«La Poesia è Scienza, la Scienza è Poesia»

«Darkness cannot drive out darkness; only light can do that. Hate cannot drive out hate; only love can do that.» (Martin Luther King)

«Não sou nada. / Nunca sarei nada. / Não posso querer ser nada./ À parte isso, tenho em mim todos los sonhos do mundo» (Álvaro De Campo)

«A good poem is a contribution to reality. The world is never the same once a good poem has been added to it. A good poem helps to change the shape of the universe, helps to extend everyone's knowledge of himself and the world around him.» (Dylan Thomas)

«Ciò che premeva e che imparavo, è che in ogni caso non ci potesse mai essere poesia senza miracolo.» (Giuseppe Ungaretti)

sabato 5 marzo 2016

Epifanie e Cosmogonie - 5



Amiche care, amici,

il Parco di cui qui parlo, amatissimo dagli abitanti di Trieste, è quello annesso al romantico e vagamente misterioso castello di Miramare. Una costruzione candida come un fantasma che si affaccia su un piccolo promontorio chiusura del golfo. Per chi non lo conoscesse dirò che si tratta di un vasto terreno adibito a paco, piuttosto mosso, pieno di angoli incantevoli, eletto dai cittadini a meta preferita della prime passeggiate primaverili, lungo il mare.
È un altro dei luoghi in cui trascorsi molte ore della mia infanzia e prima giovinezza. Il luogo era bello, vario, perfino avventuroso, e poi io non mi accorgevo dei segni di un decadimento che pian piano avanzava, sorretto da un'incuria crescente, da una cronica penuria di fondi per interventi di consolidamento e manutenzione, resi complessi dalla estensione del comprensorio e dalla varietà della sua orografia. Un degrado che ho dovuto constatare con  dolore in alcune mie visite recenti a quei luoghi.


Ma qui, ancora più precisamente parlo di un luogo particolare, all'interno di questo parco.
Su un terrazzino di fronte al mare, a un paio di centinaia di metri dal castello, seminascosto dalle fronde dei pini e dei lauri, gli antichi Signori del luogo avevano installato una piccola batteria di cannoncini, dal fusto in bronzo, schierati puntando al mare con intenzione di difesa dell'edificio da (improbabili) attacchi provenienti dal mare.
Un angolo un poco defilato, quindi, dove da bambina venivo volentieri a giocare, protetta dalla fitta vegetazione che racchiudeva il luogo, e dove poi da adolescente mi piaceva appartarmi per le prime trepide effusioni con qualche incerto ragazzino bruno (confesso che ho sempre avuto un debole per i ragazzi bruni, un po' selvatici, un po' plebei…).

Vi offro questo quadretto di paesaggio, come una vecchia cartolina in Kodacolor, sperando che vi piaccia, anche se non avete mai visto o visitato i luoghi.

Con Amore

M.P.







Epifanie e Cosmogonie

5


Il Parco



Ciò che fu quel parco,
ciò che furono i Giardini
a lauri e pini e rampicanti,
ciò che furono, e mai più saranno.

Così come fu, e mai più sarà
l'infanzia e la verde giovinezza
che qui consumai, in serena
ispida sfrenata libertà

da fanciulla bennata e fortunata:
ciò che fu ai miei occhi
quel luogo aperto
al vento e alle stelle.

E al mare, sempre eguale
allo sguardo sognatore
un partire sempre, sempre tornare,
sempre mutevole, sfuggente.

Quella terrazza, coperta
sotto un tetto di pini marini,
densi, torti come vecchi venerandi
saggi e stanchi di una vita

troppo consunta per essere gradita.
Qui i pezzi, massicci bronzi scuri,
vanamente ormai puntavano alla baia

ad alzo quarantacinque.

Da decenni lo facevano, fedeli
e inutili cimeli d'una battaglia
mai combattuta, testimoni
d'una nobiltà che si dissolveva

tra l'artificio d'una natura
resa ghiribizzo, ornamento,
e la cornice dorata d'una consuzione
presente a ogni passo

a ogni svolta di sentiero,
a ogni gradino squassato
dalle radici degli ippocastani
sussiegosi e fieri.

Ma che sapevo, io fanciulla,
di tutto questo disfacimento,
io che vivevo il pieno sole
del mio Aprile pazzo e scatenato?

Quelle bocche bronzee
erano muti compagni
delle mie solitudini accigliate:
da piccolina quando cavalcioni

m'inzaccheravo la gonna a fiori -
che detestavo - per raggiungere
la cima ed empir di ghiaia
quelle cavità che furono letali.

Più tardi quando quello
fu il segreto luogo in cui accolsi,
stupita e senza respiro
i primi fuggevoli baci,

trepidante tra colpa e desiderio.
Ero allora solo una gattina
accalorata, ma la vita
già mi traversava con viva passione.

E i gatti, loro, gli irsuti gatti
della costa, storpi, guerci,
claudicanti come un equipaggio
di corsari senza patria né padroni,

avevan fatto di quel terrazzo
sotto i cannoni, giustamente,
una loro personalissima Rocca.
Intanto un vivace maestrale

canticchiava tra i rami scuri,
e le pietre del castello, così bianche
da parere eterne, rispecchiando
la mia giovinezza pazza e pura,

grano a grano si consumavano
in un lento ineluttabile
passare del tempo. Così fuggevole,
come il mio, è ogni mattino.



Marianna Piani
Milano, 12 Luglio 2015
.

Nessun commento:

Posta un commento

Sarei felice di sentire di voi, i vostri commenti, le vostre sensazioni, le vostre emozioni. Io vi risponderò, se posso, sempre. Sempre con amore.