«La Poesia è Scienza, la Scienza è Poesia»

«Beauty is truth. truth beauty,- that is all
Ye know on earth, and all ye need to know.» (John Keats)

«Darkness cannot drive out darkness; only light can do that. Hate cannot drive out hate; only love can do that.» (Martin Luther King)

«Não sou nada. / Nunca sarei nada. / Não posso querer ser nada./ À parte isso, tenho em mim todos los sonhos do mundo» (Álvaro De Campo)

«A good poem is a contribution to reality. The world is never the same once a good poem has been added to it. A good poem helps to change the shape of the universe, helps to extend everyone's knowledge of himself and the world around him.» (Dylan Thomas)

«Ciò che premeva e che imparavo, è che in ogni caso non ci potesse mai essere poesia senza miracolo.» (Giuseppe Ungaretti)

sabato 30 agosto 2014

Giacere


Amiche care, amici,

Eros, questo ragazzaccio screanzato e invadente, mi stuzzica spesso, come penso sapete se frequentate un poco queste pagine, mi provoca, e mi sfida.
Sì, mi sfida: perché è veramente difficile lasciarsi sedurre dalla scrittura erotica, senza cadere disastrosamente nel kitsch, nel banale, o nella pruderie più scontata e tediosa.
Personalmente amo molto scrivere composizioni esplicitamente erotiche. Riconosco immediatamente quando sto entrando in questo territorio, perché provo - scrivendo - una intima, intensa eccitazione, anche fisica, molto simile a quella che può preludere un rapporto carnale. Inoltre la mia scrittura diventa febbrile e incontrollata, come in una specie di stato di sospensione della coscienza, e mi trovo a esprimere pensieri aperti, imprevedibili, senza inibizioni, e senza una traccia di razionalità.

Di fatto poi, da questo materiale di solito fatico molto a ricavare qualcosa di "valido" dal punto di vista della comunicazione, secondo il principio basilare che l'arte è una disciplina, e non un atto spontaneo (altrimenti non si chiamerebbe "arte", nome che sottende una esecuzione tecnica, un virtuosismo anche formale), è lavoro, prima che piacere. Tanto varrebbe esporre dei selfies di me stessa nuda. Penso che a qualcuno interesserebbero, non sfiguro, ma di certo non direbbero nulla di me di più del visibile, nulla più della buccia superficiale, bella o meno che sia. Normalmente quindi un buon 80 per cento di questi testi non passa il primo vaglio seriamente critico, e finisce difilato in spazzatura, nel cestino del computer, o nel fondo di un cassetto.

Tuttavia càpita a volte di cogliere "l'attimo fuggente", e allora nasce una "creatura"  che vale la pena di condividere, di trasmettere anche ad altri.

Ed eccomi qui, quindi, con uno di questi tentativi, penso non mal riuscito (altrimenti mai ve lo infliggerei), nel narrare del mio amore, ormai da tempo sfumato, per una ragazza di una bellezza davvero stupefacente, da perderci (come puntualmente ho fatto) letteralmente la testa, e con essa ogni dignità…
Ma, come dice Stendhal, la "dignità" con l'amore nulla ha a che fare.

Spero tanto lo gradiate, amiche dilette e amici fedeli… Con amore, come e più che sempre

M.P.





Giacere


Giacere confuse al nostro amore
sopra un letto d'erba e di trifoglio,
come giace l'ombra sotto il pino
del nostro magico giardino.

Il giardino fiorito di mimose e rose
profumate del suo seno ansante
e delle sue labbra ardite, mentre io
ebbra bacio le sue tenere caviglie.

La sua irragionevole bellezza
rende me più audace, come il sole
che si compiace sopra le cime
rende più audace lo scalatore.

Giacere, assieme, sotto l'arco della notte
scintillante, come giace il fiume ribollente
sotto il ponte tra le opposte sponde
della fede e dell'illusione.

Fredda limpida luccicante la corrente
delle nostre complici carezze,
avvolgente trasparente l'acqua che vi scorre
trascinando in sé anche i più grevi massi.

Giacere come il manto delle nebbie
giace sopra la vallata e la possiede,
giacere: come il velo del rimpianto
si distende ora sopra il mio fervore,

e lo presiede.



Marianna Piani
Milano, 18 Aprile 2014


mercoledì 27 agosto 2014

Ritrovata Eternità


Tofana - Dolomiti


Amiche dilette, e amici cari,
Oggi davvero amerei lasciar parlare questa composizione, scritta in un momento di depressione, illuminata però da una specie di aspirazione all'altezza, all'elevazione, quella che ho provato in passato nel corso delle mie arrampicate in montagna, in solitaria oppure assieme alla mia sorellina adorata.
Ricordi e pensieri evocati ancora una volta dalla vista solenne del Massiccio del Bianco, che potevo contemplare in quei giorni al mattino, o alla sera, dalla finestra della cameretta in cui ero ospitata da un'amica, dalle parti di Chamonix.


Ormai sono diversi anni che non pratico davvero le mie amate montagne, quelle Dolomitiche, da quando sono mancati i miei genitori, che ci "ospitavano" nel loro buen ritiro in quei luoghi magici,  non ho più avuto l'opportunità, la possibilità economica (e in parte anche il tempo e la voglia anche: troppo mi rammentano ricordi ora dolorosi) di tornare tra quelle cime. Devo dire che mi mancano, mi manca terribilmente tutto questo.
Oramai del resto ho perso la mano, dopo tanto tempo senza allenamento specifico, e non potrei assolutamente più affrontare le vie che ero arrivata a vincere in passato. Nulla di eclatante beninteso, cimette che farebbero ridere un alpinista "vero", ma per me, minuta ragazza la cui forza era più che altro una agilità da gatta, erano tutte delle grandi conquiste, dei piccoli Himalaya o Annapurna in sedicesimo. Oggi mi accontenterei di portarmi in qualche modo in quota, ed ammirare uno dei tramonti dorati che rendono quelle cime uno spettacolo ineguagliabile... Intanto, ricordo, anelo e medito...


Con amore.
M.P.





«Elle est retrouvée.
Quoi? - L'Eternité.
C'est la mer allée
Avec le soleil.»

«Ame sentinelle,
Murmurons l'aveu
De la nuit si nulle
Et du jour en feu.»

(Arthur Rimbaud)





Ritrovata Eternità


Dio del cielo, ma cosa cerchiamo
quando aspiriamo fino a morirne
a una qualche forma di ascesa?
Forse ci illudiamo d'immortalità?

Noi non comprendiamo quant'è immorale
l'essere immortale, e non sappiamo
se mai giungeremo alla cima inviolata
cui dirigiamo, se mai vi troveremo pace.

Sappiamo - Dio se lo sappiamo! -
come s'erge possente innanzi a noi
il massiccio di roccia e di ghiaccio
e quanto atterrisce fin da qui lo sguardo.

Il nostro sentiero risale le ghiaie
e le rade cespaie alla base, ripido
e contorto come una serpe, nodoso
come un pruno, poi lo smarriamo.

Siamo coscienti di quanto affanno
e quanto dolore ci impone d'ora avanti
ogni nostro singolo penoso passo?
Di quanti compagni perderemo

assiderati o caduti lungo il percorso?
Di quante altre vie abbiamo abbandonato
per ritentare ostinati soltanto la nostra?
Di quanto respiro ci rimarrà, alla fine?

Diverrà mortale fatica ogni grammo
di sporta che ci graverà sulle spalle,
diverrà rantolo ogni nostro respiro,
e ogni parola disseccherà sulle labbra

come una piaga di sale, e il sole e la neve
perforeranno la vista, nel gelido fulgore
che pervade i battenti delle Porte del Cielo.
Ci arderà, l'arsura, e ci raggelerà il vento

selvaggio delle cengie, invidieremo i falchi
e gli sparvieri che liberi e innocenti
ci sovrastano di tanto nel loro agevole volo,
e le nubi che ridendo competon con loro.

E quando e se infine la nostra traccia
sfocerà a una meta, vuoi che sia la vetta
oppure un terrazzino esposto a mezzavia,
il nostro sguardo avrà libero l'orizzonte

innanzi a sé, fino al sole, fino al mare.
Non è questo, infine, ciò che cercavamo?
Non è questa la fine del nostro peregrinare?
Non è tutto ciò che invocavamo?


La ritrovata Eternità:
"C'est la mer allée / avec le Soleil"



Marianna piani
Passy, 11 Aprile 2014

sabato 23 agosto 2014

Route Blanche


Amiche care, e amici

in viaggio verso il traforo del Monte Bianco, dal versante francese.
Uno dei miei tanti passaggi, dal momento che ho da quelle parti una mia cara amica (medico, esercita a Ginevra, e mi ospita ogni tanto, quando mi prende la voglia di viaggiare. Il suo appartamentino in centro città, non lontano dal lago, è anche un bel "campo base" per le nostre veloci puntate a Parigi, città che lei conosce bene, avendoci vissuto per un periodo non breve), e si tratta di un itinerario che ho ripercorso diverse volte, in stagioni diverse, e ogni volta il profilarsi quasi improvviso, percorrendo l'autostrada, di quel poderoso "quasi cinquemila" mi riempie di stupore e rispetto.
Sì, ho scritto "rispetto", con cognizione di causa. Io ho esercitato per anni, fin da giovanissima, alpinismo, con qualche soddisfazione: così piccolina e leggera avevo un senso naturale dell'arrampicata, non avevo timore alcuno dell'altezza, o del vuoto, ero una specie di scoiattolo, anche se mio padre, per farmi arrabbiare, mi chiamava criceto: "Te va su come un criceto, picia mia" mi diceva, nel suo dialetto, intendendo riferirsi a certe mie goffaggini tecniche che il tempo non mi ha concesso di superare o migliorare. Comunque fu mio padre a trasmettermi questa passione, e a condurmi ancora bimba in montagna, insegnandomi passo passo quel poco di tecnica necessaria per affrontare le facili pareti che mi portava - prudentemente - a risalire.

Mio padre era un discreto alpinista, ma devo dire che questa è una tradizione in un certo ambiente della mia città. Trieste è una città che offre spazio a diverse attività sportive, curiosamente condivise tra mare e monte, e la popolazione sportiva praticamente si divide tra l'alpinismo (o lo sci), la vela (o il canottaggio), il nuoto e la speleologia. Io - a parte quest'ultima che non ho avuto l'occasione di avvicinare personalmente - ho esercitato più o meno tutte queste discipline, scimmiottando il mio papà, che era un campione (almeno, così a me pareva, ovviamente) in tutte.

Tutto questo preambolo per cercare di raffigurarvi quale particolare impatto può avere su di me la vista di un massiccio così imponente. Il mio sguardo è quello di chi conosce, almeno un poco, la montagna, i suoi paesaggi, i suoi misteri, e i suoi pericoli. Il teatro delle mie (piccole) ascensioni è stato interamente dolomitico, il che vuol dire magico, vario, di una bellezza ineguagliabile, ma di dimensioni assai più contenute: conquistare una cimetta poco sopra i tremila, da quelle parti, è già raggiungere il tetto del mondo.
Ma c'è un sentimento che la montagna, ogni montagna, indipendentemente dalle dimensioni o dalle misure in verticale, incute ad ogni vero alpinista: appunto, il rispetto.

Un alpinista mette le mani sulla roccia nuda di una parete, la stringe, e sa che dalla sua capacità di interpretare correttamente il linguaggio di quella pietra dipende direttamente la sua vita. Da qui deriva prima di ogni altra cosa un profondo rispetto. Nessun vero alpinista si avventa su una parete come se si trattasse di una performance sportiva o di uno stimolante adrenalinico, quelli sono soltanto degli sbruffoni, incapaci di comprendere l'autentico senso della Montagna.
Una salita non è un "esercizio" sportivo, è uno scambio di forza e di pensiero tra la Montagna e l'Alpinista, un rapporto simbiotico, a strettissimo contatto, una sfida rituale tra un immenso Gigante e un minuscolo Golia.
Questo, al di là delle tecniche di roccia, è stato il principale insegnamento su questi particolari argomenti, di mio padre: l'amore per la Montagna porta al rispetto per essa, e il rispetto riconduce all'amore. La Montagna si confronta, non si sfida, si doma, non si ferisce. Solo allora sentirai di poter godere della sua amicizia. Ed è come stringere amicizia con una tigre, che sai che potrebbe in ogni momento ucciderti con il semplice movimento di una zampa.

Per voi, amiche dilette e amici cari, con amore

M.P.






Route Blanche


Queste assurde montagne
così tanto immense da sembrare infinite,
questa muraglia di vetro
come uno spettro possente che sbarra ogni accesso
alla vasta valle, e ogni fuga da essa...

Questo senso annichilente, trionfante
che schiaccia chiunque l'avvicini,
questo impossibile salire verso il cielo,
questa tracotanza nel voler sfidare le nubi
gelose della loro vicinanza al Divino.

Potrei risalire le rocce e i ghiacci per ore,
forse per giorni, e giorni ancora;
e a pochi minuti di volo d'uccello
dal mondo dei vivi e dalla sua folla,
potrei morire d'inedia, o di sfinimento.

Potrei precipitare in un crepaccio, oppure
venire schiacciata da un malvagio seracco,
e nessuno mi saprebbe più ritrovare, per decenni,
forse millenni: restituita infine all'alveo d'oblio
cui aspira in fondo ogni donna, e ogni uomo.

Così avviene che il sole trapassa, alle mie spalle,
diffondendo nell'aria una brezza sottile,
ma fredda, e dal cielo stupefacente d'azzurro
una fantasmagoria di luce arancio, e violetto,
si posa sulla più alta cima come un diadema.

Nascono stelle, a oriente, una ad una,
così come nascono speranze, e muoiono illusioni,
ogni singolo astro mi parla e confida
frammenti delle sue storie, perché le ascolti
e un giorno io le possa narrare.

Ogni astro è invisibile ancora al mondo
eppure rifulge di luce accecante,
ciò che si erge innanzi a noi
in tutta la sua potenza, non è umano:
umano è il sogno - illusione - di essergli pari.



Marianna Piani
Passy, 10 Aprile 2014

mercoledì 20 agosto 2014

La Rondine e l'Onda



Amiche care, amici

non vorrei introdurre direttamente la piccola lirica che vi propongo oggi, vorrei compiere un piccolo sforzo di coraggio e di fiducia, e lasciare per una volta che sia essa stessa, da sola, a dire ciò che deve dire.
Vorrei che la leggeste senza chiose o interpretazioni preconfezionate, mi piacerebbe che fosse come un piccolo quadro esposto in una galleria, umilmente offerto allo sguardo indulgente (o severo!) di chi passa in visita.

Dico solo: chi è l'Onda, l'Onda che il destino porta a frangersi e rifrangersi in perpetuo sulla riva? E chi è la Rondine, che sfreccia e sfugge all'orizzonte?

Chi mi conosce avrà notato il mio amore per il mare, e l'ambiente, il paesaggio, il colore marino; di fatto io sono nata in riva a un mare, se pur defilato e un po' angusto come è l'Alto Adriatico, il "mio" mare.
Io sono convinta che la presenza del mare conforma lo spirito e la personalità di chi ha la ventura di nascervi e - come è accaduto a me - di trascorrervi gli anni formativi, dall'infanzia alla prima adolescenza. Poi questi luoghi si possono anche lasciare, nel corso della vita, ma rimangono in perpetuo nel fondo della propria anima.
Il mare è un confine sconfinato. Chi vi nasce accanto cresce con una "quarta parete" davanti a sé, invalicabile eppure aperta, una "parete orizzontale", prospettica, una via di fuga sempre pronta ad essere intrapresa, un millenario canale di comunicazione con mondi lontani, genti, popoli, civiltà, culture altre.
Io credo che chi nasce accanto al mare nasce dotato di una innata apertura mentale, ed è perciò tanto più colpevole se poi non la coltiva e sviluppa nel corso della propria vita.
L'orizzonte marino non è una border line, una barriera, in realtà è insieme un punto di sutura tra cielo e mare e un ponte da varcare tra il qui e l'altrove; lo sguardo, per chi cresce sulle sue rive, non si ferma alla prossimità della strada, del palazzo accanto, del muro di cinta, del guard rail, ma si abitua a spaziare su lunghe distanze e ampi spazi aperti. Un nativo di mare può magari soffrire di presbiopia, mentalmente parlando, difficilmente di miopia.
Questa eredità, che mi porto dentro anche ora che vivo in una grande città dell'interno - dove invece le prospettive e i punti di vista sono continuamente frammentati, interrotti, spezzati, feriti da torri, palazzi, tangenziali, linee elettriche, torri cellulari - è parte della mia formazione almeno quanto sono l'educazione familiare, gli studi, gli affetti, gli amori. È l'origine della mia tensione al viaggio, al movimento, all'esperienza nuova, potrei dire, pur essendo io tendenzialmente timorosa e timida, all'avventura. E certo questo è il motivo perché il mare ha una parte non irrilevante nella mia immaginazione, nella mia memoria, e di conseguenza nella mia scrittura.

Vi lascio, per ora, amiche dilette e amici; come sempre grazie, grazie per esserci, con la vostra meravigliosa, preziosa, anche se a volte silenziosa presenza!

Con amore

M.P.







La Rondine e l'Onda


Andare, e ritornare, sull'arenile,
morire, e rimorire, contro le dighe
dei frangiflutti alla bocca del porto,
l'antico circolare destino dell'Onda.
Dal Mare alla Terra trascinando vita,
da Terra al Mare recandone i sedimenti.

I mari lontani e le bizzarre avventure
di navi possenti, i cetacei immensi,
uomini resi folli dall'acqua salsa
e dalla bonaccia, i nembi grigi
come piombo sopra Scilla e Cariddi,
e le acque velate di nebbie

e di rimpianti dello Stige: ogni onda
porta nel ventre e sul dorso
un lungo interminato percorso,
e il suo ritorno; ogni onda è un'onda
poiché s'avvolge in sé stessa,
e in sé ravvolge vita e valve morte,

gusci di vita ch'è ormai trascorsa.
Ogni onda narra una storia,
come una pagina dell'incompiuto Libro
della Memoria...  Frattanto, innamorata,
l'ala ricurva come un arco, la rondine s'impenna
e sfiora la schiuma con un sibilo lieve,

il volo poi subito si tende, e mai più ritorna
come una freccia va oltre il bersaglio:
non può la Rondine sposare l'Onda.



Marianna Piani
Milano, 3 Aprile 2014

sabato 16 agosto 2014

Canzone Innocente



Amiche care, amici,

dunque c'è chi - pensando di fare un qualcosa di originale e magari un po' "di rottura" - pubblica un blog con una linea editoriale espressamente dedicata a "boicottare apertamente le poesie d'amore" ("Perche odiamo le poesie d'amore") .
Si tratta di una proposta di una certa "originalità" e interesse (anche se non certo inaudita, nulla di nuovo sotto il sole della letteratura del resto, basti pensare al nostro Filippo Tommaso Marinetti, e ai suoi manifesti militanti a proposito dei "chiari di luna"da uccidere ("Uccidiamo il Chiaro di Luna"), e alle beffarde scanzonature di Sanguineti, o anche, prima di lui, di Bacchelli) e sostenuta da una serie di motivazioni non particolarmente ricca, ma in parte condivisibili e personalmente, da me, anche effettivamente condivise.
Io stessa ho scritto diverse cosette che con l'amore (se non indirettamente) nulla hanno a che fare, come per esempio un'ode all'IKEA, uno strambotto dedicato al nostro amato e sofferto "tacco dodici", e anche qualche strale nei confronti di certa "poesia" amatoriale troppo facile, scontata, senza sangue nelle vene. Trovate tutto in queste pagine, se volete.

Certo, se ne ha fin qui di certi esercizi di puro e semplice narcisismo, in particolare quello femminile, sempre assai pernicioso, anche se io sostengo che ogni persona ha pieno diritto di scrivere/pubblicare tutto ciò che gli aggrada, riservando a noi peraltro il pieno diritto di NON leggere, di NON condividere o anche di NON apprezzare.

Io credo fermamente che non vi sia NULLA di INDICIBILE in Poesia, dal magazzino di mobili cino-svedesi al tacco a spillo, dal libro all'abito firmato, dalla motocicletta al paesaggio alpino. Nulla di ciò che viviamo, se lo viviamo pienamente, è vuoto di significato (a parte forse qualche personaggio dell'arena pubblica, politico o di spettacolo, ma questa è un'altra faccenda), nulla può essere considerato a priori "impoetico", o, al contrario "iperpoetico": il problema non sta nel soggetto, ma nell'obiettivo, inteso nel senso dello strumento che usiamo per inquadrare quel soggetto.
Certo, alcuni argomenti e soggetti, che sono quelli più abusati e - apparentemente - facili, sono al contrario estremamente impegnativi da affrontare "seriamente". Il decollo di un aviogetto a Malpensa - ho scritto anche di questo - è per me assai più facile da "cantare" in una lirica di quanto non sia - ad esempio - una notte d'amore a Venezia (in un'altro mio temerario tentativo): per potersi aggirare in certi territori senza uscirne malconci occorrono nervi saldi e una assoluta padronanza dei propri mezzi. Su questo, come vedete, sostanzialmente concordo con l'assunto teorico del Blog sopra citato. Inoltre sono una lettrice appassionatissima di Autori in cui il genere amoroso ha un ruolo molto minore, o addirittura secondario, come la mia adorata (e "verticalissima") Sylvia Plath, o la straordinaria Szymborska, o il grande "biblico" padre (o nonno ormai) del verso moderno, Whitman.

Tuttavia, io mi ribello istintivamente a ogni sconfinamento normativo e costrizione ideologica: qualcuno (io compresa) sente la necessità di cantare il "chiaro di Luna" o di comporre un'ode d'amore, pur anche rischiando di fare una figura barbina e dilettantesca in senso negativo? Per me, deve sentirsi padronissimo di farlo.
Inoltre, l'Amore - così come la Morte, la Guerra, il Tradimento, il Sesso, la Passione - sono e rimangono argomenti non solo "leciti" ma direi ineludibili per il discorso poetico. Inutile tentare di bandirli (o di "boicottarli"), poiché sono alcune delle "massime vocazioni" umane, da millenni, e lo saranno per tutti i millenni (o secoli, o decenni, dipenderà da noi) che ci rimarranno, in barba a tutti i Marinetti della Storia.

Io leggo e scrivo in piena libertà e in discreta quantità poesie d'argomento amoroso e di passione, non potrei evitarlo così come non mi sarebbe possibile sopravvivere senza la mia biblioteca di famiglia, o senza l'ossigeno che respiro: l'amore per così dire dà ossigeno e feconda la mia - chiamiamola pure così - ispirazione, sia di scrittrice (dilettante) che di lettrice (quasi professionale).
Ecco perché, provocatoriamente, ma con simpatia, dedico la "canzone" che segue all'autore (o agli autori) del blog sopra citato.


Nasce da una autentica ed intensissima storia d'amore, finita come spesso purtroppo accade a me in un piccolo (ma grande) scatafascio sentimentale. L'innocenza di cui parlo nel titolo è quella della persona che mi ha ispirato questo sentimento violento di desiderio, e che per questo - del tutto innocentemente - mi ha posseduta anima e corpo per alcune settimane come una tiranna. Se avessi una maggiore vocazione per i titoli ad effetto (o da canzone pop) avrei potuto intitolare questa composizione "Tiranna Innocente"...
Ad ogni modo, bella o brutta che sia, solo il lettore ha il diritto di decretarlo, pieno e insindacabile diritto come quello di un sovrano assoulto. "Tiranno Innocente" anch'egli.

 Io, d'altra parte, esercito il pieno e inviolabile diritto di scriverla: da autrice, mi limito a trascrivere le mie emozioni, come mille generazioni di scriventi di tutte le ere e di tutti i livelli (dal genio epocale alla fanciulla da facebook) hanno fatto, spero sempre con onestà piena e totale sincerità, immergendo il pennino direttamente nell'inchiostro della mia anima, per usare scientemente una figura retorica che farà rabbrividire certi positivisti d'assalto...

Amiche dilette e amici, come sempre, più che mai, con amore.

M.P.






Canzone Innocente


Quant'è il mio bisogno di esserci, cara,
di esisterti accanto, di accoglierti sopra la mia vita
come la pioggia rinfrescante al mattino
come la coperta del sole sovrano al meriggio
come il mantello della vergine neve alla sera
come il fuoco che consuma il ceppo del pioppo
nel camino del sogno, lungo il vasto arco
della notte: la nostra mai finita, estatica notte.

Quant'è il mio bisogno di aprire lo sguardo,
e vederti come l'ombra sottile d'un cipresso
controluce nel vano della nostra finestra, all'alba,
e vedere ancora che mi osservi, come mi osserva
la luna indulgente, silenziosa, misteriosa, lontana,
eppure vicina, immersa nelle mie più strenue speranze.
Quant'è la mia meraviglia, il mio stupore, il mio tremore
nello scoprire dentro il tuo sguardo il mio viso.

Quant'è spaurito, il mio viso colà, nelle tue pupille,
come un papavero scarmigliato smarrito nel mezzo
del verde infinito di un prato, percorso dal vento.
Questo vento, che gioca a perdifiato come un bimbo
a scompigliare i miei sentimenti, ad arruffarli,
ad annodarli ai tuoi, inestricabilmente: il nostro vento.
Il nostro piccolo giovane fresco giocoso vento,
che ci spinge alle spalle verso la riva e il mare e la vita.

Quant'è il mio bisogno di dire di dirmi di dirti
il mio bisogno di essere libera e franca dal mondo
e prigioniera soltanto nella tua mano bianca, salda
come quella montagna che ancora ci sovrasta
nella sua altezza inviolata: la nostra Montagna,
ripida e tagliente di roccia spietata, elevata
come una preghiera oltre lo stesso cielo di nubi
di ghiaccio e di luce accecante che tanto ci opprime.

La montagna che ci vedrà giungere entrambe,
che stringeremo, nel nostro abbraccio, ostinato,
che saliremo scorticandoci dita e ginocchia,
fino alla cima, la nostra cima, quella che ci riserva
tutta la nostra bellezza. La vetta, la nostra vetta,
che chiameremo con il nome della nostra passione,
che assieme, soltanto assieme raggiungeremo.

Come la Legge di Vita che assieme, solo assieme,

tu ed io così violeremo.


Marianna Piani
Milano, 28 Marzo 2014

mercoledì 13 agosto 2014

La vera notte



Amiche care, amici,

torno alla mia "vena" prediletta - cui invero indulgo piuttosto (troppo?) spesso - quella descrittiva, o pittorica, se preferite.
Come qualcuno di voi forse ricorda, il mio mestiere nella vita, voglio dire ciò che mi dà da vivere, a volte con soddisfazione, in altri momenti anche con sconforti e delusioni, ha a che fare con l'immagine, e forse per questo l'immagine, la rappresentazione "visiva" del mondo ha una sua parte piuttosto importante nella mia scrittura.

Qualche lettore, o qualche critico, o qualche "purista" potrebbe - in parte a ragione - imputarmi una certa tendenza al bozzettismo, come se l'immagine visiva fosse qualcosa di leggermente extra-poetico e un po' disdicevole per questa Musa alta ed inavvicinabile, oppure semplicemente banale e sdato. Un poco come certi quadri vedutisti o nature morte un po' pompier che si possono ammirare e acquistare a prezzi modici in qualche mostra collettiva allestita presso qualche rinomata località balneare o termale.
Io per la verità non ci trovo nulla di male, l'importante piuttosto sarebbe concentrarsi sul valore proprio della composizione, se è efficace, se contribuisce a comunicare un'emozione, se non si limita a una corrente superficiale, ma giunge fino a muovere il letto del torrente, in profondità.

Personalmente - è naturale - quando scrivo non penso a tutte queste cose. Scrivo e basta. Adoro immergermi nella visione, diretta o mnemonica, di un luogo, di un gesto, di un dettaglio. Le parole sono come tubetti di colore, di per sé connotano semplicemente "ROSSO" oppure "BLU", o "GIALLO". È poi il pennello dell'Artista che può trasformare questi tocchi di colore - se possiede una bastante maestria e sensibilità - in qualcosa di vivo, vitale, denso. In questa realtà parallela che è la nostra immaginazione.

Dunque, la ricetta che potrete intuire dalle righe che seguono è semplice: una passeggiata, alla sera, e l'anima aperta al pensiero, un taccuino mentale ove appuntare le proprie impressioni ed emozioni, una tavolozza da cui trarre le sfumature di luce e d'ombra...

Per voi, amiche dilette e amici, come sempre, e più ancora, con amore.

M.P.



Pensiero

"È tramonto, null'altro.
Di me, o di te, non temere."



La vera notte


Lasciavo che il crepuscolo mi cogliesse
sul sentiero, non temevo la luna pellegrina
che già si sporgeva oltre le rupi, in un cielo
ancora indeciso tra l'oltremare e il pervinca.

Le nubi sfrangiavano le loro cortine di pizzo
abbaglianti come fiammate di ghiaccio,
intanto procedevo il mio cammino, esausta
ma non stanca, i piedi tra i sassi pungenti

del ghiaione, precipitoso. Attorno intanto
tra ronzii di api e frinire di vento nei mughi
lentamente salivano ombre indistinte
e una brezza scivolava risalendo la valle

come una ragazza che s'affretta al primo bacio,
sfiorando a gambe nude i cespi dei cardi
e piegando al passaggio gli steli della gramigna
e scuotendo nell'aria la lanugine dei soffioni.

Non m'importava di tardare il mio rientro,
poiché nulla eguaglia in bellezza la tarda sera
nella valle, quando sprofonda nell'ombra la foresta,
nera come lo specchio del lago che la riflette,

e allora le vette lucenti come spade erette,
sfolgorano verticali nei raggi languenti - purpuree
come intrise del sangue del sole trionfante

ora spirante all'orizzonte, sul piano lontano.

E lentamente, lentamente, lentamente: da meridione
come un'immensa serpe scivolando nel fondovalle
risale chiara e lattiginosa la vera notte di nebbia,
e presto ogni cosa sarà dissolta nella vaghezza.

Scompariranno allora da lassù le emozionate stelle
che si affollano ora a sciami come debuttanti al ballo
mostrandosi nelle loro vesti di tulle e scintillanti faville,
e il cielo della notte sarà soltanto un'effimera deriva.

Eppure le stelle al di là del sipario opalino
rimarranno, per la nostra breve vita, per sempre.



Marianna Piani
Milano, 26/28 Marzo 2014

domenica 10 agosto 2014

Libri del Mondo



Amiche care, amici, buona serata di mezza estate.

Non sarete moltissimi credo a seguire queste mie righe, affaccendati giustamente in altre divagazioni più adatte alla stagione, ma io rimango con voi, anche perché so che forse, se anche non visiterete queste pagine oggi, potreste sempre farlo un domani.
Approfitto dunque del clima rilassato e festivo per riprendere uno dei miei temi preferiti, che per me come sapete rappresenta quasi un'ossessione: il Libro.
Sapete anche che io intendo il Libro in pari modo e indissolubilmente come concetto, come pensiero, come contenuto e come oggetto.
Il libro, come ogni Opera, ad esempio un dipinto o una scultura, è un veicolo di idee e di pensiero, ma nulla sarebbe se se ne privasse il corpo della sua concreta, duratura, compatta fisicità.
Permettetemi una breve divagazione: al Louvre, tra le mille emozioni che si sono impresse di quella visita, mi sono trovata faccia a faccia con quel capolavoro di sensualità scatenata che è l'Amore e Psiche di Antonio Canova. Quante foto, riproduzioni, immagini, dettagli avevo visto di quell'opera, prima di allora. Mi accostavo a essa certo non come di fronte a qualcosa che non conoscevo, di cui non sapevo nulla, che scoprivo per la prima volta. Eppure averlo all'improvviso lì, davanti a me, con tutti i suoi trecento chili di marmo lucente come ghiaccio, potergli girare attorno, sapere che avrei potuto allungare una mano e accarezzarlo (per farmi subito cacciare a pedate dalla sala) fu veramente un'emozione indicibile e indimenticabile.
Ebbene, immaginate solo per un istante se per un cataclisma, una bomba, un attentato, questo agglomerato di pietra sublimemente modellato, infuso di vita, venisse polverizzato, e tornasse a divenire materia informe, minerale inanimato, ghiaia su un selciato.
Che ce ne faremmo allora delle immagini, delle riproduzioni, che pur ci rimarrebbero? Non sentiremmo forse di aver perduto gran parte dell'essenza dell'opera e dell'Umanità dell'Artista? Non piangeremmo forse una perdita gravissima ed irrimediabile? Come potremmo accontentarci di effimere immagini registrate in un computer, ad esempio, sia pure in quantità infinita? Nessuna di esse potrebbe mai riprodurre il peso, la pietrificata solidità portata dalle mani di un uomo a riprodurre la vita.

Certo, amiche mie e amici, la metafora è ardita ed estrema, volutamente provocatoria, ma non è poi così lontana dalla realtà, purtroppo: cosa faremmo se di un libro alla fine non rimanesse che la sua traccia nelle cartucce di memoria di un Kindle (o mille, un milione di Kindle)? Cosa faremmo se le biblioteche e le librerie si spogliassero del loro contenuto, divenissero empori di prêt-à-porter e i libri rimanessero raggiungibili soltanto dalle teche virtuali di Amazon? E i libri nuovi, le nuove pubblicazioni? Già ora accade che molti libri vengano pubblicati soltanto in digitale. Ebbene, va bene, è l'evoluzione dite, ma occorre sappiate bene che quelli non sono e non saranno mai libri. Solo volatile memoria. E che coloro che si illudono di poter essere definiti scrittori, in realtà non lo sono!


Si tratta di una catastrofe possibile, purtroppo, a cui occorre resistere con tutte le forze possibili e disponibili, e io continuerò a fare tutto ciò che è in mio potere per lottare su questo argomento.
A cominciare dal BANDIRE dal mio ambiente vitale ogni traccia di Kindle, e-Book e similari. E a continuare a fare militante contro-informazione sull'argomento, e a scongiurare tutti coloro che posso raggiungere a fare altrettanto. Non servirà forse a nulla, ma almeno non starò inerte a guardare la morte per asfissia di un millenario strumento di cultura.

Per voi, amiche dilette e amici cari, perdonatemi la veemenza, ma anche questo, sapete, è amore.

M.P.



Antonio Canova, Amore e Psiche - 1793



Libri del Mondo


Il mondo stesso, interamente, è il Libro.
Il libro delle stagioni, il libro delle genti,
il libro degli amanti, Scritture Sacre Rivelate
dei pensieri e dei rimpianti, pagine di vetro
e pagine di vento, pagine di carne, sfogliate
da dita febbrili di passioni e di speranze.

Il libro è il mondo delle magioni
in cui albergarono stremati i nostri cuori,
rinvigoriti nelle loro albe opache,
e nelle infinite sere rasserenate,
in viaggio nelle contrade delle menti,
perduti tra i popoli e le stagioni.

Le sterminate biblioteche della Storia
custodiscono crimini e martìri,
ogni singolo foglio di carta o pergamena
è l'impalpabile diaframma tra la Verità e il Sogno,
tra la menzogna e l'Innocenza, tra la Fede
e il sortilegio, tra l'Incanto e la dannazione.

Noi siamo le Armate della Libera Ragione,
leviamo i nostri scudi in brossura e il dubbio
sia nostra spada, e affondiamo le alabarde
avide di sapere di come scorre il sangue,
avanzando incontro all'orde cieche e morte
della certezza e della negazione.

Libri del Mondo, siatemi fedeli, così com'io
ssarò fedele a voi, senza limite di tempo, così come
senza limite nel tempo custodite la memoria
dell'affabulazione dell'Uomo attorno all'Uomo,
e dell'Uomo alle sue terre, ai mari infiniti
e ai confini violati dalla Conoscenza.



Marianna Piani
Milano, 25 Marzo 2014