«La Poesia è Scienza, la Scienza è Poesia»

«Beauty is truth. truth beauty,- that is all
Ye know on earth, and all ye need to know.» (John Keats)

«Darkness cannot drive out darkness; only light can do that. Hate cannot drive out hate; only love can do that.» (Martin Luther King)

«Não sou nada. / Nunca sarei nada. / Não posso querer ser nada./ À parte isso, tenho em mim todos los sonhos do mundo» (Álvaro De Campo)

«A good poem is a contribution to reality. The world is never the same once a good poem has been added to it. A good poem helps to change the shape of the universe, helps to extend everyone's knowledge of himself and the world around him.» (Dylan Thomas)

«Ciò che premeva e che imparavo, è che in ogni caso non ci potesse mai essere poesia senza miracolo.» (Giuseppe Ungaretti)

mercoledì 27 febbraio 2013

Facile è la Poesia


Amiche care, amici… Ho sentito spesso il bisogno di fare qualche riflessione su questa forma d'arte e di espressione, a me talmente cara da sentirla come una vocazione…
Una poesia sulla poesia… Una volta si sarebbe detta una "metapoesia"… In sè l'idea non mi è mai veramente piaciuta: la Poesia, in verità, non si discute, non se ne parla. Si fa. Oppure si gusta. Il parlarne, già in sè, può disturbare la magia, l'incanto che si crea tra scrittore e lettore. Può infrangere quella "quarta parete", quella della "rappresentazione", tanto importante per rendere viva, pulsante la comunicazione tra quei due mondi.
Tuttavia sentivo la voglia di esprimere, più che un ragionamento critico, o filosofico, semplicemente il mio folle amore per questo apparentemente futile, apparentemente facile (appunto), ma in realtà difficilissimo - se si vuole avvicinare la Verità - concatenare parole spillandole al filo delle proprie emozioni…
E dato che di amore si tratta, esprimerlo in poesia può avere senso…

Lo dedico a voi tutte, amiche e amici, e in particolare ad Alvaro, che tanta parte ha nella mia storia di donna che scrive…
Con amore, certo, più che mai.
M.P.



Facile è la Poesia


Facile è la Poesia,
non serve che un cuore,
un foglio, o un ritaglio di spiaggia,
e un giunco sottile, o un'unghia
per tracciarvi sopra parole.

Facile è la Poesia, basta un qualche sapere
e un pensiero che scorra in discesa
come nell'alveo d'un torrente, sfociando
schiumando e rombando infine
nel lago verde della nostra mente.

Sì, è facile, facile è la Poesia -
a migliaia, a milioni - come le stelle
sorgono i poetini, i poetucci, i poetastri,
le poetessine dei cuori e dei languori,
le belle animuccie, le sirenelle dei fiori.

Facile, così facile è la Poesia,
ognuno può imbattervisi, se appena vuole,
sulla sua via: è una fanciulla libera,
e franca, dai generosi seni, e fianchi ampi,
e potete prenderla, e possederla, se solo vorrete.

Ella vi darà una gioia mai provata, il fremito
d'un incontro fugace, o d'una notte
intera,
vi darà sè stessa, con grazia, senza ritrosia,
concedendovi per quegli istanti il senso pieno
della vostra stessa esistenza e vita.

Potete averla, la Poesia, è tanto facile,
e potete anche, se lo volete, amarla
del vostro amore più sincero, e vero.
Lei vi restutuirà in sovrabbondanza doni
e dirà a voi - di voi - cose da voi mai udite prima.

Tuttavia con questo non pensiate di avere accesso
assieme al corpo suo al suo amore, incondizionatamente.
Ella si dà, si apre, a chi l'ama, senza riserva,
ma ama soltanto colui che a lei si dà e s'abbandona,
e che a lei è pronto a dare la vita sua: interamente.

Facile, oh! facile, facile è amare, penetrare
la Poesia! Arduo, impensabile averla in sposa.
Occorre recare nel cuore infitto
il coltello a doppio taglio, affilato, aguzzo
del dolore vero, cupo, e della gioia troppo piena.

Occorre aver vissuto, ed esser morti, almeno una volta
e poi risorti, e aver divaricato i margini della ferita
della nostra pochezza e della nostra fragile vita,
in frantumi fino al punto di disperdersi nel vento
come un pulviscolo incorporeo e senza senso.

Facile, facile, facile è la poesia!
La potete incontrare, se volete, all'angolo
di quel vicolo, minimo il prezzo per un amplesso.
Incalcolabile quello per una vita in lei spesa:
Il prezzo intero della nostra impura esistenza.



Milano, 12 Gennaio 2013
Per Alvaro - mentore e insostituibile amico
Marianna Piani



domenica 24 febbraio 2013

Abbecedario XII



Amiche dilette e amici cari,
La emme è la Letterina Magica, quella che inizia il mio nome, tanto per cominciare…
Ed è la lettera con cui inizia il nome di alcune persone che ho amato o che amo…
E tante, tante sono le suggestioni che porta con sè: avrei potuto scrivere pagine e pagine…
Ma era un pigro pomeriggio di metà Luglio, ed ero sulla riva del "mio" lago, con dentro di me confitto il senso di una fine imminente, la fine di un amore, di una consuetudine di vita, e al contempo l'aprirsi di fronte a me di un tunnel che non sapevo dove avrebbe potuto portarmi…
La Malinconia, perchè questa è "l'ispirazione" che mi aveva fatto visita, è un tratto della mia esistenza così connaturato al mio carattere, alla mia anima, da non potermene mai veramente staccare.
Con il suo nome più "scientifico", "Melancolia", dall'etimo greco μέλας χολή, è anche considerata come una sindrome affettiva di varia gravità, ed è precisamente parte della mia diagnosi e condizione mentale… Lo dico poichè in queste "pagine" desidero essere me stessa per tutto ciò che sono, nel bene e nel dolore… Ed è questa condizione ciò che, in ultima analisi, produce, sfrigolando al calore della mia passione, gran parte di ciò che qui scrivo e dico. Non è parte scindibile da me, quindi lo devo accogliere e accettare, così come si accetta il colore dei propri occhi.
Come vedete, e come vi dicevo all'inizio di questo "viaggio", ciò che per me era cominciato come un "gioco", pian piano si è mutato in un viaggio dentro me stessa, sempre più profondo e spietato, cui faccio partecipi voi, per comunicare con voi un'esperienza autentica e sincera, l'emozione di scoprirsi, e la mia vita.
Per voi amiche care, e amici, quindi, come sempre, con amore.
M.P.



Abbecedario XII

 

M

come Malinconie.


Rimpiango, le mie malinconie.
Ora che la lama rugginosa e scheggiata
dell'Angoscia squarcia
il sipario del mio destino,
quel sospiro aggrappata allo steccato
sulla riva più riposta del mio lago, velato
dalle prime brume della sera,
quel solitario dialogare, da sola,
con la mia mente sola,
mi pare come un sogno
d'un lontano, irraggiungibile passato...

Appoggiavo, a quel tempo,

i gomiti al legno nudo,
le palme aperte sotto il mento,
e respiravo a fondo il sentore
lievemente amaro dell'argilla
e dell'acqua immota di quell'ansa,
incrociavo il piede destro dietro l'altro
appoggiandone il dorso alla caviglia,
e osservavo,
senza badare allo scorrere del tempo,
scorrere una barca in mezzo all'acqua,
pigramente, spinta a vogate lente
da un pensoso barcaiolo, controsole,
come fuso in un bronzo antico.

Mi chiedevo che passasse nella mente
di quell'uomo, solitario come me,
nel mezzo del suo consueto intento.
Come me, lontano dalla riva,
lontano da ogni umano affetto.
Mi chiedevo se, nel fondo,
il suo sentire in quell'istante
fosse poi così distante da quello mio,
di me, donna, estranea a lui, remota,
come potrei esserlo da un vecchio,

da un muro antico.

Eppure mai così vicina,
in quel momento,
più d'ogni altra persona al mondo.
Era il senso della fine?
Oppure il semplice cullare
delle brevi onde?
Oppure la vaga dolcezza del lasciare
che la vita scorresse sotto di noi
increspata appena,
come l'acqua scorreva allora
mite e silenziosa
sotto la chiglia levigata

della piccola carena?

. . .

Una breve, infinita, scia lucente
tracciata con sontuosa indifferenza
dal sole calante sulla valle
sommersa dalle acque.
La serenità del cielo terso.

Il candore della Rocca
e il silenzio dei villaggi 
che si rimiravano negli specchi
delle rive che chiudevano
la mia vista a Oriente...
E una invincibile, sconfinata,
inafferrabile, incoercibile
Malinconia.


Di fronte a Angera, 14 Luglio 2012
Marianna Piani

sabato 23 febbraio 2013

Acquerelli


«Radici, nel cielo...»

Amiche care e amici gentili, come sapete il mio "mestiere", ciò che mi dà da vivere, anche se assai a fatica e con molta parsimonia, è l'illustrazione, sorellina sbarazzina delle Arti figurative maggiori… Non sono una pittrice, per intenderci, ma qualcosa di molto vicino. Da piccolina ho giocato molto con tavolozze, tele, cartoni e colori.
Ora non più: ora, e da molti anni ormai, tutto si è trasferito dietro lo schermo di questa macchina, e si chiama Photoshp, Painter, Illustrator. Nomi che hanno sostituito quasi del tutto quelli gloriosi (e secondo me assai più "nobili" e ricchi di suggestione) di Winsor&Newton, Hammer, Schmincke, Derwent, e perfino Pantone, solo per dirne alcuni…
Però il senso dell'immagine, della figura, dell'istantanea, del colore, mi sono sempre rimasti dentro, anche per autentica deformazione professionale, così come rimane forte in me il bisogno di lavorare direttamente la materia per ritrarre una sensazione puramente visiva, non concettuale. E a volte tutto ciò si trasferisce alla mia scrittura.
La scrittura è concettuale per sua natura, ma non così tanto per me, dato il background di cui vi ho appena accennato. E a volte emerge più prepotente ed evidente.
Come qui, ad esempio. Ero a trascorrere uno dei miei fine settimana al Lago Maggiore, tra colline ancora bruciate dal gelo e un cielo a tratti prodigiosamente azzurro. E la "ispirazione" si è rivelata essenzialmente figurativa.
Il mettermi al taccuino con una matita un poco spuntata (giuro, la tengo nella borsetta, e da qui, sballottata dal mio passo piuttosto spedito, ne esce molto provata) equivale allora all'antico gesto di sbozzare un'immagine con un pennello intinto in una cialda di pigmento…
Ecco, per voi, dunque, tre svelti quadretti, tre acquerelli, appunto, in stile vagamente impressionista.

Con amore
M.P.



Acquerelli

I

Bruma fredda all'orizzonte:
come sospesi in un cielo sottosopra
immersi nel vapore bianco
abbagliante, virginale,
rami neri adunchi e torti
sfregiano l'aria grigia e morta
come crepe profonde
in un impalpabile muro.


II

Il Sole incantato d'inverno
fonde la brina dai campi,
dai prati, dalle brughiere,
dagli sfasciumi scomposti,

irrisolti.
Il calore del tenero affetto
in noi riposto dagli umani
che amiamo per il loro amarci
incondizionatamente,
come l'astro a mezzogiorno
ama quell'erba semiassiderata
dall'abbraccio del ghiaccio,
così quel calore fonde il nostro
lacerato gelido orgoglio.


III

Per non vacillare
per non esser divelta

da venti impetuosi,
la mia mente, febbrilmente,
butta pensieri al cielo,
tenaci, intricati, avvinghiati,

infitti come radici,
intessuti come nervi.

(Ostobbio, Nebbiuno - 14 Gennaio 2013)
Marianna Piani


mercoledì 20 febbraio 2013

Labbra di ciliegia


Amiche care e amici. Mi prendo una pausa da tanti pensieri e riflessioni, e cupezze.
Questo che segue è un ritrattino, uno schizzo veloce, fatto in punta di matita, d'istinto, la figura di un'amica che si allontana, in fretta, nella folla, dopo un incontro. Con tutta la indaffarata e affascinante bellezza di una giovane donna immersa nella vita. Capace di intelligenza, attività, e pensiero. Tutto insieme. Tutto in una volta.
Noi donne siamo multitasking da sempre, lo sappiamo bene… I nostri amici maschi non ne sono ben consapevoli, e ci preferiscono immaginare "distratte" o "incostanti". Invece siamo solo veloci e leggere nel percorrere i sentieri della vita. Tra concretezza e sentimento.
La dedico a tutte voi, ovviamente, ai nostri amici gentili, perchè ci comprendano meglio, quando per caso facciamo ritardo, o abbiamo la mente lontana, in altri luoghi.
E a Mara, che l'ha ispirata. E al suo rossetto color ciliegia. Con immenso affetto.
M.P.



Labbra di ciliegia
 


Ti ho vista fuggire lungo la via, intenta, affrettata,
con la tua agile, fiera, sicura falcata di cerva.
Hai dato un'occhiata, quasi di sguincio, al polso,
all'orologetto fucsia disperso tra i bracciali corallo.

Potevo indovinare il tuo sguardo altero,
mentre scoccava un lampo di stizza
per il ritardo, tu che ti vuoi sempre puntuale,
e la stizza - forse sapevi - ti faceva più bella.

Ragazza affaccendata, svelta, in questa città
che rumoreggia e ronza già come un'alveare,
la vita ticchetta in fretta i tuoi tacchi sopra il selciato.

Batti qualcosa furtiva sul telefonino cromato
e intanto il tuo sguardo appassionato si perde
nelle cento affastellate stanze della tua mente.

Tu sei nella vita un'anima in corsa, eppure
il tuo spirito indomito, sensualmente scintilla
dalle tue lucide morbide ridenti dolci labbra:

labbra ancor di fanciulla. Labbra di perla.

Labbra di frutta. Labbra di ciliegia.

(A Mara)
Marianna Piani
Nebbiuno, 13 Gennaio 2013

domenica 17 febbraio 2013

Abbecedario XI

Cassiopea


Amiche care: undecimo capitolo del nostro piccolo abbecedario poetico…
Molte sarebbero le possibili suggestioni provocate dalla lettera L.
A cominciare da Libertà, il Bene più grande, quello che comprende e dà senso a tutto. Nulla può avere un valore per l'Umanità, senza questo Bene primario…
Invece ho scelto la Luce, che con Libertà ha molto più in comune di quanto si possa immaginare: Anche la luce rivela il mondo, ogni cosa. Senza luce, come senza Libertà, ogni cosa è destinata alla tenebra, all'inconosciuto!
La Luce è ciò che ci consente di godere della Bellezza, dei Colori, della forma sensibile dell'Universo che ci circonda…
E per questo ho scelto un'angolazione particolare, uno sguardo verso lo Spazio Profondo, una prospettiva quasi astromomica, quella scienza che più della Luce ha indagato la natura e misurato le dimensioni…
La luce poi da qui dilaga, illuminando l'intelletto, divenendo essa stessa scaturigine di Verità e, prima ancora, di Civiltà.
Come sempre, la dedico a voi, amiche dilette e amici, con amore.
Ma in particolare la dedico alle mie amiche Artiste, Cecilia L. e Paola Emme che della Luce hanno fatto la loro partitura, la loro tavolozza, la loro penna poetica…
M.P.



Abbecedario XI
 

L

come la Luce

Siderale è ciò che sale
dal profondo del tuo occhio bruno
irrompendo nella Materia Oscura
come il fiammante deflagrare
della supernova di Cassiopea.
Ogni oggetto è travolto
dal dardeggiare del tuo sguardo intenso,
ogni pensiero è reso vero
dalla luminanza del tuo intelletto quieto,
ogni sentiero è rischiarato
dalle lanterne della tua coscienza,
ogni ombra della ragione
è squarciata dai bengala
delle tue figure di passione
e di speranza.

Ogni notte la mia follia, senza luna,
è dispersa dall'aurora del tuo amore,
e ogni abisso di dolore
è irrorato dalle fiamme sfavillanti
delle torce delle tue visioni.
Ogni insignificante frangia del Creato
è misurata dal tuo raggio esatto,
perfetto, retto, infallibile, coerente,
ogni paesaggio, ogni volto, ogni figura,
ogni tratto, ogni sottile piega d'emozione,
ogni tono di colore, ogni sfumato,
ogni vibrato, ogni trillo, ogni squillo,
ogni riso, e ogni grido, ogni voce
e ogni canto e coro e canone e preghiera,
e lamento, e pianto, e ragione, e sguardo,
e ogni elementare incontro
tra spezzata, retta e curva:

ogni sospiro della vita è distillato,
nella tua mente fervida e febbrile,
dal pigro evaporare sopra ogni forma
dell'essenza rivelatrice tua, Luce,
e della tua meditante e schiva
sorella:
...l'Ombra.


Milano, 13 Luglio 2012
(Dedicato a Cecilia e Paola)
Marianna Piani


sabato 16 febbraio 2013

Rivivrò: se


Amiche care, una poesia lieve, leggera come una farfalla, un poco diversa da molte delle mie composizioni più dense e complesse… L'ispirazione è venuta da una mia amica, poetessa lieve e discreta, che me ne ha suggerito il soggetto…
Io riemergo da un periodo di oscurità e di morte, in cui ho provato in modo invincibile l'attrazione che a volte gli abissi esercitano su di me. E questa piccola composizione, quasi una canzoncina, è espressione del mio grido d'aiuto in cerca di un motivo per ritornare ad esistere…

La dedico a tutte voi amiche care, e voi amici, e in particolare a Laura, la mia Dolcestellina…
Con amore, come sempre
M.P.



Rivivrò: se...

 

Toglietemi, vi prego,
l'ansia atroce
muta, senza volto
che mi consuma
respiro

per respiro,
e rivivrò.

Strappatemi di dosso
la corazza di ghisa
della grigia paura
che mi schiaccia
sotto un peso
troppo immane per me,
e rivivrò.

Liberatemi dal giogo,
dalla morsa ghiacciata
di disperazione
che mi attanaglia
come un granchio
le viscere spietata,
e rivivrò.

Scrostate dal mio viso
esausto, dopo il viaggio,
gli schizzi del fango,
delle torbe, delle polveri
rosse d'argilla della mia
intollerabile angoscia,
e rivivrò.

Estirpate dal mio corpo
aggrappato alla roccia
battuta dalla tempesta,
estirpate le radici
più tenaci
del mio smarrimento.
E rivivrò.

restituitemi il sorriso
che ho disperso
nella mia fuga
senza fiato
dalla segreta
del passato
e rivivrò.

Datemi il potere
di danzare sulle punte
sopra l'arco del cielo
e la libertà di cantare
accanto alle stelle,
null'altro,
e, ve lo giuro:

rivivrò.

Io ri-vivrò!


Milano, 9 Gennaio 2013
A Laura, con affetto e riconoscenza.
Marianna Piani

mercoledì 13 febbraio 2013

Violata Viola


Amiche care, e amici, a volte si sente una urgenza, dentro di noi, che ci spinge a narrare storie che hanno segnato in modo particolare la nostra vita. Allora l'ispirazione si fa dolore, e dobbiamo lottare perchè questo dolore non ci soppraffaccia, togliendoci la forza e la capacità di comunicare.
Occorrerebbe sempre un certo distacco dalla propria emozione per poter elaborare qualcosa di compiuto, in grado, attraverso una tecnica appresa ed affinata con gli anni, di comunicare questa emozione, e non più, almeno momentaneamente, viverla. Se la forza di un'emozione fosse sufficiente per rendersi comunicabile al mondo, allora l'artista non avrebbe più un ruolo, nè l'arte un senso. Al contrario, occorre assai fatica e impegno, talento e tecnica, occorre fare appello a tutte le proprie forze, per imbrigliare un'emozione troppo intensa in modo che non si appropri dei nostri strumenti, vanificandoli.

Ciò che qui di seguito affido alla parola, è qualcosa che custodisco dentro di me da anni, ed è una delle cose che più mi ha segnato come donna, in modo indelebile, anche se non fu qualcosa che ebbi a soffrire direttamente.
Avvenne in una notte dei miei ancora inconsapevoli sedici anni. Una mia coetanea, un'amica cara, una "migliore amica", molto fragile e bella come un verde giunco, venne avvicinata mentre si recava, in abito luccicante, innocentemente provocante, da festa, per l'appunto a una festa, cui ero parte anch'io, e subì violenza.
Non fu una violenza "grave", in quanto l'aggressione venne interrotta, per qualche motivo ignoto, e l'autore si diede alla fuga. La mia amica, che qui chiamo Viola, ne riportò "soltanto" contusioni ed escoriazioni, ma assai più profondo e grave fu il trauma intimo, psicologico da lei subito. Da lei e indirettamente da tutte noi sue amiche più intime e vicine. Lei poi abbandonò la nostra scuola, e si trasferì in una diversa città, e noi non la vedemmo più. Dell'aggressore non si seppe nulla, e non è improbabile che sia ancora in giro, da qualche parte, in compagnia spero del suo rimorso e della sua vergogna.
Questo episodio si depositò nella mia anima, e vi rimase per sempre.
Il mio impegno contro la violenza "quotidiana" nei confronti della donna, che molti di voi conoscono, forse ha le sue radici più vive in questo antico ma indelebile episodio. Io qui con questa composizione desidero evocare il mostro infame, supplicando che la civiltà del mondo sia in grado di elaborare finalmente qualcosa che ne renda sempre più difficile la manifestazione.

Ve lo affido, questo canto, che mi è costato fatica e bruciore di una ferita sempre aperta - "poesia civile" a modo mio - senza odio, ma con amore, come sempre.
M.P.




Violata Viola


Viola scese all'inferno
in una notte serena d'inverno
iniziata come tante altre
con l'attesa eccitante d'una festa.

Viola si volle bella
e bella era, libera
come una stella, uscendo
nel sereno cielo quella sera.

Indossava i sandalini rossi
con il fiocco, e l'abito bianco
che le scopriva le spalle
e le lunghe gambe di nervosa cerva.

I capelli, sciolti con spensierata cura,
morbide onde di luce color rame,
giocavano innocenti rimpiattini tra le spalle
e la culla bianca del suo casto seno.

Sentiva su di sè gli sguardi
e ne gioiva: desiderabile era
e lo sapeva. Quella sera voleva soltanto
esser dal mondo amata per ciò che era.

In altri tempi, l'intimidiva quel mondo:
vedeva sè stessa quale un'airone
dalle ali e zampe troppo fragili ancora
per poter spiccare da sola il volo.

La vita con lei fu avara, di gioia vera,
ma ora splendevano per lei astri
nel cielo, che le sorridevano attratti:
non si disconosceva più, lei, come un tempo.

Oggi, orgoglio e fierezza le erano al fianco
conferendole il diritto regale passo
delle ragazze coscienti della bellezza
che lor dentro preme per uscire in luce piena.

Si avviò con falcata lunga e svelta
senza sapere che si avviava allora
all'appuntamento con ciò che
le avrebbe scosso per sempre corpo e vita

Tutto avvenne così rapidamente
in una istantanea successione di eventi,
come un vortice che la risucchiasse improvviso
rudemente verso l'abisso e la tenebra profonda.

Non ricordò nulla, dopo, per sua fortuna:
il ribrezzo e il dolore assieme, pietosi,
avevano steso il manto greve dell'oblio
sopra le sue contuse raggelate membra.

Soltanto poi avrebbe rammentato,
e per sempre rivisto nel suo sguardo
lo sguardo cieco del predatore, opaco,
sopraffatto dalla sua stessa cupidigia.

Eppure, in quello sguardo ella colse -
per un solo istante, nella foia annegato -
prima di serrare le palpebre, colse il terrore,
quasi a specchio del suo stesso orrore.

Non fu il dolore, che la travolse,
ma fu l'offesa la ferita più profonda,
e il sentire sopra la sua pelle candida
aderire come un fango, un letame, mota.

E fu tutto inumano: non umana era
la verga che aveva lacerato la sua carne:
era un piolo senz'anima confitto
nel più segreto del suo intimo costato.

Non umano era quel fiato
che le investiva il volto,
era un mantice di tossico fiele
era un morbo, un madido esalare d'odio.

Nulla potè, e nulla fece
serrò gli occhi e strinse i pugni
anche gaffiare d'odio quella massa cupa
anche quello le ripulse troppo.

Appena fu sola, vomitò, piegata in due
sopra il selciato lurido di fango
e mozziconi di sigaretta, e sterco,
e stette, a lungo, lì, accovacciata, muta.

Riaprì infine gli occhi
e si levò in piedi, barcollando.
Il vuoto che l'invadeva ora dentro
l'annientava: nel suo vuoto si diresse infine.

Non ne fu cosciente, Viola,
non ne fu cosciente a lungo,
ma di quel giorno e per sempre
la sua mente avrebbe recato sfregio.

Confusamente comprese dentro sè
che da quella notte il senso dell'umano
per lei s'era incrinato per sempre.
E provò un indicibile senso di gelo


e morte.

. . .
 

Oh! nostri cari compagni, amici, amanti,
padri e fratelli, vi scongiuro, vi imploro:
lavate per sempre dal vostro volto e cuore l'onta,
e salvate con noi il vostro umano onore e decoro!


 

Milano, 11 Gennaio 2013
Marianna Piani