«La Poesia è Scienza, la Scienza è Poesia»

«Darkness cannot drive out darkness; only light can do that. Hate cannot drive out hate; only love can do that.» (Martin Luther King)

«Não sou nada. / Nunca sarei nada. / Não posso querer ser nada./ À parte isso, tenho em mim todos los sonhos do mundo» (Álvaro De Campo)

«A good poem is a contribution to reality. The world is never the same once a good poem has been added to it. A good poem helps to change the shape of the universe, helps to extend everyone's knowledge of himself and the world around him.» (Dylan Thomas)

«Ciò che premeva e che imparavo, è che in ogni caso non ci potesse mai essere poesia senza miracolo.» (Giuseppe Ungaretti)

sabato 20 febbraio 2016

Epifanie e Cosmogonie - 3



Amiche care, amici,

Terzo appuntamento con voi per la pubblicazione di questa piccola raccolta di spunti, memorie, immagini dall'archivio più remoto e radicato della mia vita.
(Oggi sono un poco in ritardo, perché la scomparsa di Umberto Eco, appresa proprio stamattina, mi ha sconvolto personalmente e mi ha raggelata. Per diverse ore non ho potuto pensare, o dire nulla. Meno che mai dedicarmi a un mio componimento. Questo grande personaggio ha avuto un valore anche personale e familiare per me.
Solo in serata mi sono un poco ripresa, e ho pensato che avevo pur sempre un appuntamento con i miei lettori, che non potevo deludere. È stata proprio la lezione di Eco, sia nelle sue basi semiologiche che in quelle più strettamente di critica letteraria, a farmi crescere nel più grande rispetto e stima nei confronti del Lettore: senza il Lettore, chi scrive, uno scrittore, qualsiasi scrittore, sarebbe nulla, privo di qualsiasi significato, inascoltato, come una luna senza il sole.)

La composizione che segue è dedicata a un luogo chiave della mia infanzia, meta, specialmente durante l'estate, di passeggiate, avventure, visioni magiche e di bellezza. Si tratta di una strada storica, chiamata Strada Vicentina (dal nome del progettista Ing. Giacomo Vicentini che ne iniziò la costruzione nel 1821), ma nota dai triestini come Strada Napoleonica, o più semplicemente "la Napoleonica". Si tratta di un largo sentiero pedonale che si snoda a circa trecento metri sopra il mare lungo il breve tratto di costa, alta e rocciosa, che incornicia la città verso ovest, a partire dalla piazzetta dell'Obelisco di Opicina fino al piccolo abitato di Prosecco.
Ero veramente piccolissima quando papà mi portava a passeggiare lungo quel sentiero, da cui si può godere una vista incomparabile del golfo e della città, praticamente per intero, e l'ho percorsa un'infinità di volte, avanti e indietro. Ai tempi della scuola media superiore e inferiore era un'altra delle mie mete preferite per passeggiate solitarie, o in compagnia di qualche amica del cuore.
In quello stesso periodo è stato anche il luogo in cui ho appreso, e in seguito affinato, i primi rudimenti di progressione su roccia, dato che l'ultima parte della passeggiata ospita da tempo immemorabile una "palestra" di arrampicata alpinistica, anzi LA palestra per antonomasia per i rocciatori locali, a disposizione (del tutto gratuitamente e liberamente) a tutti gli appassionati e praticanti, ai vari livelli, di questa disciplina. È uno dei rari luoghi al mondo in cui si può provare l'emozione di una arrampicata su roccia esposta alla vista del mare.

In questo terzo capitolo della raccolta comunque cerco di esprimere le sensazioni più antiche, quelle dell'infanzia appunto, sperando di comunicare, a chi avrà la bontà e la pazienza di leggere, l'atmosfera formativa e magica di quei miei primi anni. Mi sento sempre immensamente fortunata, anzi privilegiata ad aver potuto vivere la mia stagione evolutiva a contatto con luoghi così carichi di bellezza e di umile ma affascinante naturalità.

Con amore
M.P.










Epifanie e Cosmogonie

3


Sul crinale
(Strada Napoleonica)



M'accucciavo a contemplare
sul crinale del marciapiede
di cemento le velenose
file nero-arancio delle
processionarie, vermesse dignitose,
tutte intente alle loro faccende
religiose, del tutto ignare, pare,
di essere osservate o di rischiare
di essere schiacciate con ribrezzo.

Ero così piccina, inconsistente,
gracile come una pagliuzza,
e i miei occhi, gli occhi scuri
e vasti di una bimba,
a pochi centimetri dal suolo
scoprivano un nuovo mondo
di minuscola rutilante vita,
ancor più piccola, più indifesa
e più fragile della mia.

Curioso era che su quella strada
bianca che costeggiava
tra il calcare e la pineta,
là dove lo strapiombo era tale
a tratti, da parere di volare
liberi sopra il mare, trecento metri
più in basso, io mi attardassi
tra quei sassi, a contemplare
quel microcosmo multicolore.

Forse era che mi sentivo
parte del loro mondo, tant'ero
e più ancora mi sentivo minimale,
un mondo governato dalle cicale
che assordavano attaccate
al loro tronco, un mondo
ch'era il regno delle cetonie aurate
dalle regali livree di metallo
iridescente, un mondo d'incanto

dove fremevano nel sole
le elitre d'argento delle libellule,
dove danzavano sopra le radure
le ali vellutate delle vanesse,
dove le mantidi attendevano le prede
con quella loro sinistra eleganza,
dove i ragni, crociati in bianco o rosso
sopra il dorso, trotterellavano
tra gli sfasciumi del sottobosco:

in cerca forse d'un sito buono
a edificare il loro nido letale.
Non ho mai scordato
il tocco lieve, adesivo, sopra il palmo
della mano d'una piccola locusta
che vi s'aggrappa, distratta,
e poi lo scatto secco del suo balzo
per riguadagnare il sicuro folto
del suo prato. Così ero

in quella compagnia meno sola,
mi sentivo come parte
di quella fauna schiva e austera,
anch'io segreta, anch'io nascosta,
anch'io minuscola di fronte a un mondo
così immenso da essere un enigma
da spavento per la mia verde mente,
anch'io così nulla
da poter essere schiacciata in un istante.


Marianna Piani
Milano, 29 Giugno 2015

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