«La Poesia è Scienza, la Scienza è Poesia»
«Beauty is truth. truth beauty,- that is all
Ye know on earth, and all ye need to know.» (John Keats)
«Darkness cannot drive out darkness; only light can do that. Hate cannot drive out hate; only love can do that.» (Martin Luther King)
«Não sou nada. / Nunca sarei nada. / Não posso querer ser nada./ À parte isso, tenho em mim todos los sonhos do mundo» (Álvaro De Campo)
«A good poem is a contribution to reality. The world is never the same once a good poem has been added to it. A good poem helps to change the shape of the universe, helps to extend everyone's knowledge of himself and the world around him.» (Dylan Thomas)
«Ciò che premeva e che imparavo, è che in ogni caso non ci potesse mai essere poesia senza miracolo.» (Giuseppe Ungaretti)
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sabato 2 aprile 2016
Epifanie e Cosmogonie - Epilogo Provvisorio
Amiche care, amici
ultima "stazione" ed epilogo di questa proposta di viaggio tra le mie terre d'origine e ciò che ha formato la mia visione delle cose e del mondo.
Ciò che mi è rimasto sempre nell'animo è come iniziai davvero a comprendere, conoscere e finalmente amare coscientemente questa mia terra solo nel momento in cui me ne allontanai.
Ricordo lo spirito di fuga che mi spinse a muovermi, la decisione di lasciare tutto, e l'idea che non sarei mai più tornata. Troppi dolori mi avevano segnata, troppe povere le prospettive di vita se fossi rimasta lì.
Eppure, evidentemente ormai ciò che doveva depositarsi e incrostarsi nella mia anima, come i coralli sulla chiglia di una nave, si era già consolidato.
I luoghi, le storie che divenivano da fatti vissuti ricordi. E sopra tutto la scoperta di quanto io fossi figlia di questa terra e di quanto profondamente, da figlia, io, anche inconsapevolmente, l'avessi amata, e tutt'ora la amassi.
Ecco, in questi versetti la Donna e la Città si confondono, sono oggetto d'amore allo stesso modo, la città si personifica, la donna si fa un luogo, l'amore comunque è fisico, sensuale, tangibile.
Questo breve ciclo è tutto frutto di questo amore. Ritornerò mai a queste terre, sulle rive di questo mare, per rimanerci, intendo? Impossibile dirlo. La vita mi sta trascinando altrove. Ma indubbiamente le radici sono rimaste infisse in quel calcare, arido e severo, che non trattiene, ma non cede.
Per questo, infine, "epilogo provvisorio", perché ovviamente questi temi saranno sempre per me materia di pensiero e di emozione, per cui di certo continuerò, almeno con le mie parole, a frequentarli.
Spero che mi abbiate seguito con piacere in questo viaggio, e vi ringrazio di cuore, amiche dilette e amici, di aver voluto rimanere al mio fianco: di voi, del vostro affetto, e della vostra disponibilità non posso fare a meno.
Un saluto particolare a Paola, e con lei a tutte le amiche e amici speciali, che a queste terre più di me sono rimasti fedeli.
Con amore
M.P.
Epifanie e Cosmogonie
Epilogo Provvisorio
Solo allora la vidi.
La vidi davvero soltanto quando
partii, e la lasciai, allontanandomi
con la volontà di non tornare - forse
mai più. Io la vidi allora soltanto.
La vidi, e colsi intera la sua fiera
schietta bellezza, lo sguardo ceruleo
di quei cieli dalle nubi di ghiaccio
striate da venti impetuosi impazienti.
Assaporai, ora che la perdevo,
le labbra sue, amareggiate dal gusto
del mare, e la curva casta e sincera
del suo sorriso, così aperto
quanto geloso - a volte segreto.
Solo allora, solo allora compresi
il suono aspro e puro della sua voce,
che sapeva farsi quieta, la notte.
E compresi il senso delle parole
gridate nel fervore d'amore,
e quelle sussurrate come una nenia
tra le fronde di fruscianti pinete.
Quando infine fui su quel convoglio
e presi la via che si scioglieva
verso quella che figuravo allora
una mia nuova vita, non piansi.
Non fui incerta. Nemmeno un tremito
percorse le mani, neppure un battito
convulso le ciglia, né un sospiro:
l'addio era detto, e il biglietto
non prevedeva ritorno. Ma intanto
le ultime immagini del mio mare
e della costiera che si snodava
dalla cavità del finestrino
si fissavano nella mia mente
come la luce nell'emulsione
di una lastra, in tutti i più nitidi
minuziosi trascurati dettagli:
ogni singola foglia delle siepi
di lauro, ogni fine stelo d'erba
nei prati, ogni cuore di rododendro
sbocciato, ogni frammento di sole
nel mare... Sopraffatta, rimasi a lungo
con la fronte contro al vetro, così,
mentre il fiato condensava piano
e faceva il mondo via via più opaco.
Più definitivo. Più lontano.
Seguivo il mio ineluttabile fato.
E solo allora compresi: Dio mio
quanto, quanto l'amavo io! - E l'amo.
Marianna Piani
Milano, 11 Febbraio 2016
.
sabato 26 marzo 2016
Epifanie e Cosmognie - 8
Amiche care, amici
Ottavo appuntamento (e ultimo, ma ci sarà ancora un piccolo "epilogo") di questo breve viaggio sentimentale alle mie personali origini, dove è sorto e si è evoluto il mio modo di essere, dove hanno le radici le mie speranze, anche molte illusioni, ma soprattutto quello che considero il mio miglior lato di personalità, la mia apertura al mondo.
La piazza di cui parlo in questi ultimi versi - dal nome completo Piazza dell'Unità d'Italia, che però i Triestini, sempre poco propensi alle retoriche e frettolosi perché stimolati dalla bora, chiamano confidenzialmente "Piazza Unità" - è una buona immagine-metafora di questo stato d'animo, una piazza che ha solo tre lati, il quarto, come un palcoscenico, aperto direttamente sul mare. Non mi risulta vi siano al mondo molte piazze così (nemmeno Piazza San Marco a Venezia, chiusa gelosamente dalle sue logge), e questo scenario è quello che ogni "nativo" come me si è trovato davanti al naso dalla nascita. Uno spazio aperto, non chiuso e protetto, con l'orizzonte come ultima visuale, e poi, secondo la stagione, l'incanto di una baia in cui il mare ha il medesimo color cobalto del cielo, oppure la furia (familiare, non selvaggia) degli elementi, con le onde che schiumeggiano eccitate e inquiete contro la banchina, investendo di salso i passanti fino a parecchie decine di metri più all'interno.
I sono convinta da sempre che nascere con una visuale del mondo così aperta sia la condizione di partenza più favorevole per crescere, come spero di aver fatto io - senza merito, solo per spinta ambientale, e grazie ai miei meravigliosi genitori - con una mente, uno spirito, aperti, senza pregiudizi, desiderosi solo di accogliere, incontrare, di muoversi, di scoprire.
Per voi, amiche dilette e amici, con un particolare pensiero ai miei conterranei, con amore
M.P.
Epifanie e Cosmogonie
8
La Piazza
Sapete, voi che viaggiate:
quella piazza si getta verso il mare
con uno slancio disperato,
come un estremo afflato, le braccia
aperte a raccogliere in sé
tutto ciò ch'è disposto
a dare il mondo a chi vi s'apre.
Il celebrato vento scavalca
con il suo noto grido rauco
il palazzo dorato, e s'abbatte
su chi si avventura nella larga
spianata, come un guerriero
di ventura, come un marinaio
che traversa il ponte nella bufera.
Poco più in là è la prua
spazzata dalla marea, il ponte,
propaggine naturale della piazza,
che punta al largo, tra le onde
bianche come chiome di sirene.
Occorre una sorta di coraggio
per raggiungere il capo estremo
in quella nebbia di mareggiata
che rumoreggia e acceca.
Tutto quel mare, tutta
quella salsedine che brucia
gli occhi e il viso, che penetra
il respiro, è il fuoco ardente
che spinge questa mia gente
a fuggire, a partire, a lasciare
queste coste per altri mari,
altre terre, altri confini, altre
conoscenze, altre saggezze.
E a chi rimane, gli rimane
questa smania inconsapevole
di andare, del remoto, dell'ignoto.
Una culla, un'appendice
di terra così angusta, così ristretta
da averla cento volte maledetta,
eppure chi vi s'allontana veramente
la rimpiange per la vita intera:
così è il canto triste e consumato
del navigante, e di chi qui è nato.
Marianna Piani
Milano, 18 Gennaio 2016
.
sabato 19 marzo 2016
Epifanie e Cosmogonie - 7
Amiche care amici,
non poteva mancare, in questa mia piccola raccolta di memorie legate alla mia terra, un omaggio esplicito al mio primo punto di riferimento letterario, quell'Umberto Saba che frequento (come lettrice) da quand'ero bambina. Credo che il primo libro di poesia che abbia mai avuto sia proprio quell'Oscar Mondadori (che ho ancora nella mia biblioteca personale, tutto scompaginato, consumato dall'uso, sottolineato, annotato) con una selezione dal suo Canzoniere.
Saba e la sua (e mia) città sono un binomio inscindibile, la sua voce poetica, in apparenza così lieve, così limpida, ma percorsa sempre da un'inquietudine profonda, mi hanno impressionato indelebilmente, come una pellicola fotografica, con quegli scorci, di quei pensieri, di quelle figure sfuggenti. E così la sua scrittura, il tono lirico ma senza compiacimenti, è stato il terreno di crescita della mia immaginazione e, più tardi, dopo una lunga maturazione, della mia versificazione.
Saba non "rappresenta" una Città, È questa città, questo "ragazzaccio aspro e vorace"...
Io sono sempre statauna ragazza piuttosto solitaria, ho sempre amato le lunghe passeggiate, immersa nei miei pensieri, per le mie coetanee sono sempre stata un poco "strana", anche perché mi comportavo un poco da "secchiona", ma della "secchiona" non ho mai avuto l'aspetto fisico (intendo quello che ne è lo stereotipo). A parte la mia statura, diciamo contenuta, per il resto sono sempre stata una ragazza non vistosa, ma che non passava inosservata. Ero timidissima e riservata, introversa e riflessiva, ma nello stesso tempo ero squillante e viva, tutt'altro che restia a sfoggiare la mia femminilità, già da giovanissima.
Ebbene, di queste passeggiate, di questi pensieri, di questa sorta di meditazioni, tutto questo ciclo di composizioni è il frutto e il ricordo. Ma in special modo di questa settima narrazione, che ora io qui affido alla vostra indulgenza, amiche dilette e amici cari.
Naturalmente, è superfluo precisare che si tratta di una passeggiata e di un incontro del tutto immaginari. Forse...
La forma? Ovviamente una collanina di sonetti, liberi.
Con amore
M.P.
Epifanie e Cosmogonie
7
A zonzo, e Saba
Mi capitava, ora è cosa rara,
di andare a zonzo, come un viandante,
per questa mia città a suo modo
fascinosa, eppure anche tanto
trascurata, per nulla conosciuta,
così poco vissuta se non
tra le pagine di una certa letteratura,
o nelle foto in biancoenero
alle pareti dello storico buffet
del Liceo. "Dò viena e una bireta"
e il ricordo dell'atmosfera
di questi mezzodì d'inverno
troppo duri e freddi fuori,
fin troppo caldi lì all'interno.
Mi è capitato più volte allora
di seguire i passi di quel vecchio
dolce e un po' scontroso,
il bavero rialzato e il frontino
calato sopra gli occhi, in segno
di gelosa ritrosia: lo seguivo
senza volere, poiché per caso
la sua strada era la mia.
Lo seguivo dalla bocca dell'angiporto
verso la rada fino ai pontili
dei bacini di carenaggio, oppure
risalivo la via qui chiamata
acquedotto, fino in fondo lì dov'era
il teatro nuovo, e poi come un bosco.
Quindi ancora fino ai giardini
lì a fianco, dove indugiava
a osservare i piccioni strepitare
e gli storni litigare con la bora,
gli uni e gli altri con uguale affetto,
e con una sorta di dolente brama.
E all'imbrunire, precoce
in quella stagione, lo immaginavo
sotto un lume, circondato
dai suoi preziosi antichi libri
nell'oscura lignea libreria,
perduto tra i suoi fogli
a ricamare versi chiari, a evocare
le figure e i paesaggi cari.
Seguivo forse un'ombra?
O un'idea, o un'illusione,
o un delirio della mente? Chissà:
forse seguivo il niente.
Poggiavo ogni mio passo
sul suo passo cauto e stanco
sulle piastre del selciato
fino in cima all'erta,
ai muri antichi del Castello.
Qui dai suoi occhi contemplavo
il mare giù che inargentava
sotto le chiglie dei bastimenti in rada.
Forse anch'io - come lui, i fanciulli,
e gli uccelli - ero in gabbia, e sognavo
liberata di volare sopra il golfo
e sopra il mio dolore ostinato.
Egli, se mai c'era, non mi guardava:
non poteva, e forse non voleva.
Sedeva a lungo sul muricciolo
sul bordo del bastione più severo
fumando adagio, quasi con religione
la sua fida pipa, di spalle al mare.
E allora i suoi occhi chiari
umidi da vecchio che mai invecchia
erano essi stessi il mare.
Io sedevo poco più in là, godendo
l'orgogliosa immaginaria grazia
di essere, anonima ragazza,
per un istante io quella donna sua
di "Trieste e una donna".
Milano, 20 Ottobre 2015
sabato 12 marzo 2016
Epifanie e Cosmogonie - 6
Care amiche, amici,
in questa sesta passeggiata tra i ricordi nella mia terra natale, vi conduco in un luogo molto particolare, cantato a suo tempo da Saba, descritto - e frequentato - da Joyce, da Svevo.
Si tratta della Città Vecchia, che i triestini chiamano "citavecia", luogo anch'esso meta di molti miei girovagari giovanili, attratta, come in questa lirica è espresso, dai muri vecchi, decrepiti, corrosi da salso, gelo e vento, il cocktail autodistruttivo e sublime di questa città unica e affascinante.
La Città Vecchia, dunque, e questi muri, e le tracce dell'umanità plebea e nobilmente volgare (da vulgus) che li aveva popolati, che ne costituiva un tempo (ora la zona è stata quasi completamente "risanata" da interventi urbanistici e di "valorizzazioone") il suo fascino indomito e corrusco, tutto particolare. Ma ancora adesso vi sono scorci in cui, se vi ci avventuriamo - a piedi, tutta la zona è pedonalizzata, anche perché non vi sarebbe spazio per veicoli a motore - e ci lasciamo catturare dalla memoria che quei muri ancora custodiscono.
La affido volentieri alla vostra lettura, confidando nella vostra sensibilità, e forse curiosità, perché no, anche turistica.
Con amore
M.P.
Cosmogonie ed epifanie
6
La Città Vecchia, e quei muri
Erano i muri
che m'attiravano a quei luoghi,
non i rumori, non gli odori, che anzi
m'opprimevano a volte
come un sentore di morte.
Né erano i resti, le tracce
d'un passato languente,
o ridotto a spettro senza dimora
e senza storia.
Erano i muri,
calcificati, alti, scarnificati
dall'abbandono non di anni,
di ere; gli intonaci grigi
spaccati, corrosi dalle stagioni,
spinti alla rovina da gramigne
maligne, giallastre, ostinate,
come colate di pus
da ferite infettate.
E poi giù i muraglioni che da tempo
immemorabile frenano il declivio
fatale del colle verso il mare,
che allora ai miei occhi
già non erano che un groppo
di memoria rappresa nel vento.
E le vie aspramente acciottolate,
e le scalinate di pietre sconnesse
come tastiere divelte.
Potevo cantare, salendo
e scendendo quei gradini,
bianchi, e neri, e bianchi
e neri ancora. E cantavo, di fatto,
se pur a mezza voce, cantavo,
che per me è raro, in chiave soprano
mentre passavo la mano
su quei muri, incurante
delle abrasioni del sasso sul palmo.
E poi ancora le case,
le esangui ruvide case, molte
disabitate, con le finestre
e gli abbaini tetri, cavi,
come buchi di tarli;
non erano più dimore,
e non erano vuote soltanto,
erano svuotate, risucchiate
dall'interno, stremate.
Erano visi di vecchi, affacciati
un'ultima volta al loro mare,
le guance scarnite rigate di pioggia
come lacrime di acre rimpianto,
e dietro essi le ombre
delle vite qui sciolte e consunte,
con i loro vizi, le loro fedi,
e le industrie, e i pensieri, e gli amori
appassionati, o annoiati, o malati.
Tutto polverizzato assieme alla calce
di quei muri, dispersa da un vento fiero
fino al largo di questo eterno mare
bianco, eternamente ritornante.
Marianna Piani
Milano, 3 Settembre 2015
.
sabato 5 marzo 2016
Epifanie e Cosmogonie - 5
Amiche care, amici,
il Parco di cui qui parlo, amatissimo dagli abitanti di Trieste, è quello annesso al romantico e vagamente misterioso castello di Miramare. Una costruzione candida come un fantasma che si affaccia su un piccolo promontorio chiusura del golfo. Per chi non lo conoscesse dirò che si tratta di un vasto terreno adibito a paco, piuttosto mosso, pieno di angoli incantevoli, eletto dai cittadini a meta preferita della prime passeggiate primaverili, lungo il mare.
È un altro dei luoghi in cui trascorsi molte ore della mia infanzia e prima giovinezza. Il luogo era bello, vario, perfino avventuroso, e poi io non mi accorgevo dei segni di un decadimento che pian piano avanzava, sorretto da un'incuria crescente, da una cronica penuria di fondi per interventi di consolidamento e manutenzione, resi complessi dalla estensione del comprensorio e dalla varietà della sua orografia. Un degrado che ho dovuto constatare con dolore in alcune mie visite recenti a quei luoghi.
Ma qui, ancora più precisamente parlo di un luogo particolare, all'interno di questo parco.
Su un terrazzino di fronte al mare, a un paio di centinaia di metri dal castello, seminascosto dalle fronde dei pini e dei lauri, gli antichi Signori del luogo avevano installato una piccola batteria di cannoncini, dal fusto in bronzo, schierati puntando al mare con intenzione di difesa dell'edificio da (improbabili) attacchi provenienti dal mare.
Un angolo un poco defilato, quindi, dove da bambina venivo volentieri a giocare, protetta dalla fitta vegetazione che racchiudeva il luogo, e dove poi da adolescente mi piaceva appartarmi per le prime trepide effusioni con qualche incerto ragazzino bruno (confesso che ho sempre avuto un debole per i ragazzi bruni, un po' selvatici, un po' plebei…).
Vi offro questo quadretto di paesaggio, come una vecchia cartolina in Kodacolor, sperando che vi piaccia, anche se non avete mai visto o visitato i luoghi.
Con Amore
M.P.
Epifanie e Cosmogonie
5
Il Parco
Ciò che fu quel parco,
ciò che furono i Giardini
a lauri e pini e rampicanti,
ciò che furono, e mai più saranno.
Così come fu, e mai più sarà
l'infanzia e la verde giovinezza
che qui consumai, in serena
ispida sfrenata libertà
da fanciulla bennata e fortunata:
ciò che fu ai miei occhi
quel luogo aperto
al vento e alle stelle.
E al mare, sempre eguale
allo sguardo sognatore
un partire sempre, sempre tornare,
sempre mutevole, sfuggente.
Quella terrazza, coperta
sotto un tetto di pini marini,
densi, torti come vecchi venerandi
saggi e stanchi di una vita
troppo consunta per essere gradita.
Qui i pezzi, massicci bronzi scuri,
vanamente ormai puntavano alla baia
ad alzo quarantacinque.
Da decenni lo facevano, fedeli
e inutili cimeli d'una battaglia
mai combattuta, testimoni
d'una nobiltà che si dissolveva
tra l'artificio d'una natura
resa ghiribizzo, ornamento,
e la cornice dorata d'una consuzione
presente a ogni passo
a ogni svolta di sentiero,
a ogni gradino squassato
dalle radici degli ippocastani
sussiegosi e fieri.
Ma che sapevo, io fanciulla,
di tutto questo disfacimento,
io che vivevo il pieno sole
del mio Aprile pazzo e scatenato?
Quelle bocche bronzee
erano muti compagni
delle mie solitudini accigliate:
da piccolina quando cavalcioni
m'inzaccheravo la gonna a fiori -
che detestavo - per raggiungere
la cima ed empir di ghiaia
quelle cavità che furono letali.
Più tardi quando quello
fu il segreto luogo in cui accolsi,
stupita e senza respiro
i primi fuggevoli baci,
trepidante tra colpa e desiderio.
Ero allora solo una gattina
accalorata, ma la vita
già mi traversava con viva passione.
E i gatti, loro, gli irsuti gatti
della costa, storpi, guerci,
claudicanti come un equipaggio
di corsari senza patria né padroni,
avevan fatto di quel terrazzo
sotto i cannoni, giustamente,
una loro personalissima Rocca.
Intanto un vivace maestrale
canticchiava tra i rami scuri,
e le pietre del castello, così bianche
da parere eterne, rispecchiando
la mia giovinezza pazza e pura,
grano a grano si consumavano
in un lento ineluttabile
passare del tempo. Così fuggevole,
come il mio, è ogni mattino.
Marianna Piani
Milano, 12 Luglio 2015
.
sabato 27 febbraio 2016
Epifanie e Cosmogonie - 4
Amiche care, amici.
Eccomi al quarto appuntamento con voi per un altro scampolo di memoria infantile.
"Via Combi", Carlo Combi, fu la via dove sorgeva la mia scuola elementare (ora è sede di una facoltà universitaria), dotata di un cortile in cui, nei mesi caldi, i bimbi potevano trascorre la pausa di "ricreazione". Qui non c'era la suddivisione tra classi maschili e femminili, ci si ritrovava tutti assieme, coi maschietti, per giocare. Anche se ferrea e rigida era comunque la divisione dei giochi, con i maschietti scatenati sul pallone e altri giochi "da maschi", e le femmine dedite ad altri passatempi, considerati più consoni a loro.
Tuttavia, in quei minuti, ci si scambiava sguardi, e parole, si dava libero sfogo alla rivalità e antipatia che ha sempre caratterizzato il rapporto tra i sessi nei primi anni dell'infanzia, ma che celava (noi non ce ne rendevamo conto) le prime curiosità e le prime forme di attrazione.
Comunque quelle erano le prime occasioni per me di avere una socializzazione stretta con esponenti più o meno coetanei dell'altro sesso. Ero cresciuta con una sorellina più piccola, e la mia cerchia amicale era costituita quasi esclusivamente di femmine.
Non credo che una qualche inclinazione sessuale fosse minimamente presente all'epoca, se non in nuce, e non certo in modo riconoscibile dal comportamento, come per ogni bimba della mia età. Checché ne dica Freud, l'età evolutiva ha i suoi tempi, per ognuno di noi.
Per me, come per le altre bambine, i "maschi" (o "muli" come li chiamavamo nel dialetto locale) costituivano un mondo a sé, da spiare, giudicare e magari detestare, ed erano un enigma, qualcosa che ci attirava e respingeva assieme. E certamente gli sguardi che ci indirizzavano (noi non lo immaginavamo allora, ma essi erano incuriositi, attratti e respinti, disorientati nei nostri confronti tanto quanto lo eravamo noi nei loro) ci colpivano e ci facevano arrossire, cosa, questa dell'arrossire, che vivamente di noi odiavamo, poiché ci scopriva nostro malgrado.
Ecco dunque il racconto, alla vostra lettura amiche dilette e amici, se vorrete.
Con amore
M.P.
Epifanie e Cosmogonie
4
Via Combi
Io che ero una bambina
indossavo abiti bianchi, o pesca,
o lavanda, in tessuti delicati,
la gonnellina fresca
corta - appena sotto il ginocchio,
scarpette coi calzetti arrotolati.
I maschi, misteriosi furetti,
si accanivano contro un pallone,
sbracandosi coi loro calzoncini
azzurri, lisi e inzaccherati,
azzuffandosi accaldati di passione
che accendeva i musi acerbi.
Qualcuno mi lanciava
di quando in quando un'occhiata torva
ch'io pensavo d'odio, e invece era un modo
per impetrare ammirazione. E forse
era in nuce già desiderio: quei ragazzi
erano per me l'enigma e il quesito.
Come comete, erano astri vaghi leggermente
inquietanti - e distanti.
Intenti nei loro giochi crudi
esacerbati di scurrili gridi,
li osservavo, senz'intenzione,
come squaletti in un acquario.
Io stavo in piedi fiera
della mia gonnellina fresca,
del pizzo che teneramente
ne ornava l'orlo, dei calzetti
bianchi che mordevano la caviglia,
delle scarpine, orrendamente impolverate
dalla ghiaia del cortile.
E ancora oggi non so dire se
e in quale forma
vi fosse in quegli sguardi
torvi il primo germe d'amor carnale
che ci avrebbe ben presto stregato.
Marianna Piani
Milano, 30 Giugno - 10 Luglio 2015
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sabato 20 febbraio 2016
Epifanie e Cosmogonie - 3
Amiche care, amici,
Terzo appuntamento con voi per la pubblicazione di questa piccola raccolta di spunti, memorie, immagini dall'archivio più remoto e radicato della mia vita.
(Oggi sono un poco in ritardo, perché la scomparsa di Umberto Eco, appresa proprio stamattina, mi ha sconvolto personalmente e mi ha raggelata. Per diverse ore non ho potuto pensare, o dire nulla. Meno che mai dedicarmi a un mio componimento. Questo grande personaggio ha avuto un valore anche personale e familiare per me.
Solo in serata mi sono un poco ripresa, e ho pensato che avevo pur sempre un appuntamento con i miei lettori, che non potevo deludere. È stata proprio la lezione di Eco, sia nelle sue basi semiologiche che in quelle più strettamente di critica letteraria, a farmi crescere nel più grande rispetto e stima nei confronti del Lettore: senza il Lettore, chi scrive, uno scrittore, qualsiasi scrittore, sarebbe nulla, privo di qualsiasi significato, inascoltato, come una luna senza il sole.)
La composizione che segue è dedicata a un luogo chiave della mia infanzia, meta, specialmente durante l'estate, di passeggiate, avventure, visioni magiche e di bellezza. Si tratta di una strada storica, chiamata Strada Vicentina (dal nome del progettista Ing. Giacomo Vicentini che ne iniziò la costruzione nel 1821), ma nota dai triestini come Strada Napoleonica, o più semplicemente "la Napoleonica". Si tratta di un largo sentiero pedonale che si snoda a circa trecento metri sopra il mare lungo il breve tratto di costa, alta e rocciosa, che incornicia la città verso ovest, a partire dalla piazzetta dell'Obelisco di Opicina fino al piccolo abitato di Prosecco.
Ero veramente piccolissima quando papà mi portava a passeggiare lungo quel sentiero, da cui si può godere una vista incomparabile del golfo e della città, praticamente per intero, e l'ho percorsa un'infinità di volte, avanti e indietro. Ai tempi della scuola media superiore e inferiore era un'altra delle mie mete preferite per passeggiate solitarie, o in compagnia di qualche amica del cuore.
In quello stesso periodo è stato anche il luogo in cui ho appreso, e in seguito affinato, i primi rudimenti di progressione su roccia, dato che l'ultima parte della passeggiata ospita da tempo immemorabile una "palestra" di arrampicata alpinistica, anzi LA palestra per antonomasia per i rocciatori locali, a disposizione (del tutto gratuitamente e liberamente) a tutti gli appassionati e praticanti, ai vari livelli, di questa disciplina. È uno dei rari luoghi al mondo in cui si può provare l'emozione di una arrampicata su roccia esposta alla vista del mare.
In questo terzo capitolo della raccolta comunque cerco di esprimere le sensazioni più antiche, quelle dell'infanzia appunto, sperando di comunicare, a chi avrà la bontà e la pazienza di leggere, l'atmosfera formativa e magica di quei miei primi anni. Mi sento sempre immensamente fortunata, anzi privilegiata ad aver potuto vivere la mia stagione evolutiva a contatto con luoghi così carichi di bellezza e di umile ma affascinante naturalità.
Con amore
M.P.
Epifanie e Cosmogonie
3
Sul crinale
(Strada Napoleonica)
M'accucciavo a contemplare
sul crinale del marciapiede
di cemento le velenose
file nero-arancio delle
processionarie, vermesse dignitose,
tutte intente alle loro faccende
religiose, del tutto ignare, pare,
di essere osservate o di rischiare
di essere schiacciate con ribrezzo.
Ero così piccina, inconsistente,
gracile come una pagliuzza,
e i miei occhi, gli occhi scuri
e vasti di una bimba,
a pochi centimetri dal suolo
scoprivano un nuovo mondo
di minuscola rutilante vita,
ancor più piccola, più indifesa
e più fragile della mia.
Curioso era che su quella strada
bianca che costeggiava
tra il calcare e la pineta,
là dove lo strapiombo era tale
a tratti, da parere di volare
liberi sopra il mare, trecento metri
più in basso, io mi attardassi
tra quei sassi, a contemplare
quel microcosmo multicolore.
Forse era che mi sentivo
parte del loro mondo, tant'ero
e più ancora mi sentivo minimale,
un mondo governato dalle cicale
che assordavano attaccate
al loro tronco, un mondo
ch'era il regno delle cetonie aurate
dalle regali livree di metallo
iridescente, un mondo d'incanto
dove fremevano nel sole
le elitre d'argento delle libellule,
dove danzavano sopra le radure
le ali vellutate delle vanesse,
dove le mantidi attendevano le prede
con quella loro sinistra eleganza,
dove i ragni, crociati in bianco o rosso
sopra il dorso, trotterellavano
tra gli sfasciumi del sottobosco:
in cerca forse d'un sito buono
a edificare il loro nido letale.
Non ho mai scordato
il tocco lieve, adesivo, sopra il palmo
della mano d'una piccola locusta
che vi s'aggrappa, distratta,
e poi lo scatto secco del suo balzo
per riguadagnare il sicuro folto
del suo prato. Così ero
in quella compagnia meno sola,
mi sentivo come parte
di quella fauna schiva e austera,
anch'io segreta, anch'io nascosta,
anch'io minuscola di fronte a un mondo
così immenso da essere un enigma
da spavento per la mia verde mente,
anch'io così nulla
da poter essere schiacciata in un istante.
Marianna Piani
Milano, 29 Giugno 2015
.
sabato 13 febbraio 2016
Epifanie e Cosmogonie - 2
Amiche care, amici,
come promesso, ecco la seconda "stazione" della raccolta dedicata alle mie "radici", piantate in luoghi e momenti che cerco di restituire qui immagini e parole.
Il Colle di SanVito è il luogo dove ho vissuto tutta la mia infanzia. Si tratta di un quartiere un poco ai margini della Trieste più nota, quella centrale stretta attorno al colle di San Giusto, collocato nel quadrante sud-est della città, davanti alla baia di Muggia e con le prime propaggini istriane ben visibili dai piani più alti delle abitazioni, com'era la mia.
Una zona non molto affollata (specialmente a quei tempi) con molte aree verdi a giardino o piccolo parco. I giardini più vicini a casa (Piazzale Rosmini) dove più spesso mamma mi portava a giocare sono stati soggetto di alcune mie cosette, in passato. Il più vasto e strutturato parco di Sant'Andrea era una meta per me meno frequente, nel corso dell'anno, ma diveniva la preferita in estate (nei periodi per la verità non lunghi in cui eravamo in città piuttosto che in vacanza al mare oppure in montagna).
Inoltre, questi giardini sono forse la memoria personale più antica e remota, in quanto li ho frequentati di più nella primissima infanzia. Ho foto che mi ritraggono ancora nel passeggino, sopra lo sfondo di quegli alberi secolari e di quella passeggiata quieta, sotto il sole mite primaverile, o negli ultimi tepori dell'autunno. A anche quando la bora - in una giornata chiara- indugiava a zufolare tra i rami anchilosati di quei platani e di quei castagni centenari.
Per voi, amiche dilette e amici, questa mia foto d'album, in bianco e nero, se vorrete darci un'occhiata. Immaginatemi bambina, alta un metro, o forse meno, con un vestitino rosa e bianco, e nastrini tra i capelli. E già voglia di fuggire...
Con amore, vostra
M.P.
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| Passeggio Sant'Andrea, Trieste - Il piazzale |
Epifanie e Cosmogonie
2
Giardini di Sant'Andrea
La balaustra in pietra del piazzale
che guarda verso lo scalo, ha colonnine
tutte eguali, in forma di bottiglia
appena un poco ingentilite
da un ghiribizzo in alto dove
poggia la trave orizzontale.
Dio quant'ero io piccina, allora,
se a pena giungevo al parapetto,
se quelle colonnette erano alte
solo poco meno di me stessa,
se i miei occhi erano grandi
come ciottoli d'ardesia!
Non vista, m'infilavo nell'interstizio
tra due colonne (un giorno scoprii
che una di esse pencolava,
e si scostava se la spingevo)
e mi perdevo a guardare
oltre il limite della strada.
V'era qualcosa che mi attirava
in quell'oltre, di là dalla scarpata
guarnita di trifoglio, un qualcosa
al di là della ferrovia,
oltrepassate con un solo balzo
le gru e le cataste dei container,
oltre la scia d'argento dei battelli,
oltre il profilo nero della costa,
oltre le nubi quasi magenta
all'orizzonte, oltre il mondo certo
verso l'incerto, oltre le rotte ultime
dei gabbiani, oltre, oltre il cuore.
Era quell'inconfondibile sapore
d'aria libera, spazio aperto.
Marianna Piani
Milano, 23 Giugno 2015
sabato 6 febbraio 2016
Epifanie e Cosmogonie - 1
Amiche care, amici,
inizio da oggi a pubblicare una nuova piccola "raccolta" di componimenti nati attorno a un unico tema, come lo sono state le mie precedenti (ve le ricordo: "Abbecedario", "Il Mare d'Inverno", "Cinque pezzi facili", "In Nomine" e "Il Tempo e lo Specchio")
Ho intitolato la raccolta "Epifanie e Cosmogonie", perché qui ho radunato una serie di componimenti, molto diversi tra loro a livello metrico e stilistico, scritti senza un ordine precostituito e in tempi e modi diversi, ma tutti accomunati dalla rivisitazione dei luoghi, delle sensazioni e dei pensieri dei miei primissimi anni di vita e di formazione, tutti trascorsi in famiglia e in una città un poco particolare ed emblematica, anche per motivi letterari ma non solo, che come molti di voi sanno è Trieste.
Si tratta di otto componimenti più un "Epilogo provvisorio", che insieme rappresentano un mio personalissimo viaggio interiore, senza ambizioni icastiche o di oggettività, ma solo di semplice registrazione emotiva: potete considerarle, se volete, pagine sparse strappate da in ideale diario interiore, apparentemente sconnesse tra loro, ma in realtà tutte espressione della mia più intima esperienza di vita.
È negli anni dell'infanzia e della prima giovinezza, infatti, che si plasma l'individuo che poi saremo in età adulta, e le esperienze di quegli anni sono quanto di più fondamentale e fondativo per l'esperienza umana di ciascuno di noi.
La prima, che ora vi propongo qui di seguito a queste note, è una "canzone libera", molto descrittiva, che ritrae un luogo - a suo modo pieno di fascino e di mistero per me - molto vicino alla mia casa natale, un luogo che scorgevo praticamente dallafinestra di casa, e che era meta - quand'ero ancora sui miei dieci anni - di lunghe passeggiate solitarie e molto, molto riflessive. Ero una bimba piuttosto solitaria e meditabonda (lo sono ancora del resto) e spesso preferivo ai giochi con i coetanei queste fughe solitarie (che spesso spaventavano i miei poveri genitori: più volte ne ho ricavato punizioni piuttosto "esemplari") in cerca di una mia dimensione riservatissima e segreta. I lettori di nascita triestina (non basta conoscere la città come ospite o turista) sanno bene di che luogo si tratta.
Qui l'antica vocazione mercantile di questa città, basata sulle rotte mediterranee ed orientali, ha avuto une delle sue espressioni di insorgenza, crescita, e poi - già al tempo qui descritto - di decadenza e fine.
Ecco che comprenderete ora il titolo della raccolta, e la sua intenzione: si tratta di ricordi di rivelazioni e scoperte (Epifanie) e di formazione personale (Cosmogonie), in altre parole la evoluzione e la crescita di quella bimba avventurosa e un po' introversa che ora è la piccola donna bruna un po' fuori di testa che qui vi sta parlando.
È mia intenzione pubblicare da oggi in avanti una di queste liriche per settimana, alternandola con la "normale programmazione" (diciamo così) dei singoli componimenti slegati dalla raccolta, così anche da non rischiare annoiarvi con un discorso troppo tematico.
Per voi, amiche dilette e amici cari, nella speranza che vorrete seguirmi in questo piccolo viaggio dell'anima, come sempre tutto il mio amore.
M.P.
Epifanie e Cosmogonie
1
Scalo Legnami
Qui avvenne, accanto al Porto
che io venni al mondo,
proprio dove i gabbiani
fanno i loro nidi ciechi
in questi luoghi segreti
tra i fasciami delle navi
disalberate, le abbandonate
eliche degli scafi
in disarmo, le lamiere
colossali stranamente
imporporate di ossido di ferro,
e rosse ugualmente le catene
ammonticchiate nei recessi
dello scalo, e alcune
áncore giganti gettate
con noncuranza a rugginire
sulla banchina, per divenire
rifugio di gatti ossuti
irsuti di salsedine marina.
Su tutto quanto vegliava allora
la torre bianca con l'orologio
a ogni lato, prismatica architettura
come una veduta di Sironi,
e accanto il lustro astruso intrico
dei binari della ferrovia,
su cui giaceva la mandria scura
di decine, centinaia di vagoni
come morti, o pigramente
ruminanti in una savana
di rami e barre di metallo.
Già allora ogni sguardo,
ogni prospettiva pareva
senza via d'uscita, così deserta
d'umanità la rinfusa delle cose,
dismessa la volontà, il ricordo,
l'illusione della Storia
stratificata sopra i muri
di mattoni scabri,
di capannoni escavati
come esoscheletri di crostacei,
e le carcasse delle navi
lasciate languire nei bacini,
a sfidare perfino l'assurdo
d'un tempo senza moto
deprivato di destino.
. . .
(Eppure, c'è qualcosa nello sguardo
di chi nasce sulla riva, accosto
al porto, con le notti modulate
dal mormorio della risacca,
e dalle sirene scure dei battelli.
Quel tratto d'orizzonte fulgido
senza confine, né via tracciata,
solo puro spazio vuoto,
è colà, spalancato come un invito
a salpare, con la mente,
via per sempre.
Se pure non è rimasto
un solo marinaio, né in mare,
né a terra, a guardare
verso il largo con rimpianto,
chi nasce qui salutato
dai gridi dei gabbiani
e dalla visione dei loro voli
che paiono tutti senza ritorno,
dentro il cuore suo
sarà per sempre un navigante,
argonauta ardito della sua mente.)
Marianna Piani
Nebbiuno, 21 Giugno 2015
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