«La Poesia è Scienza, la Scienza è Poesia»

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«Não sou nada. / Nunca sarei nada. / Não posso querer ser nada./ À parte isso, tenho em mim todos los sonhos do mundo» (Álvaro De Campo)

«A good poem is a contribution to reality. The world is never the same once a good poem has been added to it. A good poem helps to change the shape of the universe, helps to extend everyone's knowledge of himself and the world around him.» (Dylan Thomas)

«Ciò che premeva e che imparavo, è che in ogni caso non ci potesse mai essere poesia senza miracolo.» (Giuseppe Ungaretti)

sabato 12 marzo 2016

Epifanie e Cosmogonie - 6



Care amiche, amici,

in questa sesta passeggiata tra i ricordi nella mia terra natale, vi conduco in un luogo molto particolare, cantato a suo tempo da Saba, descritto - e frequentato - da Joyce, da Svevo.
Si tratta della Città Vecchia, che i triestini chiamano "citavecia", luogo anch'esso meta di molti miei girovagari giovanili, attratta, come in  questa lirica è espresso, dai muri vecchi, decrepiti, corrosi da salso, gelo e vento, il cocktail autodistruttivo e sublime di questa città unica e affascinante.
La Città Vecchia, dunque, e questi muri, e le tracce dell'umanità plebea e nobilmente volgare (da vulgus) che li aveva popolati, che ne costituiva un tempo (ora la zona è stata quasi completamente "risanata" da interventi urbanistici e di "valorizzazioone") il suo fascino indomito e corrusco, tutto particolare. Ma ancora adesso vi sono scorci in cui, se vi ci avventuriamo - a piedi, tutta la zona è pedonalizzata, anche perché non vi sarebbe spazio per veicoli a motore - e ci lasciamo catturare dalla memoria che quei muri ancora custodiscono.

La affido volentieri alla vostra lettura, confidando nella vostra sensibilità, e forse curiosità, perché no, anche turistica.

Con amore
M.P.









Cosmogonie ed epifanie
 


6


La Città Vecchia, e quei muri



Erano i muri
che m'attiravano a quei luoghi,
non i rumori, non gli odori, che anzi
m'opprimevano a volte
come un sentore di morte.
Né erano i resti, le tracce
d'un passato languente,
o ridotto a spettro senza dimora
e senza storia.

Erano i muri,
calcificati, alti, scarnificati
dall'abbandono non di anni,
di ere; gli intonaci grigi
spaccati, corrosi dalle stagioni,
spinti alla rovina da gramigne
maligne, giallastre, ostinate,
come colate di pus
da ferite infettate.

E poi giù i muraglioni che da tempo
immemorabile frenano il declivio
fatale del colle verso il mare,
che allora ai miei occhi
già non erano che un groppo
di memoria rappresa nel vento.
E le vie aspramente acciottolate,
e le scalinate di pietre sconnesse
come tastiere divelte.

Potevo cantare, salendo
e scendendo quei gradini,
bianchi, e neri, e bianchi
e neri ancora. E cantavo, di fatto,
se pur a mezza voce, cantavo,
che per me è raro, in chiave soprano
mentre passavo la mano
su quei muri, incurante
delle abrasioni del sasso sul palmo.

E poi ancora le case,
le esangui ruvide case, molte
disabitate, con le finestre
e gli abbaini tetri, cavi,
come buchi di tarli;
non erano più dimore,
e non erano vuote soltanto,
erano svuotate, risucchiate
dall'interno, stremate.

Erano visi di vecchi, affacciati
un'ultima volta al loro mare,
le guance scarnite rigate di pioggia
come lacrime di acre rimpianto,
e dietro essi le ombre
delle vite qui sciolte e consunte,
con i loro vizi, le loro fedi,
e le industrie, e i pensieri, e gli amori
appassionati, o annoiati, o malati.

Tutto polverizzato assieme alla calce
di quei muri, dispersa da un vento fiero
fino al largo di questo eterno mare
bianco, eternamente ritornante.




Marianna Piani
Milano, 3 Settembre 2015
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