«La Poesia è Scienza, la Scienza è Poesia»
«Beauty is truth. truth beauty,- that is all
Ye know on earth, and all ye need to know.» (John Keats)
«Darkness cannot drive out darkness; only light can do that. Hate cannot drive out hate; only love can do that.» (Martin Luther King)
«Não sou nada. / Nunca sarei nada. / Não posso querer ser nada./ À parte isso, tenho em mim todos los sonhos do mundo» (Álvaro De Campo)
«A good poem is a contribution to reality. The world is never the same once a good poem has been added to it. A good poem helps to change the shape of the universe, helps to extend everyone's knowledge of himself and the world around him.» (Dylan Thomas)
«Ciò che premeva e che imparavo, è che in ogni caso non ci potesse mai essere poesia senza miracolo.» (Giuseppe Ungaretti)
sabato 17 marzo 2018
Audace
Amiche care, amici,
questa lirica racconta di un viaggio, l'unico finora in cui ho potuto presentare la mia città alla mia fidanzata, lei Irlandese, della terra di Joyce, era curiosa ed eccitata. Mi disse tra l'altro che voleva assolutamente provare questo famoso vento, la bora, di cui aveva sentito parlare, ed ebbe fortuna, perché, anche se un poco fuori stagione, e pur essendo più rara che in passato, furono proprio giorni di bora, anche se moderata.
La condussi a fare forse l'esperienza più "triestina" che si possa immaginare: risalire, in piena bora, fino in cima al grande molo che fronteggia la piazza del Municipio - Piazza dell'Unità - e si spinge per oltre duecento metri nel golfo, in direzione del (lontano, sullo sfondo) Castello di Miramare. Il molo ha il nome di "Audace" in ricordo del cacciatorpediniere Audace che vi attraccò nel 1918 segnando la fine del I° conflitto mondiale e la definitiva annessione della Città al territorio Italiano. Per la Storia…
È una esperienza davvero speciale, il molo è molto largo e sicuro, ma la bora, quando soffia con acceso vigore come in quei giorni, spazza il mare e inonda di schiuma e salsedine l'intera superficie. Questo, più il lastrico a grandi pietre rettangolari in granito, molto irregolari, che rendono faticosa e precaria la camminata con i tacchi (del resto sempre sconsigliati in quella città così mossa e irregolare, ma io su questo sono una testarda), più la spinta vigorosa del vento - credetemi, molto vigorosa, e per di più a folate imprevedibili e improvvise - danno la sensazione di essere a bordo di una nave, in navigazione a un'andatura da macchine a tutta in pieno mare. Credo che questa esperienza sia unica, unica di questa città, che per tanti versi mi somiglia, o magari sono io che, nonostante tanta assenza fin dai miei vent'anni, continuo a somigliarle.
Per gli innamorati - o le innamorate - poi è quasi d'obbligo, raggiunta la cima del molo, accanto alla grossa bitta con la rosa dei venti che segna la ideale "prua" di questa ideale imbarcazione di pietra, emulare la scena del Titanic con un lungo, appassionato, profondo bacio, con i capelli che sferzano i visi infiammati dal desiderio, dalla salsedine e dal sole, e le vesti piene di vento e di mare, che giunge fino nei più intimi e segreti recessi dell'anima e del corpo…
Audace è il nostro amore; audace - sempre - è l'amore…
Per voi, amiche dilette e amici, con infinito amore!
M.P.
Audace
Vieni, vienimi accanto, non temere,
qui con me sull'orlo ultimo del molo,
guarda, guarda questo mare audace
che si stringe a noi tutto intorno.
Questo mare che si spinge oltre il mondo
e l'immaginazione, guarda e ascolta
quando rumoreggia contro gli scogli
o canta melodie esotiche e ci incanta.
Ascolta e non temere il solenne
folle infuriare del vento
che ci investe alle spalle, solleva
le vesti con brividi di malizia
scoprendoci le gambe al sole
che tramonta sul limite finale
del cielo estivo che ci appartiene
come si appartengono i nostri cuori.
Tu, che non sei nata su queste spiagge,
non sei avvezza alla nostra allegra
impudicizia, cerchi di fermare
la gonna che impazza sulle tue cosce
mirabili e fiere; io lascio che gonfi
come una vela la sottana bianca,
come fa ogni ragazza di questi luoghi,
per l'emozione di sentire il vento
e lo sguardo ammirato della gente
accarezzare la mia pelle nuda.
Anche il tuo sguardo su me si posa
sorpreso e pieno di domande mute.
Nulla, credimi, può darmi incanto -
e turbamento - più di quel tuo verde
innocente sguardo su me confuso
per un istante che voglio eterno.
Vieni accanto a me, non temere,
appoggia il capo sulla spalla mia,
lascia che i tuoi capelli e i miei avventati
si fondano in un groviglio di colori
nero e rosso, porpora e carbone.
Guarda questo mare che ci attende:
affidiamoci alla sua forza
per la costa opposta, anneghiamo
nei nostri magici pensieri: siamo
solo frammenti sparsi, nell'assenza,
nella nostra attesa d'un infinito
che ci prenda.
Marianna Piani
Milano, 16 Agosto 2017
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martedì 13 marzo 2018
Ferrovia costiera
Amiche care, amici,
questa poesiola la scrissi pensando a quando per la prima volta lasciai la mia città natale, con l'intenzione di non ritornarvi per lungo tempo, forse mai più.
La lasciai dunque senza rimpianti: ero rimasta sola, e me ne partii quasi con rabbia, come se volessi dare alla città la colpa di ciò che mi era accaduto. Anche mia sorella, Paola, partì, si separò da me senza voltarsi indietro, forse lei in qualche modo incolpava me di ciò che era accaduto; allora non lo sapevo, ma non l'avrei più rivista.
Me ne partii dunque senza rimpianti, tuttavia qualcosa dentro di me si spezzava, e provavo un sordo senso d'angoscia, ma non per tutto ciò che mi era accaduto e che mi aveva infine spinto a partire, ma proprio per tutto ciò che, assieme ai miei anni più felici, lasciavo alle mie spalle. A partire dal paesaggio, lo splendido, inconfondibile ("aspro e vorace" per dirlo con le parole di Umberto Saba) paesaggio triestino e del suo ampio e quieto golfo.
Come sa chi ha avuto modo di visitare questa città (oltre ovviamente a chi vi abita o vi ha abitato), il tratto ferroviario che la unisce al resto dell'Italia - e del mondo, direi - percorre la stretta striscia di terra che, chiusa tra le alture carsiche e il mare, porta fino a Monfalcone, dove il paesaggio sfocia allargandosi nella parte più orientale della pianura veneta. Appena partiti e per almeno una ventina di minuti il convoglio procede a velocità molto moderata, per via delle molte curve che seguono il contorno orografico della costa, tra macchie mediterranee di pini marittimi e arbusti, brevi gallerie e molte aperture panoramiche sul golfo, un centinaio di metri più sotto. Queste sono le ultime immagini che il viaggiatore registra della città che sta lasciando, le ultime immagini che porta con sé nel suo ricordo.
E ora, a distanza di tanti (tropi) anni da quella prima partenza "definitiva" (anche se in seguito sono tornata a Trieste molte volte, pur tutte di breve o brevissimo periodo) il ricordo pian piano sfuma ineluttabilmente nella nostalgia.
Grazie sempre, amiche dilette e amici, per essere con me in questi miei percorsi sentimentali e personalissimi.
Con amore (tanto)
M.P.
Ferrovia costiera
Il pensiero, il ricordo, il sogno a volte,
ricorre a quel mare che da molti anni
ho lasciato - senza rimpianto.
L'ultima curva della ferrovia,
tra i roccioni spaccati e i fitti rovi,
apre dall'alto al golfo come d'incanto.
A quell'ora lo scintillìo del sole
sull'onde è intollerabile per quanto
è intenso, ma dura appena un istante.
Subito il convoglio s'infila - cambiando
di tono il canto - in una galleria,
tetra come il timore di morire.
Quanto fu acuto allora il mio sentire,
in quel preciso istante, da fuggitiva,
che non avrei rivisto più quel mare
come sua figlia, come sua sposa,
come sua amante.
Marianna Piani
Milano, 9 Agosto 2017
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venerdì 9 marzo 2018
Quel porto lontano, io ricordo
Amiche care, amici,
come da tempo programmato, ma mai in un momento più opportuno per me, vi scrivo queste righe dall'Irlanda, la terra della mia compagna, in cui mi sono trasferita, per un tempo indeterminato, ma forse per sempre.
Dico di un momento "opportuno" perché, pur sentendomi tutt'ora Italiana e in fondo orgogliosa di esserlo, non riesco a immaginarmi come parte di un Paese in cui una buona metà delle persone che posso avere la ventura di incontrare, casualmente, sul lavoro, in metropolitana, nelle vie del centro, hanno ceduto alla Grande Paura del Diverso e del Nuovo, e hanno votato in massa, godendo di ciò che la Democrazia gli garantisce, per una concezione del mondo chiusa, impaurita, piena di odio e di rivalsa su chi è più povero e sfortunato. Per persone, anche, che da "leader" considerano persone come me e la mia compagna come emarginate, appestate da evitare, nel migliore (o forse peggiore) dei casi delle malate da curare.
In questi ultimi mesi il clima si è fatto davvero pesante, e ciò che fino a non molto tempo fa - pur sempre presente - era represso, o nascosto, ora viene espresso ad alta voce, o anche nei gesti e nei fatti. Una innoicente passeggiata romantica ultimamente poteva diventare un piccolo incubo.
Così me ne vado. Non è una decisione presa in seguito a questi ultimi fatti, sono molti mesi che la sto programmando assieme a colei che amo, perché vogliamo realizzare un progetto di vita, come qualunque coppia al mondo, e trovavamo il "clima" sociale e culturale quassù, pur essendo un Paese di forte tradizione Cattolica, decisamente più favorevole che in Italia. E poi la mia compagna, che è una musicista specializzata nel folk irlandese, non ha la possibilità in ogni caso di spostarsi in modo stabile a Milano…
Il mio lavoro invece è più "slegato" dalla location, ho sempre avuto il mio studio in casa, inoltre nel mio settore l'Irlanda in questo periodo conosce un piccolo boom di produzione, tanto è vero che già da tempo lavoro proprio per Società Irlandesi. Dovrò venire in Italia, di quando in quando, perché lavoro anche per Agenzie Italiane (peraltro pessime pagatrici, rispetto al resto del mondo), e mi sono tenuta per ora la casa di Milano, ma la mia vita, e il mio cuore, sarà per ora, e per il tempo che vorrà il Destino, qui in Irlanda.
Comunque non ho molti rimpianti: sinceramente, non riesco più a riconoscermi in un Paese che sceglie di farsi governare da certa orribile gente... E infine, da europeista convinta e ostinata, e un po' poliglotta come sono, mi considero "a casa" quasi in ogni parte d'Europa.
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La Poesia, ovviamente, viene con me: è una vocazione, una necessità direi quasi, cui non potrei rinunciare nemmeno se lo volessi, così come non posso rinunciare a quest'angolo felice su queste paginette e alle amiche e amici che qui posso incontrare, per donare loro qualcosa di me, per quel che vale…
Il componimento che vi propongo oggi non rispecchia certo l'animo mio in questo momento, è invece frutto di un periodo di grande tristezza e depressione l'estate passata: solitudine, malessere, il mio disagio psichico che recalcitrava ai farmaci, l'amore lontano, il caldo soffocante e opprimente, la città agostana semideserta… Uno scontro con il senso del tempo che mi aggrediva con aspra desolazione.
E disperazione…
Per voi, amiche dilette e amici, come sempre, con amore.
Kilkenny, 9 Marzo 2018
M.P.
Quel porto lontano, io ricordo
...Quanto fosse lontano quel porto
oltre un oceano di mare
ora piano e sopito come il dorso
d'un drago immenso pronto
a gettarsi a capofitto verso il fondo.
Il ricordo dei marosi
che battono spietati e fragorosi
la dorsale di pietra della costiera
è vivo ancora, in quella
che il marittimo consumato chiama
non senza disprezzo una bonaccia.
Quanto lontano fosse quel porto,
e quanto vicino, tanto
da sentire già il suono dei trattori
e delle gru d'acciaio tutte prese
nel loro insensato affaccendarsi.
Quanto vicino, per la prima volta
pensavo allora, questo porto d'arrivo
mio, verso cui senza volere, forse
senza nemmeno esserne cosciente
per un'intera vita avevo mirato.
E ora, che come non mai mio lo sento,
come non mai vicino,
cosa faccio, anziché esultare,
o sollevata respirare vivificata,
oppure perfino intonare un canto?
Provo un freddo orrore.
Per la prima volta in questo specchio,
faccia faccia con un tempo ora nemico,
mi ritrovo a guardare negli occhi
la me stessa che ora sono.
La bellezza è un involucro che il tempo
offende e erode, ciò che rimane
sulla rena gialla sono milioni
di morte spoglie di conchiglia.
Marianna Piani
Milano, 5 Agosto 2017
(a Rita, recente ma stupenda amica)
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sabato 3 marzo 2018
Annidate rime
Amiche care, amici,
un paio di giorni ancora e la ancor giovane democrazia italiana esprimerà un voto, e sapremo se avrà vinto la paura, la rabbia, l'odio, il pregiudizio, la chiusura mentale, se il cancro del populismo e del fascismo, da sempre latenti nell'organismo della nostra società ma ora resuscitati, si farà conclamato, pronto alla metastasi.
Oppure se, magari sul filo di lana, prevarrà ancora un filo di Ragione.
La democrazia è questa, quando si indebolisce lascia spazio a questa deriva patologica, che può essere mortale se non la si contrasta, con tutta il rigore, la decisione, la convinzione - e la speranza - possibili.
Io da pate mia, nel mio piccolo, comunque vada, la contrasterò, con tutte le mie energie e la mia forza, che è la forza della cultura, della ragione e dell'amore. Una forza senza odio e senza violenza. Ma cerente e inflessibile.
Da anni ormai chiudo sempre questi miei interventini qui con un saluto, grato, alla vostra presenza, e un richiamo finale all'amore. Non a caso, naturalmente.
La cultura, l'ideologia dell'amore, della vita e della libertà si contrappone in modo irriducibile, radicale a quella dell'odio, della morte, del totalitarismo. Ed è questo, non altro, il mio modo di essere, grazie all'educazione e all'esempio che ho ricevuto dai miei genitori, il patrimonio più prezioso, insostituibile che ho ricevuto da loro, e di cui non smetterò mai di ringraziare la loro memoria. Non lo sento nemmeno come un merito, è solo fortuna.
Per questo dunque faccio poesia, con i miei poveri mezzi, con il mio modesto talento, ma con studio, applicazione, ricerca, passione, onestà. Perché la poesia, nel profondo, è amore, è l'espressione sensibile di questo sentimento primario, e non importa se dà voce direttamente ad esso oppure no, anche dei versi dedicati a un paracarro, o a un lavandino, se di poesia autentica si tratta, parlano d'amore, con amore e per amore.
E per questo, comunque vada, io, come certo voi che mi leggete, rimarrò libera, felice di vivere, innamorata del mondo, della vita, della mia compagna, della luce e della natura, disponibile ad accogliere e aiutare chi viene da noi, spesso a rischio della propria vita, per povertà, disperazione, a chiedere il nostro aiuto, pronta a cedere un frammento degli immensi e ingiusti, immeritati privilegi che abbiamo acquisito, semplicemente per essere nati sulla riva "giusta" del fiume.
I tempi sono complessi e difficili, ma obiettivamente non sono (ancora) senza ritorno, la tragedia è ancora espressa in farsa, e proprio per questo ancor più occorre impegnarsi, mettersi in gioco. Perché la farsa non si muti infine in tragedia.
Il mio impegno, il più aperto, sincero, si esprime anche su queste pagine, e lo faccio e lo farò sempre con gioia, con passione, con la meraviglia che ho conservato da quando ero una bambina. Quando rileggo le straordinarie pagine di Etty Hillesum, a cui mi accomuna solo il mio quarto di semitismo, e ammiro la sua serenità, il suo umorismo, la sua voglia di vivere, la sua ironia, espresse fino all'ultimo istante della sua tragica e breve vita, mi rendo conto di quanto sono fortunata ad essere nata nella Libertà, in questi anni incommensurabilmente più felici, checchè tentino di fare i nemici della vita e della bellezza per ributtarci indietro. Non permetterò che nessuno e nulla al mondo possa anche lontanamente minacciare di togliermela. Non certo senza lottare.
La lirica che vi propongo oggi - che nulla ha a che fare con quanto detto fin qui, tranne per il fatto di essere frutto di un gesto e un pensiero d'amore - la scrissi quasi di getto in momenti sereni, l'estate passata, mentre osservavo la bellezza incontaminata di un gruppo di giovani ragazze, così libere, così spigliate, così allegre da diffondere letteralmente attorno a loro un alone di grazia e di bellezza. Mi ricordavano, chissà perché, le rime in una poesia, che devono essere appunto leggere, spigliate, in certo modo allegre, e sopra tutto spontanee…
E così ne è risultato un piccolo inno parallelo alla poesia e alla bellezza.
Accada quel che accada, questa gioia di vivere non potranno mai togliercela...
Vi lascio alla lettura, amiche dilette e amici, come sempre, appunto, con amore
M.P.
Annidate rime
Poche tenere parole, a mente
compitate come una litania
d'amore, pochi pensieri
che s'avviluppano
ai tuoi desideri, quelli
più belli di ieri, incoscienti
forse, di certo oggi
a quelli meno innocenti.
Poche parole incise sulla lastra
di travertino del mio affetto
incorruttibile come la pietra
serena, e serena io,
donna illetterata, in cerca
di un qualche ritmo,
di una cadenza,
di una melodia che dica
di te ciò che di te
soltanto io conosco.
Tra le parole, dolci
e disperate come di chi sa
l'ineluttabilità
del nulla che ci sovrasta,
annichiliti quali siamo,
s'annidano le rime,
come accordi modulati
per domare il nulla
dell'entropia che ci cancella.
Poche parole, poche rime sparse
forse senz'intenzione, certo
senza motivo che in sé stesse.
Così sono, senz'altro motivo
d'essere che il loro essere stesso,
le belle ragazze che sciamano
davanti a me, di me ignare,
vociando nei viali dell'estate.
Ragazze come rime, vaghe
e immotivate, essendo
la pura bellezza in esse,
così ben create, quella
dell'intero creato.
Purezza e colpa
in uno sguardo solo,
bellezza e rapimento
in un unico firmamento.
Eccole le mie rime, sfuggite
tra le parole, ribelli come loro
sono, e giovanissime, contente
del loro essere al mondo
l'unico puro canto, sorgente
da un cuore colmo
d'un affetto che non sa
dove versarsi,
lava incandescente
che precipita senz'ordine
né intenzione le pendici
del vulcano in loro
già così ben desto.
Poche parole, in versi
senz'altro vincolo di forma,
libere di fluttuare
come foglie alla brezza
dell'alba che s'appressa,
cosparse qui e là
di antichissime sonorità,
ecco come s'incarnano
in me quelle parole
che - ostinata qual io sono -
s'ostinano a tenermi in vita.
Come ogni autentico cantore -
o cantatrice -
o incantatrice quale sono -
non crea e canta
le sue proprie parole, non intona
le proprie cadenze e rime,
non cede alla scrittura
il suo proprio pensiero,
ma al contrario, avviene
che da esse egli è creato:
la sua vita da esse
è intonata e detta,
la penna intinta nella scrittura
origina il suo pensiero,
come la pioggia
origina la sorgente
e la sorgente scioglie il fiume,
che tutto alla fine narra
ridiscendendo al mare,
a morire, sì, ma in fondo
sazio d'amore e di vita
colmo.
Marianna Piani
Milano, 31 Luglio, 2 Agosto 2017
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domenica 25 febbraio 2018
...a mai più tornare
Amiche care, amici,
questo che segue potrei definirlo un autoritratto in versi, anche se sfuggente e vago, proprio come l'immagine che ho di me stessa.
Quante volte, davanti allo specchio, mi sono chiesta: quella donna, oltre il vetro, sono proprio io?
Cosa, quanto c'è davvero di me in quell'immagine riflessa, dicono, in modo del tutto oggettivo e freddo, in base alle leggi universali dell'ottica e della geometria? Davvero è un gesto narcisistico, di segreto autoerotismo, il mio affacciarmi a quella me stessa riflessa, o non nasconde invece una profonda, disperata insicurezza? Vedo ciò che sono, o piuttosto ciò che vorrei essere? Quegli abiti eleganti, quei capelli ben curati, quel trucco leggero ma sapiente, sono gesti di compiacimento e vanità, volontà di seduzione, o non piuttosto un modo per celarmi al mondo, per far sì che la mia femminilità, con tutta la sua fisicità, faccia da schermo, come una maschera, alla mia estrema fragilità interiore, al mio dubbio d'essere profondo? Tutta quella attenzione quasi maniacale al dettaglio, tutto il tempo che dedico alla cura del mio aspetto, quello stesso rimirarmi - e torniamo allo specchio - prima di uscire per un'occasione importante, o anche, se pur meno e più alla svelta, tutti i giorni, rivela una volontà di essere ammirata, desiderata, magari perfino invidiata, oppure non è che un modo per consentirmi semplicemente di uscire e muovermi tra la gente, nonostante tutta la mia trepidazione, la mia ansia lancinante, la voglia che avrei, piuttosto, di rimanermene nel mio letto, ricantucciata, protetta, magari abbracciata stretta al mio amore, forse per sempre - e nient'altro?
Amiche dilette (soprattutto voi, oggi), amici cari, vi lascio a queste riflessioni, se vorrete, con amore.
M.P.
...a mai più tornare
Alla finestra, chiusa - fuori è buio -
vedo riflesso il mio ritratto, un flebile
raggio, tenue nelle forme e nel colore.
È un lampo appena, ma son pur io
quella donna dagli occhi troppo grandi
e ombrosi, il viso candido e lucente.
Sono io la donna che intravvedo,
le labbra un poco schiuse, illuminate
dal rosso fuoco del rossetto mio
prediletto. Sono io, quella femmina
fiera, busto eretto, nel mirabile
squilibrio dei suoi sandali a stiletto.
Eppure ora, ricusando
da riconoscer me stessa,
mi accingo a fuggir lontano.
Lontano ovunque sia, via,
pronta a un viaggio ineludibile
nel dolore, disposta forse
a mai più tornare.
Marianna Piani
Milano, Luglio 2017.
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sabato 17 febbraio 2018
Scogliera
Amiche care, amici,
una breve lirica di passione, memoria di quando, bambina e poi adolescente, mi affacciavo sulla riva del mondo e sognavo di spiccare il volo, per andare chissà dove, purché via, lontano, con quello spirito da migrante che ogni nato in una terra di naviganti istintivamente ha dentro di sé, incoercibile e sano.
Da ragazza volevo presto essere donna, anche perché dalle mie parti c'è stato sempre un che di fiero e orgoglioso nell'essere nata femmina, forse la cultura mitteleuropea in tema di emancipazione è sempre stata un poco più avanti di quella mediterranea, e forse c'è nella mentalità delle donne nate lassù, in mezzo a traffici e commerci e letteratura, un senso più spiccato di appartenenza a un genere "eletto", una indipendenza e riconoscimento maggiore in confronto con gli standard di altre regioni d'Italia.
Fatto sta che io mi sono sempre sentita fiera e fortunata di essere nata donna, e avevo fin da piccina una gran fretta di manifestarmici in pieno, fiera e libera, intellettualmente e spiritualmente, come lo fu la mia mamma, con il suo grande esempio di artista, intellettuale e lavoratrice.
Non sapevo, allora, quanto di quella scogliera bianca sopra un mare mite, capace solo di quando in quando di piccole furie infantili, che si figurava come me di essere oceano, quanto di quei luoghi e di quello spirito mi sarei portata appresso, per sempre. Senza nostalgia o rimpianto. Ma con la persistenza di una radice tenace e inestirpabile.
Con amore
M.P.
Scogliera
I roccioni calcarei, soli, candidi
e spaccati come ossa snudate,
infitti ciechi sopra il mare
che li bagna di onde scarmigliate.
I gabbiani che non hanno pace.
Forse abbisognano di un momento
di riflessione, prima di gettarsi
a capofitto nella loro rotta
oceanica, mentale se non reale.
Io come loro, spalanco le ali,
ali piccine, fragili, da pulcina,
e ci provo, a volare, sopra il mondo.
So che sarò una donna, un giorno,
e marcerò su gambe lunghe e rette,
avrò un seno fiero e generoso,
e infuocate labbra rosse d'amore.
Sarò spiata, concupita e odiata
per la bellezza ostentata o segreta,
sarò più sola quanto più ammirata.
Ma avrò sempre la forza per volare?
Marianna Piani
30 Luglio 2017
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domenica 11 febbraio 2018
Vento di mezzanotte
Amiche care, amici,
alcuni di voi, che mi seguono da tempo, forse avranno osservato che in queste ultime settimane non sono stata puntualmente presente in questo piccolo spazio che condivido con la vostra cara e amichevole attenzione.
Molti sono i motivi, in realtà. Certo il lavoro, quello che mi dà da vivere intendo, che si è fatto stringente e terribilmente pressante, una situazione aggravata dalla mia salute, che per tutto il mese di gennaio è stata "travolta" da un guaio al mio, diciamo, apparato riproduttivo, e che mi ha letteralmente steso per una quindicina di giorni, costringendomi poi a recuperare affannosamente il tempo perduto: nel mio "mestiere" non è concesso ritardare una consegna, se non in caso di morte.
Si aggiunge poi una mia crescente inquietudine, per usare un eufemismo, per la situazione che si sta creando, dopo il malaugurato avvento di trump in USA, con la riemersione di spettri che pensavo ormai sepolti sotto le macerie ella Storia. Mi sono sentita chiamata a un nuovo e più fattivo impegno personale, perché non potrei mai perdonarmi di non aver fatto tutto il possibile, fosse anche di "imbracciare le armi", per difendere quel poco di positivo che decenni di faticose graduali conquiste si è fin qui ottenuto nel campo della Giustizia, della Libertà, dei Diritti Umani, della Democrazia, e invece assistere passivamente, qui e in Europa, al riaffiorare di ideologie di odio, razzismo, xenofobia, omofobia, violenza, amorosamente accudite da forze "politiche" populiste o francamente di destra profonda. Mettendo in crisi profonda un sogno Europeo che io continuo a pensare come l'unica possibile ancora di salvezza per non sprofondare nel disastro di un nuovo, tossico nazionalismo.
Le ragioni di questo precipizio ideale, politico e morale sono molte, e investono anche responsabilità della mia "parte politica", inutile nascondercelo, ma questo significa che il tempo della tolleranza senza distinzione, del farsi i fatti propri, dell'astrarsi nell'arte per l'arte, del non "sporcarsi le mani" sono finiti, almeno per me, ecco.
Ma c'è di più, ed è qualcosa che investe proprio direttamente il mio lavoro di scrittura, come riesco ad esprimerlo su queste pagine:
mi trovo nel mezzo di una crisi profonda e radicale del mio "far scrittura", che mi ha costretto a un intenso lavoro di studio, rilettura, revisione e rielaborazione della mia "lingua" poetica (se mi si concede l'onore/onere di questa definizione).
In parole più terra-terra, una gran parte del mio lavoro precedente non mi soddisfa più, lo trovo ormai lontano dalla mia ricerca attuale, insomma, "non mi piace". Di conseguenza, da una parte sto eliminando tout court una bella fetta della mia produzione più datata e ancora inedita, che non vedrà mai la luce, dall'altra il mio lavoro di revisione dei (non molti) testi che considero ancora degni di essere sottoposti alla vostra attenzione è divenuto più laborioso, lungo, a volte doloroso.
Come alcuni di voi forse ricordano, io non pubblico mai (salvo pochissime eccezioni) testi al tempo della loro prima stesura, ho bisogno di "decantare" la "ispirazione" iniziale - ponendo in mezzo un bel lasso di tempo, anche diversi mesi, come si può evincere dalle date che riporto in calce ai testi - in modo da avere la necessaria "distanza critica" per poterne giudicare obiettivamente (insomma, il più obiettivamente possibile) il loro valore per "meritarsi" una pubblicazione, innanzi tutto, e poi per poter operare una revisione sufficientemente serie e rispettosa nei confronti di chi avrà la voglia di leggermi.
Per questo, mentre in questo periodo sto scrivendo seguendo l'andamento attuale della mia ricerca, i testi che pubblico appartengono a una fase ormai in qualche modo "superata", e dato che ho iniziato a mettere in crisi i fondamenti stessi della mia scrittura, i testi che riescono a superare le maglie d un vaglio che si è fatto molto più severo sono numericamente sempre più scarsi. Fino al punto, come mi è capitato in queste ultime settimane, di spingermi a rinunciare del tutto a una pubblicazione che ancora non mi convinceva.
Capiterà di certo ancora, e per questo vi prego di aver pazienza, e di non abbandonarmi, se potete, anche se di quando in quando non riuscirò a raggiungere l'eccellenza (relativamente alla mia scrittura, beninteso, non certo n senso assoluto) che vorrei potervi sempre offrire, o se dovrò saltare ancora qualche appuntamento.
Oggi vi propongo una lirica di memoria, scaturita da una nottata di vento forte, evento raro nella città di adozione - Milano - ma che è il carattere quasi distintivo della mia "patria d'origine", Trieste.
Sintomaticamente, scrissi questi versi il giorno del mio quarantaquattresimo compleanno (ecco, ora sapete)
Con amore
M.P.
Vento di mezzanotte
(Che dici, che non fosse già detto,Dimmi che questo vento proprio oggi,
in questo giorno strano, contraddetto,
ti richiamerò, forse, anche se
è troppo tardi ormai, oltre l'una.)
questo vento così raro qui a Milano,
che si fa sentire ora percuotendo
sulle imposte, sarà forse un caso?
Oppure è una specie di richiamo
alla memoria? La voce rauca
del vento delle mie terre che s'abbatte
contro il mare, furioso, come un falco
in caccia, o gaio a volte come un bimbo
che fugge dal cancello della scuola
vociando, senza fiato, scalmanato,
ebbro della riavuta libertà.
È il vento del mio passato, che mi parla
di tutto ciò che ho perduto e non potrò
mai più riavere, è giunto fin quaggiù,
in questa terra senz'orizzonte sgombro
a dirmi tutto ciò che io credevo
del tutto ormai scordato, anche
degli amori consumati in fronte all'onde
di quel mare innamorato, lui,
del sole che bruciava la nostra pelle
e ardeva il cuore e il dolente seno
adolescente, mentre il bacio
bruciava le nostre anime nel peccato.
Era forse proprio questo stesso vento
ad attizzare il desiderio come il fuoco
in una macchia di pruni aridi del Carso,
questa passione così colpevole
così del tutto inevitabile, un destino:
il vento che oggi ha percosso
le mie persiane, qui a Milano,
è il vento dell'adolescenza
che viene in visita quaggiù,
per dirmi solo una parola
alla mia inquietudine d'esiliata,
e poi lasciarmi qui - abbandonata.
Marianna Piani
Milano 26 Luglio 2017
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