«La Poesia è Scienza, la Scienza è Poesia»
«Beauty is truth. truth beauty,- that is all
Ye know on earth, and all ye need to know.» (John Keats)
«Darkness cannot drive out darkness; only light can do that. Hate cannot drive out hate; only love can do that.» (Martin Luther King)
«Não sou nada. / Nunca sarei nada. / Não posso querer ser nada./ À parte isso, tenho em mim todos los sonhos do mundo» (Álvaro De Campo)
«A good poem is a contribution to reality. The world is never the same once a good poem has been added to it. A good poem helps to change the shape of the universe, helps to extend everyone's knowledge of himself and the world around him.» (Dylan Thomas)
«Ciò che premeva e che imparavo, è che in ogni caso non ci potesse mai essere poesia senza miracolo.» (Giuseppe Ungaretti)
mercoledì 2 dicembre 2015
Illetterata
Amiche care, amici,
oggi sono un poco in ritardo sulla tabella di marcia, ma non voglio disattendere del tutto il nostro appuntamento, per me sempre assai importante.
Chi mi conosce sa la mia scarsa propensione per le "esibizioni" letterarie, per i concorsi di "poesia", per i salotti - virtuali e non - di certa cultura più vantata, esibita, a volte millantata che reale e realmente frequentata. E conosce la mia ritrosia a partecipare in qualsiasi modo a certe manifestazioni, anche rispettabilissime, ma lontane dal mio modo di pensare e vivere il mio piccolo impegno di scrittura.
Non è un a forma di snobismo, o forse anche lo è, ma quel che conta è che io considero il fatto di scrivere in versi come una parte "necessaria" della mia vita, che però di per sé non può in alcun modo consegnarmi automaticamente il titolo di Poetessa, o Poeta. Lo potete leggere anche in presentazione di queste pagine, io mi considero una dilettante di scrittura, molto appassionata certo, ma sempre semplicemente una dilettante. In fondo è un gioco, un gioco serio, a volte anche doloroso, ma un gioco.
È ciò che mi sono "dilettata" a esprimere in questa composizione, formulando una specie di "manifesto" personale, un po' giocoso un po' no. Per dirla con Palazzeschi, un "Lasciatemi divertire" - che è una frasetta molto più profonda e impegnativa di quanto non si possa superficialmente pensare: in quel "divertire" c'è ironia, irriverenza, libertà. Essere appartati a volte è una scelta di libertà, credetemi. A me importa, conforta, onora e basta il dialogo con i lettori, spesso scrittori anch'essi come e più di me ma comunque liberi come me. Come voi.
Per voi, amiche dilette e amici cari, come sempre, con amore.
M.P.
Illetterata
Credo che rinuncerò
alle belle tornite frasi,
alle parole ricercate,
al ragionar profondo,
al dire da iniziata formule
di antica esoterica alchimia.
Rinuncerò agli effetti
da mirabilia, al patatrac
dei mortaretti, al citar
cantando - maestri antichi
o vati contemporanei -
al cincischiare verbi
come fossero bocconi
acri da ingollare,
ricuserò gli agoni
le parate, l'esibizioni
che s'ammantano
di nobili mantelli
e di lauri ricoperti
di porporina, volentieri
lascerò ad altri la dolcezza
del miele di narcisi,
i diplomi e le illusioni
delle facili edizioni
Non starò nei gruppi scelti
dei #cancelletti culturali
o finti sapienziali,
a esibir me stessa
e la mia grande rinomata
illuminata conoscenza,
o gli studi di una vita
seppur superficiale,
non seguirò congreghe
d'aruspici e di careghe,
non mi lascerò sedurre
dai salotti e dai strambotti
delle stelle letterarie,
non impasterò nel bacile
deja vu e letteratura
e impúdica ambizione...
Se futile dev'essere
lo sia la mia vita.
La mia ambizione sia,
e il mio narciso,
una gonna corta
e sandali di lacca
esibiti nelle vie affollate
del centro cittadino.
* * *
Non sono "poetessa", forse
sono puttana, o forse artigiana,
e la materia del mio lavoro
è mescere sangue al fango
da cuocere al sole franco
per abbandonare infine il vaso
al mondo - ma gratuitamente.
Marianna Piani
Milano, 28 Maggio 2015
(Con uno speciale grazie a Luca)
sabato 28 novembre 2015
Camposanto mattutino
Amiche care e amici,
riprendo a pubblicare secondo il mio uso di sempre, piccole composizioni selezionate dal mio taccuino dopo un adeguato periodo di "maturazione" (quella che io chiamo "quarantena") per darmi modo di rivederle con calma e sufficiente distacco critico.
Questo che segue, breve e leggero, è un quadretto veloce, un piccolo schizzo "dal vero", una sensazione colta al volo e fissata come in un'istantanea.
Devo dire che questa sorta di madrigaletto bipartito, a terzine, non ha avuto bisogno di molti aggiustamenti, rispetto alla prima stesura. Càpita - a me assai di rado per la verità - che alcune creazioni nascano già non certo perfette, ma non perfezionabili ulteriormente nelle mie capacità senza rischio di rovinarne l'equilibrio, e questa probabilmente è una di esse.
Non comune per me anche la sua relativa brevità. Ogni composizione per me ha un suo preciso arco discorsivo. Non saprei bene come avviene, ma è la composizione stessa a "dirmi" quando è il momento di concludere. Prima dell'arrivo di questo avviso, io "non riesco" semplicemente a chiudere. Spesso mi capita di riprendere la scrittura di un testo interrotto settimane prima ma evidentemente incompiuto, anche più volte. Finché non arriva quel particolare, imprevedibile passaggio che mi dice "fine, tutto è stato detto".
In questo caso è stato il passaggio subitaneo, silenzioso e solitario, di quel gatto…
Per voi, amiche dilette e amici cari, con rinnovato costante amore.
M.P.
(Poscritto: Così mi pareva. Poi, proprio nel trascriverla per pubblicarla mi sono accorta di dover operare diversi cambiamenti. E poi ancora, quando era già pubblicata. La perfezione, sia pur imperfetta e assai relativa, è un lungo, mai finito processo di ricerca...)
Camposanto mattutino
Il parcheggio è ampio, ma incustodito.
Vetture allineate senza un ordine voluto,
e sotto, il supermercato, ancor serrato.
Chi vi approda, pare in fine del suo viaggio,
spegne il motore, esce, e si dispone
a raccogliere le sue cose. E poi discende.
* * *
Le lamiere delle vetture in sosta su quel sagrato
lampeggiano sotto il sole, raggelate. Le cifre
delle targhe compongono una esoterica orazione.
L'umano è assente, in quel parco muto e assorto,
rimane solo il senso di desolazione, tutto il resto
si muove sopra il cielo. O nel sottosuolo, morto.
In tutta l'area, solo un'ombra sguscia di soppiatto
di tra le ruote immote, alla ricerca d'un motore
ancora caldo: quella nera d'un elusivo gatto.
Marianna Piani
Milano, 25 Maggio 2015
mercoledì 25 novembre 2015
Ma Ville Lumière
Amiche care, amici,
Pare accaduto e concluso in un'altra era, eppure tutto è ancora aperto, forse tutto deve ancora iniziare.
Noi, e questa è la forza della Vita, torniamo al nostro abituale, al nostro familiare, a ciò che conosciamo e a ciò che amiamo.
Scossi, un pochino più incerti, insicuri e meno liberi di prima, ma ritorniamo in noi stessi. È la forza della Vita come espressione dell'individuo e delle collettività.
Che, alla fine, riemerge sempre.
È ciò cui - al di là di tutto e fermamente - io credo.
Anch'io, piccolina quale sono, torno alla scrittura, per me espressione di Vita e testimonianza di Libertà, e qui sotto vi lascio questa riflessione siglata quasi "a caldo", in cui parlo di una Civiltà, e della sua fine. Anche questa di primo getto, senza il consueto lavoro di taglio, di vaglio, di rifinitura. Certe parole, certi pensieri, vanno lasciati liberi di muoversi, di agire, fuori da schemi e forme.
Le Civiltà sono forme di pensiero e di organizzazione, nulla di trascendentale in questo, e come gli individui sono destinate a invecchiare, decadere e morire.
Non necessariamente sono migliori o superiori a quelle che le sostituiranno, come non necessariamente quelle che le sostituiranno saranno migliori di esse.
Non necessariamente l'evoluzione delle civiltà avanza secondo un vettore lineare e in ascesa. Vi sono sobbalzi, cadute, crolli, anche abissi.
Io semplicemente mi ritrovo in questa, con tutti i suoi difetti e le sue imperfezioni, so, senza stupido entusiasmo ma anche senza vergogna, di appartenere alla sua eredità, e so di vivere la sua senescenza, forse avanzata, forse terminale.
Mi batto personalmente, per quel che posso, per renderla più umana di quanto non sia, facendo leva sul suo aspetto più puro e innocente, quello del suo amore per la Bellezza. Laddove Bellezza è sinonimo di Libertà. Faccio questo, con fede e perseveranza. Vivendola, semplicemente.
Ma certo non vorrei sopravviverle.
Per voi amiche dilette e amici cari, ancora e sempre con amore
M.P.
(P.S. La "Ville Lumiére" fa parte del mio personalissimo paesaggio di vita e sentimentale. Ci ho vissuto, lavorato, amato)
Ma Ville Lumière
1
Sono giorni che taccio,
giorni che vorrei dire
qualcosa, ma la gola
si chiude, cauterizzata
da un gelo improvviso,
intollerabile, eccessivo.
La visione, in apparenza
lontana, e invece troppo
vicina, di corpi, e di sangue
sparsi su strade, vie, quartieri
familiari, che mi sono cari,
ogni forza mi esaurisce.
Credo di non avere più
nemmeno la forza di salire
i sedici gradini all'ingresso
di casa, credo che potrei morire
così, anch'io, sulla via, a un passo
dalla mia piccola vita.
Penso a ragazzi
convinti da qualche delirio
che sia giusto morire
all'alba, e che sia santo
spargere il sangue così,
su un'empio impiantito.
Penso al silenzio inatteso
stupito di chi è colpito:
la morte, a noi, non riguarda,
proprio come non riguarda
il grano che rigoglia nel campo
e la falce che lo recide.
Lei, quando arriva,
arriva in una folata, sempre,
sempre inattesa, e rimane
stupefatto nel medesimo tempo
il germoglio che viene colpito,
e la lama che vibra il colpo.
Penso atterrita
alla totale infinita inutilità
e gratuità della morte,
chi ne trae motivo di gloria
divina è un demente, poiché
basa la sua fede sul niente.
È facile uccidere, ed è facile
morire, basta un sobbalzo,
un singulto e un sospiro.
Nulla ha a che fare in questo
il coraggio, la virtù più celebrata
e la più sfuggente.
Ma la morte, in sé, non mi spaventa,
l'ho già vellicata più d'una volta;
di più mi spaventa la fine certa
d'una certa civiltà, ma questa
non sarà questione di bombe, che
sono altre le minacce che temo.
2
Domani tornerò,
sa Dio che lo farò, a quei viali
sontuosamente alberati, a quel fiume
torpido e letale, sebbene
affascinante, come una serpe,
a quei rumori, a quegli odori.
Tornerò a quell'atmosfera
troppo viziata, di pessima
sigaretta e di scarichi di milioni
di veicoli, vetture, camini,
e tornerò a quella lingua dolce
e arrotata, che amo, che è la mia.
Tornerò all'antica boulangerie
che ho frequentato in passato,
riprenderò fiato al tavolino
rotondo, un pò pencolante,
guardando passare qualche cane
al guinzaglio e i visi fieri
delle passanti, sensuali come
in una gouache di Kiraz.
Tornerò, prima che tutto questo
si polverizzi in una nube
di sangue rappreso, in una nebbia
di futuro mal speso.
Questa civiltà, consumata
sfigurata da demenze senili
e cancri intestini, questa
civiltà di bellezza e pudore
morrà, quando l'ora verrà,
e io - spero - non dopo di lei.
Marianna Piani
Milano, 18-19 Novembre 2015
domenica 22 novembre 2015
"Le silence est d'or"
Amiche care, amici,
la scrittura è tornata, torna sempre, come torna il respiro dopo una botta allo stomaco che ci lascia per qualche istante in apnea. La scrittura è vita. E la vita preme, alla porta del cuore, vuole uscire.
E ritorno alla pubblicazione della mia "voce", anche se non riprendo il corso usuale ripescando dal mio archivio di quarantena, ma, eccezionalmente, proprio con le ultime cose scritte, anche se ancora non ho avuto il tempo per una revisione accurata come nel mio standard abituale. Ma non importa, lo farò in seguito, va bene anche la vivezza un po' cruda della prima stesura.
In questa prima composizione l'eco, o l'ombra, degli avvenimenti è solo accennata e in tono leggero, a iniziare dal titolo - volutamente in lingua francese, e eco a sua volta del titolo di un vecchio film di René Clair, ambientato ai tempi del cinema muto - mentre ho voluto trattare il valore di testimonianza - nel tempo e nella Storia - del silenzio, il che pare un ossimoro, ma non lo è.
Condivido questi pensieri con voi, amiche dilette e amici cari, come sempre, sebbene turbata, con amore.
M.P.
"Le silence est d'or"
Tacciono i sassi nei greti
dei torrenti, sono mute
le pietre, testimoni
dell'operosità iconoclasta
del Tempo, e tacciono
le rocce superbe delle
incorruttibili vette.
Non distoglie la tempesta
le orgogliose scogliere
dal loro sdegnoso silenzio,
il vento che s'abbatte furioso
sul promontorio, non ne induce
alcuna voce, di giubilo
o pianto.
Le lontane dune del deserto
e quelle delle spiagge nostrane
non hanno suono
né voce, scivolano solo
in perfetto silenzio
a lunghe onde indolenti
sui bagnasciuga degli eventi.
Non mormorano le fronde
- sebbene lo ripetano
compiaciuti i mediocri poeti -
esse si serrano invece
tremule al calare di sera.
Né mormorano i fiumi,
insinuandosi nelle città,
colano quieti sotto finestre
portici e ponti, senza fiatare.
E muti sono i muri
degli antichi palazzi,
anche se tanto potrebbero dire
dei loro secoli e lustri trascorsi
immoti in mezzo alla Storia:
dei molti inutili mutamenti,
delle grida dei giusti
e degli urli degli empi,
di sangue, e carni straziate,
e di massacri, e rivolte
soffocate dai tradimenti,
e dell'arroganza dei potenti.
Tacciono sempre, le pietre,
e forse hanno dolore,
un dolore impotente, dal loro
inerte testimoniare il dolore
che il Tempo umano procura.
Così come un cuore fattosi pietra
tace per sempre.
Marianna Piani
Milano, 21 Novembre 2015
mercoledì 18 novembre 2015
La Storia
Amiche care, amici,
De tre giorni non scrivo, sono bolccata, muta, non trovo parole che sia possibile vincolare a un pensiero, e dal pensiero al verso.
I fatti di questi giorni e la mia "consegna" al silenzio in queste pagine c'entra relativamente.
Come sa chi ha la bontà di seguirmi da un pochino, io non scrivo mai sull'onda di un'emozione, felicità o di angoscia che sia. Non ritengo la scrittura un atto "terapeutico", ma anzi, se preso seriamente esso è un travaglio, può essere un'analisi, un coltello che fruga tra le carni, a volte un respiro, ma in sé non fa "star meglio".
La mia decisione di interrompere temporaneamente la pubblicazione dei miei versi su queste pagine, inizialmente era dovuta a un senso di impotenza, di inadeguatezza della Parola di fronte alla Storia, ma ora, dopo una sofferta riflessione, la considero necessaria principalmente per un senso di rispetto nei confronti delle vittime incolpevoli - e anche di quelle colpevoli - di quell'atto efferatamente privo di senso.
Da tre giorni non scrivo, perché questi avvenimenti hanno catalizzato in me una forma di prostrazione, di depressione profonda, che praticamente mi impediscono di lavorare, e non solo nella scrittura ma anche nel mio lavoro primario.
Non si tratta di "paura", ma piuttosto di scoramento, di una tristezza indomabile.
Ma ne verrò fuori, perché rimango convinta, nel profondo, che la Bellezza non potrà mai essere sconfitta dalla brutalità, né la Vita dalla Storia.
La Parola, e l'espressione massima di essa, la Poesia, si può ritirare inorridita, è umano, ma poi, come un medico nel campo di battaglia, deve scuotersi e lanciarsi nella mischia, lordarsi di fango, di merda, di sangue, perché - semplicemente - c'è bisogno di lei, e proprio in questi momenti più che mai.
Mantengo il mio silenzio, ma, a proposito di Storia, voglio riproporvi, eccezionalmente, questa splendida lirica di un grande, Eugenio Montale, con la sua voce apparentemente fredda, ironica, tagliente come un rasoio. Per dimostrare come la Parola Poetica sa "combattere" e con quali "armi" la sua battagglia di civiltà.
"La Storia non è magistra / di niente che ci riguardi":
Proprio in questi giorni lo vediamo, con chiarezza...
Per voi amiche dilette e amici, come sempre, e sempre, con amore.
M.P.
LA STORIA
1
La storia non si snoda
come una catena
di anelli ininterrotta.
In ogni caso
molti anelli non tengono.
La storia non contiene
il prima e il dopo,
nulla che in lei borbotti
a lento fuoco.
La storia non è prodotta
da chi la pensa e neppure
da chi l'ignora. La storia
non si fa strada, si ostina,
detesta il poco a poco, non procede
né recede, si sposta di binario
e la sua direzione
non è nell'orario.
La storia non giustifica
e non deplora,
la storia non è intrinseca
perché è fuori.
La storia non somministra
carezze o colpi di frusta.
La storia non è magistra
di niente che ci riguardi.
Accorgersene non serve
a farla più vera e più giusta.
2
La storia non è poi
la devastante ruspa che si dice.
Lascia sottopassaggi, cripte, buche
e nascondigli. C'è chi sopravvive.
La storia è anche benevola: distrugge
quanto più può: se esagerasse, certo
sarebbe meglio, ma la storia è a corto
di notizie, non compie tutte le sue vendette.
La storia gratta il fondo
come una rete a strascico
con qualche strappo e più di un pesce sfugge.
Qualche volta s'incontra l'ectoplasma
d'uno scampato e non sembra particolarmente felice.
Ignora di essere fuori, nessuno glie n'ha parlato.
Gli altri, nel sacco, si credono
più liberi di lui.
Eugenio Montale
(da "Satura")
sabato 14 novembre 2015
À nous la liberté
Amiche care, amici,
Dunque la barbarie ha tuonato il suo inumano e acuto raglio nel cuore dell'Europa, nel cuore di Parigi, vale a dire nel cuore del nostro stesso cuore.
Naturalmente oggi io sospendo la pubblicazione delle mie cosette, vedrò poi se e come e quando riprendere.
Il tempo della barbarie non è tempo di Parola. Occorre piuttosto silenzio e riflessione.
Perché l'assalto di questi uomini armati di un cieco fanatismo non ottenga il loro scopo primario, che è quello di veder affondare secoli, anzi millenni di tentativi di costruire una Civiltà realmente degna dell'Uomo, del Pensiero, della Ragione.
Io mi rifiuto di vivere nel terrore, mi rifiuto di immolare al loro fanatismo la più piccola goccia della mia libertà, della mia gioia di vivere per ciò che sono, femmina, sensuale, omosessuale, miscredente, indipendente, intellettuale e artista, immagine riflessa delle loro ossessioni più tenebrose ed ottenebrate.
Mi rifiuto. Se vorranno uccidermi per questo, lo facciano, sarà sempre meglio che vivere nel mondo da loro propugnato, in un "pensiero" - o religione - fondata interamente e unicamente sull'odio e sull'invidia. Senza prospettiva di riscatto.
Per quanto riguarda la Francia, e Parigi in particolare, il mio cuore sanguina, poiché si tratta di territori, di una lingua, di un pensiero che ho sempre frequentato e amato profondamente, come coloro che mi seguono un pochino sanno. Conosco i Francesi, ho molte amiche e amici in Francia e a Parigi in particolare, e so come nei momenti capitali essi sappiano essere un popolo capace di reagire, di compattarsi, di esprimere quell'orgoglio loro così tipico e congeniale, che a volte noi Italiani troviamo un po' antipatico, ma che in fondo ammiriamo, perché proprio in momenti come questo vediamo come sia potente prezioso, e non solo per la Francia, ovviamente, ma per l'intera Europa.
Perché l'Europa deve resistere in quanto Europa, la sopravvivenza della nostra Civiltà dipende da questo: resistere nei propri principi di base più preziosi, Libertà, Uguaglianza, Solidarietà, senza cedere di un millimetro, senza lasciarsi travolgere dalla provocazione, e senza lasciare il minimo spazio alle forze del male e dell'idiozia che pur covano anche nelle nostre latrine, nei nostri letamai, e non vedono l'ora di poter rialzare la testa e farsi sentire.
Quanto a loro, questi che si credono combattenti e invece sono solo strumenti ciechi del loro stesso odio, che il loro Dio, quel Dio in nome del quale pretendono di parlare, li maledica, perché essi sono i veri blasfemi e bestemmiatori del loro stesso - preteso - Dio.
E anche oggi, più che mai, voglio chiudere con il mio consueto saluto, per voi amiche dilette e amici carissimi, con amore!
* * *
E ora, per un po', da me sarà silenzio.
* * *
Desidero precisare alcune cose, a seguito di una notte di riflessione e dello stimolo da parte di un messaggio di un amico.
Io qui mi occupo - in modo amatoriale - di Poesia, come sapete, e la Parola di cui parlo qui sopra e di cui dichiaro la tentazionedi un ammutolimento di fronte all'orrore è la Parola della Poesia. La parola della politica non mi compete se non come opinione.
Tuttavia, ripensandoci, non è vero che la Poesia sia impotente e flebile voce di fronte alla brutalità e alla barbarie dell'uomo sull'uomo, al contrario.
Da una parte tanti sono i Poeti, grandissimi, da Dante a Pasolini, che hanno saputo e voluto elevare la loro voce - e che voce - poetica e buttarla come una spada, o una vanga, nella mischia, nel sangue, o nella merda.
Dall'altra, se voglio essere coerente col mio discorso qui sopra ("Io mi rifiuto di vivere nel terrore") anche la voce innocente e apparentemente lieve della Lirica - il territorio in cui mi avventuro qui con voi - non ha ragione o motivo di tacere.
Anzi, se l'obbiettivo del terrore è oscurare e ottenebrare le nostre coscienze sotto una cappa di morte, noi, anche noi minuscoli dilettanti che scriviamo per la nostra semplice necessità di espressione, dobbiamo continuare a cantare, ad amare, e a cantare il nostro amore, per la vita, per la bellezza, per la carnalità, la spiritualità della nostra condizione umana. A dimostrare di fatto che no, costoro non ci fanno paura. Noi amiamo la vita, e temiamo di perderla. Al contrario di loro, che odiandola non pensano di aver nulla da perdere. Tuttavia, lo ripeto, io non temo affatto di morire se l'alternativa fosse quella di vivere nel regime da costoro propugnato, oppure in quello per reazione uguale e contraria imposto a noi su pretesto del terrore dalle forze oscure della reazione che abbiamo nelle nostre cantine, pronte a saltar fuori (limitazione dei diritti, delle libertà, dei movimenti, dei contatti tra sessi, popoli, etnie).
Sia ben chiaro dunque a questo punto che il mio silenzio ora non è di impotenza, ma di RISPETTO nei confronti delle persone che hanno perso la loro vita per un destino insensato, innocenti nel senso più pieno.
Sì, amiche care e amici, riprenderò presto a pubblicare, a esprimere in libertà il mio pensiero, il mio essere donna, libera, lesbica ed intellettuale (questo lo sottolineo non per compiacimento ma per provocazione, perché so come le ideologie che premono i grilletti di quei kalashnikov considerino questo come il concentrato dei loro demoni peggiori), il mio amore per la vita. La vita mia, delle persone, dell'Uomo, degli animali, del cosidetto "Creato".
Ancora, e sempre, con amore.
Milano, 14/15 Novembre 2015
Marianna Piani
. . .
mercoledì 11 novembre 2015
Il dirimpettaio
Amiche care, amici,
una breve composizione, un poco particolare, nata un mattino all'alba, mentre ricordavo - chissà perché - la mia prima cameretta da studentessa, a Bologna, affittata per poche lire, in un sobborgo non lontano dalle sedi universitarie che avrei dovuto frequentare.
Mi sentivo terribilmente sola e triste, era la prima volta che affrontavo un vero distacco dalla famiglia, un distacco che avevo cercato e voluto, intendiamoci, come tutte le adolescenti, ma che subivo con apprensione e con un senso di angoscia inspiegabile, quasi presentissi sordamente ciò che sarebbe accaduto di lì a non molto.
Iniziavano comunque per me degli anni pieni di entusiasmo e anche di incoscienza, all'epoca non mi era neppure chiaro cosa esattamente avrei voluto fare della mia vita, mi attirava l'arte e la scrittura, ma poi mi sarei dedicata più decisamente alle arti visive, per cui mi sentivo più dotata, sperando, vagamente, di poterne trarre un giorno di che vivere, ciò che alla fine è avvenuto, anche se attraverso strade e percorsi che allora non avrei mai potuto immaginare.
Di quel primo giorno, subito dopo essere sbarcata dalla Stazione Centrale, tristemente nota per fatti drammatici in quegli anni ancora vivi nella memoria, non ho impresso nella memoria tanto il mio primo ingresso alla Segreteria di Facoltà per i primi passi accademici di rito, quanto il mio incontro un poco traumatico con quell'appartamento sconosciuto, introdotto da un cerimonioso - forse fin troppo - padrone di casa, un signore di mezza età legato a certi ambienti religiosi salesiani. Mia mamma - che era a modo suo una credente - aveva cercato in questo modo una sorta di minima "garanzia" nel cercarmi un alloggio. Ero pur sempre una giovane ragazza di neanche diciannove anni, ed ero per la prima volta sola ad affrontare il mondo, lontana da casa.
La stanzetta era piccola, ma ricordo che aveva il soffitto sproporzionatamente alto, poiché era incastonata in un severo edificio d'epoca, privo di una architettura particolare, ma che di certo doveva aver visto molta Storia passare davano alla sua facciata. La stanza dava sul retro, verso un minuscolo cortiletto molto incolto e un vicolo pochissimo frequentato.
Nell'insieme ebbi un profondo senso di scoramento e angoscia, e trascorsi la notte, la mia prima notte di "libertà" e da "adulta", piangendo come una bimba, con la faccia affondata nel cuscino, che odorava vagamente di muffa mista a sapone di Marsiglia…
Tutto questo l'antefatto, ma non prendete tutto alla lettera come una pagina di diario, il ricordo si fonde in un'atmosfera tutta particolare, a un senso di smarrimento che mi appartiene oggi ancora.
Per voi, amiche dilette e amici cari questo frammento, ringraziandovi per la vostra presenza, un caro abbraccio, con amore.
M.P.
Il dirimpettaio
"Venga, s'accomodi"
disse al nuovo inquilino
che giungeva stanco
al suo nuovo soggiorno.
"Le ìndico la stanza -
entri... Le faccio strada"
e facendo strada aprì una porta
e poi un'altra, e un'altra ancora
dopo una incerta scalinata
"la stanza, veda, è questa"
facendosi da parte
passò di soppiatto uno straccio
sulla madia polverosa
"il balcone è piccolino"
(non voleva dire "angusto")
"ma è esposto sul giardino"
- che era uno scampolo di terreno
ricoperto di dense macchie
di verzura e rosmarino
e orlato da un contorto rovo.
"Qui non s'indugia alcuno
durante il giorno
a notte, appena qualche gatto"
di lì s'inerpicava edera tenace
sulle balaustre dei balconi
e sulle bigie cancellate:
di fronte, a pochi metri,
due finestre impolverate.
L'inquilino indugiò un istante,
sogguardò il locale triste,
il letto in ferro, conciato male,
e la cornice della finestra:
di là da questa, a poche braccia,
scorse dietro i vetri scivolare
l'ombra fosca sulla tendina
dello sfuggente dirimpettaio.
E lo colse un'angoscia tale,
mai provata prima.
Marianna Piani
Milano, 24 Maggio 2015
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