«La Poesia è Scienza, la Scienza è Poesia»

«Darkness cannot drive out darkness; only light can do that. Hate cannot drive out hate; only love can do that.» (Martin Luther King)

«Não sou nada. / Nunca sarei nada. / Não posso querer ser nada./ À parte isso, tenho em mim todos los sonhos do mundo» (Álvaro De Campo)

«A good poem is a contribution to reality. The world is never the same once a good poem has been added to it. A good poem helps to change the shape of the universe, helps to extend everyone's knowledge of himself and the world around him.» (Dylan Thomas)

«Ciò che premeva e che imparavo, è che in ogni caso non ci potesse mai essere poesia senza miracolo.» (Giuseppe Ungaretti)

sabato 6 febbraio 2016

Epifanie e Cosmogonie - 1


Amiche care, amici,

inizio da oggi a pubblicare una nuova piccola "raccolta" di componimenti nati attorno a un unico tema, come lo sono state le mie precedenti (ve le ricordo: "Abbecedario", "Il Mare d'Inverno", "Cinque pezzi facili", "In Nomine" e "Il Tempo e lo Specchio")

Ho intitolato la raccolta "Epifanie e Cosmogonie", perché qui ho radunato una serie di componimenti, molto diversi tra loro a livello metrico e stilistico, scritti senza un ordine precostituito e in tempi e modi diversi, ma tutti accomunati dalla rivisitazione dei luoghi, delle sensazioni e dei pensieri dei miei primissimi anni di vita e di formazione, tutti trascorsi in famiglia e in una città un poco particolare ed emblematica, anche per motivi letterari ma non solo, che come molti di voi sanno è Trieste.

Si tratta di otto componimenti più un "Epilogo  provvisorio", che insieme rappresentano un mio personalissimo viaggio interiore, senza ambizioni icastiche o di oggettività, ma solo di semplice registrazione emotiva: potete considerarle, se volete, pagine sparse strappate da in ideale diario interiore, apparentemente sconnesse tra loro, ma in realtà tutte espressione della mia più intima esperienza di vita.
È negli anni dell'infanzia e della prima giovinezza, infatti, che si plasma l'individuo che poi saremo in età adulta, e le esperienze di quegli anni sono quanto di più fondamentale e fondativo per l'esperienza umana di ciascuno di noi.

La prima, che ora vi propongo qui di seguito a queste note, è una "canzone libera", molto descrittiva, che ritrae un luogo - a suo modo pieno di fascino e di mistero per me - molto vicino alla mia casa natale, un luogo che scorgevo praticamente dallafinestra di casa, e che era meta - quand'ero ancora sui miei dieci anni - di lunghe passeggiate solitarie e molto, molto riflessive. Ero una bimba piuttosto solitaria e meditabonda (lo sono ancora del resto) e spesso preferivo ai giochi con i coetanei queste fughe solitarie (che spesso spaventavano i miei poveri genitori: più volte ne ho ricavato punizioni piuttosto "esemplari") in cerca di una mia dimensione riservatissima e segreta. I lettori di nascita triestina (non basta conoscere la città come ospite o turista) sanno bene di che luogo si tratta.
Qui l'antica vocazione mercantile di questa città, basata sulle rotte mediterranee ed orientali, ha avuto une delle sue espressioni di insorgenza, crescita, e poi - già al tempo qui descritto - di decadenza e fine.

Ecco che comprenderete ora il titolo della raccolta, e la sua intenzione: si tratta di ricordi di rivelazioni e scoperte (Epifanie) e di formazione personale (Cosmogonie), in altre parole la evoluzione e la crescita di quella bimba avventurosa e un po' introversa che ora è la piccola donna bruna un po' fuori di testa che qui vi sta parlando.



È mia intenzione pubblicare da oggi in avanti una di queste liriche per settimana, alternandola con la "normale programmazione" (diciamo così) dei singoli componimenti slegati dalla raccolta, così anche da non rischiare annoiarvi con un discorso troppo tematico.

Per voi, amiche dilette e amici cari, nella speranza che vorrete seguirmi in questo piccolo viaggio dell'anima, come sempre tutto il mio amore.


M.P.




Epifanie e Cosmogonie


1

Scalo Legnami



Qui avvenne, accanto al Porto
che io venni al mondo,
proprio dove i gabbiani
fanno i loro nidi ciechi
in questi luoghi segreti
tra i fasciami delle navi
disalberate, le abbandonate
eliche degli scafi
in disarmo, le lamiere
colossali stranamente
imporporate di ossido di ferro,
e rosse ugualmente le catene
ammonticchiate nei recessi
dello scalo, e alcune
áncore giganti gettate
con noncuranza a rugginire
sulla banchina, per divenire
rifugio di gatti ossuti
irsuti di salsedine marina.

Su tutto quanto vegliava allora
la torre bianca con l'orologio
a ogni lato, prismatica architettura
come una veduta di Sironi,
e accanto il lustro astruso intrico
dei binari della ferrovia,
su cui giaceva la mandria scura
di decine, centinaia di vagoni
come morti, o pigramente
ruminanti in una savana
di rami e barre di metallo.
Già allora ogni sguardo,
ogni prospettiva pareva
senza via d'uscita, così deserta
d'umanità la rinfusa delle cose,
dismessa la volontà, il ricordo,
l'illusione della Storia
stratificata sopra i muri
di mattoni scabri,
di capannoni escavati
come esoscheletri di crostacei,
e le carcasse delle navi
lasciate languire nei bacini,
a sfidare perfino l'assurdo
d'un tempo senza moto
deprivato di destino.

. . .

(Eppure, c'è qualcosa nello sguardo
di chi nasce sulla riva, accosto
al porto, con le notti modulate
dal mormorio della risacca,
e dalle sirene scure dei battelli.
Quel tratto d'orizzonte fulgido
senza confine, né via tracciata,
solo puro spazio vuoto,
è colà, spalancato come un invito
a salpare, con la mente,
via per sempre.

Se pure non è rimasto
un solo marinaio, né in mare,
né a terra, a guardare
verso il largo con rimpianto,
chi nasce  qui salutato
dai gridi dei gabbiani
e dalla visione dei loro voli
che paiono tutti senza ritorno,
dentro il cuore suo
sarà per sempre un navigante,
argonauta ardito della sua mente.)



Marianna Piani
Nebbiuno, 21 Giugno 2015
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