16 gennaio 2016
Sulla passione e l'inganno
Amiche care, amici,
càpita di innamorarsi senza speranza.
E càpita che l'oggetto di questo nostro sentimento, spesso da noi accuratamente celato e inespresso, lusingato dal riverbero del nostro amore, così ingenuo, scoperto, indifeso, si lasci trascinare dalla nostra stessa attrazione, fascinato dall'immagine dorata di sé stesso che scorge nei nostri occhi, e ci conceda un'illusione. E a volte anche ben più di un'illusione.
Salvo poi rendersi conto dell'errore, e tirarsi frettolosamente indietro, abbandonandoci, senza una spiegazione plausibile.
Tra i molti modi di soffrire per amore, questo è uno dei più sconsolanti, poiché quando una illusione pare potersi tradurre in realtà cadono tutte le nostre difese, e l'urto della delusione poi è assai più doloroso, devastante.
A ragazze e donne come me, in più, capita di incontrare persone che (senza dirlo, forse perfino senza saperlo) vogliono "provare l'ebbrezza" con noi di un amore "diverso", e consapevolmente ci seducono, magari per un'ora di sesso, e poi fuggono lasciandoci così, affrante, svuotate, colpevoli.
L'inganno, amiche mie dilette e amici, è figlio della passione. La passione è cieca, ingovernabile, ed è aperta e indifesa di fronte al più patente inganno…
Vi lascio alla lettura - se vorrete - di questa composizione, scopertamente d'amore.
Più che mai, vostra
M.P.
Sulla passione e l'inganno
L'inganno, il tuo inganno,
malvagia, m'ha reso cieca,
abbacinata, incapace a tentoni
di ritrovare la mia ragione.
Tu, creatura senza uguale,
che scendesti dal tuo cielo solamente
per illudere i miei sensi e fascinarli
con i sortilegi della tua bellezza.
Tu mi fosti accanto, per la prima,
quand'io ancora ignoravo
la tua esistenza: innocente,
mi porgesti la tua mano.
Tu, proprio tu, la mia Vita,
m'ingannasti, con la promessa
di una lunghissima stagione
di carnali rose e di eteree viole.
E io, proprio io, volli farmi raggirare,
volli avere fede in una dea bianca
risplendente, che mi chiamava
con quella sua voce che era prato,
che era cielo, che era lago,
che era vento, che era giaciglio,
che m'attirava a sé, alle sue labbra,
con la promessa d'annegarmi
nei suoi cocenti inondanti baci.
Come feci io, perdio, proprio io,
come feci a crederti sincera,
a pensarti, e vederti, così pura?
M'avviluppavi tu, cara compagna,
nella tua rete, come una ragna,
e io mi facevo una farfalla, dalla brama
di farmi avvelenare, da te soltanto.
E dopo ciò morire, divorata
non so più se dalla mia smania,
o dalla tua voracità impaziente,
ma del tutto, finalmente, appagata.
Tu m'attirasti, dunque, soltanto
per assaporare il gusto aspro
del potere sconfinato del tuo sesso
sopra il mio cuore, del tuo corpo
sopra la mia anima disarmata?
Poi a un tratto te ne andasti, dicendo
che l'amore di quella sorta, ahimè,
semplicemente, non era più per te.
Lasciando di me soltanto
macerie informi, frammenti sparsi,
e il vuoto senza più illusione:
una passione così per me non è,
non è amare - è pena capitale.
Marianna Piani
Milano, 12 Giugno 2015
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mercoledì 13 gennaio 2016
A un amico, poeta
Amiche care, amici
questa composizione, una sestina libera in tono cantabile e leggero, la scrissi in occasione del compleanno di un amico caro che - come me - pratica la scrittura in versi, e un po' come me lo fa al di fuori di schemi e pregiudizi accademici e letterari. A differenza di me invece, che sono e voglio rimanere una dilettante, ha pubblicato alcune raccolte, e per questo posso permettermi di chiamarlo "Poeta", un titolo che tengo di solito molto riservato con i viventi, vicini o lontani, scrittori noti o meno noti. La sottoscritta per prima, ovviamente.
Il "poeta" si definisce colui/colei che scrive "poesia", e una poesia è tale solo nel momento in cui una larga comunità di lettori la accetta come tale e ne riconosce il valore, nella gamma consentita a ogni valutazione in campo artistico, dal mediocre, all'eccellente, fino al - cosa rarissima - sublime.
La pubblicazione è naturalmente il primo requisito (parlo di libri veri, intendiamoci, non di blog o e-book), ma in questo caso non solo il fatto di aver pubblicato - che in sé non vorrebbe dire nulla in realtà su questo piano - ma in primo luogo la qualità della sua scrittura secondo me consente di assegnargli questo titolo.
Anche questa, come la precedente, avrebbe dovuto rimanere una comunicazione privata, e infatti, se notate la data di composizione, è da un pezzo che la tengo prigioniera nel cassetto. Tuttavia anche in questa, nel rileggerla finalmente con calma e con la obiettività critica che mi è possibile tenere nei riguardi di un lavoro da me eseguito, mi sembra di percepire qualcosa di interessante anche al di fuori della sfera privata. In fondo è un poco una mia piccola "dichiarazione d'intenti" sul piano della scrittura in versi. Il "Poeta" di cui parlo già nel titolo non è (solo) questo mio amico in particolare, ma in generale la figura del Poeta come la intendo io, quella cui idealmente mi piace pensare di propendere, almeno come ipotesi di rotta nella mia ricerca: quella che io definisco il Poeta illetterato…
Se avrete la bontà di attardarvi nella lettura ii queste stanze potrete comprendere meglio ciò che intendo dire.
A voi, amiche dilette e amici cari, come sempre, con amore
M.P.
A un amico, poeta
Avrei scritto, a questo amico mio caro,
del prato, e del declivio punteggiato
di viole su cui ruzzavo inquieta
quand'ero una cosetta tutta gonna
a pieghine, calzini arrotolati
alle caviglie, ginocchia sbucciate.
Avrei scritto, con tenerezza, di quando
con i capelli a coda di puledra
m'impigliavo nei pruni che esploravo
in cerca di funghi e di quei lamponi
che avevano giusto il rubino turgore
delle mie labbra, vergini ancora.
Avrei scritto, all'amico, di quando mi levavo
per vedere l'alba colorare di pesca
le guance del cielo, e la brezza danzare
con le festuche e le gramigne in cortile,
mentre le tortore con ostentata
compostezza si disputavano l'arena.
Gli avrei scritto dell'aria di cristallo
che respiravo a larghe boccate
nel rampicare a perdifiato la collina
avida di sbirciare dall'altro lato,
mentre lui ch'era allora nella sua trentina
esponeva al vaglio il suo destino.
Gli avrei scritto di fiori, di specchi,
di alghe marine, di voli di api,
di cime inviolate e della loro purezza,
di quei gerani sui balconi, fioriti
come spumeggianti cascate rosso sangue,
ciò che teneva per mano la mia fanciullezza.
Il letterato di certo avrebbe sbuffato,
e arricciato quel suo naso camuso
un po' schiacciato dai troppi anni di studio
e disincanto. Mi avrebbe imputata
questa troppo facile vena, questo
indulgere banale nella memoria.
Quando invece la vita è uno strale
dalla cuspide intinta in curaro amaro,
una volta scagliato trafigge gli anni:
quale memoria ci è di salvezza,
s'è destinata a perire insieme al mortale
che la custodisce nella sua teca?
Al poeta tutto ciò non importa,
al poeta che monta di guardia
a prora della sua goletta,
che fila a vele spiegate su rotte
mai tracciate, verso incerti approdi:
al poeta non cale, la letteratura.
Ciò che conta è navigare, sentire
in viso la cruda frusta del mare,
seguire il gabbiano che si smarrisce
nelle nubi di schiuma all'orizzonte,
ascoltare in rapimento tra le onde
la canzone di qualche disperata
solitaria sirena: quel che conta
per il poeta è essere tale.
Marianna Piani
Milano, 21 Marzo 2015
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sabato 9 gennaio 2016
Confini del Sole
Amiche care, amici,
questo sonetto quasi canonico lo scrissi - piuttosto di getto - all'indirizzo di un "amico lontano", e perciò lo avevo destinato a una comunicazione privata, che non prevedeva pubblicazione.
Tuttavia, rileggendolo ora (ho ricevuto di recente care parole da questo amico dopo un lungo periodo di distacco) lo ho trovato piuttosto ispirato e sincero (anche se non starebbe a me dirlo, ma pur bisogna che eserciti un certo spirito critico al momento di proporvi qualcosa che sia degno del vostro ascolto) per cui ora lo condivido con voi, senza ulteriori commenti, confidando che il destinatario primo di questo pensiero non me ne abbia.
Come ho sempre detto, ogni composizione, piccola o grande, prende vita soltanto nella misura in cui raggiunge i suoi possibili lettori, e credo che questa cosetta meriti una sua vita libera, anche al di fuori dei confini privati dell'affetto amicale che l'ha generata.
A voi, amiche dilette e amici, e ovviamente all'Amico Lontano, con tutto il cuore, con amore.
M.P.
Confini del Sole
Quel che mi piace da sempre è sostare
alle radici del sogno, sul bordo
del giorno, sulla battigia d'un mare
che forse non altro è che un ricordo,
o un inganno, o un patetico sfondo
di tela, o di cartapesta: a guardare
un orizzonte che non è più del mondo;
a pensare che là vi sia chi amare
per quanto ci ama, pur tanto lontano,
così innocente, così alieno, solo
illuminato da pure parole.
Che dire allora di quell'alto gabbiano
perduto nel suo ineffabile volo
libero, verso i confini del sole?
Marianna Piani
Milano, 12 Giugno 2015
(A un Amico Lontano)
mercoledì 6 gennaio 2016
Ramaglie
Amiche care, amici,
una scrittura astratta, informale?
Non è nelle mie corde. Io sono una "figurativa" (nel bene e nel male), sia nel mio lavoro sull'immagine, che nel mio impegno e diletto nella scrittura.
Eppure queste ombre di rami proiettate su un muro antico un poco si avvicinano ad una immagine "astratta", nel senso di non essere una raffigurazione precisa di qualcosa di sensibile, ma un semplice ritmo visivo, capace di richiamare alla mente diverse impressioni, o memorie, o emozioni.
Le ombre, oggettivamente, creano un disegno senza "intenzione" alcuna, puramente aleatorio, anche se - a pensarci bene - è originato da precise leggi della biologia (la morfologia vegetale) e della fisica (la diffusione della luce, la proiezione rettilinea delle ombre).
Più che di un vero "informalismo" pittorico, mi rammenta piuttosto il linguaggio musicale, dove una vibrazione, un suono, non sono in sé intenzionalmente significanti o significativi, ma nella loro organizzazione e interconnessione, sfuggendo a ogni raffigurazione mimetica di una realtà concreta, compongono un loro linguaggio, capace di evocare immagini e sensazioni.
In questo si comprende quanto vicina sia la Poesia alla Musica, appunto, di quanto queste due espressioni umane siano sorelle e condividano lo stesso destino di comunicazione.
Per questo vi lascio, se vorrete, alla lettura, senza ulteriori parole o spiegazioni. Non vi deve essere una "spiegazione" in quest'arte musicale del dire, solo una sensazione, un contatto tra lo scrittore e il lettore (il creatore e l'ascoltatore) che, nei casi più alti, è a doppio percorso: dall'autore a noi, da noi all'autore. Compiuto il quale, l'atto creativo e generativo - di significato, di comunicazione, di bellezza - raggiunge il suo senso più pieno.
A voi, amiche dilette e amici cari, come sempre, con amore.
M.P.
Ramaglie
I rami crudi e nudi dell'olmo danno un'ombra
grifagna sul muro corroso, rigato di rivoli
gialli di tempeste ormai scordate. Ma forse
non sono rami, sono solchi spezzati, crepe
sul cristallo d'uno specchio infranto con rabbia,
a creare quell'illusione allo sguardo, o al ricordo.
Oppure, forse, sono le faglie, le sconnessure,
le piaghe della mia anima spaccata all'arsura
di cento e più giorni senza una pioggia, deserto
d'argilla rossa fratturata e rappresa in zolle
come il fondo d'un lago secco, oppure, ecco,
le vene contorte come torrenti nei polsi.
O sono gocce di pioggia che strisciano sui vetri
della finestra: hanno percorsi incauti, momenti
di pausa, di riflessione, o di titubanza
seguiti da precipitose accelerazioni, da fughe
senza speranza lasciando dietro a sé tracce
serpentine, come chi si fa strada tra le illusioni.
Oppure ancora, sono le ife dei muschi
che coprono i nostri rimpianti d'un fitto tessuto
di trina, oppure le tele dei ragni, alle bocche
delle forre, o delle caverne, geometrie di seta
lacerate dal vento o dalle grosse falene, oppure
soltanto il vestigio dei vasi sanguigni negli occhi
che proiettano sé stessi sulle pareti
del mio angusto mondo da prigioniera.
O non sono rami, né ombre, né luce
né pioggia. Sono solo ramaglie di questo
solitario malinconico intricato mio mondo,
dove come vuoi tu io mi perdo.
Marianna Piani
Milano, 11 Giugno 2015
sabato 2 gennaio 2016
Rimane il mare
Amiche care, amici,
prima composizione di quest'anno, un anno nuovo e già pieno di incertezze, di inquietudini, di promesse da tradire, di tradimenti da accettare.
Propositi per l'anno nuovo? Non ne ho, confesso. Potrei sfoderare un poca di retorica o molte nobilissime intenzioni, o anche semplicemente esporre i micro-obbiettivi quotidiani che ciascuno si pone.
Ma si tratta di un rituale ormai consunto. O forse semplicemente sono io a non comprenderne più il senso. In fondo è un innocente passatempo, un gioco di società, quello di tentare di ipotizzare il futuro, ma tanto vale affidarsi, come molti fanno, ai buttacarte, agli indovini da accatto di cui anche i nuovi media pullulano, proprio in questo periodo.
Il tempo è un continuum, cui noi abbiamo sovrapposto una serie di convenzioni, in parte basate su ricorrenze naturali, in parte del tutto arbitrarie. Ne sentiamo il forte bisogno, perché almeno così ci possiamo illudere di "conoscere e quindi controllare" un fenomeno del tutto trascendente come è appunto il Tempo. La verità - che ci sconcerta e ci sconforta - è che noi nulla possiamo nei confronti del nostro futuro, il nostro "controllo" si limita a una catena di scelte che provocano conseguenze che a loro volta impongono altre scelte, e così via. Gli Antchi lo definivano "Destino". Noi la consideriamo casualità. In ogni caso è al di fuori della nostra umana volontà.
Per questo mi pare cada bene in questo momento condividere con voi questa mia piccola riflessione sul tempo, il suo ineluttabile trascorrere, il deposito delle sue scorie nella nostra memoria, e soprattutto la riflessione su cosa, di tutto questo, della nostra vita, alla fine ci rimane, una volta che anche il presente più urgente e vivo si trasfigura ineluttabilmente in passato.
La "buttai giù" - questa composizione - all'inizio di quest'estate, dopo un breve passaggio nella mia città natale, e osservando in quella occasione più che in altre quanto i paesaggi della mia memoria fossero stati ormai sopraffatti, cancellati dal reale e dall'attuale, dal contingente e dal mutamento. Anche qui, in questa città relativamente pigra, piuttosto inerte nel suo processo di evoluzione, se non altro per l'angustia del territorio che la circonda, stretta tra un retroterra arido e pietroso e un mare increspato e geloso.
Cosa ci rimane, al di là del tempo, se non semplicemente ciò che siamo, e il riflesso delle vacillanti immagini della nostra memoria?
Amiche dilette, amici, grazie per essere con me qui per qualche minuto anche oggi, approfitto per un saluto speciale e un augurio di cuore per un anno sereno e con tanto, tanto amore.
M.P.
![]() |
| Adriatico |
Rimane il mare
Non ci sono più - i naviganti.
Non dico quelli dei romanzi
d'avventura, o gli eroi di Melville
o di Conrad, ma neppure quelli
dei racconti e dei narrari famigliari,
i capitani di lungo corso, i nostromi,
i marittimi con una donna in ogni porto
presunto, o immaginario, o sepolto.
E non ci sono più neppure
i pescatori, che da bimba ammiravo
lungo i moli a fissare nere reti,
a sbarcare magre casse di languenti
pesci, dallo sguardo addolorato,
e non c'è più quell'acre odor di morte
confuso alla salsedine e al petrolio
che penetra ogni fiato e ogni scoglio.
Le rare navi, le barche malinconamente
abbracciate le une all'altre, i natanti
da diporto, altezzosi come gabbiani,
tutti paiono ora sospesi in attesa
d'un partire che non può mai più avvenire..
Le strutture grigie dell'antico scalo
hanno occhiaie cave e ossa d'inferriate
arrugginite, come carcasse scarnificate.
* *
Rimane il mare: una piana vuota
che si stende all'orizzonte come sempre,
come una promessa di un altrove,
d'un ogni dove, d'un eterno emigrare.
Rimane il pontile, ora in cemento,
in cima al quale in faccia al vento
mi sedevo, senza badare al catrame
che macchiava la mia gonna color panna.
Rimangono i miei piedi giovani, piccini,
a dondolare poche spanne sopra il riflesso
di me stessa su quell'onde emaciate,
su quell'onde indolenti, ammalate,
iridescenti, cullanti alghe morte
in una putredine incipiente, e rimane
la mia mano sopra valve di molluschi,
morti, e i miei occhi persi all'infinito.
Rimane indicibile quel vuoto
di là dall'orizzonte, quel largo arco
di un mondo che si cela oltre un confine
che non è confine, ma bensì varco,
che non è barriera, è invece ponte.
Rimane il senso di quell'amore,
di quella sete, di quell'ardore
di libertà che il litorale dà
solo a chi vi nasce:
rimane il mare, per mutare,
per saper partire, per comprendere
l'Esilio, per potervi qui morire.
Marianna Piani
Milano, 15 Giugno 2015
martedì 29 dicembre 2015
Les Parisiennes de Kiraz
Per questo scorcio di fine anno, care amiche e amici, torniamo dunque a Parigi, dimenticando per un attimo ciò che accadde ahimé poche, pochissime settimane fa...
Una Parigi innamorata, lieve, piovosa, profumata di bistrot, di Gauloises ("Liberté Toujours": io odio il fumo, ma come non associare Parigi con queste spaccapolmoni dal motto irrinunciabile), di Chanel, di Senna, di Rive Gauche, e illuminata dalla luce delle meravigliose Gallerie del d'Orsay, del Louvre…
La Parigi che amiamo, che adoriamo, la Parigi dove io, se potessi, sceglierei di vivere per sempre, dove appena posso mi precipito (così vicina in fondo com'è da Milano: poche ore di treno veloce), la Parigi dell'Arte, della Libertà, della Speranza, il Sogno, l'Utopia per una Europa Illuminata, Umanistica, Umanizzata…
E poi il suono di quella lingua rotonda, dolcissima, così incredibilmente differenziata tra la elegante virilità del tono maschile e la tendresse, la sensualità affascinante di quello femminile.
Dite che stravedo, che idealizzo, che dico banalità e romanticherie stereotipate? Sarà così. Ma io a queste "romanticherie", mie care, non rinuncerei mai. In barba a tutti i barbuti truci profeti, integralisti, moralisti, terroristi del mondo!
Parigi la voglio simbolicamente "vivere" qui con voi - per un attimo - attraverso il pennello, delizioso, personalissimo ed elegantissimo, di un genio dell'illustrazione come Kiraz.
Nelle sue "vignette", apparentemente del tutto disimpegnate, sexy, frivole, venate di un erotismo dichiarato e a volte prorompente, secondo me si respira in pieno l'atmosfera di questa straordinaria, unica città.
Una città è fatta non solo dall'architettura, dal suo passato, ma innanzi tutto, nel presente, dalle persone che vi nascono e vivono. Le donne di Parigi sono davvero inconfondibili, e parlo di oggi, non di un più o meno lontano passato. Chiunque abbia visitato o visiti questa città con un occhio attento non può non può confermare.
E le ragazze di Kiraz non "rappresentano" Parigi: esse "sono" Parigi…
Amiche dilette, amici carissimi,
un anno nuovo, meraviglioso, a voi, con tanto, tanto amore dalla vostra affezionatissima Marianna.
M.P.
Les Parisiennes de Kiraz
Di ragazze così ne vedi
tante lassù, a Parigi,
ragazze quasi astratte,
frettolose come gatte, nei vicoli
e nei boulevard, ai tavolini
tondi dei caffè, ne vedi...
Disegnate a mano certa
e certamente innamorata,
con una sola, sinuosa linea
sulla carta come il filo del loro
petto eretto, o quello delle anche
e delle caviglie superbe e altere.
Gli occhi vasti, ombrosi,
remoti come stelle, e come tali
del tutto assenti, indifferenti
a sguardi, a complimenti
o anche offese, tanto come angeli
provengono dal cielo e vanno altrove.
Le lunghe gambe nude culminanti
in svelti arcuati piedi
da danceuse, così eleganti
e tesi da suscitare il pianto.
E i capelli, chiari oppure
così neri da perderci la mente.
Tu vedendole le diresti finte
per quanto appaion vere,
che il loro spazio sia quello
superficiale della carta
in cui sono ritratte; e invece
eccole spuntare dal metrò
a coppie, a gruppi, oppure
orgogliosamente solitarie,
con le loro sporte d'eleganza
o i libri densi di studi d'arte
o legge, o letteratura, e in un lampo
si disperdono nei viali.
Di ragazze così ne vedi
tante nelle folle di Parigi:
quest'è l'incanto d'una città
che sta nella sapiente punta
d'una matita, tutta, e la malìa
della sua femminilità perfetta
assolutamente appassionata.
Marianna Piani
Milano, 4 Giugno 2015
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