«La Poesia è Scienza, la Scienza è Poesia»

«Beauty is truth. truth beauty,- that is all
Ye know on earth, and all ye need to know.» (John Keats)

«Darkness cannot drive out darkness; only light can do that. Hate cannot drive out hate; only love can do that.» (Martin Luther King)

«Não sou nada. / Nunca sarei nada. / Não posso querer ser nada./ À parte isso, tenho em mim todos los sonhos do mundo» (Álvaro De Campo)

«A good poem is a contribution to reality. The world is never the same once a good poem has been added to it. A good poem helps to change the shape of the universe, helps to extend everyone's knowledge of himself and the world around him.» (Dylan Thomas)

«Ciò che premeva e che imparavo, è che in ogni caso non ci potesse mai essere poesia senza miracolo.» (Giuseppe Ungaretti)

sabato 13 febbraio 2016

Epifanie e Cosmogonie - 2



Amiche care, amici,

come promesso, ecco la seconda "stazione" della raccolta dedicata alle mie "radici", piantate in luoghi e momenti che cerco di restituire qui immagini e parole.


Il Colle di SanVito è il luogo dove ho vissuto tutta la mia infanzia. Si tratta di un quartiere un poco ai margini della Trieste più nota, quella centrale stretta attorno al colle di San Giusto, collocato nel quadrante sud-est della città, davanti alla baia di Muggia e con le prime propaggini istriane ben visibili dai piani più alti delle abitazioni, com'era la mia.

Una zona non molto affollata (specialmente a quei tempi) con molte aree verdi a giardino o piccolo parco. I giardini più vicini a casa (Piazzale Rosmini) dove più spesso mamma mi portava a giocare sono stati soggetto di alcune mie cosette, in passato. Il più vasto e strutturato parco di Sant'Andrea era una meta per me meno frequente, nel corso dell'anno, ma diveniva la preferita in estate (nei periodi per la verità non lunghi in cui eravamo in città piuttosto che in vacanza al mare oppure in montagna).
Inoltre, questi giardini sono forse la memoria personale più antica e remota, in quanto li ho frequentati di più nella primissima infanzia. Ho foto che mi ritraggono ancora nel passeggino, sopra lo sfondo di quegli alberi secolari e di quella passeggiata quieta, sotto il sole mite primaverile, o negli ultimi tepori dell'autunno. A anche quando la bora - in una giornata chiara- indugiava a zufolare tra i rami anchilosati di quei platani e di quei castagni centenari.

Per voi, amiche dilette e amici, questa mia foto d'album, in bianco e nero, se vorrete darci un'occhiata. Immaginatemi bambina, alta un metro, o forse meno, con un vestitino rosa e bianco, e nastrini tra i capelli. E già voglia di fuggire...

Con amore, vostra

M.P.




Passeggio Sant'Andrea, Trieste - Il piazzale




Epifanie e Cosmogonie


2

Giardini di Sant'Andrea



La balaustra in pietra del piazzale
che guarda verso lo scalo, ha colonnine
tutte eguali, in forma di bottiglia
appena un poco ingentilite
da un ghiribizzo in alto dove
poggia la trave orizzontale.

Dio quant'ero io piccina, allora,
se a pena giungevo al parapetto,
se quelle colonnette erano alte
solo poco meno di me stessa,
se i miei occhi erano grandi
come ciottoli d'ardesia!

Non vista, m'infilavo nell'interstizio
tra due colonne (un giorno scoprii
che una di esse pencolava,
e si scostava se la spingevo)
e mi perdevo a guardare
oltre il limite della strada.

V'era qualcosa che mi attirava
in quell'oltre, di là dalla scarpata
guarnita di trifoglio, un qualcosa
al di là della ferrovia,
oltrepassate con un solo balzo
le gru e le cataste dei container,

oltre la scia d'argento dei battelli,
oltre il profilo nero della costa,
oltre le nubi quasi magenta
all'orizzonte, oltre il mondo certo

verso l'incerto, oltre le rotte ultime
dei gabbiani, oltre, oltre il cuore.

Era quell'inconfondibile sapore
d'aria libera, spazio aperto.



Marianna Piani
Milano, 23 Giugno 2015

mercoledì 10 febbraio 2016

West Cork


Beyond my window, the Ocean


Amiche care e amici

oggi riprendo un racconto interrotto, ora è poco più di  una settimana…

Quest'estate ebbi l'occasione di compiere un breve viaggio di lavoro in Irlanda. Fui a Dublino, ovviamente, dov'erano localizzate le attività che mi riguardavano professionalmente, ma ebbi la ventura di essere ospitata per tutto il periodo nella zona di sud-ovest dell'Isola, nella zona di Cork. Mi spostavo in macchina (una utilitaria a noleggio) per raggiungere il lavoro, rischiando a ogni curva l'osso del collo per via della curiosa abitudine che hanno lassù di guidare sempre "contromano"…

Mi innamorai all'istante di questa terra (compresa la bizzarria della guida all'altro lato), del suo territorio così poco antropizzato, dei suoi villaggi dai colori vividi e intensi, del suo sole improvviso e delicato, ma nitidissimo, e delle sue piogge fine fine, insistenti come il rondò di una canzone popolare, gentili.

E... sì: mi innamorai di una ragazza del posto, musicista (tanto per cambiare: ma cosa mi fanno, a me, le musiciste? Forse perché mamma lo era), bellissima, emozionante, talmente colma di vita e di sorriso da illuminare da sola la giornata, da parere che fosse proprio lei, al mattino, affacciandosi alla finestra nell'aria gelida, ad infiammare il sole.
Furono giorni in cui, confesso, lavorai assai poco, scrissi ancor meno, mi lasciai semplicemente imbibire di quell'atmosfera innocente, di quella umidità sensuale, di quegli odori, di quei paesaggi vertiginosi, e, la notte, bruciare nel calore - tanto rovente da piagare la pelle - di quegli abbracci.
Il resto... è un segreto mio.

Ripartire poi mi parve impossibile, mi sentivo pronta a lasciare tutto, proprio tutto, davvero, e solo allora sentii il gravame dei miei quarantadue anni: vent'anni prima non sarei davvero mai, mai ripartita!

Rientrata in Italia, piansi (piansi parecchio già a bordo dell'aereo; per la prima volta non sentii nemmeno la paura tanto ero fuori di me) e, insomma, malinconicamente ripresi la vita di sempre, trascinata come un sacco svuotato dalle mie pretese e pretenziose "responsabilità". Di tutto questo non mi rimase in mano nemmeno un oggetto, un frammento, un ninnolo concreto, soltanto il ricordo, così fiammante da essere intollerabile da osservare direttamente, così com'è intollerabile fissare direttamente il disco del sole; e pochi, pochissimi versi, appunti, scritti di foga, molti di essi troppo intimi ed espliciti per essere pubblicati, altri troppo sgangherati e stazzonati dalla passione ancora vicina e viva (quante volte ho detto che la scrittura non può venire direttamente dall'esperienza di un'emozione, poiché in quel caso è solo sfogo, tale e quale un pianto dirotto: non c'é arte, nel pianto. Può commuovere, non comunicare, non convincere).

Questa che segue, la precedente già pubblicata il 30 Gennaio, e la successiva che pubblicherò probabilmente la prossima settimana, sono le uniche tracce di questa storia degne di essere condivise con voi, nella consuetudine della quieta amicizia qui stretta tra questa donna che scrive e voi che la leggete.
Il componimento in sé non parla d'amore, anche se ne è tutto venato e percorso, è piuttosto un tentativo di pittura di "paesaggio", una delle mie passioni come sapete, e spero vi possa restituire almeno in parte le sensazioni - più che le immagini - che mi hanno commosso e travolto nel corso di quei giorni (giorni incantati, magiche notti).

Amiche dilette, amici cari, grazie infinite, sempre, per la vostra preziosa presenza, che dà un senso al mio lavoro.

Con amore

M.P.




Rainy day on the coast



West Cork


Ho dovuto dirmi più volte:
questo è l'Oceano,
che spumeggia e signoreggia
qui innanzi, senza confini,
con la sua voce da drago onnipossente;
non il mio minuscolo mare,
così familiare da non temerlo nemmeno
nelle sue subitanee tempeste,
intemperanze d'un bimbo col broncio.

I gabbiani, qui solenni creature del mito,
incrociano lenti sfiorando la costa,
facendo la spola tra quiete baie
e scogliere tormentate da venti
e marosi taglienti, senza sosta.
Il vento sibila tra le gramigne
e agita come un mare le felci
verdazzurre che si godono il sole
schivo di qui, solo per un istante.

La pioggia viene, va, e ritorna,
come una sposa riottosa,
appannando di poemi le brughiere
e ornando di gioielli lucenti
i grappoli di erica viola e pervinca;
le giovenche attendono, fissando
con dolce umida pazienza
le spume delle onde e i mulinelli
beffardi liberati dal maestrale.

No, non è il mio piccolo mare
con cui giocavo da bimba
inseguendo le risacche e i gorgoglii
tra le buche e i bordi taglienti
degli scogli, butterati dai molluschi,
resi rischiosi soltanto dai velli
di mucillagini e alghe infingarde.
Questo è l'Oceano Immenso,
dove i cuori e le anime son persi.

Questo è l'Oceano Ombroso
del mareggiare maestoso,
dei narrari e delle novelle
che mi hanno portato per anni
in cima al mondo, laddove
finisce l'atlante e nasce la pioggia:
proprio qui dove ora sono, e mi stringo
le braccia al seno, che ansima piano,
qui, sull'estremo bordo del sogno.



Marianna Piani
Glengarriff - Dublino - 20 Luglio 2015
.

sabato 6 febbraio 2016

Epifanie e Cosmogonie - 1


Amiche care, amici,

inizio da oggi a pubblicare una nuova piccola "raccolta" di componimenti nati attorno a un unico tema, come lo sono state le mie precedenti (ve le ricordo: "Abbecedario", "Il Mare d'Inverno", "Cinque pezzi facili", "In Nomine" e "Il Tempo e lo Specchio")

Ho intitolato la raccolta "Epifanie e Cosmogonie", perché qui ho radunato una serie di componimenti, molto diversi tra loro a livello metrico e stilistico, scritti senza un ordine precostituito e in tempi e modi diversi, ma tutti accomunati dalla rivisitazione dei luoghi, delle sensazioni e dei pensieri dei miei primissimi anni di vita e di formazione, tutti trascorsi in famiglia e in una città un poco particolare ed emblematica, anche per motivi letterari ma non solo, che come molti di voi sanno è Trieste.

Si tratta di otto componimenti più un "Epilogo  provvisorio", che insieme rappresentano un mio personalissimo viaggio interiore, senza ambizioni icastiche o di oggettività, ma solo di semplice registrazione emotiva: potete considerarle, se volete, pagine sparse strappate da in ideale diario interiore, apparentemente sconnesse tra loro, ma in realtà tutte espressione della mia più intima esperienza di vita.
È negli anni dell'infanzia e della prima giovinezza, infatti, che si plasma l'individuo che poi saremo in età adulta, e le esperienze di quegli anni sono quanto di più fondamentale e fondativo per l'esperienza umana di ciascuno di noi.

La prima, che ora vi propongo qui di seguito a queste note, è una "canzone libera", molto descrittiva, che ritrae un luogo - a suo modo pieno di fascino e di mistero per me - molto vicino alla mia casa natale, un luogo che scorgevo praticamente dallafinestra di casa, e che era meta - quand'ero ancora sui miei dieci anni - di lunghe passeggiate solitarie e molto, molto riflessive. Ero una bimba piuttosto solitaria e meditabonda (lo sono ancora del resto) e spesso preferivo ai giochi con i coetanei queste fughe solitarie (che spesso spaventavano i miei poveri genitori: più volte ne ho ricavato punizioni piuttosto "esemplari") in cerca di una mia dimensione riservatissima e segreta. I lettori di nascita triestina (non basta conoscere la città come ospite o turista) sanno bene di che luogo si tratta.
Qui l'antica vocazione mercantile di questa città, basata sulle rotte mediterranee ed orientali, ha avuto une delle sue espressioni di insorgenza, crescita, e poi - già al tempo qui descritto - di decadenza e fine.

Ecco che comprenderete ora il titolo della raccolta, e la sua intenzione: si tratta di ricordi di rivelazioni e scoperte (Epifanie) e di formazione personale (Cosmogonie), in altre parole la evoluzione e la crescita di quella bimba avventurosa e un po' introversa che ora è la piccola donna bruna un po' fuori di testa che qui vi sta parlando.



È mia intenzione pubblicare da oggi in avanti una di queste liriche per settimana, alternandola con la "normale programmazione" (diciamo così) dei singoli componimenti slegati dalla raccolta, così anche da non rischiare annoiarvi con un discorso troppo tematico.

Per voi, amiche dilette e amici cari, nella speranza che vorrete seguirmi in questo piccolo viaggio dell'anima, come sempre tutto il mio amore.


M.P.




Epifanie e Cosmogonie


1

Scalo Legnami



Qui avvenne, accanto al Porto
che io venni al mondo,
proprio dove i gabbiani
fanno i loro nidi ciechi
in questi luoghi segreti
tra i fasciami delle navi
disalberate, le abbandonate
eliche degli scafi
in disarmo, le lamiere
colossali stranamente
imporporate di ossido di ferro,
e rosse ugualmente le catene
ammonticchiate nei recessi
dello scalo, e alcune
áncore giganti gettate
con noncuranza a rugginire
sulla banchina, per divenire
rifugio di gatti ossuti
irsuti di salsedine marina.

Su tutto quanto vegliava allora
la torre bianca con l'orologio
a ogni lato, prismatica architettura
come una veduta di Sironi,
e accanto il lustro astruso intrico
dei binari della ferrovia,
su cui giaceva la mandria scura
di decine, centinaia di vagoni
come morti, o pigramente
ruminanti in una savana
di rami e barre di metallo.
Già allora ogni sguardo,
ogni prospettiva pareva
senza via d'uscita, così deserta
d'umanità la rinfusa delle cose,
dismessa la volontà, il ricordo,
l'illusione della Storia
stratificata sopra i muri
di mattoni scabri,
di capannoni escavati
come esoscheletri di crostacei,
e le carcasse delle navi
lasciate languire nei bacini,
a sfidare perfino l'assurdo
d'un tempo senza moto
deprivato di destino.

. . .

(Eppure, c'è qualcosa nello sguardo
di chi nasce sulla riva, accosto
al porto, con le notti modulate
dal mormorio della risacca,
e dalle sirene scure dei battelli.
Quel tratto d'orizzonte fulgido
senza confine, né via tracciata,
solo puro spazio vuoto,
è colà, spalancato come un invito
a salpare, con la mente,
via per sempre.

Se pure non è rimasto
un solo marinaio, né in mare,
né a terra, a guardare
verso il largo con rimpianto,
chi nasce  qui salutato
dai gridi dei gabbiani
e dalla visione dei loro voli
che paiono tutti senza ritorno,
dentro il cuore suo
sarà per sempre un navigante,
argonauta ardito della sua mente.)



Marianna Piani
Nebbiuno, 21 Giugno 2015
.

mercoledì 3 febbraio 2016

Arcipelaghi


Amiche care, amici...

dunque, sapete care e cari, ho vacato da tempo la soglia dei quaranta (anni, quarant'anni, non quarantamila Euro in banca, ahimè) e inizio a guardare persone, ragazzi e ragazze, più giovani di me, nel modo in cui ogni generazione osserva quella che viene subito dopo di lei.

Purtroppo io non ho figli, né mai li avrò, ma mi soffermo a volte a pensare che se avessi avuto la opportunità di portare a termine la mia prima sfortunata gravidanza, a quest'ora Alice, la mia bimba mai nata, sarebbe alle soglie dell'Università… È una sensazione strana, questa mia mancata maturità di donna, - quella maturità radicale e profonda che solo l'essere madre può dare - tuttavia questa condizione "sospesa" non mi impedisce di sentirmi a tutti gli effetti parte della mia età anagrafica. È vero che l'età è solo quella che uno sente dentro di sé, e io mi sento giovanissima beninteso, ma è vero anche che le ragazze e i ragazzi di vent'anni che si affacciano ora alla vita li osservo ormai con la coscienza che essi sono parte di un mondo nuovo, cui io posso assistere come amica, compagna di strada, anche sorella, ma non più appartenere
Quello che scorgo spesso in loro, e mi intenerisce e affascina indicibilmente, è l'immensa potenzialità con cui questi ragazzi si gettano nel mondo, prima, molto prima delle delusioni, delle storture, dei compromessi, delle ipocrisie che inevitabilmente, come tutti noi, sono destinati ad incontrare.
Anzi, più luminosa e alta è la loro purezza di aspettativa e generosità d'animo, più cocenti e dolorose saranno le delusioni nell'incontro/scontro con la "realtà" del mondo.
La possibilità poi per ciascuno di loro è la stessa che è stata offerta a noi al nostro tempo, ed è dipeso solo da noi se abbiamo saputo o meno avvalercene: quella di potere - e sapere - preservare dentro di sé più intatta possibile la forza dirompente della propria giovinezza, al di là e al di sopra di qualsiasi ostacolo, difficoltà, convenzione, aggressione da parte delle Forze Oscure della conservazione o della reazione. Non fraintendetemi, lo sto dicendo in senso morale, trascendente, non politico, contingente.
Nella capacità di ogni generazione di salvaguardare la propria carica di giovinezza è fondata la capacità di innovazione, evoluzione, creatività, in ultima analisi della "felicità" della società che tale generazione è in grado di generare.

Per voi, amiche mie dilette e amici cari, queste riflessioni e questa composizione, un po' complessa e impegnativa, in tono vocativo più che intimo e lirico, scritta con il pensiero aperto al futuro, alle sue luci e alle sue ombre. Con speranza, innanzi tutto, credetemi.


E con amore.

M.P.




 
Arcipelaghi


Ebbene, scendete, ora,
scendete, vi esorto, scendete
il sentiero che dal monte
conduce al piano, la via
della vostra salvezza,
dal gelo alla luce, dalla scissione
all'interezza, e poi
trovate il percorso più sano
che dalla luce conduca
al mare, quel mare franco
cui tendono tutte le nostre
più tenere vive speranze.

Io vi seguirò, da lontano,
seguirò l'arco del vostro andare,
non per altro, per osservare,
e poi per intonare
qualche forma di canto
che vi possa trovare
giovani come eravate a partire,
così illusi, confusi, illuminati,
le menti, come gli sguardi,
spalancate, appagate, illimitate,
le mani aggrappate alle mani
dei vostri più teneri amori

appena sorti all'orizzonte
e già così densi, intensi, violenti,
così venati di vita e di sensi
e a volte di morte
come gli uragani
sugli arcipelaghi in fiamme
dei nostri desideri immolati
alle speranze di questa perduta
generazione - ancora senza voce.
Verrò, avanti a voi, dietro di voi,
sarò con voi, non parte di voi,
ma sarò il vostro sguardo,

e sarò la vostra voce.
Precoce, lascerò il mattino
cogliere il frutto delle piogge
lasciate sopra i prati, i declivi,
i terreni appena arati, come
un dono prezioso, dalla notte.
E narrerò dei rivoli limpidi
o dei torbidi stagni,
delle mobili argille
o dei duri sentieri accidentati
scavati dalle acque in fuga
verso valle, perennemente.

E quando chiuderemo il ciclo
e saremo sul bordo estremo
della riva, e il mare, questo
nostro dolce vasto mare,
ci dirà di essere pronto
ad accoglierci nel suo materno
generoso seno per il viaggio,
allora, allora sappiate
che mi unirò a voi, finalmente,
e il mio canto sarà così
il vostro canto; e la vostra bellezza,
sarà quella la mia salvezza.



Marianna Piani
Milano, 27 Giugno 2015
.

sabato 30 gennaio 2016

Sette Strofe Saffiche per S.B.


Amiche care, amici,

Scrissi questa cosetta durante un mio viaggio di lavoro in Irlanda, quest'estate.
Si tratta di sette strofe in forma "saffica" (la versione sillabica dell'originale quantitativo latino, tre endecasillabi e un quinario - qui con qualche licenza di "verso libero", specie nelle rime) e parlano d'amore, apertamente, scopertamente d'amore a modo mio, dedicate a colei che è stata per un indimenticabile anche se breve periodo la mia compagna.

"Saffiche" di nome e di fatto queste strofe, dunque, se volete.

Le pubblico oggi con un certo anticipo sul normale "ruolino di marcia", se me lo consentite, come un mio contributo volutamente polemico e - per chi tale lo pensasse - provocatorio rispetto al sedicente "Familiy Day" andato oggi (29 Gennaio, 2016) in scena a Roma.

L'amore tra due persone, quando sincero e profondo, per me non ha confini di genere o di sesso.

Il mio amore per un uomo, che vissi per quace anno nel passato, non fu diverso dal punto di vista affettivo ed emotivo rispetto a quello che provo adesso per una donna - ora che ho finalmente e non senza costi personali chiarito il mio ruolo nella giostra della vita - e a quello che questa donna prova per me. Ora ho trovato una realizzazione e un equilibrio anche dal punto di vista sessuale - e sensuale - ma conservo tuttavia un profondo affetto e gratitudine per il ragazzo che mi è stato accanto in anni per me difficili, e che ancora adesso frequento, forse con ancora maggiore libertà e felicità.
Mai mi sono sentita libera di esprimere la mia amicizia profonda con amici maschi come ora, e mai prima ho provato per una persona la travolgente attrazione, su tutti i piani, mentale, fisico, d'anima, come la provo ora per la compagna che amo, che ho amato o che amerò.

Sono felice che in Italia lo status di chi ama un'altra persona inizi finalmente ad essere reso potenzialmente indifferente alle diverse combinazioni possibili (ed esistenti) tra i sessi, e che ciò avvenga anche a livello normativo e legislativo.
Pochi paiono accorgersi che il riconoscimento di certi diritti implica l'assunzione di certe responsabilità, di certi doveri.
Ora ad esempio può capitare che in certi ospedali, in caso di malattia o incidente, mi sia interdetto di vedere o incontrare la mia compagna, poiché lei ed io non facciamo parte di un nucleo familiare "riconosciuto".
Domani di contro, spero, io non solo avrò il diritto, ma anche il dovere, non solo morale, ma effettivo, di prendermi cura della mia compagna. E lei di me.
La questione è tutta qui. Solo qui.

Inutile insistere e ripetere che per noi non si tratta di negare certi diritti a chi già ce l'ha, e neppure che l'assunzione di questi stessi diritti debba diventare obbligatoria per noi omosessuali, o per chiunque, anche per le coppie etero che vogliano ad esempio, per ragioni loro, rimanere "conviventi" e non "regolarizzate". Ciò che importa, e questa è una vittoria per tutti, non solo per gli omosessuali, è che ci siano delle leggi e delle norme di tutela e di diritto che tutti, indipendentemente dal sesso, dalla religione e dal colore della pelle, possano e debbano effettivamente seguire.


Non vedo come ciò possa in alcun modo "minare" la nostra società o ledere i diritti acquisiti dalla generalità della popolazione, vedo piuttosto un chiaro avanzamento nella direzione di una evoluzione sociale di democrazia, giustizia e libertà.
Non a caso i luoghi in cui questi diritti e libertà sono negati, e spesso attivamente e violentemente perseguitati, sono proprio quei regimi teocratici, ciechi e violenti di cui proprio molti dei più accesi sostenitori dei "Family Day" di casa nostra temono maggiormente il "contagio". A quanto pare, sono già ben contagiati...


Agli amici che in buona fede si sentono parte di questo movimento (intendo non in cattiva fede, come certi politicanti che ne vogliono cavalcare la groppa, spesso da parte loro pluridivorziati o con situazioni personali perlomeno dubbie) dirò senza paura di apparire contraddittoria che comprendo e in parte condivido le preoccupazioni per il lato debole di tutta la questione, l'infanzia.
Io sono fisicamente sterile, e dunque la mia "famiglia" sarebbe destinata a rimanere sterile anche se sposassi cento uomini di fila, tuttavia sono estremamente cauta, nella situazione sociale attuale, con l'idea di coinvolgere un minore nella mia vita, sia in adozione sia che venisse da una relazione precedente mia o del mio partner. Questo non solo per motivo della mia omosessualità, ancora ben lontana dall'essere accettata, per non dire riconosciuta, ma anche per altri motivi di fragilità personale, di incertezza economica, di mia sofferenza psichica,
E questo è tutto, ma solo per per quanto mi riguarda personalmente, e questo anche se il mio desiderio di maternità, credetemi, è immenso. Davvero immenso!

Tuttavia non mi sento di negare ad altri la possibilità almeno in prospettiva di confrontarsi con la propria coscienza e ragione e di aspirare a questo raggiungimento, fondamentale per ogni essere umano.
La tutela del minore, dell'indifeso, di chi non prende ma subisce le nostre scelte è necessaria e indispensabile, ma questo vale per chiunque, anche per le coppie "regolari": il passo di decidere di generare ed allevare un figlio o figlia non è e non deve essere mai un gioco, e deve essere valutato in prospettiva focalizzata su questa creatura ed esclusivamente per lei, non per rispondere a un proprio egoistico bisogno, qualunque esso sia.

Per cui, amici che siete scesi in piazza (fisicamente o virtualmente) in nome della "Famiglia", vi prego, non lasciatevi irretire da individui che hanno interesse a utilizzare le vostre coscienze per loro fini, qualunque essi siano, cercate di assumere anche un altro punto di vista, più generale, meno chiuso in sé stesso.
Vedrete come questa timida proposta di legge, se portata avanti in buona fede anche con il vostro appoggio e apporto potrà costituire una conquista effettiva per tutti, anche per voi.

Mi fermo qui: vi lascio, se vorrete, alla lettura di questi versi, amiche dilette e amici cari, immaginati e scritti per amore, e più che mai con amore.

M.P.




(Egon Schiele - 1915)





Sette Strofe Saffiche per S.B.

 

Vasta, luminosa, vergine cara,
creatura mia che giungesti improvvisa
come un soffio di vento di primavera:
io ti volli mia sposa.

Ti vidi scendere come una dea
dalla motocicletta argentata,
scuotesti la chioma dall'elmo come
una rosa infuocata.

E fu subito incendio quel tuo sguardo
scagliato contro il mio come una sfida,
le tue labbra furono la promessa,
la tua voce mia guida.

Fosti allora come il sole è la vita,
come l'acqua è per una piccola pianta
inaridita, come è l'aria libera
per la mia fiamma affranta.

Bevvi a gran sorsi il tuo sudore e il succo
del tuo ardore più segreto e profondo,
ebbra al sapore delle tue carni
e al tuo dolce abbandono.

"Sempre sarà", dissi, "sempre sarà"
ripetemmo, abbandonate alle braccia
l'una dell'altra, imbevute di vita,
"finché vita ci piaccia".

Così furono le candide nozze
che ci confusero spirito e cuore,
virginali carezze come ogni unione
carnale d'amore.



Marianna Piani
Bearhaven, Ireland, 16 Luglio 2015

.

mercoledì 27 gennaio 2016

Geometria del dolore


Amiche care, amici,
in questa "Giornata Particolare" (per parafrasare il meraviglioso film del grande Ettore Scola, recentissimamente scomparso) vorrei partecipare, se me lo consentite, con una mia memoria personale, minima, intima, ma intensa.

Alcuni anni fa mi trovavo a Monaco di Baviera per lavoro, vi abitavo ormai da diversi mesi, e decisi un freddo week end di gennaio di chiedere a una mia amica del luogo, non ebrea, di condurmi a visitare il vicino Campo di Dachau.
Era da tempo che lo volevo fare, secondo me si tratta di un "pellegrinaggio" d'obbligo per qualunque cittadino europeo, almeno una volta nella vita - intendo quello di visitare un Campo di Sterminio qualsiasi dei tanti ancora visitabili in giro per l'Europa, non Dachau in particolare. E quella era la prima occasione che mi si presentava. Pur essendo nata e cresciuta a Trieste, tra l'altro, non avevo mai avuto modo di visitare il triste comprensorio di San Sabba, che come si sa è l'unico Campo che fu operativo in territorio italiano.

Dachau, è da dire, non è Auschwitz, non emana quella sinistra tremenda aura di morte già solo dal nome. Se non sbaglio questo paesino bavarese ha ospitato nel suo territorio il primo Campo del genere in assoluto, che fu avviato inizialmente più per il controllo/repressione della dissidenza e diversità (comunisti, omosessuali, testimoni di Geova, malati psichici, e ovviamente "anche" ebrei) che per lo sterminio vero e proprio, pianificato e più puramente razziale, che sarebbe venuto "ufficialmente" più tardi.
Tuttavia, accuratamente allestiti (ed è proprio su questa "accuratezza" che parlo nella mia piccola composizione, come vedrete) e con maniaca precisione collocati a un lato del Campo c'erano - ci sono tutt'ora per chi volesse visitarlo - gli impianti "full optional" delle camere a gas e i forni crematori annessi. Impianti che non furono mai realmente utilizzati, con grande disappunto (documentano carte e comunicazioni ritrovate ed esposte nel piccolo museo annesso) dei responsabili e reggitori amministrativi e militari del Campo, che si sentivano immeritatamente degradati a "serie B" tra i campi di sterminio, dopo il glorioso primato vantato negli anni precedenti.
Ciò non impedì ovviamente che tra quei reticolati, nella placida e quieta e peraltro adorabile Baviera, venissero perpetrate torture indicibili (tutte accuratamente e puntigliosamente documentate dagli stessi carnefici, evidentemente orgogliosi della loro efficienza), e che i disgraziati "detenuti" fossero destinati comunque a morte indegna e orribile per stenti, fatica, fame e malattie. Per non parlare dei numerosi terrificanti "esperimenti scientifici" compiuti e anch'essi accuratamente registrati e documentati sulla pelle di diversi poveri corpi vivi e in questo modo portati a morte, come cavie di laboratorio.


In realtà ciò che mi si impresse indelebilmente nella memoria non fu tanto l'emozione - certo annichilente - di camminare in un santuario della morte, dove migliaia di innocenti sacrificarono la loro vita senza neppure sapere perché, quanto una sensazione che solo visitando ora i campi di persona si può davvero percepire: la surreale volontà di "ordine, pulizia ed efficienza", la "simmetrica geometria" di cui tento di parlare nella mia composizione con parole certo inadeguatissime, che è il segno ancora tangibile di come questi avvenimenti non furono generati dalla follia paranoica di un uomo o di un ristretto gruppo di criminali, come si tende a voler credere per amor del cielo e di noi stessi, ma da menti e competenze, lavoro, progettazione accurata, misurazioni, ingegnerie, calcoli precisi, complessa e puntigliosa burocrazia e volontà perfino di primeggiare nello schifoso compito di un numero indefinito ma vasto e indifferenziato di persone come noi, normali "cittadini", di cultura e con studi alle spalle, con casa, famiglia, bambini, amici, spesso cristiani, anche osservanti. Tutti volonterosi e NON INCONSAPEVOLI carnefici in nome di questa folle e surreale ideologia di morte e sopraffazione.
Questo è ciò che mi agghiaccia, da sempre. Questo è ciò che segnala come una follia del genere sia sempre nel fondo del nostro animo, dell'animale-massa di cui noi siamo una cellula integrante. Che tutto questo, magari con altre intensità, altri nomi, sotto altri ideologie o religioni, può riprodursi ovunque, in qualsiasi momento.
Perché si tratta di un mostro che cova DENTRO ciascuno di noi, e non una entità proveniente dall'esterno, un alieno che piomba dal nulla a distruggere l'Umanità come nella Guerra dei Mondi di H.G. Wells.
Il seme della nostra (auto)distruzione è dentro di noi, anzi, è parte di noi. Compito dell'Umanità da sempre, e ora - dopo la Shoah - più che mai è rendersene conto, innanzi tutto, e poi di imbrigliare il mostro e neutralizzarlo. Un lavoro complesso, duro, e MAI concluso.

A questo serve a mio avviso, nel suo piccolissimo e simbolico contributo, anche questa "giornata particolare", al di là dei rituali magari consolatori o delle stanche liturgie.
Qualcuno vedo che scrive o chiede qui e là qualcosa come: "nulla in contrario per la GDM, per quello che mi riguarda, MA quando una giornata in memoria dei tanti eccidi e stermini TUTT'ORA in atto in varie parti del mondo?"
Caro amico, o amica, non hai capito: la "giornata" di cui parli richiama alla memoria sì QUEL genocidio, che come tale ci auguriamo non si presenterà mai più nella Storia, ma rappresenta il monito fortissimo e l'allarme PROPRIO per ciò che avviene ora o può avvenire ancora, ovunque il mostro di cui parlo riesca a spezzare le catene che lo imprigionano nella più profonda segreta della Ragione Umana, ed emerga allo scoperto.

Amiche dilette, amici cari, vi lascio alla lettura, se lo vorrete, ricordando sempre che il primo e più decisivo antidoto contro queste pericolose tossine è sempre, come sempre, l'amore.

M.P.















Geometria del dolore


Il viaggio fu breve,
piuttosto spiccio, su una linda
strada con l'asfalto da poco steso
in mezzo a piccole boscaglie
e villaggi del tutto acquietati.

Solo il cielo era partecipe,
a modo suo,
del mio intimo disagio:
grigio e diaccio, greve
come una coperta di metallo,

che mi schiacciava.
La mia compagna conduceva
senza dir nulla  la vettura, e io
per qualche ragione provavo
un sottile sordo mal di capo.

Pungeva il freddo, ma
non c'era neve; l'aria, il vento,
l'intera atmosfera era immota,
come in attesa. Nulla:
nulla segnava ciò che ci attendeva.

Ciò che vidi, per primo, inatteso,
non fu l'orrore, non fu il marchio
dell'agonia, non fu
il grido del dolore versato
a fiumane su quei selciati.

Fu un ciuffo d'erba,
un singolare sbuffo verde chiaro
aggrappato con ogni forza
a una crepa nel gradino grigio
e freddo dell'ingresso.

E poi, più avanti,
non fu il sentore, l'odore
dell'umana dissoluzione
che mi prese alla gola,
come una morsa.

Furono quei viali,
quegli edifici ora deserti e muti,
quei piazzali, quei percorsi
rettangolari, quelle reti
rilucenti come squame.

Fu l'inumana simmetria.
Fu quell'ordine sereno
sovrapposto all'atroce.
Fu la geometria feroce,
fu l'artefatto assurdo della morte.



Marianna Piani
Dachau, Gennaio 2004
Milano, 27 Gennaio 2016
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sabato 23 gennaio 2016

Abitante di una Cometa



Amiche care, amici,

librarsi senza peso è il segno distintivo della scrittura, di ogni scrittura detta "creativa". Quella poetica in particolare.

Retrospettivamente, solo ora nel rivisitarla per la mia consueta revisione "dopo quarantena", mi sono resa conto che questa composizione nata tutta attorno a un'unica aerea metafora, fin dal titolo è un indiretto - e inconscio - omaggio a colui che ritengo forse il maggiore scrittore italiano dello scorso secolo, Italo Calvino.
Da qualche anno ormai sto "lavorando" attorno alle sue "Lezioni Americane",  senza venirne fuori ancora, per la verità. Queste celebri annotazioni - tutt'altro che accademiche e vive tutt'ora - partono proprio, come sapete, dal concetto di "leggerezza".

È un riferimento puramente incidentale dunque, ma ben venga. Le vie della scrittura sono infinite, viene da dire. O forse, anzi certamente, le "lezioni" dei grandi si depositano nel fondo della nostra anima, senza che neppure che ne rendiamo conto, e poi emergono spontaneamente, a volte, come in questo caso, riconoscibilissime.

Amiche dilette, amici, vi lascio alla lettura, se lo vorrete, di questa mia cosetta che parla di leggerezza, volo, cosmo e vita, scritta e dedicata a voi - lettori - come sempre con amore.


M.P.






Abitante di una cometa

Senza peso, avrei voluto stare
senza premere nemmeno un grammo
sul suolo di questo astro di cristallo
cenere e detriti, che mi trascina
attorno al cosmo a sfiorare
il crudo sole per poi perdermi
nella banchisa senza luce
ai confini estremi della Galassia.

Visito gli astri, in questa giostra
senza fine che prende secoli, millenni
a ogni giro, da quelli densi e grevi
a quelli rarefatti come morte
nebulose, fino a quelli così remoti tanto
da dubitarne l'esistenza, da quelli
inabitati a quelli densamente
popolati; o roventi, o raggelati.

Svola e si scioglie la mia chioma
come quella di quest'astro, lunga
da raccogliere una fantasmagoria
di stelle e di pianeti, come diademi,
e la mia veste si dipana
in uno strascico di lucente seta,
come un abito nuziale, stendardo
di una purezza invitta.

È grande il peso dell'angoscia
che ho cumulato in questi anni,
in millenni di perpetua migrazione,

senza direzione, destinata
a chiudersi sempre nel ritorno
perpetuo lungo l'orbita di questa ellissi
senza scampo, dal Sole al nulla,
dalla vita, al vuoto immenso.

Oh, come vorrei star senza peso
sopra quest'astro, sfiorarlo appena
come una sirena approdata sulla rena.
Ma questo è quanto in questo tempo
ho appreso di quel che sia la vita -
quella che una illusa umanità
venera o svilisce: nient'altro
che una rara improbabile anomalia.



Marianna Piani
Milano, 18 Giugno 2015
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