«La Poesia è Scienza, la Scienza è Poesia»

«Darkness cannot drive out darkness; only light can do that. Hate cannot drive out hate; only love can do that.» (Martin Luther King)

«Não sou nada. / Nunca sarei nada. / Não posso querer ser nada./ À parte isso, tenho em mim todos los sonhos do mundo» (Álvaro De Campo)

«A good poem is a contribution to reality. The world is never the same once a good poem has been added to it. A good poem helps to change the shape of the universe, helps to extend everyone's knowledge of himself and the world around him.» (Dylan Thomas)

«Ciò che premeva e che imparavo, è che in ogni caso non ci potesse mai essere poesia senza miracolo.» (Giuseppe Ungaretti)

sabato 19 marzo 2016

Epifanie e Cosmogonie - 7



Amiche care amici,

non poteva mancare, in questa mia piccola raccolta di memorie legate alla mia terra, un omaggio esplicito al mio primo punto di riferimento letterario, quell'Umberto Saba che frequento (come lettrice) da quand'ero bambina. Credo che il primo libro di poesia che abbia mai avuto sia proprio quell'Oscar Mondadori (che ho ancora nella mia biblioteca personale, tutto scompaginato, consumato dall'uso, sottolineato, annotato) con una selezione dal suo Canzoniere.
Saba e la sua (e mia) città sono un binomio inscindibile, la sua voce poetica, in apparenza così lieve, così limpida, ma percorsa sempre da un'inquietudine profonda, mi hanno impressionato indelebilmente, come una pellicola fotografica, con quegli scorci, di quei pensieri, di quelle figure sfuggenti. E così la sua scrittura, il tono lirico ma senza compiacimenti, è stato il terreno di crescita della mia immaginazione e, più tardi, dopo una lunga maturazione, della mia versificazione.

Saba non "rappresenta" una Città, È questa città, questo "ragazzaccio aspro e vorace"...

Io sono sempre statauna ragazza piuttosto solitaria, ho sempre amato le lunghe passeggiate, immersa nei miei pensieri, per le mie coetanee sono sempre stata un poco "strana", anche perché mi comportavo un poco da "secchiona", ma della "secchiona" non ho mai avuto l'aspetto fisico (intendo quello che ne è lo stereotipo). A parte la mia statura, diciamo contenuta, per il resto sono sempre stata una ragazza non vistosa, ma che non passava inosservata. Ero timidissima e riservata, introversa e riflessiva, ma nello stesso tempo ero squillante e viva, tutt'altro che restia a sfoggiare la mia femminilità, già da giovanissima.
Ebbene, di queste passeggiate, di questi pensieri, di questa sorta di meditazioni, tutto questo ciclo di composizioni è il frutto e il ricordo. Ma in special modo di questa settima narrazione, che ora io qui affido alla vostra indulgenza, amiche dilette e amici cari.

Naturalmente, è superfluo precisare che si tratta di una passeggiata e di un incontro del tutto immaginari. Forse...
La forma? Ovviamente una collanina di sonetti, liberi.

Con amore

M.P.











Epifanie e Cosmogonie
 

7

A zonzo, e Saba



Mi capitava, ora è cosa rara,
di andare a zonzo, come un viandante,
per questa mia città a suo modo
fascinosa, eppure anche tanto
trascurata, per nulla conosciuta,
così poco vissuta se non
tra le pagine di una certa letteratura,
o nelle foto in biancoenero
alle pareti dello storico buffet
del Liceo. "Dò viena e una bireta"
e il ricordo dell'atmosfera
di questi mezzodì d'inverno
troppo duri e freddi fuori,
fin troppo caldi lì all'interno.

Mi è capitato più volte allora
di seguire i passi di quel vecchio
dolce e un po' scontroso,
il bavero rialzato e il frontino
calato sopra gli occhi, in segno
di gelosa ritrosia: lo seguivo
senza volere, poiché per caso
la sua strada era la mia.
Lo seguivo dalla bocca dell'angiporto
verso la rada fino ai pontili
dei bacini di carenaggio, oppure
risalivo la via qui chiamata
acquedotto, fino in fondo lì dov'era
il teatro nuovo, e poi come un bosco.

Quindi ancora fino ai giardini
lì a fianco, dove indugiava
a osservare i piccioni strepitare
e gli storni litigare con la bora,
gli uni e gli altri con uguale affetto,
e con una sorta di dolente brama.
E all'imbrunire, precoce
in quella stagione, lo immaginavo
sotto un lume, circondato
dai suoi preziosi antichi libri
nell'oscura lignea libreria,
perduto tra i suoi fogli
a ricamare versi chiari, a evocare
le figure e i paesaggi cari.

Seguivo forse un'ombra?
O un'idea, o un'illusione,
o un delirio della mente? Chissà:
forse seguivo il niente.
Poggiavo ogni mio passo
sul suo passo cauto e stanco
sulle piastre del selciato
fino in cima all'erta,
ai muri antichi del Castello.
Qui dai suoi occhi contemplavo
il mare giù che inargentava
sotto le chiglie dei bastimenti in rada.
Forse anch'io - come lui, i fanciulli,
e gli uccelli - ero in gabbia, e sognavo


liberata di volare sopra il golfo
e sopra il mio dolore ostinato.
Egli, se mai c'era, non mi guardava:
non poteva, e forse non voleva.
Sedeva a lungo sul muricciolo
sul bordo del bastione più severo
fumando adagio, quasi con religione
la sua fida pipa, di spalle al mare.
E allora i suoi occhi chiari
umidi da vecchio che mai invecchia
erano essi stessi il mare.
Io sedevo poco più in là, godendo
l'orgogliosa immaginaria grazia
di essere, anonima ragazza,

per un istante io quella donna sua
di "Trieste e una donna".



Milano, 20 Ottobre 2015

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