«La Poesia è Scienza, la Scienza è Poesia»

«Beauty is truth. truth beauty,- that is all
Ye know on earth, and all ye need to know.» (John Keats)

«Darkness cannot drive out darkness; only light can do that. Hate cannot drive out hate; only love can do that.» (Martin Luther King)

«Não sou nada. / Nunca sarei nada. / Não posso querer ser nada./ À parte isso, tenho em mim todos los sonhos do mundo» (Álvaro De Campo)

«A good poem is a contribution to reality. The world is never the same once a good poem has been added to it. A good poem helps to change the shape of the universe, helps to extend everyone's knowledge of himself and the world around him.» (Dylan Thomas)

«Ciò che premeva e che imparavo, è che in ogni caso non ci potesse mai essere poesia senza miracolo.» (Giuseppe Ungaretti)

sabato 7 novembre 2015

Il Poggio sopra il Lago


Amiche care, amici,

Vi propongo oggi un breve "viaggio sentimentale", io e voi assieme, attraverso i luoghi, i miei più amati, sopra il Lago Maggiore, tra Arona e Stresa. Quel poggio che s'apre alla valle e al bacino lacustre, un po' dall'alto, proprio dietro casa.
Un paesaggio insieme dolce, e aspro, tra prati d'un verde inimitabile e scure macchie boschive sulle alture, tra una profonda e antica antropizzazione, con architetture  nobili e rurali in pacifica, si potrebbe dire amichevole convivenza, palazzine dal passato sontuoso spesso malinconicamente abbandonate, e la selvaggia presenza della natura di queste zone, dai forti e marcati contrasti e sbalzi d'umore, di stagione in stagione.
È il luogo dove mi sono innamorata dell'unico uomo della mia vita, che ancora adesso mi è rimasto amico e protettivo come un fratello, è il luogo dove mi rifugio quando la depressione e l'angoscia sembrano voler prendere il sopravvento sulla mia vita, è il luogo dove con più serenità posso dedicarmi alla scrittura, alla riflessione, all'assenza  dalla mondanità e dal brusio del quotidiano.

Amiche dilette, amici, vi lascio alla lettura, sperando di riuscire a trasmettervi un poca dell'incanto di questi luoghi, certo simili ai luoghi da voi per gli stessi motivi prediletti, e per questo penso che mi capirete, in questo mio racconto.

Con amore

M.P.





(Nebbiuno, Lake Maggiore - Private Shot)







Il Poggio sopra il Lago


Appoggiata a braccia nude
sul parapetto in legno grezzo
(che contrasto fra la mia pelle
- penso - così bianca, venata
azzurra, e quel grigio-nero
nodoso pino), ascolto
il mio lago laggiù che sbadiglia
nella quieta angoscia serale,
contemplo i natanti rigare
la superficie scintillante
di piccole schive gocce
di pianto, e respiro il sospiro
alato di esigui stormi
di folaghe brune che s'alzano
in volo assieme tutte festanti
nel loro omaggio conclusivo
al Sole che, come un attore
si lascia cadere innanzi
il rosso gravido sipario.

Da questo stesso poggio
ho veduto sgranarsi anni,
e stagioni, e gli inverni
dai cieli che paiono sul punto
di franare a fondovalle
colmando il lago di scorie
di ceneri umane e di tufo
che si trasmuta subito in torba
tra i canneti del finelago.
E poi le Estati improvvise
precipitare dalle alture
in forma di vampe di pioppi
e di cardi scarmigliati,
giù dalle ribollenti radure,
dall'ultimi strappi del bosco.
E le due stagioni di mezzo,
sorelle, una bionda, l'altra bruna,
l'una serena e gaia, l'altra
splendente di foglie in agonia
d'una ineffabile malinconia.

Da questo poggio, arioso e ampio,
ritaglio una pezza di creato
e l'aggiusto sulla coperta,
cucita accanto a tutte l'altre
per comporre questa trapunta
destrutturata ch'è la mia vita;
mi appoggio, sul parapetto,
il seno che s'empie e respira
tra le braccia a sé conserte
(il sole arrossendo mi bacia
giusto il cuore, in mezzo ai seni,
accendendone la grazia
di femmineo cedevole fulgore)
e lo sguardo si lascia struggere
là dove la valle e il giorno chiude
e la notte esce dal suo sacello
e passo passo, altura
dopo altura, scavalcando
i primi acquitrini, salendo
i sagrati e i campanili
e i borghi, e i porticcioli,
e i principeschi giardini
popolati di cigni e rose,
s'accinge a smorzare il lume al mondo.

Io rimango sola, stupita,
ad affrontare quest'ombrosa
Dama Nera, io sola che indubbiamente muto
mentre tutto intorno è immutabile
nel suo perpetuo ricorso circolare
sempre eguale, sebbene mai lo stesso.
Da questo terrazzo intesso
la trama del mio naufragio,
e quando infine il tempo
e lo spazio privati della luce
convergono in unico punto,
(così sono io - rifletto -
mentre osservo la mia ombra
fuggire dai miei passi
e sciogliersi infine nella bruma)
mi seggo, sul tavolato
che ancora emana calore,
raccolgo tra le mie braccia
le gambe nude e appoggio
la fronte sulle ginocchia
lasciando spiovere i capelli
avanti a me, come un diaframma
di seta a frange nere
tra me e l'abisso
che mi s'apre innanzi,
in difesa della mia malcerta
sanità mentale.

E sfuggendo finalmente
al mio corpo, mutata
in un velo nuziale di nebbia
mi lascio scivolare inerte
lungo la valle, quietamente
dolcemente ora sopita.


Marianna Piani
Nebbiuno/Milano 19-21 Maggio 2015


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mercoledì 4 novembre 2015

La pungente nostalgia



Amiche care, amici,

Lasciatemi ancora una volta indulgere nella serenità ormai perduta di alcuni paesaggi e ricordi d'infanzia.

È un tempo così pieno di magia, quando lo si ripensa a distanza di tempo. Ma quando lo vivevamo, non lo sapevamo, non ne eravamo coscienti, era semplicemente il nostro tempo, il passato ancora non non aveva senso, per noi, e il futuro era qualcosa che non ci riguardava. Né avevamo un paragone cui riferirci: se avevamo la fortuna di vivere davvero in un tempo sereno, agiato, e senza alcun problema, amati e protetti, ciò lo consideravamo semplicemente la nostra condizione, e non intuivamo che vagamente e senza davvero crederci che avrebbe potuto essere diversa di così. Come quegli uccelli liberi e giovani che a primavera si scatenano in voli infiniti in un cielo terso e azzurro lasciandosi andare a una infrenabile espressione di felicità, inconsapevoli che proprio quella fosse "la felicità" massima a loro concessa dalla Natura.
Da qui nasce il rimpianto, e la nostalgia: dal rendersi conto, ora che è tardi, di aver vissuto momenti di incomparabile gioia, senza averla saputa riconoscere.

Per voi, amiche dilette e amici, questa composizione in forma di "canzone", con amore.

M.P.




La pungente nostalgia 
          




          "Tutti riceviamo un dono.
           Poi, non ricordiamo piú
           né da chi né che sia.
           Soltanto, ne conserviamo
           - pungente e senza condono -
           la spina della nostalgia."

          (da Res amissa - 1987 - Giorgio Caproni)


Ecco: l'ombra dei rovi, sulle strade bianche,
più avanti le chiome dei gelsi, dall'acuto profumo
di crema, che richiama le vespe, e oltre
il moreto che copre il fossato, più volte
depredato, a costo di braccia, e gambe nude
sfregiate di graffi e ferite; e qui le fughe
davanti ai ragni crociati - o peggio, a quelli
dalle lunghe fini zampe e l'addome villoso
così orrendo da forzarci a strillare.

Ancora più avanti, i bassi muretti di pietre affilate
come vetri spaccati, da valicare poiché
per noi non v'era muro o confine che si potresse
giammai tollerare. Per questo puntavamo
i nostri sandaletti indifesi sull'infido pietrame
e non gridavamo, se ci ferivamo, per punto
d'onore, terrorizzate pure di stanare le serpi
assassine locali, presenti in mille narrari
e miti familiari, ma mai incontrate davvero.

Di contro, di cavallette e locuste, e farfalle,
ne stanavamo a bizzeffe, dal prato, a ogni passo:
chi ricorda le grasse farfalle dalle brevi ali
brune e mattone, che parevano piccole goffe
fate del bosco, scarse in magia?
E intanto, noi raccapricciando scuotevamo convulse
dalle cosce, da sotto le gonne, locuste impazzite
come noi dal terrore, saltando e strillando
e ridendo, tra le alte piante, sfiorando le ortiche.

Ecco, io fui una di queste minute
creature di selva: il seno non ancora
formato, le braccia e le gambe come magre
festuche, i capelli sempre impigliati nei rami
dei mille pensieri, e rosse ginocchia sbucciate
sotto la gonna strappata, rossa di terra;
la rossa avara terra dell'altipiano, laddove
giunge l'odore del mare, da lontano,
riconoscibile tra le mille fragranze


                                   della pineta.

* * *

Il Tempo è una marea, che non ricorre,
che non ritorna due volte a carezzare
la stessa scogliera; il Tempo è un mare
che muta a ogni onda, e sprofonda
in abissi che sono d'oblio, e quando
oblio non è, giunge il salmastro rimpianto.
Il sottobosco in autunno nella pineta riarsa
è un letto di aghi di pino, gialli e bruni,
e il profumo pungente che emana -

                                 è la nostalgia.


Marianna Piani
Nebbiuno, 18 Maggio 2015


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sabato 31 ottobre 2015

Il cuore a diec'anni


Amiche care, amici,

ritorno ai ricordi, alla bella e felice - per me - età infantile, in cui ho potuto godere della vicinanza di una famiglia meravigliosa:
un papà dolcissimo, tenero, un ingegnere tutt'altro che "freddo manipolatore di numeri", invece un amante del bello, che mi ha insegnato e trasmesso tutto il suo amore per l'arte e la scrittura (ho i suoi quaderni "segreti", fitti di una scrittura minuta e regolare, con cui tracciava note, bozze di lettere, commenti, piccoli racconti); una mamma bellissima (credetemi, non esagero, era fisicamente una donna di una bellezza straordinaria, anche se priva di malizia o di esibizionismo)  che era una autentica artista, anche se non di fama, e un'artista in tutti i sensi, anche caratteriali, da cui ho appreso la mia passione per la musica .

Purtroppo tutto ciò mi fu negato di colpo, senza alcun preavviso, così come fa a volte la vita - o per chi ha fede iddio - forse per metterci alla prova.
Però quegli anni felici sono durati abbastanza da depositarsi nella mia anima, come una solida base, come le fondamenta profonde e ben poggiate di un edificio, e mi hanno resa forte, concedendomi di "reggere" allo choc, pur non senza scompensi e squilibri; e ancora adesso essi sono l'eredità, il patrimonio morale che mi consente, pur nella mia povertà, nella mia solitudine, di vivere, positivamente, essi sono tutto il mio coraggio e la mia fortezza.

Posso ben dire di vivere grazie a loro e per loro. Loro continuano a salvarmi ancora adesso: quando sprofondo in uno dei miei abissi di depressione e inizio a fantasticare sulla morte, il loro ricordo mi soccorre, e mi rendo conto che farei loro un torto immenso e imperdonabile arrendendomi… Per cui mi sento in dovere morale di continuare a combattere, e mi risollevo.

Bene, l'infanzia tuttavia non è un paradiso uniforme e sereno, nel viverla dobbiamo affrontare piccoli dolori, piccole avversità (nel mio caso piccole, nel caso di chi non ha avuto la mia stessa fortuna possono trattarsi anche di terribili drammi), e comunque come tali non sono diversi e meno incisivi dei dolori, delle tristezze, delle solitudini, delle paure che soffriremo da adulti. Anzi, in qualche modo, sono anche più violente e strazianti. C'è però una differenza sostanziale, e su questa ho tracciato questa composizione, che vorrei ora condividere con voi, amiche dilette e amici cari, con amore.

M.P.






Il cuore a diec'anni


Se premo ben saldo il viso al guanciale
sentirò il mio proprio cuore pulsare:
forse nel rammentare l'ineguagliata
grazia dell'infanzia amata, sobbalza.

Non facevo così io a diec'anni
quando mi rifugiavo nel letto immenso
di mamma, e schiacciavo il viso arrossato
nel guanciale, pur di non farmi scoprire?

E così allora lo sentivo, il cuore,
che scalpitava nel petto, e nell'orecchio,
nell'eccitazione del gioco, affannata,
e intanto scoprivo il mio essere viva

cos'era, e di dove veniva. Più tardi
avrei appreso dai libri e dai poeti
che quell'oggetto, quel grumo di carne
che si dibatteva nel mio seno piccino

era il rosso, era il fuoco, la giovinezza,
l'amore, il coraggio, la fede che arde.
Tutto racchiuso in un piccolo astuccio
bivalve, gelosamente serrato.

L'avrebbe forzato un giorno qualcuno
spingendo un coltello affilato tra i bordi
serrati, e allora infine avrei conosciuto
qual è lo strazio d'un cuore violato.
 


* * *

Se premo forte il viso contro il guanciale
le lacrime imprigiono, tra gote e labbra
e il bianco cotone, che s'impregna d'amaro:
un sapore che sa di lontananza.

Non facevo così, a diec'anni, affranta
per qualche motivo, per celare il pianto
e i singhiozzi raggrumata nel mio lettino,
sola, orgogliosa di non farmi scoprire?

In cosa è diverso quel pianto di bimba
da quello che ora a stento trattengo
nel fragile astuccio rosso rubino
che palpita qui, nel mio seno da grande?

Il dolore, direi, è proprio lo stesso.
Di altro c'è solo, ora, il senso di morte.



Marianna Piani
Milano, 16 Maggio 2015


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mercoledì 28 ottobre 2015

Cancellata


Amiche care, amici,

alcuni di coloro che mi seguono da più lungo tempo sanno che io soffro di un male ricorrente, che mi costringe due o tre volte all'anno a un ricovero - quasi coatto - per ritarare e riformulare il sostegno farmacologico che mi consente di tenere il démone sotto controllo.
Questa composizione, scritta non molto dopo uno di questi ricoveri (brevi, per cortuna, di solito bastano due o tre giorni) ne è la cronaca puntuale, anche se trattata non in modo oggettivo e neppure soggettivo, ma dal punto di vista della malattia stessa.
Sono versi difficili da scrivere, per me, perché richiedono di richiamare alla memoria sensazioni che si preferirebbe rimuovere, dimenticare, avvenimenti che si vorrebbe buttare dietro le spalle, e basta. Il senso di angoscia e di smarrimento che si prova quando il proprio corpo smette di rispondere ai propri pensieri, e i propri pensieri smarriscono il sentiero inagevole ma protetto della ragione, per avventurarsi nell'oscura foresta dell'irrazionale.

Fortunatamente la medicina oggi offre rimedi potenti e non distruttivi, in grado di farmi riemergere presto a una accettabile "normalità", mai tanto agognata e rimpianta come quando mi trovo in quella situazione: io so - ragionevolmente - che è un momento di passaggio e che lo supererò, ma ogni volta, quando ci ricado, questa consapevolezza non mi aiuta per nulla, predominando invece il senso di abbandono e di perdizione, come all'inizio di un viaggio sia pur noto, in cui l'unica cosa certa è che siamo partiti, mentre l'arrivo, o il ritorno, rimangono nel segno dell'incognita.

Se mi permattete, condivido con voi queste riflessioni,  amiche dilette e amici cari, sempre con amore.

M.P.





Cancellata


Quando la cancellata grigiazzurra
si chiude con clangore alle mie spalle,
allora comprendo che la mia gabbia
non sono le sbarre di metallo
ossidato né il muro di cemento
e intonaco spaccato, abitato
da scheletriche lucertole affannate.

Sono fatte di niente le barriere
che mi tengono qui prigioniera,
ben più invincibili delle funi
che potrebbero legarmi i polsi
dietro i fianchi, più incorruttibili
della catena che potrebbe inchiodarmi
la caviglia al muro di questa cella.

La mia camera è di vetro, ma
senza finestre, senza visione:
a battere coi pugni le pareti
risuona come una brocca
vuota e fratta, e tutto questo
non porta luce, mi procura solo
ancora intollerabile dolore.

Chiunque può accostarmi, qui,
prendermi per mano, per trarmi
dove ogni volontà è negata,
chiunque può darmi aiuto oppure
violare la mia anima, il segreto
del mio spirito fiaccato,
chiunque ha su me dominio - illimitato.

Vi sono angeli e officianti qui
che s'aggirano attorno alle mie viventi
spoglie, dispensando misterici rimedi,
e parole, parole che non comprendo...
Per chi vive per amore di parole
ogni ingorgo di parole e di sentenze
è sofferenza aggiunta a sofferenza.

Cinquanta millilitri di tossina
per uccidere la mia mente, per fiaccare
il mio intelletto che s'accascia
già disperso nel labirinto della ragione,
per strappare via l'anima da un corpo
che è ancora bello da spiare,
oscenamente nudo sotto il camicione.

Mentre entra in circolo la sostanza
le palpebre si richiudono tumide e pesanti
sopra l'iride 
febbricitante, e quindi io
che sto credendo di morire

 non ne capisco il senso. Intanto
su tutto veglia l'orologio della corsia
costantemente indietro di due ore e trenta.




Marianna Piani
Milano, 11 Maggio 2015


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sabato 24 ottobre 2015

Suonatore errante


Amiche care, amici,

questa composizione, come vedete in calce, risale a maggio di quest'anno.
Come forse alcuni di voi sanno, io lavoro come freelance indipendente (con partita IVA), e di solito lavoro nel mio piccolo Studio, e incontro il committente, o il cliente, solo per meeting e presentazioni o consegne, quando addirittura i contatti non si limitano a email, SMS e conference calls. In quel periodo però avevo un incarico piuttosto importante per una società di produzione che richiedeva la mia presenza quotidiana presso gli uffici dell'Azienda, già a partire fin dall'alba. E così, come fa la gran parte delle persone che lavora comunemente nelle Banche, nella scuola, negli Uffici, prendevo ogni giorno di primissimo mattino la Metro ad Amendola (la stazione più vicina a dove abito) per recarmi dall'altra parte della città dov'era la Sede centrale dell'Azienda, un percorso piuttosto lungo che tra l'altro richiedeva due cambi di linea e almeno 45 minuti di viaggio, sia all'andata che al ritorno.

Non facendolo usualmente, sono sempre piuttosto sensibile alle situazioni che offre questo mezzo di trasporto collettivo, dove una folla di persone di ogni ceto, sesso, etnia, trascorre un periodo di forzata promiscuità, temperata da una forma di auto-isolamento protettivo. Mi ha sempre colpito quale senso di solitudine si legge nei volti delle persone, una solitudine paradossalmente accentuata, forse perfino creata, proprio dall'affollamento. Gli individui, forzati ad una vicinanza fino al contatto con estranei, del tutto innaturale, difendono istintivamente la loro individualità cercando di creare una barriera che è tanto più densa e impenetrabile quanto più ristretta è l'area di libertà attorno a loro.

Ma vi sono momenti, quasi surreali in questo contesto, in cui questo viaggiare in apnea, richiusi come in uno scafandro ermetico a prova d'emozione, viene scosso e messo in discussione da un qualche evento che, sia pure affatto raro, si discosta dal piatto procedere ripetitivo del solito trantran quotidiano.
Di questo io cerco di raccontare in questa composizione, più narrativa che lirica: prendetela come un bozzetto preso al volo, o un'istantanea rubata, un'incongruenza, una turbolenza nel flusso della routine quotidiana, come quella melodia dolce e triste che emerge all'improvviso dal rumore di fondo grigio e assordante della corsa del convoglio dentro al tunnel...

Come sempre, condivido con voi, amiche dilette e amici, questi pensieri, con amore.

M.P.







Suonatore errante


La solitudine contemporanea
viaggia e alloggia nelle costipate
carrozze della metropolitana.

Visi di donne, uomini, ragazze
affrante sulle panche, imbambolate,
destini provvisoriamente uniti

in un mare d'estraneità dal corso
della realtà, forzosamente, come
un discorso frantumato, interrotto.

Nulla è meno armonico del suono
dei treni dissipati quasi con rabbia
nella canna di fucile sotterranea.

Per questo, ogni parola è vana,
ogni pensiero è perso in un altro,
ogni sguardo è riflesso contro una lastra.

Lo scuotimento inerte sugli scambi
desta all'improvviso molti sopori
e ne promuove altri, e altri scioglie

dietro i sogni e le chimere degli stanchi
viaggiatori, sopraffatti dai rumori
e da solitudini travolgenti.

Forse per questo giunge come strano,
dalla distanza incommensurabile
del fondo del convoglio, questo suono

di una malinconica melodia
tanto triste da parere avulsa
da ogni sentire terreno e umano.

Tanto desolata da insinuarsi
tra quei corpi astanti - quei visi assenti,
quelle mani aggrappate alle barre

d'alluminio raggelanti, radici
di mangrovie affioranti dal metallo
del pavimento - risuonando accordi

esotici e divaganti per le menti
inconsapevolmente già in ascolto
da un lacerto immemorabile di Storia.

Da quella Storia, che in ognuno giace,
da quei tempi, da quegli eventi, emerge
come un dio selvaggio - e senza nome -

il suonatore dall'alito di vino
dal cinereo volto scarno incolto
e l'olezzo di miseria nelle mani.

Aleggia sostenuto dal fraseggio
di un'orchestra immaginaria, dal coro
degli angeli suoi fratelli, finché

s'interrompe sull'accordo, affranto,
e mentre il treno torna al sottosuolo
impetra una moneta di compianto.



Marianna Piani
Milano, 8 maggio 2015

mercoledì 21 ottobre 2015

Tre di Maggio



Amiche care, amici,

l'anniversario della fine di un'amicizia e di un amore, e il racconto di ciò che avrebbe potuto essere, se l'amore avesse retto al tempo, io e la persona amata, coi suoi sogni, le sue visioni, i suoi racconti, le sue fascinazioni… Immaginando ciò che avrebbe potuto essere, e non è stato. No, senza rimpianto, solo un poca di amarezza, e tanta tenerezza.


Per voi, amiche dilette, con amore

M.P.







Tre di Maggio


È il tre maggio, è notte,
è trascorso l'intero giro

di quest'anno senza resipro,
io giaccio nel letto vasto e vuoto
sotto un piumino lieve
che non mi grava il corpo,
ma mi protegge, invece,
mentre altri sono i gravami
che mi schiacciano nel buio
di questa stanza cupa e sorda
che fu la nostra.

Nemmeno un bisbiglio più proviene
dalla strada, nonostante
la finestra sia socchiusa;
il vento si è placato ormai
da qualche ora, mentre
il temporale di ieri notte
con il suo rombar di tuono
 
e lo scrosciare della pioggia
sui lustri lastricati come torrenti

non è più nemmeno
uno sbiadito ricordo.

Tu avresti dovuto essere qui,
a quest'ora, accanto a me,
coricata al mio fianco,
gli occhi nel buio schiusi
sebbene così stanchi,
le mani dietro la nuca
a giocare con quei tuoi capelli
di corallo, come se fosse
un nonnulla quella tua bellezza
radiante di sé anche
nello scuro più profondo.

Avresti dovuto essere qui,
a un palmo dal mio viso,
a ragionare di stelle
e di astri, di nebulose, e galassie,
e di spazi cosmici e anni-luce,
in questa tua passione sconfinata

per l'Infinito, per quegli insondabili
misteri del Creato
in cui tu ti perdevi come in sogno,
e io dietro te fedele, a inseguire te
e il tuo sogno.

Avresti potuto essermi vicina,
proprio ora, supina
su questo vasto vergine giaciglio,
a bisbigliare nelle mie orecchie
cose che non sapevo,
per vedermi stupefatta, estasiata;
cose di mondi così esotici e lontani
da farmi trasognare, nel dormiveglia,
di voli, di smarrimenti,
di cieli senza confini
di viaggi senza ritorni.

E io sarei rimasta in silenzio
per non fermare quel tuo
prodigioso narrare,
ammirata, e forse anche
perché delle mie Emily,
delle mie Sylvie, delle mie
pallide sacerdotesse di penna e carta
a te non importava più di tanto,
ti bastava, indulgente,
accarezzarmi i capelli
e soffiarmi lieve in viso:

per spazzare via, tu dicevi,
certi pessimi pensieri.
E allora, restavamo in silenzio
entrambe, come assorte,
lungamente,
a guardare le stelle fluorescenti
che avevamo incollato al soffitto,
proprio sopra il nostro letto,
che rilucevano nel buio
dapprima intense, poi, gradualmente,
sempre più spente.

"Guarda che belle
le nostre stelle" dicevi, all'improvviso.
e io sapevo che da quel momento
la nostra notte chiara
si sarebbe popolata
di vividi colori,
delle nostre tenere follie,
 
dei nostri colmi cuori,
delle melodie, delle carezze,
delle nostre umili fragili
fuggevoli certezze.

Avresti potuto essere qui, ora,
come allora, accanto a me,
su questo letto, in questa stanza,
in questo lato della Galassia,
in questo angolo dell'Universo
tutto nostro.


Marianna Piani
Milano, 3 Maggio 2015

sabato 17 ottobre 2015

Ultima pioggia d'Aprile


Amiche dilette, amici,

un altro "paesaggio con figure", del tutto diverso, quasi opposto al precedente ("Abbondanza"), seppure composto a pochissimi giorni di distanza da quello.
Vi sono giorni in cui l'angoscia di vivere mi prende a tal punto da non riuscire a rimanere concentrata su nulla di ciò che sto facendo, per lavoro, per dovere o per svago che sia. Sento la necessità, l'urgenza infrenabile, di uscire, di gridare alla gente il mio disagio.

E non crediate che la scrittura mi soccorra: come ho detto in altre occasioni in queste pagine, la scrittura non è una terapia, non è psicoanalisi o indagine filosofica, mentre la vita ci assale con le sue emozioni più acute, siano esse di gioia come di dolore, noi possiamo solo limitarci a vivere, non ci è dato di ragionarci o di riversare queste emozioni in qualcosa di compiuto e intelligibile. E soprattutto, quando infine ne fossimo in grado, tale scrittura non può darci alcun sollievo. La scrittura per me è solo un mezzo per non perdere del tutto la ragione, per non smarrire la rotta nel mondo reale in mezzo a queste bonacce e a queste tempeste dell'anima. La scrittura non salva, accompagna soltanto. Ma può a volte spezzare il muro della solitudine, donando qualcosa di sé al mondo ("donando", badate bene, non "vendendo", per quello ci sono altri mestieri, altrettanto antichi)…

Per questo, per fortuna, ci siete voi, amiche dilette e amici cari, cui posso rivolgermi,  con amore.

M.P.






Ultima pioggia d'Aprile


La città s'è spenta strada per strada
sciogliendosi nella malinconia
di questo brusio d'acqua e di folla,
di questo sciabordio di vetture
che scivolano torpide nelle vie
allagate in agitate fiumane.

La luce s'è fatta gravido piombo,
le lamiere dei tetti, e gli asfalti
delle strade sono lucide pelli
di rospi e di serpenti di mare,
i passanti, che si fanno più radi,
scivolano in fretta lungo i muri

come se li gravasse una colpa.
Io non dormo, aggrappata al guanciale,
vi sprofondo l'orecchio, ascolto
semi sommersa nel lino la voce
salmodiante dell'acqua che percuote
venando i vetri delle finestre

d'un pianto che non si placa, né placa.

Potrei uscire, invece, gettarmi
nella via, così come sono, indosso
una vestina bianca, e un paio
di scarpe leggere, bianche anch'esse,
i piedi affondati nella corrente

che turbina inquieta verso la piazza,
fradicie d'acqua e sgomento le gambe,
il petto ansante sotto la camicia
tutta incollata alla pelle, le braccia
strette al seno, gelate, e sulle spalle
i capelli lustri, inondati, spioventi:

potrei uscire e inveire da pazza
alle lastre serrate dei palazzi,
ai fari giallastri degli autotreni
e a quelli violetti dei lampioni
di strada, alle serrande sbarrate,
alla gente che sfugge indifferente -

gridare tutto il mio inascoltato
                                  furore!



Marianna Piani
Milano, 2 Maggio 2015